domenica 20 gennaio 2008

L`orgoglio laico di saper ascoltare il Pontefice


«Colpisce come molti non credenti - non solo in Italia ma negli Stati Uniti, in Francia e perfino in Cina - abbiano aderito all´appello del cardinale Ruini per esprimere a Piazza San Pietro solidarietà a Benedetto XVI. E molti fanno riferimento al magnifico discorso, diffuso dalla Santa Sede, che al Papa è stato impedito di pronunciare alla Sapienza. La linea che percorre tutto il magistero di Benedetto XVI è che oggi non è in crisi soltanto la fede, ma anche la ragione. Ai credenti nelle varie religioni - specie a quelli, come i musulmani, da qualche secolo sospettosi nei confronti della ragione - il Papa ricorda il necessario dialogo fra fede e ragione. Ai non credenti Benedetto XVI parla in nome della ragione, che sola può costruire quella che il Papa chiama una grammatica comune della vita sociale che s´imponga ai cattolici come agli atei, ai cristiani come ai musulmani e ai buddhisti, e consenta loro di vivere in pace.

Mentre altre voci tacciono, quella del Papa si leva alta e forte per difendere l´esistenza della verità, la capacità della ragione umana di conoscerla - sia pure mai in modo completo e perfetto - e di trarne regole comuni su temi come la libertà, la giustizia, la vita, la famiglia.

Nel discorso che avrebbe voluto pronunciare alla Sapienza Benedetto XVI affronta le due principali obiezioni che gli sono rivolte su questo punto. C´è, anzitutto, chi sostiene - come Vattimo e altri teorici del relativismo - che la verità non esiste. Ciascuno ha la sua verità, e nessuna è più vera delle altre.
Il Papa risponde, con il filosofo non credente Jürgen Habermas, che questa è una posizione che nel 2008 semplicemente non ci possiamo permettere. Se la verità di chi difende la libertà e la giustizia è considerata moralmente uguale alla verità di Hitler o di Bin Laden rimaniamo disarmati di fronte al nazista o al terrorista.
La stessa democrazia, scrive Habermas, può oggi essere difesa solo con argomenti «sensibili all´idea di verità».

Secondo: anche tra chi non nega il valore della ragione, c´è chi sostiene che il Papa in realtà «trae i suoi giudizi dalla fede» e poi li spaccia come razionali. Bene, risponde Benedetto XVI: giudicate i miei argomenti in modo laico, sulla base del vostro esercizio della ragione e del buon senso. Il Papa cita un altro filosofo non cattolico, John Rawls, il quale sosteneva che i giudizi proposti dalla Chiesa in nome della ragione non devono essere considerati a priori più veri di quelli esposti da altri; ma neanche pregiudizialmente meno veri solo perché è la Chiesa a proporli. Anzi, la Chiesa per Rawls ha dalla sua una lunga «tradizione responsabile e motivata», per cui va semmai ascoltata con più attenzione dell´ultimo sofista.

È perché vedono in lui, contro un relativismo che disarma l´Occidente nei confronti dei suoi avversari, un testimone appassionato della ragione e della libertà, che tanti non credenti sono oggi in piazza a fianco del Papa.
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luca

Pensiero della Domenica - 30

A cura del sito “Vie dello Spirito

II^ T.O. - 20/01/2008

Ecco l'Agnello di Dio


Anche in questa settimana, i personaggi che ci propone la Liturgia, sono Gesù e suo cugino Giovanni Battista che ha il compito di preparare la via del Messia, il Salvatore.
Quando lo vide arrivare lo additò alla sua gente.
Leggiamo insieme il brano del Vangelo di Giovanni: “...Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui, disse: Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”.
"Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché Egli fosse manifestato in Israele... Colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo. Ed io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio”.
Bella testimonianza del Battista; non parole di convenienza, non prova della sua parentela, ma annuncia a tutti che il Cristo finalmente è in mezzo a noi.

Questa figura austera e scarna di Giovanni è un bell’ esempio dell’accettazione e il compimento della volontà di Dio.
La sua missione è questa e la svolge fino in fondo; non ne trarrà per sé stesso nessun beneficio.
Non ebbe paura di Erode quando pubblicamente le disse: “...Non ti è permesso di convivere con Erodiade, moglie di Filippo tuo fratello…”.
Non tardò la vendetta di Erode che lo fece arrestare e gettare nel carcere di Macheronte.
Si completerà il delitto, con Erodiate che vuole in dono su un piatto, la testa sanguinante di Giovanni Battista.
Quando noi diciamo: “Sia fatta Signore la tua volontà”, a parole è molto facile; ma l’accettazione completa, ci porta spesso alla ribellione.
Giovanni Battista accetta fino in fondo la volontà di Dio. Conclude la sua esistenza fallimentare e viene spontaneo per noi dire “...Ma chi glielo ha fatto fare…” ma lui è nella gloria e felicità eterna!

Cosa sarà di noi con i nostri continui condizionamenti, con le nostre ribellioni quando la vita ci riserva tribolazioni e guai...!
Ripetiamo con fede il Salmo responsoriale: ”... Ecco,Signore, io vengo per fare la tua volontà… ho sperato, ho sperato nel Signore ed egli su di me si è chinato...”.
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Don Lucio Luzzi

sabato 19 gennaio 2008

venerdì 18 gennaio 2008

Trieste è con il Papa

«Uno striscione con la scritta “Trieste con il Papa” è stato esposto nella serata di ieri sulla facciata del Municipio del capoluogo giuliano, nella storica Piazza dell’Unità d’Italia. Lo striscione, che è lungo oltre sei metri e alto più di due, resterà esposto per alcuni giorni, con la sua scritta nera su fondo bianco.

“E’ un messaggio di solidarietà nei confronti del Pontefice - ha spiegato il sindaco, Roberto Dipiazza (Fi) - ma anche un segnale di allarme per il grave gesto illiberale che è stato compiuto all’Università La Sapienza”. Secondo il primo cittadino di Trieste, l’episodio di Roma “non è che l’ennesimo segnale di una perdita generale di valori e del rispetto nei confronti dei simboli della nostra Religione. Un atto compiuto con violenza da una sparuta minoranza. Per questo credo bisogna reagire, a difesa della libertà di espressione, anche con una presa di posizione pubblica e visibile - ha aggiunto - come quella che abbiamo scelto oggi”.

“La città di Trieste - ha proseguito Dipiazza - è sempre stata un modello di civile convivenza fra le diverse comunità religiose che storicamente compongono la nostra collettività. Proprio per questo sentiamo molto forte i valori della libertà e della tolleranza, quei valori - ha concluso - che nei confronti del Papa sono vergognosamente mancati”. (ANSA).»

Fonte: Trieste Rvnet
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silvio

giovedì 17 gennaio 2008

Legge 194 - 6

Il caro collega di Leggenda nera mi invia un articolo tratto da Il Timone n. 68, del gennaio 2008.
Lo potrete leggere integralmente sul suo sito.

Il esso, Mario Palmaro ripropone la prassi - che mi trova d’accordo - da tenere nei confronti della Legge 194/78, che di fatto legalizza l’aborto: creare le condizioni politiche e culturali che permettano di abrogarla o modificarla, in quanto legge «intrinsecamente ingiusta».
Palmaro si lamenta della seguente situazione «paradossale»: «sia gli abortisti che gli antiabortisti sembrano convergere sulla medesima posizione pratica. E cioè: la legge 194 non può essere assolutamente essere messa in discussione».

Si verifica in tal modo una sorta di difesa al principio del «diritto di aborto», che dovrebbe comunque essere assicurato alle donne.
Palmaro conclude rilevando un pericolo: con il passare del tempo, le leggi ingiuste potrebbero diventare giuste (o almeno non del tutto ingiuste), agli occhi della pubblica opinione.

Personalmente sono convinto che il compito del cristiano sia quello di testimoniare sempre ed in qualsiasi contesto la legge naturale (che si completa nella legge dell’amore), che ci è stata rivelata da Dio.È necessario più che mai dire al mondo che tutto quello che è male non può, per umano costume o abitudine, diventare un bene. Né tanto meno può condurre al sommo Bene, che è il Dio di Gesù Cristo.
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silvio

mercoledì 16 gennaio 2008

Collodi profetico

La notizia dell’annullamento della visita del Papa ha avuto una immediata eco all’università di Roma dove gli studenti contestatori erano riuniti in assemblea. Ci sono state urla ed applausi e molti scandivano “Fuori il Papa dall’università”. Abbiamo vinto, hanno gridato in tanti. In mattinata un centinaio di studenti aveva occupato il rettorato dell’università finché una delegazione non è stata ricevuta dal rettore Renato Guarini al quale è stato chiesto, ed è stato ottenuto, di poter organizzare per giovedì mattina una contromanifestazione davanti al rettorato dove si sarebbe riunito il Senato accademico con la partecipazione del Papa. Giovedì, è stato annunciato, ci sarà una grande festa perché ha vinto la laicità dell’università.


dal libro Pinocchio Cap.XXX

……— Hai torto, Pinocchio! Credilo a me che, se non vieni, te ne pentirai. Dove vuoi trovare un paese piú sano per noialtri ragazzi? Lí non vi sono scuole: lí non vi sono maestri: lí non vi sono libri. In quel paese benedetto non si studia mai. Il giovedí non si fa scuola: e ogni settimana è composta di sei giovedí e di una domenica. Figurati che le vacanze dell’autunno cominciano col primo di gennaio e finiscono coll’ultimo di dicembre. Ecco un paese, come piace veramente a me! Ecco come dovrebbero essere tutti i paesi civili!...

Cap.XXXI
....Questo paese non somigliava a nessun altro paese del mondo. La sua popolazione era
tutta composta di ragazzi. I piú vecchi avevano quattordici anni: i piú giovani ne avevano otto appena. Nelle strade, un’allegria, un chiasso, uno strillío da levar di cervello! Branchi di monelli da per tutto: chi giocava alle noci, chi alle piastrelle, chi alla palla, chi andava in velocipede, chi sopra un cavallino di legno: questi facevano a mosca-cieca, quegli altri si rincorrevano: altri, vestiti da pagliacci, mangiavano la stoppa accesa: chi recitava, chi cantava, chi faceva i salti mortali, chi si divertiva a camminare colle mani in terra e colle gambe in aria: chi mandava il cerchio, chi passeggiava vestito da generale coll’elmo di foglio e lo squadrone di cartapesta: chi rideva, chi urlava, chi chiamava, chi batteva le mani, chi fischiava, chi rifaceva il verso alla gallina quando ha fatto l’ovo: insomma un tal pandemonio, un tal passeraio, un tal baccano indiavolato, da doversi mettere il cotone negli orecchi per non rimanere assorditi. Su tutte le piazze si vedevano teatrini di tela, affollati di ragazzi dalla mattina alla sera, e su tutti i muri delle case si leggevano scritte col carbone delle bellissime cose come queste: viva i balocci! (invece di balocchi): non vogliamo piú schole (invece di non vogliamo piú scuole): abbasso Larin Metica (invece di l’aritmetica) e altri fiori consimili.
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roberto

La vera faccia del Sessantotto

E così siamo diventati la barzelletta del mondo, grazie ai cumuli di monnezza materiale e culturale di questo paesetto garibaldino e massone.
Le foto impietose di un’Italietta nelle mani dei mafiosi e dei giacobini sono ormai l’intrattenimento dei telespettatori del globo.
I festeggiamenti per il quarantennale del 1968 non potevano cominciare nel modo più degno.
Cumuli di monnezza e papi cacciati da beceri sanculotti.

Veniamo al caso “La Sapienza”. Chi è il regista?
Il genio si chiama Marcello Cini.
No, dico: il genio che ha organizzato l’espulsione del Papa dall’Università La Sapienza - fondata da un Pontefice, come tutte le Università medievali (repetita iuvant) - si chiama Marcello Cini.
Il cognome è un programma e una chiarificazione notevole.

Ricordo che la flotta militare italiana ha una nave scuola che si chiama “Giorgio Cini”.
A questo punto merita chiarire chi sono, storicamente, i Cini.
È molto semplice: una famiglia pistoiese di noti frammassoni.
Parlate di Risorgimento o di pensiero mazziniano, di esoteria o di Garibaldi, dei Rosacroce o di Giordano Bruno, ed ecco saltare fuori un Cini.

Marcello Cini è imparentato con i Cini della Massoneria storica italiana?
Non lo so e non m’interessa saperlo, perché è certamente imparentato con le loro idee.
Quali idee? Sempre quelle: piano per la distruzione della Chiesa mediante un’operazione occulta e diffamatoria, plagio delle masse attraverso la menzogna sistematica perpetrata negli anni, progetti eugenetici da ottenersi mediante l’aborto e l’eutanasia, esasperazione della presunta rottura tra scienza e fede.

Ma tutto questo è un bene. Si manifesta, cioè, la vera natura del caos rivoluzionario, dell’illuminismo ottuso e dell’anticristianesimo sanculotto. E la natura è questa: monnezza.
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silvio

lunedì 14 gennaio 2008

Sbellicarsi sarebbe un’idea

Senti, senti…
Gli studenti protestano per la visita che il Papa vorrebbe fare all’Università La Sapienza di Roma.
Ma la meraviglia non è tanto per la posizione di chi si sta formando una cultura. Alle volte, nei ragazzi, v’è un’ignoranza incolpevole.
La meraviglia è tutta rivolta «agli oltre 60 docenti che» hanno chiesto al Rettore «di annullare la visita di Benedetto XVI».

Loro - scienziati naïf - la cultura dovrebbero essersela già formata. Almeno in generale.
Dovrebbero già sapere che la “schola” è un’iniziativa ecclesiastica medievale. Esclusivamente ecclesiastica.
E che l’Università nasce nel XII secolo per iniziativa dei vescovi metropolitani, i quali riuniscono le varie schole cittadine e le incaricano di organizzare un’istruzione superiore.

Dovrebbero sapere - queste ridicole macchiette postdatate - chi mai furono (almeno per sentito dire) Roberto Grossatesta, Leonardo Fibonacci, Hugo di Evesham (Atratus), Erasmus Ciolek Witelo (Vitello), Pietro d’Abano, Giovanni Sacrobosco, Giovanni Campano, Giovanni Buridano.
Chi furono?
I primi matematici, astronomi, fisici e medici, nel senso moderno dei termini.
Ecclesiatici o monaci, nella quasi totalità. Gente del XIII secolo.
Da essi - e solo grazie ad essi - i futuri lavori di Copernico, Galilei, Keplero e Newton.

Forse alle summenzionate macchiette potrebbe dire qualcosa l'asino di Buridano, nel senso che potrebbero incarnare il primo personaggio.
Se quindi il Papa mette piede in un’università, è per tornare a casa sua.
In termini più espliciti: la Chiesa ha il copyright sull’Università.
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silvio

venerdì 11 gennaio 2008

Pensiero della Domenica - 29

A cura del sito “Vie dello Spirito

Battesimo del Signore
- 13/01/2008
"E' mio Figlio, ascoltatelo..."

La Chiesa, per tutto l’anno liturgico, ci proporrà nella Liturgia della Parola dei brani di Vangelo presi dall’ Evangelista Matteo. Chiamato anche Levi, era figlio di Alfeo ed esercitava l’ufficio di gabelliere o esattore d’imposte nella città di Cafarnao.
Chiamato da Gesù a seguirlo, mentre sedeva al tavolo del suo lavoro, abbandonò subito il suo ufficio e seguì il Maestro.
Altro di sicuramente storico, non sappiamo di lui. La tradizione vuole che dopo l’Ascensione di Gesù al cielo, egli abbia predicato il Vangelo agli ebrei di Palestina, conducendo una vita assai austera.
Qualche scrittore ecclesiastico, afferma che sia poi passato in Etiopia, in Persia, fra i Parti.

Ora la Liturgia non si soffermerà più su Gesù Bambino, ma ce lo presenta, già grande (di circa trenta anni), buon ebreo e osservante di leggi e usanze.
Suo cugino, Giovanni, è seguito da tutto il popolo che viveva l’attesa febbrile del Messia; e questo sentimento era diffuso anche fuori del mondo giudaico.
Ne parlano anche storici profani come Tacito, Svetonio.
Tutta la gente scende devotamente nel fiume Giordano e Giovanni versa acqua sulla testa di ognuno, come segno di purificazione, presagio alla totale purificazione dell’ anima, che avverrà con il Sacramento del Battesimo che istituirà il Cristo.
Quando tutti hanno assolto al rito, per ultimo entra in acqua Gesù, rimasto in fondo alla folla.
Nessuno lo conosceva.
Giovanni, su insistenza di suo cugino, versa acqua sul capo del Messia e dal Cielo si ode una voce: “Questi è il Figlio mio, l’amato, in Lui ho posto il mio compiacimento…”.
E’ la presentazione ufficiale del Messia.
Se la storia di Gesù Bambino ci poteva sembrare una bella favola, ora il Salvatore del mondo, ci darà prova, nelle settimane prossime, della sua potenza e divinità.

Seguiamolo con interesse; avrà tante cose da dirci.
Sentiamolo vicino a noi, nei nostri affanni quotidiani.
Confidiamoci con Lui; affidiamo a Lui i nostri problemi.
Se riusciremo a percorrere questo cammino, insieme a Lui, scomparirà gradualmente dal nostro animo, tristezza e sfiducia.
Arriveremo con Lui fino a venerdi 21 Marzo, quando esterrefatti, costateremo quanto sia grande questo amico, mentre muore sulla Croce, per nostro amore, per salvarci e garantirci un giorno, felicità eterna.
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Don Lucio Luzzi

mercoledì 9 gennaio 2008

Legge 194 - 5

Ricevo da Il Timone e pubblico.

Miti e leggende sulla Legge 194
di Mario Palmaro, presidente Comitato Verità e Vita

«Si diffondono in questi giorni sui mass media italiani alcune leggende sulla legge 194 del 1978. Una mitologia che descrive la legge sull’aborto come una “buona legge”, una legge che deve essere ancora applicata integralmente per poterne apprezzare i notevoli aspetti positivi.
Qualcuno fornisce una ricostruzione storica davvero stupefacente, sostenendo che la 194 era nata buona e giusta, una legge non abortista, ma che poi l’insipienza degli uomini l’ha male interpretata e peggio applicata.

Valga su tutti l’intervista apparsa sul quotidiano Libero di venerdì 4 gennaio 2008, nella quale Eugenia Roccella dice fra l’altro: “Rispetto ad altre leggi internazionali, la 194 è una buona legge, che parte, non a caso, proprio dalla tutela della maternità. È una legge che non afferma mai l’aborto come un diritto (…) Non è eugenetica.” “Secondo me - prosegue sempre la Roccella - la questione non è abolire o rifare la legge, ma non tradirla, non trasformarla in un feticcio vuoto, una legge intoccabile a parole e invece violata, disapplicata e stravolta nella prassi quotidiana».

Altri ancora dichiarano che “la 194, nei suoi principi ispiratori, ha una rilevante rispondenza con le richieste del movimento delle donne e si pone come uno strumento per combattere e sconfiggere la triste piaga degli aborti clandestini. In questo senso la legge non è una legge “abortista”: non crea, né impone l’aborto, anzi si fonda sulla sua prevenzione, valorizzando il ruolo delle strutture sanitarie pubbliche per fare della procreazione un evento cosciente e responsabile, cioè non casuale”.

E’ evidente che simili affermazioni, soprattutto se pronunciate da personalità elette a punti di riferimento del mondo cattolico e della galassia pro-life (Eugenia Roccella è editorialista di Avvenire e dell’Osservatore Romano), disorientano grandemente l’opinione pubblica. Di fronte a questo pauroso sbandamento delle coscienze, e alla confusione alimentata da questi giudizi, sentiamo il dovere di riaffermare con forza alcuni punti fermi.

1. Il diritto di aborto. La volontà del legislatore, nel suo nucleo fondamentale, stabilisce un vero e proprio diritto d’aborto. Negato a parole e con foga dagli abortisti, esso emerge con assoluta chiarezza da una lettura seria della legge. Dal combinato disposto degli articoli 4 e 5 si ricava che nei primi tre mesi di gravidanza ogni donna può abortire a sua volontà. Nessun controllo è possibile. E’ stabilito l'obbligo per il medico di rilasciare il certificato che costituisce titolo per l’esecuzione degli interventi di fronte alla semplice domanda della donna. (artt. 5, 4° comma, e 8 ultimo comma). Di fronte al diritto della donna vi è l’obbligo delle strutture pubbliche di praticare l’intervento. Perciò a ragion veduta abbiamo parlato di “diritto” e di “liberalizzazione”. Nessun limite esiste nei primi tre mesi di gravidanza. A dimostrazione di ciò sta il fatto che i difensori della ‘buona legge’ in trent’anni non hanno mandato in galera neppure un ‘trasgressore’.

2. Una legge abortista. Il giudizio morale negativo sulla legge abortista italiana risulta anche dai seguenti elementi: a) l’aberrante facoltà attribuita alla libertà della donna di decidere in termini unicamente individualistici, al di fuori e contro ogni responsabilità verso il “diritto” del nascituro; b) l’individualismo esasperato che ispira la legge abortista risulta ancor più grave dal fatto di essere riconosciuto dallo Stato, il quale a sua volta costringe tutti i cittadini, anche quelli dichiaratamente contrari all’aborto, a dare un qualche contributo.

3. Non possiamo rassegnarci. Perciò ogni convinto difensore dell’uomo, ogni comunità di accoglienza, non può rassegnarsi di fronte ad una legge che tradisce così profondamente i valori su cui tutto l’ordinamento giuridico poggia. Di conseguenza l’obiettivo di eliminare la legge abortista o di trasformarla mutandone radicalmente la intrinseca struttura, deve proporsi come espressione di amore per l’uomo e non come sterile e puramente teorica contrapposizione ideologica.

4. L’aborto legale è intollerabile. L’applicazione del principio della tolleranza civile all’aborto legalizzato è illegittima e inaccettabile perché lo Stato non è la fonte originaria dei diritti nativi ed inalienabili della persona, né il creatore e l’arbitro assoluto di questi stessi diritti.

5. L’aborto legale minaccia l’intero sistema giuridico. Quando autorizza l’aborto, lo Stato contraddice radicalmente il senso stesso della sua presenza e compromette in modo gravissimo l’intero ordinamento giuridico, perché introduce in esso il principio che legittima la violenza contro l’innocente indifeso. Da: “La comunità cristiana e l’accoglienza della vita umana nascente”.

6. Il compito di ogni politico di buona volontà. Il compito di ogni politico di buona volontà non è quello di “far applicare una legge ingiusta”, ma di richiamare, con coraggio e con metodi democratici, il dovere di rispettare la vita umana sin dal suo inizio, denunciando di conseguenza l'iniquità della legge abortista. Il buon politico ha il dovere di operare una lettura critica dell’attuale normativa sull’aborto: senza trascurare i limitatissimi elementi positivi, si dovranno rilevare le profonde contraddizioni che essa presenta con la Costituzione e all’interno dei suoi stessi articoli.

In conclusione: il Comitato Verità e Vita riafferma con forza che nessun miglioramento alla situazione italiana in materia di aborto è possibile se non si parte dal rispetto della verità. La 194 è una legge gravemente ingiusta. Lo è in maniera assoluta e intrinseca. La 194 è stata voluta dalla cultura abortista, difesa dalla cultura abortista, e ha ottenuto una perfetta coerenza tra obiettivi e risultati: i 5 milioni di bambini uccisi in nome di quella legge non sono stati un incidente di percorso, ma una tragica conseguenza del principio di autodeterminazione della donna. Alle vittime innocenti va aggiunto quell’autentico disastro educativo e culturale che è sotto i nostri occhi. Al punto che in questi giorni anche alcuni di coloro che stanno (o dovrebbero stare) dalla parte della vita affermano che “l’ultima decisione sulla vita del concepito deve comunque sempre spettare alla donna”. Che è, in estrema sintesi, la summa ideologica dell’abortismo di sempre.

Il senso di realtà ci dice che anche una sola vita innocente salvata ha un valore incommensurabile. Per questo motivo, Verità e Vita approva ogni azione che aiuti concretamente la vita a nascere, pur in vigenza di una legge omicida. Ma il prezzo per questa attività di “salvataggio” non può consistere nel colpevole e complice silenzio sulla legge abortista, o addirittura nella trasformazione della condanna sulla legge 194 in un giudizio benevolo.
Se durante la follia nazista ci avessero dato la possibilità di metterci fuori dai cancelli di Auschwitz per salvare qualche vita umana, sarebbe stato nostro dovere farlo. Ma non avremmo mai potuto trasformare il nostro giudizio su quel luogo di orrore, magari affermando che - tutto sommato - “nel loro genere quei lager erano i migliori al mondo”.»

venerdì 4 gennaio 2008

Pensiero della Domenica - 28

A cura del sito “Vie dello Spirito

Epifania del Signore - 06/01/2008

Ti adoreranno tutti i popoli della terra

La liturgia corre veloce.
Il ciclo natalizio termia con l’Epifania, la manifestazione di Gesù a tutte le genti, rappresentata dai Magi che vengono dal lontano Oriente, a rendere omaggio al Messia.
La tradizione popolare li ha quantificati e identificati in tre, Gaspare, Baldassarre, Melchiorre.
Non arrivano a mani vuote ma, dice il Vangelo, portarono in dono oro, incenso, mirra.
Utilissimo per la misera Famiglia di Nazareth, un po’ di denaro (oro) per le esigenze immediate.
Ai tempi di Gesù le case erano l’equivalente per noi di un grottino, un tugurio, con un pagliericcio e un camino; passavano il giorno all’aperto e la sera si rifugiavano all’interno insieme agli animali domestici, con il camino acceso, per proteggersi dai rigori del freddo notturno.
Dono tanto delicato dei Magi, l’incenso, che serviva per mettere alcuni grani sul fuoco e aveva funzione di deodorante.
L’ultimo dono, la mirra, (da sempre usata in Oriente per ungere il cadavere prima della sepoltura), molto gradita da Maria che al mattino portava il neonato Gesù, all’aperto, lo deponeva in una culla riparata dal sole cocente, con un telo sostenuto da quattro assi, avendo prima cosparso il corpicino nudo del bambinello di mirra, come antitodo alle zanzare.

I Magi portarono doni a Gesù Bambino.
Noi cosa abbiamo regalato al Redentore che è venuto al mondo per salvarci?
Forse presi dalle feste esteriori, davanti a Lui siamo rimasti a mani vuote!
Avevi promesso di avere pace, con la tua buona volontà, nel tuo cuore, nella tua famiglia, nel tuo posto di lavoro…

Guarda Gesù Bambino; continua a sorriderti, come sempre, con tanto amore.
Vogliamo fargli anche noi,dei doni, come i Magi?
Offriamogli qualche opera buona (oro), la nostra fiduciosa preghiera (incenso); ma il regalo più bello in assoluto, le nostre croci, i nostri guai (mirra).
Ricordati che Gesù Bambino non ci risponderà mai...” quanto sei sfortunato…”, ma risolverà Lui, i nostri problemi.
Quando gli diremo "grazie" , si rafforzerà l’amicizia con Lui che tutto può.
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Don Lucio Luzzi

Legge 194 - 4

E così, dopo Ruini, anche il cardinale Angelo Bagnasco loda la moratoria sull’aborto, bandita da Giuliano Ferrara.
L’appoggio all’iniziativa riceve così la benedizione da parte della Chiesa.
Il presule dichiara: «L'intenzione dell'iniziativa di chiedere la moratoria circa l'aborto è lodevole perché rappresenta un chiaro e forte richiamo all'attenzione degli Stati circa la tutela e la promozione della vita umana, così come accaduto per la moratoria sulla pena di morte. Spero vivamente che la richiesta trovi la giusta accoglienza nelle sedi istituzionali oltre che nella opinione pubblica»

E sollecita almeno l’applicazione della legge 194 anche laddove è stata disattesa, ovvero nel promuovere la vita umana: «L'iniziativa è comunque l'occasione per mettere un vero impegno a tutti i livelli così da favorire l'applicazione puntuale di quelle parti della legge 194 che promuovono la vita del nascituro. Ciò alla luce di quanto espresso nella intenzionalità originaria della legge stessa: in particolare dell'articolo 1».

Rispondendo alla posizione del centrosinistra (ministro Livia Turco ad esempio), contrario a qualsiasi modifica della 194, Bagnasco esprime il parere opposto. Alla domanda «Ma lei si aspetta una revisione della legge?», risponde: «È auspicabile. È un dato di fatto, sotto gli occhi di tutti, il progresso scientifico e tecnologico in materia di vita umana. I legislatori da sempre si confrontano doverosamente con queste scoperte per formulare leggi che sempre meglio rispettino, difendano e promuovano la vita umana, in tutte le sue forme e fasi. L'auspicio è che questo possa realizzarsi anche ora».
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silvio

Natività

Epifania del Verbo

martedì 1 gennaio 2008

Legge 194 - 3

Grande iniziativa di Giuliano Ferrara per mezzo de Il Foglio. Da fine ermeneuta qual è, si è accorto che la “moratoria contro la pena di morte” promossa dall’iniziativa radicale Nessuno tocchi Caino era ideologicamente monca: nessuno - e da parecchio tempo - ha a cuore la sorte del povero Abele. E nel nome Abele sono da includere tutti i milioni di morti ammazzati causati dall’aborto.

L’iniziativa, dicevo, consiste in una “moratoria sull’aborto”, per sensibilizzare l’opinione pubblica. Per cominciare Ferrara ha proposto un curioso digiuno ma, precisa, «non chiamatela testimonianza, perché la testimonianza è sorella del martirio. Chiamatela per quello che è. Una dieta speciale contro l’ipocrisia e la bruttezza di un tempo in cui la morte viene bandita in nome del diritto universale alla vita e blandita, coccolata come un dramma soggettivo, nella spregevole forma, e molto oggettiva, dell’aborto chirurgico o farmaceutico».

Non potevano mancare i plausi all’iniziativa, a cominciare dai vescovi - cardinale Camillo Ruini in testa.
Il presule esprime un appoggio pieno: «Credo che dopo il risultato felice ottenuto riguardo alla pena di morte fosse molto logico richiamare il tema dell'aborto e chiedere una moratoria quantomeno per stimolare, risvegliare le coscienze di tutti, per aiutare a rendersi conto che il bambino in seno alla madre è davvero un essere umano e che la sua soppressione è inevitabilmente la soppressione di un essere umano».

«In secondo luogo si può sperare che da questa moratoria venga anche uno stimolo per l'Italia, quantomeno per applicare integralmente la legge sull'aborto [legge 194 - n.d.r.] che dice di essere legge che intende difendere la vita, quindi applicare questa legge in quelle parti che davvero possono essere di difesa della vita e forse, a 30 anni ormai dalla legge aggiornarla al progresso scientifico che ad esempio ha fatto fare grandi passi avanti alla sopravvivenza dei bambini prematuri. Diventa veramente inammissibile procedere all'aborto ad una età del feto nella quale egli potrebbe vivere anche da solo».

Dal momento che Il Foglio non sarà in edicola per diverse settimane, si potrà seguire tutta la vicenda sul sito web del caro Giulianone.

Cattolici e pena capitale

La moratoria sulla pena di morte, di fatto significa un invito alla «sospensione» di tutte le esecuzioni già programmate e il divieto di infliggerne di nuove da parte dei tribunali. Questa battaglia perseguita da oltre 15 anni da - Nessuno tocchi Caino - e dal Partito Radicale, ha come obiettivo l'abolizione della pena capitale come “principio”, in quanto i laicisti la considerano come un atto di vendetta da parte dello Stato. Anche nel mondo cattolico vi e` chi sostiene questa posizione, diciamo “ideologica”, contro la pena capitale “senza se e senza ma”.


Il Magistero cattolico non propugna - e non l`ha mai fatto- l`abolizione tout court della pena capitale. Infatti il Catechismo della Chiesa Cattolica nel testo, al (n. 2266), propone la posizione tradizionale, ma alcuni cattolici sostengono che così non è, se quel punto viene letto unitamente a quello successivo (n. 2267), dove si ricorda alla società e, per essa, allo Stato l’obbligo di ricorrere a vie alternative alla pena di morte. In altre parole, si richiama la dottrina tradizionale ma per superarla, sostenendo che la morale cattolica ha chiuso con il pensiero tradizionale e ha aperto un’altra tradizione. Per giustificare la loro tesi sono costretti ad uscire dalla tradizione e questa e`una forzatura. Per lo stesso scopo citano anche, l’enciclica Evangelium vitae (1995).

La domanda che pongono è: la pena di morte è immorale di fatto, perché non lo è anche di diritto? Come conciliare allora, il fatto che l’autorità pubblica ha tale diritto, ma che oggi ogni suo esercizio è ingiustificato?, vogliono chiudere con la tradizione del passato per aprirne una alternativa, e questo cambiamento sarebbe dovuto ad un ascolto più attento della parola di Dio.

In realtà`l`abolizione della pena di morte in occidente e` dovuta piu` al laicismo che ad una comprensione piu` profonda del Vangelo.


L`opposizione crescente riguardo alla pena di morte in Europa, dall`illuminismo in poi,e` andata di pari passo con il declino della fede nella vita eterna. Mentre questo cambiamento puo` esser visto come progresso morale, probabilmente esso e` dovuto all`affievolimento del senso del peccato, della colpa e della giustizia retributiva, essenziali per la fede cattolica, e da quando si e` cominciato a vedere la morte come il male assoluto, invece che, come momento di passaggio verso la vita eterna.

Il Papa, i Vescovi, non respingono la pena capitale come principio, ma dicono che non e` giustificabile come praticata oggi .Dinanzi al progressivo attenuarsi nelle coscienza dell`uomo contemporaneo e di conseguenza nella società e nelle leggi dello Stato, della percezione dell'assoluta gravita`morale della diretta soppressione di ogni vita umana innocente, specialmente al suo inizio(aborto) e al suo termine,(eutanasia), e` meglio in questo momento non dare allo Stato un` arma in piu`contro la vita.

Il magistero non sta rovesciando la dottrina della Chiesa. La tradizione classica ha ritenuto che lo Stato non dovesse esercitare questo diritto quando gli effetti negativi superano quelli positivi. Quindi il principio stesso lascia aperta la questione se e quando la pena capitale fosse conveniente.


Vendetta da parte dello Stato

Il fine retributivo della pena e` frainteso come atto di vendetta attraverso cui lo Stato afferma il suo potere assoluto. Il suo valore retributivo e` indebolito dalla mancanza di chiarezza sul ruolo dello Stato.

La retribuzione da parte dello Stato ha certamente i suoi limiti, perche` lo Stato, a differenza di Dio, non e`ne` onnisciente ne`onnipotente. In conformita` con la fede cristiana, Dio < rendera` a ciascuno secondo le sue opere> al giudizio finale (R.,2,6 cfr.Mt.16,27)


La retribuzione da parte dello Stato puo`essere soltanto un`anticipazione simbolica della giustizia perfetta di Dio. Affinché` il simbolismo sia autentico, la società` deve credere nell`esistenza di un ordine trascendente di giustizia, che lo Stato ha l`obbligo di proteggere .Questo era vero in passato, ma al giorno d`oggi, in genere, lo Stato e` visto semplicemente come uno strumento della volontà`di chi e` governato. In questa prospettiva moderna, la pena di morte esprime non il giudizio divino ma piuttosto l`ira collettiva del gruppo.

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Roberto

lunedì 31 dicembre 2007

Musica celestiale/2

Non so se possa essere paragonato a una musica armoniosa, ma certo anche quel “rumore” di sottofondo percepibile nell’Universo, casualmente scoperto per la prima volta nel 1965 e attribuito al Big Bang, lascia aperta l’immaginazione a ipotesi suggestive. E’ un “rumore” costante, uniforme e rilevabile in tutte le direzioni, la cui origine è ancora sconosciuta. In questo campo viene in aiuto anche la radioastronomia, che avrebbe addirittura registrato i “suoni” emessi dalle galassie evidenziando una sequenza armonica paragonabile a una vera e propria sinfonia; tutto questo in armonia – è il caso di dirlo - con alcuni passi delle Scritture in cui si parla del “canto” di Dio e dei Cieli (cfr. Messori, Pensare la Storia, Ed. Paoline pp.290-291).

Poi, se è vera l’esistenza di quella profonda interrelazione tra essere umano e macrocosmo postulata da molte filosofie e culture tradizionali, mi lascia pensoso anche una notizia divulgata recentemente, che voglio riportare per intero dal sito del Corriere della Sera:

Il Dna ha una sua «musica». Registrata per la prima volta

MILANO - La musica? Ce l' abbiamo nel Dna. E non solo virtuosi e compositori: tutti abbiamo nelle cellule un «suono della vita». A produrlo sono i movimenti del Dna, il codice custode del nostro patrimonio genetico. Una doppia elica fatta da centinaia di anse mobili che, in un continuo assemblarsi e disassemblarsi, creano una vibrazione, la trasmettono al citoscheletro e, da qui, alla superficie delle cellule. Un brusio di sottofondo genetico che per la prima volta è stato registrato e brevettato. Il merito della scoperta va a un gruppo di ricercatori italiani e statunitensi guidati da Carlo Ventura, docente di Biologia molecolare all' università di Bologna, e dal fisico James Gimzewski dell' ateneo di Los Angeles. «La vibrazione del Dna - ha spiegato Ventura - è compresa nell' arco di frequenze udibili dall' orecchio umano. Noi non abbiamo fatto altro che sviluppare un approccio in grado di rilevare questi suoni. Questi rumori sono in qualche modo specifici per quello che la cellula sta facendo, in termini di espressione di geni, in quel momento». In pratica, ogni cellula avrebbe la sua canzone. Quello che ancora non sappiamo è se, riproducendo determinate frequenze, sarà possibile indirizzare le cellule a differenziarsi e a compiere specifiche funzioni. Nessuna sorpresa per Edoardo Boncinelli: «Che tutte le molecole emettessero una vibrazione era un fatto già noto - spiega lo scienziato al Corriere -, altra cosa sarebbe scoprire se a queste vibrazioni corrispondono funzioni specifiche. Ma preferisco aspettare: finché non vedo, non credo». O magari finché non ascolta: «Mi lascia perplesso il fatto che il Dna è una molecola lunghissima: se davvero ogni funzione ha un suo suono deputato ci troveremmo di fronte a una confusione indescrivibile».

Ziino Giulia

(Il testo è tratto da qui ).


Il ricercatore parla di possibile “confusione”, ma l’impressione può essere, al contrario, quella dell’armonia nella varietà, se la ricerca futura constatasse che il brusio delle eliche produce in realtà un suono armonioso come quello della galassie in movimento. Del resto, come nota qui il genetista Giuseppe Sermonti, i geni del DNA sono disposti in una sequenza straordinariamente simile a spartiti musicali.

In definitiva, l’ovvia constatazione empirica che la musica agisce sulle corde più profonde del nostro essere, più di qualunque altra disciplina, sembrerebbe in qualche modo essere confermata da ricerche insospettabili come quella di cui riferisce il Corriere. Ricollegare la musica all’opera creatrice di Dio, come facevano gli antichi e la tradizione cristiana di sempre confortata dalle Scritture, ipotizzando l'esistenza di un riflesso di questa armonia di accordi nell’interiorità dell'essere umano, ci sembra molto suggestivo.
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Paolo

Musica celestiale/1

Il 24 marzo 1958 è una data che alla grande maggioranza delle persone dice poco o nulla. Ma è proprio in quel giorno che la corsa alla scoperta dello spazio si è arrestata per un attimo, forse di fronte al mistero e all’impossibilità umana di descriverlo. Quel giorno gli americani lanciarono l’ultimo di tre satelliti artificiali, due dei quali con nomi abbastanza significativi: Hope, L.E. e Faith, inviati l’uno dopo l’altro tra il 1955 e il 1958. Sono appunto i cinque uomini dell’equipaggio a bordo di Faith ( “Fede) e una donna su “L.E”i protagonisti di vicende che, se le deduzioni che molti fecero nei giorni successivi alla tragica conclusione dell’avventura di Hope fossero vere, potrebbero essere una conferma della cosmogonia di San Tommaso e di Dante, delle teorie dei grandi filosofi greci e anche di tradizioni culturali antichissime come quelle indiana, cinese e babilonese sulla musica generata dal movimento delle sfere celesti dei pianeti, riconducibile direttamente all’azione divina sul cosmo.

Palmer, Sough, Lasalle, Cosentino e Thompson sono i nomi di quelle persone che, nel loro ultimo istante della loro vita, potrebbero aver udito il suono celestiale della musica divina, alla cui suprema dolcezza il loro cuore non ha saputo resistere, cedendo di schianto. Un istante prima che le comunicazioni con la stazione terrestre si interrompessero per sempre, infatti, l’operatore radio Thompson pronunciò all’improvviso, nel mezzo di una conversazione di routine, parole enigmatiche rimaste in sospeso per sempre, ma tuttavia incise su nastri ancora oggi disponibili: “Damn it, but here we have got in…”. Dopodiché, un silenzio angosciante.

Questa storia è descritta poeticamente, usando al suo solito un linguaggio a metà tra la cronaca e la prosa letteraria, dallo scrittore bellunese Dino Buzzati in uno dei suoi bellissimi “Sessanta racconti”, piccoli gioielli segnati profondamente dal senso del mistero, della morte e da una forte inquietudine esistenziale espressa in forme fiabesche, fantastiche e surreali. E’proprio Buzzati, e altri con lui, a essere convinto che i satelliti “siano stati investiti dal suono a cui la nostra povera anima non resiste”: quello della musica divina che anima il cosmo. “Accidenti, ma qui siamo arrivati in Paradiso”: è questo, dice Buzzati, il logico completamento della frase di Thompson.

E’ sempre Buzzati, infatti, a ricordare che in precedenza, durante la missione di L.E., si era verificato un analogo episodio, lì per lì difficile da decifrare. Una donna, Lois Berger, uno dei tre membri dell’equipaggio, dopo aver trasmesso note sulla regolarità della temperatura e altri dati tecnici pronuncia una frase anomala: “What a sound…”; e poi, dopo un breve silenzio, “an odd…”. Ma anche qui la trasmissione si conclude bruscamente e definitivamente, segnando il destino di tre vite umane. “ Che rumore…una strana melodia”, così avrebbe potuto concludersi la frase della donna astronauta, seguendo l’ipotesi di Buzzati sugli astronauti “investiti” dalla divina melodia.

Dolci e tragiche fantasie poetiche, forse. Ma Pitagora, Platone e Aristotele, che la ragione sapevano usarla in maniera ineccepibile, non meno di tanti scienziati odierni e più di molti pseudo-scienziati, avevano intuito l’esistenza di una musica celestiale prodotta dalle sfere dei pianeti in movimento, un moto riconducibile direttamente a Dio. Dante Alighieri, in fondo, non aveva inventato quasi nulla descrivendo il Paradiso. D’altra parte è ben noto anche il fatto che Keplero, scienziato cristiano rigoroso ma anche cercatore di un significato metafisico da attribuire alla natura dell’Universo, abbia ripreso e approfondito questa teoria dell’armoniosa musica celeste.
Molto suggestiva in questo senso la riflessione sul significato riposto di alcune parole divine nel libro della Genesi (Gn 1, 1-31), per cui l’espressione “Dio disse ( tradotta anche a volte come “Dio ordinò”) andrebbe meglio resa con l’espressione “Dio cantò”, dato che pare sia questo il senso più profondo celato dietro al termine ebraico originale. Quindi, alla base dell’atto della creazione divina c’è proprio la musica. Il Verbum divino artefice della creazione si esplica quindi come canto melodioso, vera e propria musica creatrice.
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Paolo

venerdì 21 dicembre 2007

Pensiero della Domenica - 27

A cura del sito “Vie dello Spirito

Nascerà da Maria

Natale è alle porte.
L’annuncio di salvezza si fa sempre più esplicito ed insistente.
Ci viene proposto ancora un brano del profeta Isaia, che 700 anni prima di Cristo, invita il Re Acaz a chiedere un segno, ma la risposta fu: “Non lo chiederò, non voglio tentare il Signore”.
Noi leggiamo la descrizione di questi fatti, come cose scontate e forse poco ci immedesimiamo nello stato d’animo di un popolo che sogna la libertà, la pace, ma non vede l’imminenza di questi eventi.

Cinque secoli prima di Cristo, il Re di Babilonia (oggi Baghdad) invase Israele e deportò tutta la popolazione in Mesopotamia. Si levò la voce del profeta Isaia che, passando tra il popolo lo incoraggiava: “...non temete, ecco il vostro Dio verrà a salvarvi…e tu Bethlehem non sei la minima tra i villaggi di Israele, perché da te nascerà il Salvatore”.

Ed ecco che entra in campo la donna dell’Avvento: Maria.
L’angelo a nome di Dio Le chiede di diventare la Madre del Messia.
“Ti saluto piena di grazia, il Signore è con te”. A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. L’angelo le disse: ” non temere Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù..”.
Allora Maria disse: “Eccomi sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto!”.
Straordinaria questa ragazza per equilibrio e intelligenza, che dopo un attimo di titubanza per questa visione, all’annuncio della maternità risponde con molta chiarezza che lei non ha avuto mai alcun rapporto con il suo fidanzato, Giuseppe, promesso sposo.

Alla esauriente spiegazione dell’angelo, consapevole ora che questa è la volontà di Dio, pronuncia il suo “fiat”, assenso, con tutte le conseguenze, umanamente tanto tristi, che ne conseguiranno.
Se avrai occasione di visitare qualche presepio, soffermati sull’espressione del viso della Madonna.

C’è la gioia materna e una grande serenità, nonostante la povertà e i disagi ambientali.
Adora il suo Bambino e ripete in continuazione: “L’anima mia magnifica il Signore… perché ha guardato l’umiltà della sua serva… grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e santo è il suo nome”.
Maria di Nazaret ci sostenga nel cammino che conduce a Te, Signore, perché anche in noi si compiano le tue opere e possiamo diventare strumenti di salvezza.

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Don Lucio Luzzi

martedì 18 dicembre 2007

L'evangelizzazione è un dovere sacro

Fortunatamente esiste nella Chiesa la prassi encomiabile e sistematica di portare alla conoscenza dei cristiani e del mondo le verità fondamentali della fede cattolica.
Si occupa di ciò l’azione magisteriale ordinaria, che si esprime per mezzo di tre principali tipologie di documenti: pronunciamenti petrini (del Papa), prolusioni delle Conferenze episcopali e dichiarazioni della Congregazione per la Dottrina della Fede.
In genere, i temi vengono scelti laddove c’è un maggior pericolo di fraintendimento - se non di aperto contrasto - circa il Deposito della fede (Depositum fidei), consegnato da Dio alla sua Chiesa durante la Sua gloriosa Rivelazione.

Nell’anno 2000, ad esempio, il Magistero si è trovato addirittura costretto a riaffermare con forza l’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo (dichiarazione “Dominus Iesus”), perché andavano sempre più serpeggiando grossi equivoci a proposito dell’azione ecumenica.
E di nuovo ora, proprio a causa del persistere dei medesimi fraintendimenti, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha dovuto ricordare con chiarezza la seguente verità: la Chiesa non può rinunciare, per nessun motivo, alla propria azione apostolica, che consiste nell’annuncio perenne del Vangelo di Gesù Cristo.

La suddetta Congregazione esprime ciò tramite la “Nota dottrinale su alcuni aspetti dell'evangelizzazione”, data a Roma il 3 dicembre.
Vengono in essa citati i pronunciamenti più importanti, nel merito della missione apostolica “alle genti”: documenti del Concilio Vaticano II, Evangelii nuntiandi, Redemptoris missio, Novo millennio ineunte, Ut unum sint, ecc…

Il nucleo della Nota dottrinale sta nella citazione paolina relativa al sacro dovere dell’evangelizzazione: «Non è infatti per me un vanto predicare il Vangelo; è un dovere per me: guai a me se non predicassi il Vangelo!» (1 Cor 9, 16; cf. Rm 10, 14).

Il problema è in una sorta di paura da parte dei missionari e di noi tutti che dovremmo accettare con letizia il sacro ministero della Parola: «Si verifica oggi, tuttavia, una crescente confusione che induce molti a lasciare inascoltato ed inoperante il comando missionario del Signore (cf. Mt 28, 19). Spesso si ritiene che ogni tentativo di convincere altri in questioni religiose sia un limite posto alla libertà

Più avanti si elencano le caratteristiche dell’autentico ecumenismo, che prevede certamente un tempo per il «dialogo», ma anche un tempo per la «discussione teologica» ed uno per «la testimonianza e l'annuncio».
Si deve cioè, nel pieno rispetto delle libertà e convinzioni altrui e senza imposizione alcuna, dichiarare apertamente dinnanzi al mondo la salvezza che viene dall’unico Salvatore del mondo: il Dio di Gesù Cristo.
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silvio

venerdì 14 dicembre 2007

Legge 194 - bis

Avevo precedentemente pubblicato una missiva ricevuta, che difendeva questa posizione: un cattolico non può che rigettare la Legge 194 la quale, a certe condizioni, consente alla donna di abortire.
Sottolineo, a questo proposito, l’importanza di riaffermare il preciso dovere dei cattolici impegnati nella politica, che è quello di difendere le posizioni del Magistero.
E il Magistero non è a favore dei compromessi: le leggi che consentono l’omicidio (Legge 194, Legge 40 sulla fecondazione artificiale) vanno osteggiate apertamente.

Ieri su Il Foglio, a firma di Francesco Agnoli, è stato pubblicato l’ottimo articolo “La 194, una legge ipocrita” in cui si approfondisce la questione.
Il centro dell’articolo è questo: «[…] la 194 si caratterizza per essere la legge più ipocrita dell’orbe, forse proprio perché sottoscritta da cattolici».

Agnoli elenca le seguenti ipocrisie:
1) La 194 «nasce dalla sedicente volontà di combattere gli aborti clandestini, e invece diminuisce le pene previste per tale reato»;
2) «dichiara di tutelare la vita dal suo inizio» e, invece, tutela l’arbitrio di disporre della vita altrui;
3) «mette l’accento sulle possibili conseguenze psicologiche di una gravidanza, quasi fosse un’esperienza contro natura», quando invece dovrebbe «sottolineare le sue conseguenze nefaste sulla psiche e sul fisico della donna (conseguenze oggi sempre più evidenti e catalogate come psicosi post aborto, stress post aborto e sindrome abortiva)»;
4) «afferma di non concepire l’aborto come metodo di regolazione delle nascite, ma non pone nessun limite al numero degli aborti di una stessa donna»;
5) «infine nega di avere possibili esiti eugenetici, mentre in concreto permette l’eliminazione di un bambino “malato”, qualsiasi sia la sua malattia, foss’anche un labbro leporino o due dita del piede attaccate».

Aggiungo che il compito del cristiano non è simile alla prassi dei radicali - e cioè di vincere battaglie, conquistando terreno, omettendo di manifestare le vere intenzioni del proprio agire.
Il cristiano è tenuto alla testimonianza della verità, senza preoccuparsi di perdere o vincere battaglie. Così come Gesù Cristo fu sconfitto dai propri carnefici.
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Silvio

Pensiero della Domenica - 26

A cura del sito “Vie dello Spirito

16/12/2007 - III^ Avvento

Vieni Signore a salvarci

Il lento scandire del calendario liturgico è simile alla meridiana nella torre campanaria di una cittadina toscana con la scritta in mosaico, “sicut concitati equi, fugit irreparabile tempus”, il tempo corre veloce come i cavali da corsa.
Ci sembrava anacronistico già pensare al natale, ed invece l’Avvento, periodo antecedente alla grande festa per noi cristiani, si sta esaurendo.
Siamo alla III^ domenica di Avvento, ormai a pochi giorni dal traguardo liturgico della nascita di Cristo.
La Liturgia anche in questa domenica ci propone un brano di Isaia, il profeta che occupa il primo posto nel Canone, per l’importanza dei suoi vaticini, l’ampiezza della sua opera e la sublimità dello stile.
E’ vissuto 768 anni prima di Cristo, in Gerusalemme; di alto ingegno e di non comune cultura, dovette aver frequentato gli ambienti più eruditi della capitale. Sposato, ebbe almeno due figli ai quali per ordine divino impose dei nomi simbolici.

Quanto sono sconcertanti i disegni e i tempi di Dio.
Isaia invita la sua gente ad avere speranza in Dio, con la certezza di raggiungere la felicità.
“Vieni, Signore a salvarci” e la salvezza arriverà per mezzo del silenzioso Dio, dopo 700 anni, quando si farà uomo per liberare l’umanità dalla schiavitù delle forze del male.
Per vedere concretizzata questa speranza, Israele dovette attendere dei secoli!
Quanto diversa e privilegiata la nostra posizione!
Celebreremo, con il prossimo Natale, il fatto storico della avvenuta nostra salvezza, con la nascita di quel bambino che, un giorno si farà carico delle nostre colpe; passerà lui, al posto nostro, per disonesto, violento. orgoglioso, vendicativo ecc, ed accetterà l’infame condanna della croce.
Il mistero del Natale è tutto qui.

Non si ferma alla tenerezza di questo bambino, ma alla consapevolezza che il Suo sacrificio è stato segno tangibile dell’amore infinito per noi.
Ecco allora la gioia, la esultanza del Natale!
Nei tempi antichi era tanta l’attesa, che quando Giovanni Battista, il precursore, cugino di Gesù, dice alla sua gente: ”Io vi battezzo con acqua, ma viene uno più forte di me, che vi battezzerà in Spirito...”, gli dicono subito: ” Dicci che cosa dobbiamo fare..”

Ce l’abbiamo anche noi questa disponibilità?
Se prendiamo il Natale come festa, anche bella, ricorrente, passata la solennità, rimarremo quello che siamo e l’invito “gioisci… rallegrati...” ci sembrerà tanto anacronistico, per le nostre situazioni concrete.
Ripeti anche tu, in questi giorni, con il salmo responsoriale: ”Vieni, Signore a salvarci”.
Coraggio! Anche tu hai bisogno di un po’ di gioia nel cuore.
E’ il regalo di Natale che ti vuole fare Gesù bambino.
Ti verrà tanto spontaneo dire: MA E’ POSSIBILE, SIGNORE, CHE MI VUOI TANTO BENE? GRAZIE.
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Don Lucio Luzzi

martedì 11 dicembre 2007

Un libro di un cristiano di origini ebraiche

«I rabbini capi di Gerusalemme, guide spirituali delle comunità sefardita e aschenazita, hanno scritto a Papa Benedetto XVI per chiedere la modifica della preghiera del Venerdì Santo presente nell’antico messale appena liberalizzato dal Motu proprio, nel quale si prega per la conversione degli ebrei chiedendo a Dio di sottrarre “quel popolo... alle sue tenebre” e di rimuoverne “l’accecamento” (termine mutuato da una delle lettere di Paolo). Ma già prima il cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, si era detto disponibile a modificare quelle parole.

Ora un libro destinato a far discutere, in libreria tra pochi giorni, riapre la questione, sostenendo che qualche ritocco sarebbe necessario anche nei testi tradizionali dell’ebraismo: Erbe amare (Bonanno Editore, pagg. 324, euro 29), di Ariel Levi di Gualdo. L’autore, giornalista e scrittore, vive in Sicilia e proviene da una famiglia di origini ebraiche convertita al cattolicesimo: per oltre dieci anni si è riavvicinato all’ebraismo frequentando le sinagoghe, studiando i testi sacri della religione israelitica e “apprendendo dall’interno quel che è il tono delle lezioni e degli insegnamenti rabbinici, assai diversi” sostiene “da quelli che sono i discorsi e le pubbliche posizioni ufficiali di circostanza”. Un’esperienza che lo ha profondamente segnato.

Nel libro, a tratti molto duro, altre volte più ironico, Levi di Gualdo contesta quella che definisce una sorta di deriva “politica” dell’ebraismo contemporaneo, le cui istanze a suo dire sarebbero oggi fatte coincidere con quelle dello Stato d’Israele in un’impropria commistione che “ha mutato il Sionismo politico nella propria vera religione”.

Alcune pagine del volume sono dedicate proprio alla contestata preghiera del Venerdì Santo, dalla quale Giovanni XXIII molto opportunamente fece togliere i riferimenti alla “perfidia” giudaica, lasciando però l’invocazione per la conversione - o meglio l’approdo finale alla fede cristiana - degli ebrei. L’autore fa notare come “nella liturgia ebraica esiste la Lode delle Diciotto Benedizioni, d’impianto risalente al IV secolo avanti Cristo”. Nel primo secolo dell’era cristiana - ricorda Levi di Gualdo - in questa preghiera si declamava: “Per gli apostati non ci sia speranza e il Regno insolente (l’impero romano, nda) venga presto sterminato nei nostri giorni. I Nazareni (i giudeo-cristiani, nda) e gli eretici periscano e siano abrasi dal libro della vita, né siano iscritti insieme ai giusti”. La preghiera, continua l’autore di Erbe amare, fu mitigata sul finire del Trecento e oggi si recita: “Possano gli apostati non avere speranza e cadere tutti in perdizione, siano presto distrutti e soggiogati i tuoi nemici dei nostri giorni”.

Levi di Gualdo, citando Israel Shahak, autore di Storia ebraica e giudaismo, “mai smentito dalle autorità rabbiniche”, sostiene che dopo il 1967 svariate sinagoghe ortodosse israeliane e americane “hanno ripristinato il testo del I secolo”. Inoltre, ricorda che nel Talmud, il libro che raccoglie l’insegnamento tradizionale dei rabbini, “si bestemmia la Madonna senza curarsi che per i cristiani è la madre di Dio”. Si tratta di racconti del Talmud babilonese, risalenti al I secolo, secondo i quali Gesù sarebbe il figlio illegittimo di una donna di malaffare e il padre naturale sarebbe il soldato romano Panthera. Testi che Levi di Gualdo fa notare essere stati scritti ben prima delle persecuzioni antiebraiche ad opera dei cristiani.

Al di là delle polemiche e delle incursioni nei libri sacri dell’ebraismo, c’è anche chi ritiene che l’antica preghiera cattolica del Venerdì Santo non vada cambiata. È quanto sostengono i teologi Nicola Bux e Salvatore Vitiello, in un articolo messo in Internet dall’agenzia Fides della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli: “La Chiesa prega per la conversione di tutti gli uomini. Oggi non pochi cattolici hanno timore della conversione e così pure gli ebrei, i quali vorrebbero che la Chiesa cattolica non sia se stessa, almeno nei loro confronti. Ora, la conversione è l’essenza del Vangelo di Gesù, e ha designato il cammino verso di lui di popoli e nazioni”.»

di Andrea Tornielli, Il Giornale, 8 settembre 2007

lunedì 10 dicembre 2007

Cantique de Jean Racine

Mentre sto partendo per la terra di Francia, musicato da Gabriel Fauré, gustatevi questo Cantico.

Verbe égal au Trés-Haut
Notre unique espérance,
Jour éternel de la terre et des cieux,
De la paisible nuit nous rompons le silence,
Divin Sauveur, jette sur nous les yeux!
Répands sur nous le feu de la grâce puissante,
que tous l'enfer fuie au son de ta voix,
Dissipe le sommeil d'une âme languisante,
qui la conduit à l'oubli de tes lois!
O Christ sois favorable à ce peuple fidèle
pour te benir maintenant rassemblé,
Reçoit les chants qu'il offre, à ta gloire immortelle,
et de tes dons qu'il retourne comblé!


sabato 8 dicembre 2007

La seconda enciclica del Papa

« SPE SALVI facti sumus » – nella speranza siamo stati salvati. E`questo l`incipit della seconda enciclica di BenedettoXVI,una lettera ricca di spunti, che si presta molto bene alla comunicazione per la sua straordinaria semplicita,`nonostante il contenuto di alto profilo teologico e filosofico, che caratterizza questi documenti.
BenedettoXVI percepisce il disagio dell`uomo contemporaneo, sazio e disperato che ormai non osa piu`sperare. Il Papa continua a presentarci il vero volto del nostro di Dio, dopo averci detto, nella sua prima enciclica ”Deus caritas est” che Dio e' amore, e da Lui proviene tutto il bene, ora ci presenta un altra verità ,quella sul misterioso desiderio di Dio che e' nell'uomo, che per questo lo apre all'infinito. Questa verità è ragionevolmente fondata, se osserviamo il nostro passare insoddisfatti da un esperienza all'altra stimolati da naturali desideri che non riusciamo ad esaudire. E' altrettanto vero che questo desiderio di Dio, è causa della nostra speranza, ma anche della nostra disperazione, se sorretto dalle nostre sole forze naturali. .L`uomo ateo in sostanza non esiste. I reperti paleontologici e archeologici ci dimostrano che questo è vero: il "genere" homo si caratterizza, sia come sapiens sia come sapiens sapiens, per il senso religioso.
l`ateismo consiste semmai nel cattivo uso della ragione e nell`aver mal riposto la nostra naturale religiosita` ,non verso il Dio cristiano, “fuori dal mondo,” ma “dentro il mondo”. In pratica, la divinizzazione della natura ,del mondo, confluisce oggi (età contemporanea) nel materialismo e nello scientismo, che è, in fondo, la divinizzazione della scienza, dello Stato, del mercato. Traggo dalla lettera del Papa una breve citazione significativa a tal proposito <<.... In questo senso il tempo moderno ha sviluppato la speranza dell'instaurazione di un mondo perfetto che, grazie alle conoscenze della scienza e ad una politica scientificamente fondata, sembrava esser diventata realizzabile. Così la speranza biblica del regno di Dio è stata rimpiazzata dalla speranza del regno dell'uomo, dalla speranza di un mondo migliore che sarebbe il vero « regno di Dio >>Ma questa speranza e` stata tradita, l'uomo moderno che si è contrapposto alla tradizione cristiana, non confidando più nella vita eterna, e ingannato dalle ideologie mondane, non ha più dove riporre la sua speranza.Ha cercato di fare del mondo un immenso monastero, dove vi fossero praticate tutte le virtù, ma quando non si rispetta la vera libertà dell'uomo, che proviene dalla grazia, lo si trasforma in una grande prigione .Anche il cristianesimo moderno ha concorso, secondo il Papa,ad alimentare questo generale “restringimento” della speranza, da quando ha smesso di giudicare il mondo, cercando di comprenderlo nel tentativo anche in buona fede di trasmettere il vangelo all-uomo contemporaneo .Gia`il papa S.PioX aveva bollato il modernismo come“la sintesi di tutte le eresie”
.Dove possiamo allora orientare la nostra speranza?
Il Pontefice ci invita riporre la nostra fiducia solo in Gesu` :
<<...In altre parole: le buone strutture aiutano, ma da sole non bastano. L'uomo non può mai essere redento semplicemente dall'esterno. Francesco Bacone e gli aderenti alla corrente di pensiero dell'età moderna a lui ispirata, nel ritenere che l'uomo sarebbe stato redento mediante la scienza, sbagliavano. Con una tale attesa si chiede troppo alla scienza; questa specie di speranza è fallace. La scienza può contribuire molto all'umanizzazione del mondo e dell'umanità. Essa però può anche distruggere l'uomo e il mondo, se non viene orientata da forze che si trovano al di fuori di essa. D'altra parte, dobbiamo anche constatare che il cristianesimo moderno, di fronte ai successi della scienza nella progressiva strutturazione del mondo, si era in gran parte concentrato soltanto sull'individuo e sulla sua salvezza. Con ciò ha ristretto l'orizzonte della sua speranza e non ha neppure riconosciuto sufficientemente la grandezza del suo compito – anche se resta grande ciò che ha continuato a fare nella formazione dell'uomo e nella cura dei deboli e dei sofferenti....>>.
… Non è la scienza che redime l'uomo. L'uomo viene redento mediante l'amore..... Ma ben presto egli si renderà anche conto che l'amore a lui donato non risolve, da solo, il problema della sua vita. È un amore che resta fragile. Può essere distrutto dalla morte…… Gesù Cristo ci ha « redenti ..>>.
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roberto

venerdì 7 dicembre 2007

Pensiero della Domenica - 25

A cura del sito “Vie dello Spirito

09/12/2007 - II^ Avvento

Convertitevi: il Regno dei Cieli è vicino

In questa seconda parte del cammino di Avvento verso il natale, il personaggio dominante è Giovanni Battista, il cugino di Gesù.
E’ chiamato Battista, perché dava il Battesimo di penitenza.
Predicava nel deserto della Giudea, vasta zona montuosa, detta “deserto” solo nel senso di disabitata e incolta, sul versante orientale dei monti della Giudea, fino al mar Morto.
Il rosso vestito che indossava, richiamava alla penitenza e ricordava gli antichi profeti.
Si nutriva di locuste, o cavallette, usate anche oggi dai beduini, dopo averle arrostite e private della testa, delle ali, e delle gambe.

Giovanni utilizzava anche il miele selvatico che si trovava nelle fenditure delle rocce o degli alberi, ed anche dei datteri pestati.
Invitava la gente alla confessione dei peccati che veniva fatta durante il battesimo, che consisteva nell’abluzione per immersione nelle acque del Giordano.

Tutto ciò disponeva interiormente l’animo al cambiamento di vita ma non aveva la forza intrinseca dei sacramenti che saranno istituiti da Gesù Cristo.
Il Battista si scaglia contro coloro che venivano al rito come ad una cerimonia puramente esteriore.
E’ molto duro con i Farisei e Sadducei: “...già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco…”.
Il Vangelo di questa domenica dovrebbe far riflettere ciascuno di noi!
Ed il rimprovero del Battista forse è indirizzato anche a me.
Se Natale è sinonimo di festa esteriore, suoni, luminarie, dolci, regali, anche l’andare in Chiesa può essere sinonimo di puro formalismo, tradizione, esteriorità.
Se riuscissi in questi pochi giorni a mettere un po’ di ordine nel mio cuore!
E’ dentro di me che deve nasce la pace, la gioia, la serenità.
Sentiremo risuonare continuamente l’invito agli uomini di buona volontà, che è sinonimo di rinunzia, sacrificio, determinazione.
Proviamoci, anche se dovremo rinunciare a tante abitudini, frenare gli istinti, dominare i nostri risentimenti…
Arriva il Natale!
Quanto vorrei sorridere esprimendo la gioia che emana dal mio cuore in pace con Dio e con gli uomini.
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Don Lucio Luzzi

mercoledì 5 dicembre 2007

Legge 194. Qualcuno confonde le idee

Ricevo da Il Timone e pubblico.

«Una accesa disputa sulla Legge 194, che nel 1978 ha legalizzato l'aborto in Italia, si è aperta in queste settimane tra i cattolici. Tutto è iniziato da una intervista sul settimanale Tempi alla nota ginecologa cattolica Patrizia Vergani, secondo cui la 194 non è da cambiare. Una posizione che ha sucitato molte polemiche, e la reazione iindignata di alcuni leader pro-life, quali Mario Palmaro del Comitato Verità e Vita. A fianco della Vergani è scesa in campo anche Assuntina Morresi, membro del Comitato Nazionale di Bioetica, ancora con un articolo su Tempi. Ma le sue argomentazioni sono state puntualmente criticate dall'agenzia SVIPOP.
Vi proponiamo quest'ultima riflessione perché sintetizza il dibattito in corso e chiarisce alcuni punti che riteniamo fondamentali:

Legge 194, quando la tattica mangia la verità

di Riccardo Cascioli

In queste settimane è scoppiata una strana guerra nel fronte anti-abortista, su cui vale la pena esprimere un giudizio chiaro viste le conseguenze concrete che essa comporta.

Tutto è cominciato con un’intervista alla nota ginecologa cattolica Patrizia Vergani da parte del settimanale Tempi. A domanda precisa (“Lei oggi cambierebbe la 194, la legge sull’aborto?”), la Vergani risponde: “No. Penso invece che dovrebbe essere rispettata e applicata di più, con tutta quella parte di sostegno a chi decide di non abortire”. Si sono sollevate immediatamente delle polemiche, in cui si è distinto il Comitato Verità e Vita, il cui presidente Mario Palmaro ha bollato come “gravissima” questa presa di posizione paventando l’abortismo strisciante che si è ormai insinuato anche tra cattolici al disopra di ogni sospetto. In soccorso della Vergani, ancora su Tempi, è scesa in campo Assuntina Morresi, membro del Comitato Nazionale di Bioetica e autrice di pubblicazioni anti-abortiste. La sua difesa d’ufficio ha provocato una reazione ancora più dura da parte del Comitato Verità e Vita, che in pratica l’ha accusata di essere diventata abortista.

Se quest’ultima affermazione è indubbiamente infondata, dettata certamente dalla foga polemica, ciononostante molte affermazioni della Morresi lasciano perplessi se non costernati.

Anzitutto si fa scudo delle parole del cardinale Camillo Ruini per affermare che lei e la Vergani sono in perfetta sintonia con l'ex presidente della CEI. Ruini avrebbe infatti affermato che “noi siamo certamente contro l’aborto ma non vogliamo modificare la legge”. Peccato che il 4 settembre scorso il cardinal Ruini abbia detto esattamente il contrario: “Modificare la 194 non solo è lecito ma è anche doveroso”, ha affermato intervenendo alla Summer School della Fondazione Magna Carta. All’inizio del discorso aveva detto che “per un credente sarebbe meglio che quella legge non ci fosse, però c’è…”. Come dire, è una legge inaccettabile ma bisogna prenderne atto, e infatti più avanti, dice: “Non ci sono le condizioni culturali per abrogarla”. Quello di Ruini, dunque non è un “non voglio”, piuttosto è un “vorrei, ma non posso”. Malgrado ciò afferma che 30 anni di progresso medico-scientifico spingono a un necessario adeguamento della legge, “per migliorarla, non certo per peggiorarla”. E questa modifica “non solo è lecita ma è anche doverosa”. Ruini parla anche dei “politici cattolici”, che peraltro “nessuno obbliga a essere tali”. Ma se tali si definiscono allora “dovrebbero essere disposti anche ad andare in minoranza per promuovere i valori per la Chiesa non negoziabili”.

Il giudizio mi pare sia così chiaro da non richiedere interpretazioni. Si può solo aggiungere che mentre per la Morresi 30 anni di cambiamenti significano la necessità di difendere la 194 dopo averla combattuta appunto 30 anni fa, per Ruini è proprio questo che rende necessario almeno una modifica della legge, lavorando al contempo per ricreare una cultura della vita (”le condizioni culturali”) che renda possibile abrogarla. Ciò va ben oltre il desiderio di applicarla meglio, che sembra essere l’orizzonte della Vergani e della Morresi (chi fosse interessato può andarsi a risentire le varie edizioni dei Tg nazionali del 4 settembre a questo indirizzo web).

Ma ci sono molte altre affermazioni nell’articolo della Morresi che sono decisamente discutibili, come la seguente: “Nel suo genere, la legge 194 è una buona legge, una delle migliori sull’aborto nel mondo”. La Morresi non intende ovviamente affermare che la legge è buona in sé ma che nel mondo quasi tutte le leggi sull’aborto sono più liberali. Questo può essere vero, ma allora è giusto dire che la 194 è “una delle più restrittive”. Non è solo una questione di termini: “restrittivo” è un giudizio “tecnico”, “buona” o “migliore” è un giudizio di valore che ha tutt’altro significato. Tanto per fare un esempio: si sentirebbe la Morresi di affermare che le leggi razziali di Mussolini erano “buone” rispetto a quelle di Hitler?

In ogni modo non è un caso che la 194 non sia stata applicata nelle sue parti “propositive” e che non siano neanche osservate tutte le limitazioni all’aborto che pure la legge prevede. La verità è che quelle parti propositive e quei limiti servivano soltanto a far digerire a un’opinione pubblica – a anche a molti cattolici – un diritto all’aborto che altrimenti non sarebbe mai passato. E’ una strategia ben collaudata, che si ripete in tutti i paesi del mondo con una cultura maggioritaria per la vita. E questo la Morresi, che in Italia è una delle poche ad aver studiato il movimento abortista internazionale, lo sa benissimo.

Quando poi la Morresi afferma che “una legge sull’aborto è necessaria: prima le donne che abortivano erano processate e andavano in galera” mentre uguale sorte non toccava ai “maschi che le mettevano incinte”, bisognerebbe almeno dire che una tale disparità – peraltro più teorica che pratica (sa dirci la Morresi quante donne che hanno abortito sono andate in prigione prima del 1978?) – ha radici culturali e non ci vuole certo una legge che consenta l’aborto per stabilire l’uguaglianza delle responsabilità tra uomo e donna. Anzi, da questo punto di vista la 194 ha peggiorato la situazione lasciando la donna ancora più sola davanti all’aborto, visto che l’impianto stesso della legge risente dell’ideologia femminista per cui “il corpo è mio e me lo gestisco io”. Si dovrebbe anche ricordare che uno dei punti su cui il fronte anti-abortista allora insisteva era proprio quello sull’inclusione del padre nella responsabilità di fronte al nascituro, cosa che i sostenitori della 194 hanno ostinatamente rifiutato proprio perché avrebbe snaturato la loro impronta culturale.

Infine, è utile soffermarsi su quella spaccatura esistente - dice la Morresi - nel fronte “abortista”. Essa definisce due schieramenti: gli abortisti e i “pro-choice”. Gli abortisti sarebbero in pratica quelli dell’aborto libero e facile, i “pro-choice” sarebbero invece una sorta di abortisti compassionevoli, cioè “sostengono la 194” ma anche “vorrebbero che le donne non abortissero più e per questo apprezzano il lavoro dei centri di aiuto alla vita”. Nulla da obiettare sulle diverse ragioni che percorrono il fronte abortista, ma come si fa a definire “pro-choice” il secondo schieramento che - si capisce – dovrebbe essere nostro alleato? La Morresi sa benissimo che “pro-choice” a livello internazionale e in ogni angolo del mondo sta ad indicare gli abortisti tout-court, quelli che non solo si oppongono al diritto alla vita ma oggi chiedono a gran voce che venga riconosciuto a livello internazionale l’aborto come diritto umano universale. “Pro-choice” significa “per la scelta”, ovvero per la libera scelta delle donne di abortire se lo vogliono, è il trionfo del soggettivismo e dell’individualismo. Perché allora creare confusione, suggerendo come oggettiva una definizione che sta solo nella testa di chi l’ha scritta?

La Morresi ha pienamente ragione nel dire che il nemico “non sono le donne che abortiscono”, ma “è l’aborto” e che dunque “chi vuole lavorare per diminuirne il più possibile il numero è mio alleato”, ma la confusione e travestire il male in bene non serve a nessuno. Francamente si fa fatica a sfuggire all’impressione che - come sostiene Verità e Vita - “la tattica si è mangiata la verità”.»
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Silvio