Visualizzazione post con etichetta Interviste. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Interviste. Mostra tutti i post

mercoledì 10 luglio 2013

Biffi: catechismo secondo Pinocchio

di Filippo Rizzi

Quest’anno ricorre un importante anniversario, dall’alto valore simbolico per la biografia del cardinale Giacomo Biffi: i 130 anni (era il febbraio del 1883) dalla prima edizione de Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi, alias Carlo Lorenzini. Un anniversario che tocca nel profondo le corde più intime della sua memoria di «pinocchiologo», come ama definirsi il cardinale. Lo spunto di questi 130 anni (1883-2013) rappresenta l’occasione per l’arcivescovo emerito di Bologna (che da poco, il 13 giugno scorso, ha compiuto 85 anni) di riprendere in mano e di rileggere il suo saggio, pubblicato dal 1977 dalla Jaca Book e ristampato ininterrottamente in varie edizioni fino ad oggi, Contro Maestro Ciliegia. L’ammirazione per Le avventure di Pinocchio è nata in Biffi nel 1935 e non si è mai sopita, tanto che il cardinale è sempre tornato a parlarne e discuterne in dibattiti pubblici, molto dei quali dedicati al nostro Risorgimento, negli anni del suo lungo ministero di arcivescovo di Bologna (1984-2003) e non solo. «Del mio primo incontro con il libro di Pinocchio conosco con esattezza la data: 7 dicembre 1935. Me lo comprò mio padre alla fiera di Sant’Ambrogio, quando avevo sette anni – rammenta dalla sua abitazione sulle colline bolognesi il porporato di origini milanesi –. Ricordo che era un’edizione economica. Fu così che il fatale burattino entrò nella mia vita, e vi rimase». Una passione maturata negli anni successivi, tanto da rileggere il testo di Collodi come un vero «capolavoro teologico e di introspezione» già tra i banchi di scuola: «Una prima illuminazione la ebbi in terza liceo dalla lettura di un saggio di Piero Bargellini: Pinocchio ovvero la parabola del figliol prodigo. Poi vennero gli studi di teologia. La mia tesi di dottorato su "Colpa e libertà nella condizione umana" fu tutta debitrice al libro di Collodi. Solo che dovetti scriverla in un linguaggio accademico, col risultato che fu apprezzata da tutti e letta da nessuno…».

Come nacque, sul finire degli anni Settanta, l’idea di un libro proprio su Pinocchio?

«Rammento che ne parlai con il cardinale Giovanni Colombo, di cui in quegli anni ero vescovo ausiliare a Milano, e la sua risposta alle mie esitazioni: "Dipende da quello che scriverà". Tutto ciò mi spinse a compiere l’impresa di un commento teologico. L’idea mi solleticava da tempo. E infatti in quel racconto riscontrai da subito non solo il carattere giocoso di intrattenimento e pura evasione: conteneva un messaggio che svelava il mistero centrale dell’universo. Ai piccoli lettori non diceva tanto come dovessero comportarsi, bensì narrava la storia dell’uomo e presentava il senso dell’esistenza. Ed era in fondo la storia che ci è insegnata dalla Rivelazione cristiana. Il successo di Pinocchio è ancora, a 130 anni dalla sua pubblicazione, un enigma straordinario. Nacque per caso, scritto di malavoglia da Collodi per un giornale di bambini, a puntate irregolari e interrotto due volte, la prima con la convinzione di concluderlo per sempre. E invece è l’unico libro uscito in Italia dopo l’Unità che abbia avuto un successo mondiale. La spiegazione è una sola. Contiene un messaggio eterno, che tocca le fibre del cuore di tutti gli uomini di ogni tempo e cultura».

Un libro, eminenza, che insomma suggerirebbe di leggere anche ai ragazzi di oggi presi da ben altre distrazioni: videogiochi, internet…

«Certamente, anche perché si tratta di un magnifico catechismo adatto ai bambini come agli adulti. Pinocchio è la verità cattolica che erompe travestita da fiaba. E soprattutto facciamo bene a darlo in mano ai ragazzini, in una società come la nostra così distratta, affascinata dalla civiltà dell’immagine e catturata più dalle cose superficiali che da quelle sostanziali. In quelle pagine vi è in fondo, a mio giudizio, la sintesi dell’avventura umana. Comincia con un artigiano che costruisce un burattino di legno chiamandolo subito, sorprendentemente, figlio. E finisce con il burattino che figlio lo diventa per davvero. Ma c’è anche molto di più. C’è, ad esempio, Lucignolo che rappresenta la perdizione: dove il destino dell’uomo non sempre è a lieto fine. C’è la figura di Maestro Ciliegia, vero maestro dell’antifede: un personaggio che non vuole andare al di là di ciò che vede e tocca. Quello che mi ha sempre colpito è l’oggettiva concordanza di struttura tra la fiaba e l’ortodossia cattolica».

Un testo che per buona parte del Risorgimento ha rappresentato una specie di «Bibbia mazziniana» e in cui lei ha invece scovato una profonda e sotterranea «anima cattolica»…

«La tesi del mio saggio è stata quella di uscire da una certa retorica risorgimentale e sfatare qualche luogo comune. Già nel 1860 Collodi appare deluso dagli esiti dell’avventura unitaria (alla quale aveva dato il suo apporto partecipando alle due prime guerre di indipendenza). Successivamente, a poco a poco, dimostra di non aver più fiducia negli uomini che contano; pare addirittura essersi convinto che gli adulti sono "irredimibili" e perciò decide di rivolgersi nei suoi scritti soltanto ai ragazzi. Chi sono i suoi lettori? Sono i ragazzi del 1881, l’anno in cui Collodi scrive Pinocchio; non sono né sabaudi né repubblicani né anticlericali né clericali: nessuna ideologia li aveva ancora raggiunti. Ma non sono dei barattoli vuoti. Sono i ragazzi del catechismo, delle prediche del parroco, delle preghiere delle mamme, dei dipinti delle chiese. Non conoscono le ideologie, conoscono la verità cattolica. L’autore vuole così entrare in comunione di spirito con loro. Collodi ha voluto dunque scrivere una storia che, per parlare alla mente e al cuore dei piccoli, li andasse a trovare dove di fatto stavano, nel loro mondo spirituale con le loro persuasioni».

Una figura chiave della fiaba è la Fata turchina. Cosa rappresenta nella vicenda di Pinocchio questo personaggio?

«Ne Le avventure di Pinocchio compare con la Fata turchina l’idea della redenzione e il "principio femminile della salvezza"; in lei vi è la salvezza donata dall’alto: e quindi Cristo, la Chiesa, la Madonna. Lo straordinario personaggio della Fata dai capelli turchini è posto appunto a indicare l’esistenza di questa salvezza che è donata dall’alto e può guidare al lieto fine la tragedia della creatura ribelle. Il protagonista raggiunge così il suo riscatto, e in tal modo scampa alla sorte di Lucignolo che non si è ravveduto; tutto si conclude con il ritorno al padre».

Un libro che ci aiuta anche a riflettere sul mistero del male e sul tema della libertà. Quale è la sua considerazione a riguardo?

«Nella favola le forze malefiche sono rappresentate vivacemente nelle figure del Gatto e della Volpe. Ma più di tutti l’Omino, corruttore mellifluo, insonne. Memorabili sono le sue parole: "Tutti la notte dormono, io non dormo mai". E poi c’è il tema della libertà. Basti pensare alla scelta di un burattino legnoso come protagonista della narrazione, anch’essa una cifra: è in fondo il simbolo dell’uomo, che da ogni parte viene condizionato, è schiavo degli oppressori e dei persuasori occulti. E rimane legato a fili invisibili che determinano le sue decisioni e rendono illusoria la sua libertà. Se Pinocchio non resta prigioniero del teatrino di Mangiafuoco è perché a differenza dei suoi fratelli di legno riconosce e proclama di avere un padre. È questo il segreto della vera libertà, che nessun tiranno può portar via».

Eminenza, si può parlare di un Collodi credente e «cattolico a modo suo»?

«Collodi aveva una sua fede. "Non sono miscredente. Stia tranquilla che ci credo", disse una volta alla madre Angiolina Orzali. A questa figura il Lorenzini rimase sempre legato. Un po’ tutti questi uomini del nostro "laico" Ottocento dovevano vedersela con una madre dalla fede limpida e viva. E poi nella sua formazione cattolica ha sicuramente contato, negli anni giovanili, la frequentazione del seminario di Colle Val d’Elsa e lo studio di retorica e filosofia presso i padri scolopi a Firenze. L’ipotesi più semplice è che proprio nei mesi della stesura finale del libro, magari con l’affettuosa e illuminante assistenza della mamma che in quel tempo gli è sempre stata vicina, il Collodi abbia riscoperto la visione e le certezze della sua prima età. E il successo e la diffusione universale di Pinocchio forse trovano qui la "ragione sufficiente". In questa favola, fantasiosamente immaginata e scritta splendidamente, tutte le genti intuiscono che c’è qualcosa di eterno e di cosmicamente vero».


martedì 7 maggio 2013

“Fu Giulio il vero artefice del Concordato del 1984”


A Vatican Insider l’amico cardinale Silvestrini “Con quel documento l’Italia non era più un paese confessionale, ma si garantivano spazi e diritti alla Chiesa"

di Giacomo Galeazzi

"E' stato un grande statista, non si capisce la storia d'Italia del Novecento senza il ruolo fondamentale di Giulio Andreotti". A rendere omaggio al politico-simbolo della Dc è l'amico di una vita, il cardinale Achille Silvestrini, ex ministro vaticano degli Esteri e prefetto delle Chiese orientali, che per mezzo secolo è stato il più fedele referente Oltretevere del sette volte presidente del Consiglio. Un amico, un consigliere, un interlocutore, quasi una persona di famiglia. "Il mio primo pensiero oggi è stato per la carissima moglie Livia, che è stata sempre il suo angelo custode", afferma il diplomatico di lungo corso della Santa Sede.

Eminenza, chi è stato davvero Giulio Andreotti?

"Un eccellente esponente del cattolicesimo politico italiano. Un vero servitore dello Stato e un fedele figlio della Chiesa. Da quando era il braccio destro di De Gasperi e fino all'epilogo della Guerra Fredda, Andreotti ha elaborato e attuato una coerente strategia politica fondata sul senso dello Stato e la fedeltà ai valori cristiani. Mai in Vaticano sono venute meno la stima e la fiducia nei suoi confronti. E' stato l'uomo che avuto il coraggio e la forza, a cavallo tra i turbolenti anni '70 e '80, di condurre in porto il nuovo Concordato tra Stato italiano e Vaticano, il documento che ha sostituito quello del 1929, e che ha ridefinito il quadro dei rapporti tra le due sponde del Tevere".

Qual è il suo merito maggiore?

"Durante la Guerra fredda è stata determinante la sua vasta rete di contatti internazionali. Sullo scacchiere e negli annali resterà sopratutto quello che ha costruito nella storia tra Italia e Santa Sede. Ma fu molto importante anche la funzione discreta e competente svolta negli anni della ostpolitik come cerniera tra Oriente e Occidente. Conosceva personalmente tutti da Kissinger ai capi di governo dell'Europa comunista". 

Lei, come contatto-chiave nella città leonina dei governi italiani che si sono succeduti nel secondo dopoguerra, conosceva Andreotti dal 1953. Quando cominciò la vostra frequentazione?

"Nell'ultima parte del pontificato di Pio XII. Andreotti era collaboratore di De Gasperi e spesso interloquiva in Vaticano per conto del presidente del Consiglio. Io prestavo servizio in Segreteria di Stato. Da allora ci siamo sempre sentiti con regolarità e con crescente familiarità. Il suo capolavoro fu appunto la revisione del concordato, firmata il 18 febbraio del 1984. Fu decisivo il lavoro di quasi otto anni voluto tenacemente da Andreotti".

Nel post-sessantotto della legge sul divorzio e sull'aborto, il vecchio concordato appariva superato, ammuffito. Come intervenne Andreotti?

"Ha adeguato l'intesa ai tempi mutati senza stravolgerne lo spirito. Se nella forma e nel preambolo del protocollo, cadeva ogni riferimento all'Italia come Stato confessionale cattolico, nei diversi paragrafi del testo si garantiva spazi e diritti alla Chiesa e si apriva la strada al successivo accordo per il finanziamento al clero, attraverso l'otto per mille dell'Irpef. Mi vengono alla mente tanti ricordi personali che desidero tenere per me. Con il concordato del 1984, entrava in scena anche un nuovo protagonista, l'episcopato italiano, con il quale da allora lo Stato avrebbe dovuto trattare. E' merito di Andreotti aver voltato pagina. L'assoluta fiducia della Santa Sede nei suoi confronti trovò palese espressione nel pubblico abbraccio di Giovanni Paolo II durante la beatificazione di Padre Pio, quando Andreotti viveva il periodo più buio per le vicende giudiziarie poi terminate a suo favore. E, come lui stesso disse, trovò grande conforto in quel segno di vicinanza e apprezzamento del Pontefice".

Cronache dello scontro/incontro fra Islam ed Europa


Intervista al regista di “11 settembre 1683”, Renzo Martinelli

di Giuseppe Brienza

L’11 aprile è uscito nelle sale italiane “11 settembre 1683”, il film di Renzo Martinelli (Porzûs, Il mercante di pietre, Carnera) che ricostruisce la battaglia svoltasi quell’anno davanti a Vienna con la sconfitta delle forze turco-musulmane, in grande superiorità numerica, ad opera di quelle polacco-asburgico-italiane incaricate di difendere la cristianità europea. Molte sono le sequenze spettacolari che costellano il film, il quale rievoca meritoriamente un evento storico poco conosciuto ma significativo per la vicenda della civiltà occidentale.

La resistenza all’assedio di Vienna riuscì soprattutto grazie all’azione di mobilitazione del frate cappuccino Marco D’Aviano (1631-1699), al secolo Carlo Domenico Cristofori che, battagliero animatore della difesa dell’Europa cristiana seppe, nello stesso tempo, essere conciliante e rispettoso verso l’avversario. Gli islamici, invece, rappresentati dal gran visir Karà Mustafà, appaiono nel film fanaticamente orientati a perseguire a tutti i costi la vittoria finale che li avrebbe portati fino a Roma.

Quali problematiche ed incomprensioni ha dovuto affrontare per aver trattato un tema così scottante come quello del rapporto fra Islam ed Occidente. Il suo lavoro è stato criticato.

Il film mi sembra invece molto equilibrato.

Eppure altri settori della cultura cattolica hanno accolto entusiasticamente “11 settembre 1683”, per esempio lo scrittore Rino Cammilleri che, sul numero di aprile del “mensile di informazione e formazione apologetica”, "Il Timone"l’ha definito «film veramente epico, con una ricostruzione storica impeccabile».

Felice della risposta positiva da parte del mondo cattolico.

E da parte Islamica ha avuto qualche reazione o commento?

Nessuna.

Come nasce il suo interesse per padre Marco d’Aviano, il francescano cui il Papa fece ricorso nel 1683 per mettere d’accordo i principi cristiani ed affidare la difesa della capitale dell’Impero, Vienna, ad un condottiero non d’ascendenze nobiliari ma semplice montanaro come il polacco Jan Sobieskì?

L’idea è nata, dodici anni fa. Eravamo nella valle del Vajont e avevamo organizzato una insolita anteprima. Avevamo programmato di proiettare il film “ Vajont” direttamente sulla pancia della diga. Piccolo particolare: il giorno precedente la proiezione pioveva a dirotto. Io e il mio organizzatore generale, Roberto Andreucci, eravamo sotto una tenda militare e guardavamo costernati il nubifragio. Un tizio, che ancora non conoscevo, mi si era avvicinato. “ come va dott. Martinelli?” aveva chiesto. “ Non va…”avevo risposto. "Non c’è problema…” aveva replicato lui seraficamente. “Abbiamo pregato Padre Marco D’Aviano. domani spiove…”.
L’uomo si chiama Diotisalvi Perin. Grande devoto di Padre Marco D’Aviano. Incuriosito, avevo telefonato ad un mio amico storico. Era arrivato un fax: Marco D’Aviano, il difensore della cristianità alla battaglia di Vienna, il grande sacerdote cristiano che aveva salvato l’Europa dall’assalto delle truppe mussulmane, il taumaturgo che raccoglieva folle di venti, trentamila fedeli nelle piazze dove predicava. Ma, soprattutto, era arrivata una frase che aveva immediatamente acceso la mia curiosità di regista: un altro Undici Settembre. Il primo. Trecento anni fa….
Ecco. L’idea di “11 Settembre 1683” è nata quella notte. Nella valle del Vajont. Insieme alla voglia di rappresentare un mondo cristiano terribilmente simile a quello di oggi: stanco, rassegnato, diviso. Trecentomila musulmani contro settantamila cristiani.

Una curiosità, come mai ad un certo punto Marco D’Aviano predicando la difesa dell’Europa cristiana inizia a parlare in tedesco senza doppiaggio?

E’ accertato che padre Marco alternava italiano e tedesco nelle sue prediche.

giovedì 21 marzo 2013

Il numero uno degli esorcisti: “Monti (e non solo) massone”


Padre Amorth: "Nel mondo comandano 7-8 persone. Hanno pestato i poveri e salvato i ricchi". E sul nuovo pontefice: "Temo che faccia la fine di Papa Luciani"

di Stefano Lorenzetto

Un giudizio senza appello sul capo dello Stato ormai a fine mandato e sul presidente del Consiglio in carica ancora per pochi giorni. Anzi, un anatema, considerato che a pronunciarlo è padre Gabriele Amorth, il più famoso esorcista del mondo, oltre 160.000 riti di liberazione compiuti su indemoniati.
Eccolo, trascritto alla lettera: «Chi comanda è chi ha i soldi. Il nostro mondo è gestito da 7-8 persone che hanno in mano i quattrini. Di Monti cosa vuole che dica? Non per niente è stato messo su da un massone! Perché Napolitano è massone. Non lo conosco personalmente (Monti, ndr), però per essere arrivato così, di colpo, al ruolo che ha... Solo con la potenza della massoneria poteva arrivarci».
È una videointervista che dura quasi due ore, raccolta l'11 marzo. Mi è stato concesso di visionarne un estratto di 24 minuti. Davanti alla telecamera l'anziano sacerdote della Società San Paolo denuncia come l'associazione segreta si sia infiltrata nel cuore stesso della Chiesa: «La massoneria ha i rami dappertutto. Anche in Vaticano, purtroppo. Esiste. Perché è basata sul denaro, sulla carriera. Si aiutano reciprocamente».
In una successiva testimonianza di 15 minuti filmata il 13 marzo, nel pomeriggio in cui il conclave ha eletto il cardinale Jorge Mario Bergoglio al soglio di Pietro, l'esorcista racconta di come la massoneria sia riuscita a cacciare Ettore Gotti Tedeschi dalla guida dello Ior, dove Benedetto XVI l'aveva chiamato per uniformare la Santa Sede alle normative in materia di trasparenza e di antiriciclaggio. In una pausa delle riprese, il paolino ha espresso un terribile presentimento, portandosi una mano sul cuore: «Papa Luciani ce l'ho qua e non vorrei che il nuovo pontefice facesse la stessa fine».
I due video sono stati girati dal regista Massimo Emilio Gobbi, convocato a Roma da un cardinale (non italiano) della curia romana conosciuto anni fa attraverso monsignor Emmanuel Milingo, l'arcivescovo-esorcista dimesso dallo stato clericale nel 2009 e finito a recitare in Kamorrah days, un film di Gobbi. «Il porporato», spiega il cineasta, «mi ha informato che padre Amorth, 88 anni a maggio, intendeva dettare una sorta di testamento spirituale, ma soprattutto farne giungere uno spezzone ammonitorio al presidente degli Stati Uniti. S'è infatti convinto che Barack Obama, protestante aderente alla United Church of Christ, sia passato dalla parte di Satana dichiarando incostituzionale il divieto dei singoli Stati americani alla celebrazione delle nozze gay».
Ma perché il cardinale straniero amico di padre Amorth ha deciso di affidare il delicato compito proprio a Gobbi, autore di film non propriamente per educande? È presto detto: il regista, fondatore del movimento politico «Il Kennedy italiano» ispirato a sé medesimo, nel 2007 incontrò Obama: «Lo conobbi attraverso Ron Paul, candidato alla presidenza degli Stati Uniti, appoggiato con 50 milioni di dollari dal finanziere George Soros, per il quale ho lavorato».
Gobbi riferisce che fra lui e padre Amorth, partigiano a 18 anni nella Brigata Italia, ordinato prete nel 1954 e laureato in giurisprudenza, s'è subito instaurato un clima di grande fiducia: «Nonostante l'età avanzata, ha una lucidità mentale straordinaria. Prima di cominciare le riprese, mi ha persino chiesto: Ha fatto il bianco?. È l'espressione gergale usata dai cineoperatori quando bilanciano la telecamera puntando l'obiettivo su un cartoncino di quel colore».
Mentre il neoletto Papa Francesco manifesta con forza un anelito di spiritualità («ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!»), il vecchio esorcista traccia nella videointervista un profilo esattamente opposto della barca di Pietro: «Purtroppo anche nella Chiesa ci sono quelli che vanno avanti a forza di carriera, a forza di soldi, a forza di corruzione. Anche nella Chiesa c'è una grande massa di massoni. E anche tra i cardinali ce ne sono, altroché, altroché! Perché di fronte al dio denaro uno ammazzerebbe suo padre, sua madre, i suoi figli. Anche un uomo di Chiesa lo fa, se non ha fede. La massoneria è diventata la padrona nella gestione del denaro, un qualcosa di una potenza enorme. Ma cosa crede? Che sia il capoccia degli Stati Uniti, Obama, a comandare? Macché. Gli uomini politici sono tutti soggetti alla massoneria».
A questo punto padre Amorth sferra l'attacco a Giorgio Napolitano, definito senza perifrasi «massone», e a Mario Monti, imposto come premier dal capo dello Stato nel novembre 2011: «Sappiamo solo che hanno pestato i poveri e non hanno toccato i ricchi. Questo lo sappiamo con certezza. Pestato i poveri e non toccato i ricchi», ripete. «Per prima cosa io avrei dimezzato la paga a tutti i parlamentari, ai ministri». E ancora: «Le leggi di Monti... Ho visto varie persone che si sono suicidate in seguito a queste leggi. Un caso comunissimo: un cittadino possiede un appartamentino dove abita, quindi che non gli rende, e non ha entrate. Gli mettono tasse da pagare, e robuste, oltre 2.000 euro l'anno. Che fa? Io ne ho già conosciuti tanti che mi hanno detto: guardi, padre, l'unica soluzione è il suicidio».
«L'intervista con padre Amorth era fissata per il 6 marzo, ma alle 3 di notte ho avvertito un dolore lancinante al petto», racconta il regista Gobbi, cardiopatico iperteso, già colpito da infarto miocardico acuto nel 1992. «Alle 9 del mattino, anziché prendere l'aereo per Roma, sono stato ricoverato all'ospedale civile di Venezia, dove mi è stata diagnosticata un'ischemia coronarica acuta», ed esibisce tanto di referto medico. «Era già stato programmato per l'indomani un intervento chirurgico. Verso sera viene al mio capezzale un medico e mi dice: Lo sa che l'ischemia non c'è più? Completamente sparita. Non riusciamo a capire, e mi ha dimesso».
Gobbi è convinto che il diavolo ci abbia messo la coda. Nonostante la vita sregolata che conduce, il regista dimostra se non altro d'avere più fede di quel cardinale che un giorno gelò padre Amorth con le seguenti parole: «Lei fa l'esorcista, ma lo sappiamo entrambi che Satana non esiste, no? Tutta superstizione. Andiamo, non vorrà farmi credere che lei ci crede davvero?».

domenica 17 marzo 2013

Intervista a S. B. Mons. Fouad Twal


di Silvio Brachetta

Con estrema cortesia il Patriarca latino di Gerusalemme, Mons. Fouad Twal, ha risposto ad alcune domande sulla situazione sociale e religiosa in Medioriente.
S. B. Mons. Fouad Twal, nato a Madaba (Giordania) nel 1940, è stato il primo Vescovo arabo nordafricano, quando nel 1995 divenne Arcivescovo di Tunisi. Mons. Twal ha ricevuto il pallio di Patriarca di Gerusalemme dei Latini dalle mani di Benedetto XVI il 19 marzo 2008.

C’è differenza tra la vita dei cristiani in Terra Santa e in Africa del nord?

Ringrazio e saluto cordialmente i lettori del vostro Settimanale. Sono felice di essere con voi per questi due giorni. Ho servito per tredici anni a Tunisi, come Arcivescovo e Presidente della Conferenza episcopale del Nordafrica. Benché l’Africa del nord sia geograficamente situata in Africa, socialmente è piuttosto una realtà simile al mondo musulmano arabo mediorientale. Non è cioè il mondo africano tradizionale. Poi ho notato che l’Islam dell’Africa nera [interna, ndr] è più dolce e non così esigente come l’Islam del mondo arabo in Nordafrica o in Medioriente. Si tratta, in questo secondo caso, di un Islam più duro, che parla una stessa lingua araba, per evidenti legami religiosi. C’è anche un comune fondamento tradizionale. L’Islam dell’Africa nera è invece dolce a tal punto, che nella stessa famiglia si possono trovare fratelli e sorelle di religioni differenti. Non stupisce trovare famiglie cristiane e, allo stesso tempo, musulmane. Questo non potrebbe mai capitare nel mondo arabo musulmano, che è più fanatico.

Le autorità ebraiche di Gerusalemme sono ostili solo ai musulmani o anche ai cristiani?

Questo è un tema molto delicato. Do l’esempio di Gaza, dove abbiamo avuto la guerra, anche di recente. Una bomba o un missile israeliano che viene dal cielo non chiede, prima di cadere, chi è cristiano o musulmano. In genere i cristiani e i musulmani di Terra Santa parlano l’arabo e, agli occhi degli israeliani, sono difficilmente riconoscibili. I cristiani sono parte integrante della popolazione e non vi sono differenze evidenti, soprattutto ai checkpoint [posti di blocco, ndr] israeliani: non chiederanno mai chi è cristiano o musulmano. La distinzione, da parte israeliana, è solo tra ebrei e non ebrei. Gli israeliani non sono molto aperti agli altri. Sono un popolo chiuso, che ha sempre avuto paura del passato e del presente. Alimenta e ama la paura anche a proposito dell’Olocausto, che è certamente un crimine innegabile contro l’umanità, ma che però non può diventare un pretesto per vivere solo nel passato. Vivere sempre nel passato fa male alla salute dell’anima e del corpo. Meglio guardare al futuro.

Lei ha incontrato recentemente (9 gennaio 2013) Teofilo III, Patriarca greco ortodosso di Gerusalemme. Qual è la situazione circa le altre confessioni cristiane?

La Chiesa greco ortodossa ha la testa e il cuore maggiormente rivolti alla Grecia. Vengono in Terra Santa e a Gerusalemme più che altro per gestire i tanti beni immobiliari che possiedono. Fanno poco dal punto di vista pastorale. Hanno poche scuole, nessuna università né ospedale. In ogni caso, in Terra santa abbiamo cristiani latini, ortodossi e protestanti. La maggioranza latina è dotata di scuole, università e strutture di vario tipo.

Uno dei suoi desideri è quello della formazione giovanile, per assicurare una speranza al futuro. Ha preso iniziative in questo senso?

Io tengo all’educazione e credo in essa. Questo è il motivo per cui da alcuni anni abbiamo fondato la nuova Università di Madaba in Giordania, con la benedizione del Santo Padre. Devo dire che è la mia priorità, per il momento. L’Università ha più di ottocento studenti.

Il culto è libero a Gerusalemme?

I problemi sono tanti. C’è l’occupazione israeliana, c’è disoccupazione tra la gente, c’è l’immigrazione di cristiani che fuggono dalle zone di guerra e il numero dei cristiani qui residenti è sempre più ridotto. Comunque la libertà di culto esiste ovunque, a parte nei territori occupati militarmente da Israele, dove siamo in una situazione di guerra e di violenza: in questo caso non è garantita la libertà di accesso ai luoghi santi per i cristiani. È necessaria una lunga trafila burocratica per ottenere i permessi.

Qual è stata la sua formazione religiosa?

Sono nativo della Giordania. Siamo i primi cristiani della regione, siamo cristiani prima dell’arrivo dell’Islam, siamo la prima comunità cristiana nella storia, siamo i discendenti degli Apostoli. Siamo tutto questo e tutto questo ci ha dato una responsabilità particolare.

lunedì 11 marzo 2013

«Tempi da Anticristo, un Papa guerriero ci guiderà»


di Riccardo Cascioli

«Si avvicina il tempo della grande prova, e l’unico modo per rispondere è una riforma della Chiesa attraverso la santità». Padre Livio Fanzaga, direttore e vera anima di Radio Maria, non ha dubbi. Guidato anche dai messaggi trasmessi dai veggenti di Medjugorje, sa leggere in profondità questo nostro tempo così pieno di incognite, con un mondo attraversato da una grave crisi, morale ancora prima che economica, e una Chiesa che aspetta l’elezione del nuovo Papa tra tensioni e divisioni. [leggi tutto]

© La Nuova Bussola Quotidiana

venerdì 8 marzo 2013

Annunciare Cristo senza reticenze


Intervista a S.E.R. Francesco Moraglia, Patriarca di Venezia

di Silvio Brachetta

Tra coloro che hanno accolto con entusiasmo l’iniziativa di Benedetto XVI d’indire l’Anno della Fede c’è sicuramente il Patriarca di Venezia, mons. Francesco Moraglia, che ha scritto negli ultimi mesi - il 14 ottobre 2012 e il 2 febbraio 2013 - ben due Lettere per la propria Diocesi, sul tema proposto dal Papa. Nei due testi il Patriarca ripropone e commenta estesamente il pensiero del Pontefice, trattando della fede, a cominciare dalle esperienze veterotestamentarie di Abramo e Mosè. [leggi tutto]

© Vita Nuova

sabato 12 gennaio 2013

Crepaldi: «Cattolici in politica? I fedeli sono confusi»


L’arcivescovo di Trieste: «A Todi si è discusso troppo di Berlusconi e di Monti. I principi non negoziabili sono temi apparentemente meno urgenti ma importanti per una buona vita»

di Andrea Tornielli

La collocazione dei cattolici in tanti partiti è così ampia da produrre «disagio» e confondere i fedeli. Ne è convinto l’arcivescovo di Trieste Gianpaolo Crepaldi, presidente dell’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuan sulla dottrina sociale della Chiesa e autore del libro «Il cattolico in politica. Manuale per la ripresa» (Cantagalli 2010). [leggi tutto]

© Vatican Insider

lunedì 1 ottobre 2012

venerdì 31 agosto 2012

Idee sillabiche di un vescovo


di Camillo Langone

Il più cattolico dei pochi vescovi italiani cattolici si trova all’estero, a San Marino. “Lei vive in una cartolina!” esclamò Benedetto XVI l’estate scorsa, durante la visita nella diocesi. “Sì, ma è una cartolina che non viene spedita mai” rispose monsignor Luigi Negri.
Un altro vescovo sicuramente cristiano, sebbene di prosa un po’ democristiana (monsignor Crepaldi), alligna a Trieste che è città importante però ai confini della nazione e del dibattito.
Un terzo vescovo sul quale metterei la mano sul fuoco (monsignor Oliveri) risiede in fondo alla Liguria, fra Albenga e Imperia, che non sarà ancora Francia ma certo non è il cuore dell’Italia. [leggi tutto]

© Il Foglio

lunedì 2 luglio 2012

«Quella del Papa non è una voce tra le altre»


Il nunzio in Indonesia: «La mentalità corrente vede nell’autorità un limite e un ostacolo alla libertà, anziché un aiuto a vivere la libertà secondo verità e per il vero bene di tutti»

di Andrea Tornielli

«La voce del Papa non è una voce tra le altre». Lo ha detto l’arcivescovo Antonio Filipazzi, nunzio apostolico in Indonesia, nell’omelia tenuta ieri pomeriggio nella cattedrale di Jakarta per la festa di San Pietro e Paolo.
Citando il Concilio Vaticano II, il nunzio ha ribadito: «è molto importante che ciascun fedele e ciascuna comunità cristiana sia in piena comunione con il Papa». «Intendiamoci bene – ha aggiunto – non si tratta semplicemente di un sentimento di simpatia, di un interesse intellettuale per quanto dice, o di atti solo esteriori di entusiasmo nei suoi confronti. Al Papa si deve essere legati da vincoli oggettivi, visibili, concreti, quei vincoli che ci uniscono fra noi nella Chiesa». [leggi tutto]

© Vatican Insider

sabato 2 giugno 2012

Il grave tema delle dichiarazioni di fine vita


Intervista a mons. Giampaolo Crepaldi Arcivescovo di Trieste

di Stefano Fontana

Eccellenza, da qualche giorno gira in internet il testo di una mozione che il gruppo del Pd in Consiglio comunale si accinge a presentare alla discussione e alla eventuale approvazione. La mozione, in sintesi, invita il Comune di Trieste ad istituire un Registro delle dichiarazioni anticipate di trattamento (DAT). Ha avuto modo di leggere questo testo?

Sì, ho avuto modo di leggerlo. Aggiungo che l’ho fatto con grande attenzione, con viva preoccupazione e con sofferta sorpresa.

Perché con “sofferta sorpresa”?

Perché l’iniziativa mi pare evidentemente ideologica e strumentale. Con tutti i problemi che esistono in questa città di lavoro, di fabbriche e di attività commerciali che chiudono, di giovani che non riescono a inserirsi da nessuna parte, di famiglie in grave difficoltà, di povertà in aumento, non si trova di meglio che chiedere questo Registro che, come tutti sanno, non è previsto da nessuna legge e dunque è completamente inutile. [leggi tutto]

© Vita Nuova

venerdì 11 maggio 2012

Intervista a Andrea Tornielli


di Silvio Brachetta

Più che saggi, il cronista e scrittore cattolico Andrea Tornielli, produce tomi di giornalismo d’inchiesta: quasi un nuovo genere letterario, almeno da quando Vittorio Messori fece scuola con il suo “Ipotesi su Gesù” (1976) e ridestò l’apologetica. Attività meritoria e tutt’altro che statica, quella di Tornielli, che è riuscito a pubblicare una cinquantina di libri. E sono scritti di puro contenuto: vite di papi, inchieste sui miracoli, su Gesù o sui luoghi di devozione mariana.
Lo abbiamo intervistato a proposito dell’opera in due volumi “Gesù di Nazaret” di Benedetto XVI.

Dott. Tornielli, Benedetto XVI si è avvalso, nella redazione dei libri su Gesù, anche del metodo storico-critico, che è un approccio al testo di tipo scientifico, mediante discipline filologiche o papirologiche. Quali sono i limiti e i meriti che il Papa riconosce a questa metodologia?

Per certi versi, questo metodo, è anche una conquista. Ricordiamoci dell’Enciclica “Divino afflante Spiritu” (1943) del Pontefice Pio XII, che apre al metodo storico-critico. Ma, allo stesso tempo, Benedetto XVI dice che non può bastare semplicemente questo approccio, perché c’è anche una conoscenza del mistero di Cristo e della figura di nostro Signore che passa attraverso un incontro reale con Lui, nella nostra vita. La cosa interessante del secondo libro, come anche del primo, è che si tratta di un’opera scritta da un innamorato. Per questo, allora, non è un lavoro esclusivamente scientifico - e, di certo, seriamente scientifico. Si può considerare, lo ripeto, un’opera scritta appunto da un innamorato. Quella che coinvolge l’amore è una conoscenza che va oltre il metodo scientifico.

In che modo le discipline filologiche o storiografiche possono offrire argomenti portanti alla storicità di Gesù Cristo?

Il metodo storico-critico è una metodologia di approccio al testo evangelico. I Vangeli, al di là del metodo che si è scelto di adottare, contengono tanti indizi importanti di storicità. Innanzi tutto, è da evidenziare che non si è trovato nemmeno un mezzo versetto del Vangelo che sia stato contraddetto da una qualche scoperta storica, archeologica o papirologica. Anzi, più ci si addentra nelle conoscenze offerte da queste scienze, che non sono propriamente attinenti all’esegesi [interpretazione del testo, ndr], maggiori sono le conferme al fatto che il racconto dei Vangeli è perfettamente calato nel proprio tempo. E, per tale motivo, il racconto è perfettamente coerente con quel tempo. Quindi, parallelamente al procedere della ricerca scientifica, si trovano più numerosi riscontri alla storicità dei Vangeli.

Qual è il capitolo o l’argomento che più l’ha interessata?

Le pagine che mi hanno maggiormente colpito sono nel capitolo sulla Resurrezione, dove il Papa parla della novità del risorgere dai morti: ovvero, di ciò che potremmo chiamare un grande big bang. Credo valga la pena di leggere i libri anche solo per questo capitolo.

E qual è la peculiarità dell’opera, di fronte ad altre importanti “vite di Gesù” di altri autori?

Non è una “vita di Gesù” del tipo, ad esempio, di quella dell’abate Giuseppe Ricciotti. È piuttosto un libro fatto da un sacerdote che vuole mostrare come il modo più ragionevole per presentare il Cristo della fede è indicare il Gesù della storia. Cioè le due figure coincidono. I libri sono stati scritti dal Papa per recuperare la frattura tra le due figure; frattura che in realtà non c’è. È questo il modo più ragionevole per leggere il Gesù della storia e il Cristo della fede.

© Vita Nuova