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venerdì 21 giugno 2013

Così il «Cavaliere» di Dürer diventò l'icona eroica della destra nobile e perduta

di Marcello Veneziani

Cinquecento anni fa nel cuore dell'Europa nacquero due gemelli separati della nascita. Uno voleva conquistare il potere, l'altro voleva conquistare l'anima del mondo. Era il 1513 quando vennero al mondo il Principe di Niccolò Machiavelli e il Cavaliere di Albrecht Dürer.
Il primo conquistò il mondo, pur senza conquistare l'Italia che pur sognava di unire. Il secondo partì alla conquista di se stesso, sfidando la Morte e il Diavolo. Ambedue attraversarono l'inferno e aprirono il destino della modernità. Il Principe diventò il paradigma del Potere e celebrò nell'opera di Machiavelli l'autonomia sovrana della politica. Il Cavaliere diventò la sua ombra vagante e celebrò nell'incisione di Dürer la solitudine eroica e disperata. Le due figure furono il riassunto epico e tragico della condizione umana che ha perso il cielo.

Il primo insegnò l'arte di vincere, il secondo insegnò l'arte di perdere. Del Principe si parla ormai da cinque secoli; del suo gemello solitario, invece, si ammirò il ritratto, il suo incedere ardito e il suo sorriso ironico ma senza spingersi oltre, a scrutare nell'animo del Cavaliere. Chi lo fece, venne molto dopo. Fu uno scrittore francese nato a Carcassonne nel sud della Francia, dove visse estati torride e inverni di vento violento, poi partì per Parigi «con una valigetta in legno e l'accento della mia terra», studiò filosofia «che spero di aver dimenticata» e lavorò da giornalista e scrittore con registi, ballerini, coreografi, attori e toreri. Morì il 18 giugno del 1993, giusto vent'anni fa. Si chiamava Jean Cau, era stato segretario personale di Sartre per dieci anni, «facevo parte dei reparti d'assalto dell'intelligenza di sinistra», insignito da giovane del premio Goncourt per il suo libro La pietà di Dio (tradotto nel 1961 da Mondadori).

Ma un giorno, tornando dalla guerra d'Algeria, si convertì all'onore e alla tradizione. Combatté contro la decadenza della Francia e dell'Europa, schiacciata tra l'americanizzazione e il comunismo sovietico, avversò il '68. Gli estremi del degrado erano per lui la gioventù drogata e la tecnocrazia al potere. Da allora Jean Cau diventò quel Cavaliere solitario e in disparte, dannato all'inferno e alla morte civile.
Scrisse opere taglienti, come Il Papa è morto e Le Scuderie dell'Occidente, pubblicate in Italia da Volpe, e celebrò la corrida in un celebre libro, Toro (edito in Italia da Longanesi) dedicato ai suoi amici matadores, banderilleros e picadores. Non mancò di scrivere un ardito elogio del Che (Passione per Che Guevara, Vallecchi, 2004), che esaltò come un Comandante intrepido, un artista, insomma un Cavaliere che sfida la morte e il diavolo. Per lui, il Che andò a cercar la bella morte: «Ci sono mille modi di suicidarsi. Balzac scelse il caffè, Verlaine l'assenzio, Rimbaud l'Etiopia, l'Occidente la democrazia, e Guevara la giungla». Cau lasciò uno splendido testamento ideale con una prefazione di Alain de Benoist, che uscì postumo in Italia col titolo I popoli, la decadenza, gli dei (ed. Settecolori).

Ma l'opera che riassume la sua visione del mondo fu proprio quella dedicata all'incisione di Durer, Il Cavaliere la morte e il diavolo (1977), che dopo Volpe ripubblicai alla metà degli anni ottanta con la prefazione di un grande artista e incisore affine a lui, Sigfrido Bartolini. In questi giorni il sito Barbadillo si è ricordato di Cau proponendo on line uno scritto sul Cavaliere di Dürer, a lui ispirato, di Dominique Venner, lo scrittore suicida un mese fa in Notre-Dame. Il Cavalieredi Dürer, riletto da Cau, costituì un breviario del pessimismo eroico che animò la gioventù di destra degli anni settanta. Era la cultura aristocratica della nobile sconfitta, eroica e disperata, che si nutriva dell'Autarca di Evola e dell'Anarca di Jünger, il ribelle che passa al bosco. Oggi il suo destriero per attraversare la foresta sarebbe il web.

Ma chi era il Cavaliere di Dürer nella visione di Cau? Era «un mostro di ferro, di carne e di spirito», che avanza con la sua armatura e il suo destriero in un paesaggio di rovine, spavaldo e incurante dei pericoli. «Stamattina, al nostro appuntamento all'alba, il mio cavaliere mi ha detto che poco importa la meta e la ragione del suo viaggio, purché una cupa ostinazione gli indurisca il cuore». Mai fermarsi, chi si ferma nella foresta è perduto. L'arte per lui è il canto per esorcizzare la morte. Egli sa che più si ama la vita più si sfida la morte. Ogni grandezza, spiega Cau, è costretta ad avere la morte per compagna. Il suo portamento naturale si chiama nobiltà. Nulla è più bello dell'uomo quando avanza, osa, rischia; ma è un avanzare verso il Nulla, avverte Cau. Nichilismo eroico e solitario. Anche se poi Cau dice che il Cavaliere ha appuntamento con Dio, contro il Diavolo. Coltiva l'aspro gusto sulle labbra di morire per una causa vinta. Il Cavaliere, per Cau, conosce la strana tristezza dei vittoriosi e la melanconia che invade il soldato dopo la vittoria. La stessa tristezza che segue l'amore post coitum. Ciò che vale nella vita non è la vita stessa, sostiene Cau, ma ciò che se ne fa; l'Occidente sta perdendo la sua vita per volerla salvare.

Fedele alla sua solitudine, Cau come i sessantottini che detestava, rifiutò il matrimonio e i figli, ritenendo se stesso ancora bambino, proprio come loro. Coltivò una destra come stile, «strettamente personale... è la mia pelle, i miei gesti, il mio respiro». Ammise che la sua morale assoluta, in purezza, finiva per esser vuota perché sconnessa dal mondo. Non si è felici quando non si ama la propria epoca, scrive Cau, e «io ascoltavo il vento dei passati perduti». Ma la sua solitudine pur eroica era figlia di quell'individualismo che è l'essenza della modernità occidentale. Il suo Cavaliere resta il volto tragico dell'umanità moderna che ha perduto il cielo e la terra e si barrica nell'individualismo eroico.

A vent'anni me ne innamorai, ma subito dopo me ne allontanai per tornare alla realtà e al mondo con le sue imperfezioni e ritrovare la gioia di vivere senza dimenticare la nobiltà estetica e spirituale del suo tragitto. L'individualismo eroico rischia di mutare in astio e rancore, come accadde a tante destre «strettamente personali». Scrissi allora, per esorcizzare il suo fascino, che «era tempo di tornare nel frangente a rischiare la propria nobiltà nella polverosa miseria dei giorni». Distinguevo l'arte, che è da solisti, dalla storia, che è corale. Il Cavaliere di Dürer-Cau resta inciso nel cuore, ma non indica la via. Esalta l'estetica, traccia uno stile ma non può ispirare la vita, la storia e il pensiero. Così salvai i vent'anni dal suo forte richiamo, ma non misi a riparo i cinquanta.


mercoledì 29 maggio 2013

Quando i cattolici si danno la zappa sui piedi

di Rino Cammilleri

Il flop inaudito nelle sale del film di Renzo Martinelli su Marco d’Aviano e l’assedio di Vienna del 1683 farà passare la voglia a qualunque regista, anche il meglio intenzionato, di occuparsi di storia cattolica. Chi lo farà, dovrà per forza sollevare polemiche se vuole pubblicità. Dunque, dovrà mettere in scena lavori in cui i cattolici e la Chiesa fanno la parte dei cattivi, sperando che il Vaticano almeno protesti. Film onesti come 11 settembre 1683 o Cristiada non trovano alcun appoggio in casa cattolica.

Il popolo-bue cattolico semplicemente non sa nemmeno che esistono, e li fa fallire al botteghino. Complotti, retroscena, congiure antipapiste? No: insipienza e ignoranza. Dei cattolici. Infatti, non lo sanno ormai neanche i preti chi era Marco d’Aviano.
Quando fu beatificato questo cappuccino che salvò l’Europa, a un convegno nei suoi luoghi fui l’unico a ricordarne il ruolo politico, mentre i religiosi, teologi, preti e prelati presenti si dilungavano esclusivamente sulla di lui spiritualità, timorosi che parlare di storia avrebbe potuto urtare i «fratelli» musulmani. Silenzio, dunque.

Il beato Alberione fondò i Paolini proprio per la buona battaglia sulla stampa e nel cinema, mettendo addirittura mano personalmente al primo film a colori italiano, Mater Dei. E ancora nei primi anni Sessanta non c’era film che avesse speranza di riuscita se avesse trascurato il potente circuito delle sale parrocchiali.
Oggi, le pochissime parrocchie che hanno un cinema ci proiettano tutt’al più il cosiddetto film d’essai, che «fa discutere» e «suscita il dibattito», e pazienza se il devoto spettatore dovrà sorbirsi la solita scena erotica del tutto superflua, ma che i registi mettono lo stesso per la gioia della troupe. Così, l’aspirante regista cattolico è avvisato: faccia solo film su Francesco e Chiara (evitando giudiziosamente i miracoli), almeno andranno direttamente in dvd e qualche convento li comprerà.

Credete che negli altri settori vada meglio? Pensate alla fine che ha fatto un banchiere da messa quotidiana come Ettore Gotti Tedeschi, cacciato a pedate dallo Ior per beghe vaticane e al quale, come a segnale convenuto, tutte le porte ecclesiali si sono chiuse in faccia.
Ma torniamo alla cultura in senso più proprio. Sui media, i giornalisti cattolici si dividono in due categorie: quelli che lavorano per testate clericali e quelli che sono riusciti a farsi assumere in testate laiche. I primi non possono certo osare di contraddire chi paga loro lo stipendio, perciò sono fedelissimi alla «linea», qualunque essa sia. I secondi, si stimano fortunati ad avere un posto ambito, e solo a quello pensano (sì, certo, ci sono le eccezioni, ma sono in tutto due o al massimo tre), tenendo sempre presente il proverbio giapponese: «Al chiodo che sporge si picchia in testa».

Naturalmente, ad aiutare i fratelli nella fede a far carriera non ci pensano nemmeno, sia perché considerano precaria la loro, sia perché non sono certo massoni: questi ultimi, sì, che si spalleggiano l’un l’altro per infilare «fratelli» dovunque. Esiste anche, com’è noto, un «soccorso rosso», ma non uno «bianco» (eccezion fatta per i dossettiani, i quali non a caso occupano posti e cattedre che più prestigioso non si può, ma hanno nella Costituzione il loro Corano e sono «adulti», infatti militano nella sinistra laicista).

Sul versante dei libri la situazione è anche, se possibile, peggiore. La narrativa cattolica semplicemente non esiste, e non esiste perché nemmeno i cattolici la comprerebbero.
Esiste la saggistica, è vero, ma è una saggistica - mi si passi il termine - madonnara, oppure si tratta dell’ennesima riflessione-omelia di qualche prelato (il campione delle vendite italiane è ancora il defunto cardinale Martini). Parlo, naturalmente, dei libri che in classifica almeno ci vanno, anche se magari ci restano poco. Il resto, tutto il resto, è già tanto se copre le spese di edizione.

Voi mi direte, giustamente, che anch’io mi occupo ormai di Madonne. Il fatto è che gli editori non vogliono altro. E hanno ragione: se fate un giro nelle librerie «cattoliche» vedrete pile enormi di libri del cardinale Martini o sul nuovo Papa. Perché? Perché i cattolici comprano quelli, non altro. Dunque, l’editore investe su ciò che il mercato chiede.
Presentando in giro il mio libro su Medjugorje mi sono accorto che, nelle sale traboccanti, la gente voleva sentir parlare solo di miracoli del sole, guarigioni, conversioni clamorose. E basta. Il resto, semplicemente non interessa. Folle enormi vanno in Bosnia, vi si convertono, digiunano, pregano, ci portano i parenti e gli amici. Molti si trasformano in porta-gente a tempo pieno. Lodevolissimo. Ma che succede quando tutta questa gente scende dal Podbrdo? Dà luogo, lentamente, a una ricostruzione cristiana del mondo? No. Prega, digiuna, torna e ritorna a Medjugorje. Tutt’al più dà soldi e braccia all’ennesima casa di accoglienza per i drop-out della società contemporanea. Per il resto, ecco: adunate di preghiera, interminabili, con canti, rosari, messe, testimonianze.

Esattamente quel che i Padroni del Mondo vogliono dai cristiani: state in sacrestia a pregare, occupatevi dei «poveri» e non disturbate il Manovratore. E i cristiani, inquadrati dai loro pastori, eseguono. È vero, è un momentaccio per la Chiesa. Ma oggi, in Occidente, l’aggressione è culturale e amministrativa. Nell’Ottocento l’aggressione era, oltre che culturale e amministrativa, pure a mano armata e con tanto di cannoni a Porta Pia. Eppure, i cattolici di quel secolo reagivano non solo con la preghiera e i pellegrinaggi: fondavano banche, giornali, riviste, si costituivano in lobby per condizionare la politica. E senza trascurare i poveri e i drop-out.

Qual è la differenza tra allora e oggi? La differenza sta nel fatto che allora avevano alle spalle una Chiesa gerarchica compatta e fermissima nella dottrina, una Chiesa che non esitava un istante a espellere quei suoi membri che seminavano confusione. Naturalmente, l’espulso diventava un «martire del libero pensiero» e veniva portato sugli scudi dalla stampa laicista. Così come oggi. Ma il popolo cattolico era informato, e ufficialmente, che quello lì era passato al nemico.
Oggi la Chiesa gerarchica preferisce la misericordia, si dice, anche se permane l’impressione (per carità, solo un’impressione…) del “due pesi e due misure”.

Ma torniamo al nostro discorso sulla cultura cattolica. E al film di Martinelli. Nessuno si è preso la briga di far sapere (non dico di apologizzare, solo di far sapere) che esisteva un film che parlava bene della storia cristiana e della Chiesa. Perciò, scordatevi pure Cristiada, quantunque tratti un tema (papale) attualissimo: la libertà religiosa.
Se io fossi un regista, allora, ragionerei così: l’assedio di Vienna in costume costa una paccata di miliardi e non lo vede nessuno, un film con la Littizzetto costa pochissimo e incassa una paccata di miliardi. Perciò, scordatevi, cari cattolici, i film che parlano bene di voi e dei fatti vostri. Al massimo farò una fiction su papa Bergoglio, che è tanto simpatico e porta le scarpe nere. Su Ratzinger no, perché le portava rosse ed era troppo colto.

Una realtà benemerita che dovrebbe fare da cinghia di trasmissione verso la «base» sono i circoli culturali parrocchiali. I libri e gli autori cattolici che non trovano spazio sui grandi media spetta ad essi farli conoscere alla gente comune. Purtroppo (e parlo per lunga esperienza) c’è da farsi cadere la braccia. Infatti, tra le priorità della parrocchia la cultura o è l’ultima in lista o non c’è proprio.
Se ha bisogno dell’idraulico o dell’elettricista, sa bene che questi artigiani hanno un cachet e lo scuce senza fiatare. Così per l’avvocato o il medico o il muratore o l’ingegnere o il meccanico. Ma l’operatore culturale (chiamiamolo così) deve essere grato dell’invito e poi operare per puro «spirito di servizio».

Ci sono parrocchie provviste di chiese dotate di organi a canne colossali, per suonare i quali un tempo si stipendiavano organisti diplomati. Oggi gli organi tacciono, perché ci sono tanti ragazzini con la chitarra che suonano gratis e, anzi, volentieri.
Il risultato è che la musica liturgica è semplicemente sparita (e hanno voglia i papi attuali di insistere sulla «bellezza»…).

Morale: la cultura cattolica è morta per suicidio e bisogna farsene una ragione. I figli di questo mondo, come dice il Vangelo, sono stati più scaltri, e i figli di Maria sono stati pavidi e fessi. I primi sono sempre astuti come serpenti, i secondi ingenui come colombe. I primi hanno fatto bene il loro lavoro, i secondi no, perché Cristo aveva raccomandato a loro di essere sia astuti che candidi. Dunque, meritano quel che hanno, cioè niente.
Prenotiamoci, dunque, un posto nel prossimo pullman per Medjugorje. E facciamoci salire quei pochi che hanno ancora voglia di combattere, perché rischiano la fine dei soldati giapponesi nella jungla di Iwo Jima.


mercoledì 17 aprile 2013

Cultura a destra? Viva e vegeta nonostante il Pdl

Furio Jesi

Il Popolo della libertà vuole ripartire dalle idee. Giustissimo: le ha trascurate troppo a lungo...

di Alessandro Gnocchi

Sul Giornale, nei giorni scorsi, esponenti di spicco del Popolo della libertà quali Fabrizio Cicchitto e Mariastella Gelmini hanno avviato una discussione interessante: il centrodestra, per ripartire, avrebbe bisogno di una iniezione di cultura. È un auspicio tanto giusto quanto sorprendente perché il partito non ha dato l'impressione, nell'azione politica degli ultimi anni, di fare tesoro delle energie sprigionate da aree culturali non riconducibili alla sinistra.
Senza troppi giri di parole: la cultura di destra, dal 1994 a oggi, ha offerto tanto ma i politici di destra, con le dovute eccezioni, non parevano sempre interessati. Nella gestione della Rai, dei ministeri chiave in campo culturale, delle istituzioni cittadine, s'è visto assai poco ispirato alla «cultura di destra». Spesso le buone intenzioni di partenza sono rimaste lettera morta, in questa sede non conta dire perché. Anche gli intellettuali sbarcati a Roma, dal compianto Piero Melograni a Marcello Pera, non sembrano nel complesso aver ricoperto un ruolo decisivo.

Liberali, cattolici, post-missini: fuori dal Parlamento c'è una enorme concentrazione di forze con proposte forti ma chi le sta a sentire? Sono senza interlocutori politici al punto che c'è gente (di destra) che sostiene che tutto sommato, quando c'è qualche progetto concreto in ballo, sia meglio cercarsi interlocutori istituzionali di sinistra. Almeno c'è qualcuno con cui parlare anche se poi ti dirà di «no». Dall'altra parte, la nostra, invece ti attende il nulla.
Il Pdl avrebbe un bacino inesauribile di idee a cui attingere, se lo volesse. Salvo rare eccezioni, nessuna delle persone che qui saranno nominate è etichettabile come «di partito»; qualcuna non si definisce neppure di centrodestra; tutte attribuiscono un valore fondamentale alla propria autonomia. Non vogliamo certo arruolare nessuno. Vogliamo piuttosto segnalare intellettuali accomunati da un lavoro serio che va in una direzione diversa (se non propria opposta) rispetto alla sinistra. Intellettuali che quindi dovrebbero «interessare» al Popolo della libertà all'improvviso affamato di cultura.

L'Istituto Bruno Leoni è un punto di riferimento imprescindibile per chiunque, sia pure con sfumature diverse, appartenga all'universo liberale e libertario. Produce paper, convegni, corsi di studio, libri e seminari. Dalla cultura, all'economia, passando per l'ambiente e l'urbanistica: non c'è settore che sia scoperto. Nel suo organico ci sono fuoriclasse come Carlo Lottieri, Alberto Mingardi, Carlo Stagnaro, Filippo Cavazzoni, Serena Sileoni. Il «padre spirituale», oltre a Leoni, è Sergio Ricossa.

Dopo decenni di silenzio, ora vi sono due editori coraggiosi che hanno portato i classici del liberalismo austriaco e non solo dalle nostre parti: Liberilibri di Aldo Canovari e Rubbettino di Florindo Rubbettino sono colonne portanti della cultura liberale italiana. A cui di recente si è aggiunta, con titoli inattesi e fortissimi, la Marsilio di Cesare De Michelis. Il «giro» di autori, collaboratori, curatori, prefatori di questi «piccoli» (in realtà grandissimi) editori è di per sé una mappa del pensiero storico-filosofico non dogmatico: Giuseppe Bedeschi, Lorenzo Infantino, Raimondo Cubeddu, Dario Antiseri, Luigi Marco Bassani, Eugenio Di Rienzo, Giovanni Orsina, Fabio Grassi Orsini, Alessandro Orsini...
Un po' più a destra, l'editore Bietti propone una delle migliori riviste italiane, Antarès, fucina di talenti coltivati da Gianfranco De Turris, ove si può leggere di letteratura, economia, polemiche culturali fuori dagli schemi.

Le associazioni cattoliche sono sempre state ben organizzate: svolgono un lavoro incredibile sull'istruzione paritaria dal punto di vista legale, divulgativo, economico, culturale offrendo una mole di dati impressionante e proposte concretissime per incentivare la libertà di scelta delle famiglie. Che dire poi di editorialisti e scrittori come Antonio Socci, Camillo Langone, Luca Doninelli, Davide Rondoni, Luca Negri e tutte le altre penne affilate che guardano alla Chiesa come punto di riferimento; del gruppo combattivo che fa capo a Riccardo Cascioli e al rinato quotidiano on line La Bussola; del lavoro sempre coerente di editori come Lindau, Cantagalli, San Paolo, Ares?

Quotidiani. Il Foglio di Giuliano Ferrara è nato per offrire un solido retroterra culturale al neonato centrodestra, e ha fatto un lavoro esemplare. Ha fatto conoscere i valori di un partito liberale di massa, ha dialogato col mondo cattolico, ha lanciato talenti in grande numero, ha valorizzato e fatto esplodere geniacci inclassificabili come Pietrangelo Buttafuoco. Del Giornale non tocca a me dire. Però voglio ricordare chi combatte o ha combattuto, di recente e con posizioni variegate, la sua battaglia culturale sulle nostre colonne: Luca Beatrice, Beatrice Buscaroli, Giampietro Berti, Roberto Chiarini, Dino Cofrancesco, Francesco Forte, Giordano Bruno Guerri, Giorgio Israel, Luca Nannipieri, Fiamma Nirenstein, Massimiliano Parente, Francesco Perfetti, Claudio Risé, Vittorio Sgarbi, Stenio Solinas, Marcello Veneziani, Stefano Zecchi.

Internet? Social Network? Il mondo dei blogger «di destra» è da sempre all'avanguardia grazie a pionieri come Andrea Mancia fondatore, fra le altre cose, di Tocqueville.it. Mancia, Bressan, Missiroli e altri hanno saputo aggregare nella rete le forze conservatrici-liberali, prima della sinistra, ricavandone una miniera di sapere sul web.
Questo elenco è parzialissimo, chiedo scusa ai moltissimi che nell'impeto ho certamente dimenticato e ai tanti «cani sciolti» che dell'assoluto individualismo hanno fatto una religione. D'altronde non serve un elenco completo: questo è solo un piccolo esempio di cosa si agita fuori dai palazzi romani. La cultura c'è. Il partito può dire altrettanto?

martedì 16 aprile 2013

Ancora due articoli su Giovanni Testori


Di colui cioè - il Cielo lo abbia in gloria - che sentì la colpa della propria omosessualità.

Per favore, ridateci Giovanni Testori

Ritratto dell'intellettuale anticonformista e senza mezze misure scomparso 20 anni fa

di Vittorio Sgarbi

Non fui suo allievo. Non fui suo seguace né, forse, in senso letterale, neppure suo amico. Ma gli piacqui come giovane studioso e come giovane. Era il 1978, lui aveva 55 anni, io 25. Era arrivato a Castelfranco Veneto non per parlare di Giorgione (durante i festeggiamenti per il quinto centenario della nascita del grande pittore) ma per vedere le mostre che si erano allestite per quell’occasione; e arrivò in coincidenza con un convegno al quale io, giovanissimo studioso, e ispettore della soprintendenza, ero stato chiamato a partecipare. Sono ancora convinto del mio pensiero d’allora, ma il mio intervento era certamente provocatorio. Al ristretto corpus delle opere del pittore proponevo di sottrarre anche il celebre fregio di Casa Pellizzari a Castelfranco. Quale che fosse la bontà dei miei argomenti, Giovanni Testori ne apprezzò la passione e ne diede notizia sul Corriere della sera.

Due anni dopo venne in visita a Vicenza per una mostra importante da me curata: Palladio e la Maniera. Gli piacque molto e ne scrisse una lunga recensione in terza pagina del Corriere. Quell’articolo fu determinante per darmi una piena consapevolezza del mio lavoro proiettandolo dalla dimensione locale a quella nazionale. In riferimento ai miei comportamenti e ricordando di essere stato denominato, in giovinezza, "Angelo biondo" mi definì "Pipistrello biondo". Di lì, fino alla sua morte 13 anni dopo, iniziò il nostro rapporto fatto di ammirazione e di condivisione.

Il mondo dell’arte contemporanea era dominato da cattivi maestri e da artisti alla moda. Testori, dopo i contemporanei Ennio Morlotti, Franco Francese e Gianfranco Ferroni, iniziò un lungo viaggio alla scoperta di giovani, senza ossequi e pregiudizi, e affiancato da due mercanti d’arte, Max Rabino e Alain Toubas, animatori della Compagnia del disegno, preparò, promosse e sostenne decine di mostre di artisti sui quali non era mai scesa l’attenzione della critica. Così iniziammo a guardare Willy Varlin, erede naturale di Soutine, con i suoi ritratti vibranti e dolenti; e imparammo a conoscere lo scultore capace di cuocere la terra come il pane per le sue umanissime terrecotte: Ilario Fioravanti. E vedemmo, con emozione, il commovente e intimistico Paolo Vallorz.

Poi toccò ai giovani italiani, tedeschi e austriaci. E all’orizzonte si videro i volti e i corpi di Giovanni Frangi, di Aurelio Bertoni, di Velasco Vitali, di Fausto Faini, di Alessandro Verdi, di Luca Crocicchi, di Andrea Martinelli; e di Rainer Fetting, di Hermann Albert, di Peter Chevalier, di Klaus Karl Mehrkens; e, ancora, di Hubert Scheibl, di Ludwig Meidner, di Bernd Koberling, di Karl Horst Hödicke, di Herbert Brandl, di Bernd Zimmer, di Gunter Damisch.

Negli anni 80 e 90 con Testori si respirò aria nuova, in assoluta indipendenza di giudizio. E, con le scoperte, vennero le stroncature, come quella memorabile a Gae Aulenti per la sua macchinosa Gare d’Orsay.
Testori, con spirito originale e polemico, ma con profonde radici cristiane, aveva occupato nella cultura italiana il posto lasciato da Pier Paolo Pasolini, con editoriali spesso scandalosi in prima pagina del Corriere. Fu, in quegli anni, l’unico intellettuale italiano autonomo dal dominante pensiero unico, contrapponendosi agli scrittori e pensatori di regime che trovarono il loro organo nel quotidiano La Repubblica.

Testori, che aveva scandalizzato con le sue opere letterarie e teatrali negli anni 50 e 60, fino ad approdare per le sue rappresentazioni al Pier Lombardo con le intense interpretazioni di Franco Parenti e le amorose regie di Andrée Ruth Shammah, si era dichiarato vicino a don Luigi Giussani, al movimento Comunione e liberazione, al settimanale Il Sabato, indisponibile a ogni manifestazione di conformismo culturale e profondamente convinto della malattia mortale della società laica e del relativismo. Potevamo essere certi che le sue posizioni non avrebbero mostrato alcuna acquiescenza verso gli asseriti valori della cultura dominante. In molte occasioni mi ritrovai a condividere le sue posizioni e le sue scelte, applicandomi allo studio degli stessi artisti.

Avanzando negli anni e nell’esperienza, Testori si sentiva sempre più attratto dalla contemporaneità. Ma la sua visione era integrale ed era nutrita da una rara conoscenza dell’arte antica sempre meno frequente, già ai tempi suoi, nella formazione dei critici d’arte contemporanea. Testori era stato, con Mina Gregori, il più importante allievo di Roberto Longhi, condividendo con lui la passione per la grande arte lombarda e padana. Toccò a Testori rivalutare i grandi pittori lombardi dei Sacri monti, a partire da Gaudenzio Ferrari, a Varallo. Così a lui si deve l’illustrazione del gran teatro montano con gli affreschi e le sculture di Tanzio da Varallo, del Morazzone, del Cerano, del Procaccini, riscoperti e ristudiati per la grande mostra sul Seicento lombardo in Palazzo Reale a Milano.

Testori, più di Pasolini, che era stato pure allievo di Longhi, fu poeta, romanziere, drammaturgo, storico dell’arte, critico d’arte, saggista, con una multiforme versatilità che lo ha reso indispensabile e inevitabile per almeno tre decenni.
Dimenticarlo è colpevole.



Solo Testori ci può salvare dai buoni sentimenti

Esce l'ultimo volume delle Opere dello scrittore lombardo, con alcuni dei suoi testi più dirompenti. Un autore ancora oggi contro il pensiero unico

di Luca Doninelli

È finalmente in uscita per Bompiani il terzo, attesissimo volume delle Opere di Giovanni Testori, duemilacinquecento pagine che raccolgono gli scritti datati tra il 1978 e il 1993, anno della morte.

Sono stati gli anni della mia amicizia con lui, quelli del suo discusso sodalizio con Cl, quelli della sua amicizia con Don Giussani, e poi quelli del suo allontanamento da Cl, con cui mantenne alcune grandi amicizie personali: con lo stesso Fondatore, con Emanuele Banterle, con Riccardo Bonacina, con Franco Branciaroli - sua ultima musa - e anche con il sottoscritto. Sono gli anni che vanno da Conversazione con la Morte e Interrogatorio a Maria, testo affidato a una compagnia di ragazzi, alla nascita della Compagnia de «Gli Incamminati», fino al capolavoro estremo Tre lai, scritto nel periodo dell'infermità e trasformato cinque anni dopo la morte del maestro in un memorabile spettacolo firmato da Sandro Lombardi e Federico Tiezzi.

Naturalmente gli amici di Testori, anche in questo periodo molto particolare della sua storia, furono moltissimi, e non bisogna pensare che le svolte (anche ideologiche) che inflisse ai suoi ammiratori cancellassero le passioni trascorse: Testori non ha mai rinnegato nulla del suo passato, che continuò a essere per lui presente, presentissimo anche dopo tutte le «svolte» e tutte le presunte conversioni. Testori ha rappresentato una luce nel buio per tante persone completamente diverse tra loro, da André Ruth Shammah a Vittorio Sgarbi fino a Giovanni Agosti. E il suo linguaggio teatrale, dalla sua morte e sempre più fittamente col passare degli anni, ha interrogato e affascinato drammaturghi (come Franco Scaldati e Antonio Tarantino) e praticamente tutti i nomi più significativi della nuova scena teatrale italiana, da Valter Malosti a Maria Paiato, da Arianna Scommegna a Maurizio Donadoni.

Già queste poche notizie fanno capire al lettore quanto sia difficile produrre un bilancio della fortuna e dell'influenza di Testori sulla cultura del XX secolo e oltre. Testori era work in progress quand'era in vita e continua a esserlo a vent'anni dalla morte. I morti sono sempre meno docili, diceva il titolo di un vecchio romanzo latinoamericano. Per Testori è senz'altro così. Premi, tesi di laurea e di dottorato, saggi critici, spettacoli ispirati a lui si aggiungono, si può dire tutti i giorni, al lungo elenco delle produzioni teatrali sui suoi testi.
Testori ha accettato con fede la morte, e quindi la tomba, nella sua Novate. Ma niente mausolei. Come disse una volta Vittorio Sgarbi, Testori è grande proprio perché sta fuori dalle antologie, fuori dalle storie della letteratura. La sua grandezza risiede non diciamo in un'espulsione (nessuno ha mai espulso Testori da nulla) ma in una diversità radicale che non coincide né col suo stile né col dettato del suo pensiero. Si può essere benissimo testoriani senza approvare le sue scelte stilistiche e senza condividere il suo pensiero, come notò Giovanni Agosti nel suo insuperabile articolo post-mortem.

Qual è, val la pensa domandarsi, il quid che lega alla figura di Testori un numero sempre crescente di persone interessate a tutti gli aspetti della sua opera (pittore, critico d'arte, poeta, romanziere, autore teatrale, polemista)?
Per rispondere, bisogna osservare come la sua posizione rispetto al Novecento abbia trovato sempre di più, dopo la sua morte e dopo la fine del secolo, la sua chiarezza. Se, cioè, Testori poteva apparire «oscuro» o «barocco» anche solo pochi anni prima di morire, oggi la luce che lo investe è più forte. La prima osservazione da fare è che Testori appartiene al Novecento secondo una linea «lombarda» che lo collega, attraverso Gadda, ad Alessandro Manzoni: ma non il Manzoni dei profili storici e delle antologie scolastiche, bensì quello dimesso e dismesso dalla Letteratura con la L maiuscola, in quanto reo d'aver fotografato «così spietatamente le magagne di casa» e d'aver interpretato «acutamente, ai fini d'un ammonimento sublime, i fatti che sogliono ricevere un'espressione nella retorica del giorno».

Io credo che Giovanni Testori ci abbia aiutati come nessun altro a salvarci (o perlomeno a guardarci) dalla «retorica del giorno», che in ogni tempo assume la sua forma effimera «ch'or vien quinci or vien quindi» e oggi ha la faccia delle opinioni politically correct e del cosiddetto Pensiero Unico. I turbamenti del cuore, le contraddizioni, il magone, la necessità di un segno per poter vivere, il grido lacerante del cuore, che è forse la salvezza dalla vera disperazione e dal suicidio, rischiano nel nostro tempo di perdere le parole, di ripiombare nel silenzio, senza più nemmeno l'odio contro i padri e il Padre, senza più preghiere né bestemmie, senza più nemmeno il conforto di una brioscina. Solo buoni sentimenti corretti, moderni, solo pensieri impeccabili. Il nostro profeta è Fabio Fazio, onore a lui.

La crisi in cui versa il Romanzo oggi - sede di un'interminabile ripetizione - ci avvicina al cuore della crisi umana, dell'indicibile che si celebra in forme condannate a non diventare adulte (penso all'hip-hop delle nostre periferie urbane, al graffitismo ecc.). A quell'indicibile, che la cultura vorrebbe far tacere (Testori contrappose sempre la «cultura», portatrice di ideologia, all'«arte», fiotto creaturale anche se spesso demente), il grande maestro novatese cercò di dare delle parole, appoggiandosi ai silenzi eloquenti dei suoi amati artisti - da Fra Galgario a Géricault a Bacon.

Quando morì mio padre, Giovanni mi telefonò chiedendomi come stavo. Non ci sono parole, risposi. No, replicò lui con inattesa veemenza: le parole ci devono essere, è tuo dovere trovarle. Oggi, molto più di venti e trent'anni fa, questa sua guerra al silenzio ipocrita che inghiotte la parte più bella e vera dell'uomo mi pare la sede definitiva della sua opera e della sua vita.

giovedì 9 agosto 2012

Eco, cattivo maestro dai testi di piombo


di Marcello Veneziani

L’Eco di quarant’anni fa torna a bussare in libreria. Lo ristampa Bompiani e viene riproposto col suo titolo anodino, Il costume di casa, e un sottotitolo allusivo: «Evidenze e misteri dell’ideologia italiana negli anni Sessanta» (pagg. 484, euro 10,90). Il libro è assai istruttivo, coincide con un'epoca cruciale che culmina nel ‘68 e poi si intristisce nei cupi anni seguenti. È un libro coevo, per capire il clima, alla firma di Umberto Eco apposta al manifesto di Lotta Continua contro il commissario Calabresi, poco dopo ucciso su mandato dei medesimi lottacontinuai. [leggi tutto]

© Il Giornale

martedì 10 maggio 2011

Dati anagrafici di “Rabbi Yeshu” (Gesù)

Avviciniamoci in modo più diretto alla figura del Salvatore, come personaggio della nostra storia. Vogliamo, in altre parole, tentare di produrre di lui una specie di Carta d'Identità, come se si trattasse di uno di noi, di un cittadino comune.
Certo, il nostro tentativo avrebbe fatto sorridere i primi illuministi del sec. XVIII, convinti com' erano che si trattasse di una delle solite figure mitiche, poste alla base di qualsiasi religione del mondo.
Avrebbe, al contrario, irritato teologi e liturgisti di epoche recenti, ritenendolo una curiosità irriguardosa, nei confronti del Figlio di Dio. [leggi tutto]
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Don Lucio Luzzi

martedì 11 gennaio 2011

“Mandato di cattura” fogliante per Claudio Magris

Imperdibile Pietrangelo Buttafuoco che, su Il Foglio, gliele canta a dovere a Claudio Magris - epigono della deceduta cultura tergestina.

Questa la sintesi della traduzione del Magris al confino, da parte di un drappello di arditi: «Un manipolo di squadristi, su ordine della Polizia fogliante, marcia nottetempo su Trieste per un’azione meritoria: la traduzione in side-car dello scrittore alleato del luogo comune».
Il “mandato di cattura” è varato «affinché l’Italia sia mondata dalla piaga conformista» e da «sedimenti di untuoso e immorale umanitarismo imbecille».
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silvio

lunedì 10 gennaio 2011

Cinque brevi letture per cominciare bene la settimana

Vi suggerisco un percorso impegnativo, ma i testi sono brevi e quella di Alleanza Cattolica su Facebook è una scuola che non chiude mai.

1. Cominciate con i battesimi del Papa di domenica nella Cappella Sistina.

2. Continuate con la controversia sul tricolore.

3. Il che vi farà venire voglia di sapere cosa pensa Marco Invernizzi, di Alleanza Cattolica, delle esternazioni del presidente Napolitano sul Risorgimento.

4. Fate un intermezzo con il film "Hereafter" di Clint Eastwood, commentato e criticato da Luca Finatti, di Alleanza Cattolica.

5. Concludete con un piatto forte: il discorso del Papa del 10 gennaio al Corpo Diplomatico sulla libertà religiosa, per me un'agenda anche per il mio incarico all'OSCE.

In Jesu et Maria

Massimo Introvigne

mercoledì 1 dicembre 2010

“La speranza è una truffa” dice Monicelli


Il suicida oggi, spesso inviato ignaro da Baal Zebub o Asma Daeva (non so bene), sta cercando di far passare una fregnaccia, travestendola da beau geste.
Mario Monicelli ci lascia in eredità la rivoluzione. Chissà se, tra la massa mediocre, ci sarà qualcuno al corrente che il rivoluzionario non ha un futuro se non il suicidio. Si suicida, perché resta senza speranza di poter sovvertire alcunché.
Questa l’ultima sentenza del “maestro”: «La speranza è una truffa, è una trappola, è una parola che non va mai pronunciata. La speranza è dei potenti per tenere a bada i subalterni. È una parola che usano i religiosi che vi dicono: ‘state buoni, pentitevi, chiedete perdono che nell’altra vita tutto andrà bene e sarete ricompensati’. […] Non bisogna avere speranze, bisogna avere desideri, mete e traguardi da raggiungere». No, dice Monicelli, non abbiate speranze, accontentatevi del traguardo della tomba.
Si suicida anche un prete molestatore che, smascherato, aveva commesso un crimine immensamente maggiore della molestia: aveva cercato di stravolgere la verità, aveva minimizzato, non era corso ai piedi di Gesù implorando il perdono. Lo avrebbe certamente ottenuto. No, ha scelto la via di Giuda.
Quanto a me… mi tengo la speranza. Non mi accontento. I venerati “maestri” vadano ad insegnare altrove.
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silvio

giovedì 14 ottobre 2010

Paideia

«Si potrebbe quasi dire, come è stato argutamente osservato, che il cristiano è sempre, per definizione, un intellettuale, anche quando si tratta di un contadino analfabeta, perché gli è comunque richiesto - ovviamente nei limiti e nei modi appropriati alle sue capacità intellettuali - di conoscere e comprendere un credo.»
Leonardo Lugaresi - © L’Osservatore Romano

Il prof. Lugaresi, docente di Filologia classica e medievale, spiega con acume l’importanza peculiare del «Lògos Protrettico, Pedagogo e Didàskalos» nel cristianesimo. In altre parole, Dio si è rivelato come un Padre che vuole salvare l’umanità anche con la pazienza dell’educazione, della pedagogia, della didattica.
Se ne accorsero, ad esempio, già i greci e già con Socrate - e anche prima.
Ma quasi mai i cristiani considerano l’importanza delle humanae litterae: «Come lamenta Clemente Alessandrino, “a quanto pare, i più di coloro che si fregiano del nome (di cristiani), come i compagni di Ulisse, coltivano il Lògos rozzamente: essi passano oltre, non alle Sirene, ma al ritmo e alla melodia, essendosi turati le orecchie per ignoranza, giacché sono persuasi che non ritroverebbero più la via del ritorno una volta porto orecchio alle dottrine greche”».
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silvio

mercoledì 13 ottobre 2010

Il tempo è galantuomo


La Scuola di Bologna ne ha combinata un’altra delle sue.
Pubblica un Dizionario incompleto, ideologico e fazioso.
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silvio