martedì 19 febbraio 2008

Chiesa e nazionalsocialismo

Anche se l'argomento è talmente vasto e complesso da far tremare le vene e i polsi, proviamo a riassumere alcuni fatti storici riguardanti l'atteggiamento della Chiesa Cattolica tedesca di fronte all'emergere del demone nazionalsocialista, ricordato dal precedente post di Silvio. Di "liste della spesa" sull'argomento ce ne sono abbastanza, in rete e altrove. Il campo è stato arato in lungo e in largo e, tuttavia, ripassare un po' di storia non fa mai male. Anche perché lasciare certi argomenti a chi magari ancora crede alla truffa intellettuale propalata da Hochhut ( l'autore de "Il Vicario") in azione coordinata con il regime sovietico guidato da Krusciov (nome in codice della campagna denigratoria contro Pio XII: "Posizione 12") non è un buon servizio alla verità.
Partiamo dalla riunione di Fulda dell'agosto del 1932. Di fronte all'avanzare ormai manifesto nel paese dell'ideologia nazionalsocialista, l'intera conferenza episcopale tedesca decide di riunirsi per proclamare il divieto di appartenenza al movimento hitleriano in tutte le sue forme per tutti i fedeli cattolici. La mossa pastorale è dettata dalla necessità di salvaguardare i cattolici tedeschi sparsi in 24 diocesi.
Il 28 marzo 1933 ( Hitler è capo del governo da due mesi, e si sono tenute elezioni decisive) la condanna è ribadita dall'episcopato tedesco sempre a Fulda dove, un anno dopo, iniziano quelle riunioni dalle quali scaturiranno le note Lettere Pastorali, tra cui esemplari quelle del 7 giugno 1934 e 29 agosto del 1935, in cui si denuncia la persecuzione della gioventù cattolica. Le lettere continueranno a essere pubblicate fino al 1938, anno in cui si denuncia esplicitamente da parte dei vescovi la volontà di distruggere la fede cattolica in Germania e le rappresaglie contro studenti e funzionari cattolici. Una lettera circolare dei vescovi di Baviera del 1938 denuncia poi la cacciata di religiose dalle scuole pubbliche e l'impedimento alle suore di insegnare nelle scuole popolari. Non si deve dimenticare che la Baviera, regione di tradizione cattolica, costituì insieme agli altri Landaer a maggioranza cattolica un ostacolo non indifferente per il nazionalsocialismo. Nelle elezioni del marzo 1933 il partito di Hitler non ottenne la maggioranza nelle terre cattoliche, dove gli elettori cattolici votarono compatti per lo Zentrum, partito cattolico moderato.
All'azione collegiale dei vescovi si affianca quella individuale. L'arcivescovo di Colonia, Schulte, protestando contro l'introduzione del testo di Alfred Rosenberg nelle scuole, fece stampare nel 1936 un catechismo speciale in cui si ribadiva più volte che la fede voluta da Dio non è legata al sangue, elemento che verrà ribadito poi dall'ormai nota frase di Pio XI ( "siamo tutti spiritualmente semiti").
Ma per forza e coraggio emergono in Germania anche altre figure di vescovi, tra cui l'arcivescovo Faulhaber. Famosi i suoi sermoni per l'Avvento e il Natale del 1933, nei quali espose il legame tra Antico e Nuovo Testamento sottolineando il valore morale di figure come Giuseppe, Mosè e Giobbe, ribadendo pubblicamente la condanna del cristianesimo ariano, la teoria della religione del sangue e dello Stato onnipresente.
Altrettanto coraggio lo manifesta il "Leone di Muenster", monsignor Von Galen, figura luminosa che Hitler voleva uccidere, ma non lo fece per timore delle reazioni popolari. Rosenberg, l'ideologo del nazionalsocialismo, dichiarò che alla fine delle guerra si sarebbe dovuto fucilarlo. Nel 1936 Von Galen scrisse un'infocata denuncia al clero della diocesi, e in numerose prediche denunciò pubblicamente l'operato della Gestapo, arrivando a denunciare i suoi crimini perfino a Hermann Goering, nel 1942.
Tutto questo in coordinamento con Roma, dove l'azione di Pio XI e del suo segretario Pacelli è ormai ben nota ( la "Mit Brennender Sorge" venne scritta direttamente in tedesco per renderla più efficace, e venne letta nel 1937 da tutti i pulpiti delle 11.500 chiese tedesche). Lo stesso Sant'Uffizio è tra le primissime istituzioni ( dicembre 1940) a condannare l'uccisione di minorati in Germania ( è noto che lo stesso papa Ratzinger aveva un parente handicappato, il quale fu eliminato nel programma di sterminio denunciato dalla Chiesa di Roma).
Il periodo di Pio XII, poi, meriterebbe un discorso a parte.
Quindi, al di là delle parole, ecco l'atteggiamento della Chiesa Cattolica durante la tempesta hitleriana in Germania. Il cedimento di alcuni non può inficiare l'azione positiva di tanti altri cattolici coraggiosi.
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Paolo

lunedì 18 febbraio 2008

Se lo dice lui…

«Essendo un amante della libertà, quando avvenne la rivoluzione in Germania [il nazismo, n.d.a.] guardai con fiducia alle università sapendo che queste si erano sempre vantate della loro devozione alla causa della verità. Ma le università vennero zittite.
Allora guardai ai grandi editori dei quotidiani che in ardenti editoriali proclamavano il loro amore per la libertà. Ma anche loro, come le università, vennero ridotti al silenzio, soffocati nell’arco di poche settimane.
Soltanto la Chiesa si oppose pienamente alla campagna di Hitler mirante a sopprimere la verità. Non avevo mai avuto in precedenza un interesse particolare per la Chiesa, ma ora sento verso di essa una grande ammirazione, poiché la Chiesa sola ha avuto il coraggio e la perseveranza di difendere la verità intellettuale e la libertà morale.
Devo dunque confessare: ciò che un tempo disprezzavo, ora io lodo incondizionatamente».
Albert Einstein, sul “Time Magazine”, dicembre 1940

Riportato da Antonio Socci su “Lo straniero
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silvio

domenica 17 febbraio 2008

Gli ideali di Tiziano Terzani

Chiedo scusa della noia che vi dò.
Il commento di Paolo al post su Tiziano Terzani mi stimola a qualche ulteriore riflessione sul giornalista e scrittore, che di seguito riporto.

Un paio d’anni fa un caro amico mi ha regalato l’ultimo libro di Terzani - “Lettere contro la guerra” (TEA, 2002) - ispirato dall’attacco alle Torri gemelle di New York (11 settembre 2001) e dalle bollenti dichiarazioni nel merito di Oriana Fallaci.
Terzani, quindi, scrive a due anni dalla morte, nel pieno della propria maturità intellettuale.

Rimango però ancora una volta abbastanza deluso da quel che scrive, non tanto per le critiche alla Fallaci, ma per quello che fonda e sostiene il suo pensiero.
A proposito della scrittrice fiorentina: le idee e lo stile di Oriana Fallaci sono criticabilissimi. La struttura delle sue analisi opinabile. Ma Terzani le boccia, senza riportare alcun commento di merito alle sue posizioni errate; né sottolinea le eventuali verità (sempre presenti in ogni autore, si tratti della Fallaci, di Terzani o di Lutero).

Così Tiziano a Oriana: «Ti scrivo […] per non far sentire troppo soli quei lettori che forse, come me, sono rimasti sbigottiti dalle tue invettive […] nelle tue parole sembra morire il meglio della testa umana, la ragione; il meglio del cuore, la compassione.»
Dunque la Fallaci senza ragione e senza cuore. Non è eccessivo?
«[…] la tua brillante lezione d’intolleranza arriva ora anche nelle scuole, influenza tanti giovani, e questo mi inquieta
Dunque la Fallaci intollerante. Nemmeno un'incertezza nel giudizio?
Ripeto quindi che un autore - e la Fallaci, in particolare - non va stroncato completamente, specialmente laddove vengono espresse verità oggettive.
Ma di stroncatura completa si tratta.

Però il vero centro, le vere fondamenta degli ideali - non voglio dire ideologia - di Terzani è qua: «Dubitare è una funzione essenziale del pensiero; il dubbio è il fondo della nostra cultura. Voler togliere il dubbio dalle nostre teste è come voler togliere l’aria ai nostri polmoni

No di certo: è la metafisica la radice, il fondamento e la mèta della nostra cultura.
Non riconoscere questo è un attentato alla storia, prima, e alla ragione filosofica e teologica, poi.
Passino le critiche alla Fallaci, passi il pacifismo, passino le scuse di avere sbagliato per anni. Ma porre i propri limiti teoretici a norma della ragione, non lo permetto.

Poteva poi mancare San Francesco, perennemente e colpevolmente frainteso?
«Dove sono oggi i santi e i profeti? Davvero ce ne vorrebbe almeno uno!»
E dove lo va a pescare Terzani il profeta, se non in San Francesco, usato da lui come simbolo del buonismo ecologista?
«Ci vorrebbe un San Francesco. Anche i suoi erano tempi di crociate, ma il suo interesse era per gli “altri”, per quelli contro i quali combattevano i crociati.»
Dal nostro sito, a cominciare da un articolo di Paolo, abbiamo abbondantemente presentato il San Francesco della storia e dei fatti, assai difforme da quello dell'ideologia.

Terzani disinforma: «Mi diverte pensare che l’uno disse all’altro le sue ragioni, che san Francesco parlò di Cristo, che il sultano lesse passi del Corano e che alla fine si trovarono d’accordo sul messaggio che il poverello di Assisi ripeteva ovunque “Ama il prossimo tuo come te stesso”».
La storia reale dice ben altro: San Francesco andò a convertire il Sultano e non ascoltò alcun passo del Corano, perchè andò proprio per contrastare il Corano. Avrebbe accettato volentieri il martirio, per annullare il Corano. Questa la storia documentata. Il resto è fantasia.

Caro Terzani, il tuo compito non fu di immaginare, ma raccogliere ed esporre i fatti. Non i fatti dalle proprie idee, ma le idee dai fatti.
Chi ha la responsabilità della verità non può “divertirsi a pensare”, ma dev'essere schietto, onesto verso i lettori.
Se sei in Paradiso, prega per noi, per non venire accecati da cattivi maestri.
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silvio

venerdì 15 febbraio 2008

Pensiero della Domenica - 33

A cura del sito “Vie dello Spirito

II^ Quaresima - 17/02/2008

Il volto di Gesù brillò come il sole

Ci inoltriamo nella Quaresima e quella di oggi viene chiamata la Domenica della Trasfigurazione. Per scoprire il vero volto di Cristo, non possiamo essere attaccati alle cose superflue.
Dopo i fatti di Cesarea di Filippo, con la proclamazione della Divinità di Gesù e con il preannuncio della Sua Passione, il Cristo prosegue a intensificare la illuminazione e la formazione dei suoi Apostoli, mentre oramai siamo nell’estate del secondo anno della vita pubblica.
Prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni. Sono i tre che già aveva ammesso privilegiatamente a presenziare alla risurrezione della figlia di Giairo e che ammetterà all’agonia dell’Orto del Getsemani.

Di essi Pietro doveva essere il Capo della Chiesa; Giacomo, il primo Apostolo Martire; Giovanni, l’Apostolo prediletto, l’ultimo superstite dei dodici, con cui doveva chiudere la rivelazione.
Condusse i tre su un alto monte. Fin dal III° secolo la tradizione lo identifica con il Tabor, che si innalza isolato e conico a 562 metri, circa 10 chilometri ad est di Nazareth.
Dalla sua vetta maestosa, si domina un vastissimo panorama, dal mediterraneo a tutta la pianura di Galilea.
E’ distante, in linea d’aria, 70 chilometri da Cesarea di Filippo; percorso che coprirono in sei giorni.

Gesù abbandonò visibilmente le qualità del corpo mortale per assumere quelle del corpo glorioso.
La manifestazione dovette essere impressionante, poiché il fatto avvenne forse quando era ancora notte, tra il giorno dell’arrivo e quello della discesa.
La Trasfigurazione avvenne mentre Gesù pregava e, i tre, dormivano. Allora si svegliarono e videro.
“... Ed ecco una voce dalla nube che diceva: .

Il godimento paradisiaco dura pochi istanti; poi ridiscendono dal monte insieme a Gesù, perché adesso c’è da percorrere la via della Croce. Soltanto così si arriva alla meta luminosa.

Non illudiamoci, è anche il nostro percorso.
Ma quanto è indispensabile, nel buio della nostra vita quotidiana, quella luce della fede che ricevemmo il giorno del battesimo.
Anche se flebile, riuscirà ad illuminare i nostri passi, sulla via della salvezza.
Le premure che Gesù ebbe per i suoi amici, sono garantite anche per me, per te. E ci ripete ancora una volta: ”... Beati voi, che non vedendo con i vostri occhi, credete sulla mia parola; sarà grande la vostra ricompensa nei cieli…”.

Signore, stammi vicino. Io non riesco ad avere una fede indomita.
Mi sento simile agli Apostoli, nelle loro titubanze, incertezze, paure…
Aiutami a ripetere:
"Non ti vedo, ma credo sulla tua Parola".
***
Don Lucio Luzzi

Tremate, le nonne son tornate

La povera Emma Bonino è inviperita.
La manifestazione delle “donne” pro-aborto si è rivelata un raduno di poche centinaia di “nonne” pro-aborto. Pochissime le giovanotte.
Ovviamente i giornali di regime parlano di “migliaia” di presenze. Bum!
Sì, insomma - un ritrovo di vecchie babbione sessantottine (delle quali una qui a destra), arrabbiate non si sa contro chi e inacidite dalla menopausa.

La povera Bonino, dicevo, non si raccapezza: «certo è che la generazione più giovane non sa cosa sta accadendo». Infatti, per lei, le giovani sono stupide. Non hanno certo il genio suo.
Ma la colpa di tanta insensibilità alle tematiche dei radicali di chi è? - incalza la giornalista.

La Bonino non ha dubbi: la colpa è della «deriva bigotto-ipocrita che dal 2001 ha preso la nostra politica», dei genitori sessantottini «che non parlano più ai loro figli di politica» e - gran finale - della Chiesa, spalleggiata dalla RAI che «quando Ruini ha convocato i cattolici all'Angelus in solidarietà con Ratzinger (per approfittare dell'effetto aggiuntivo) era in diretta sul Tg1».

Insomma non è colpa dei radicali medesimi, che non sanno più scaldare il cuore nemmeno del loro gatto di casa (se mai l’hanno scaldato a qualcuno). Pensa un po’.
Senz’altro nella sezione humor.
***
silvio

giovedì 14 febbraio 2008

Società liquida

L'Uscita in Italia del Rapporto CENSIS evidenzia un'Italia "in poltiglia" dal punto di vista delle identità, del civismo, del senso del futuro e della coesione sociale, tenuti insieme da un sociale di bassa lega e senza alcuna funzione di coesione da parte delle istituzioni. “Dio fece all’uomo e alla donna delle tuniche di pelle e li vestì” (Gen 3,21). questi abiti provvisori, sono i grandi doni naturali offerti da Dio all’uomo ,un primo soccorso all’uomo decaduto perché possa sopportare, in una terra ostile, una vita difficile
Essi sono: la norma etica e le leggi basate sulla retta coscienza, l’autorità e il buon governo che danno sicurezza e libertà per lo sviluppo di ognuno. Spesso pesano, ma guai se mancassero o fossero troppo deboli!.
Insomma sono quelle istituzioni che l`uomo ormai da tempo sta cercando di togliersi di dosso,una vera e propria spogliazione, pensando cosi` di essere piu` libero, si, ma solo di aver freddo, ora che si riscopre nudo.Non soltanto a livello sociale,ma anche in “ interiore Homine” non vi e` piu` un centro, tutto sfugge , le facolta` dell`anima, bonta,` intelligenza, volontà,` memoria, non convergono piu` per formare rettamente l`uomo, ma da esso si separano. Libero dalle gerarchie, religiose , politiche, economiche, attraverso vari stadi rivoluzionari,l`uomo sta creando un mondo di schiavi senza padroni,si obbedisce a una burocrazia creata da una mano invisibile­ (d`altronde il maligno non ha origine metafisica?) Uno stato liquido che bisogna in qualche modo ingessare dove le offerte innovative possono venire solo dalle nuove minoranze attive.Ci sono allora di conforto le parole del profeta Isaia (Is 58) …

Se toglierai di mezzo a te l`oppressione,

il puntare il dito e il parlare empio,
10 se offrirai il pane all`affamato,

se sazierai chi è digiuno,
allora brillerà fra le tenebre la tua luce,
la tua tenebra sarà come il meriggio.
11 Ti guiderà sempre il Signore,

ti sazierà in terreni aridi,
rinvigorirà le tue ossa;
sarai come un giardino irrigato
e come una sorgente
le cui acque non inaridiscono.
12
La tua gente riedificherà le antiche rovine,
ricostruirai le fondamenta di epoche lontane.
Ti chiameranno riparatore di brecce,
restauratore di case in rovina per abitarvi.
+++

roberto

Sessantotto - 02

Pochi mesi orsono, parlai del famoso “abbaglio” di Tiziano Terzani che, in merito alla guerra cambogiana, affermava ingenuamente: «I Khmer rossi ci sembravano l’unica via d’uscita dall’incubo della guerra. Fossero arrivati loro a Phnom Penh, il conflitto sarebbe finito… Allora la pensavamo così».
Terzani uscì dall’allucinazione lentamente, ma alla fine realizzò che «i khmer rossi sono i figli ideologici di Mao Zedong» e che «[…] quello che i profughi mi dicevano erano solo i dettagli di un grandioso piano dell’orrore… Quel piano lo capii nella sua totalità solo col tempo».

Torna oggi a Parlare di Terzani, don Piero Gheddo su Avvenire con l’articolo dal titolo significativo “I Khmer rossi che Terzani non vide”.
E no, non li vide proprio, assieme alla ben nota «intellighentija occidentale, massificata e campionata dalla Scuola di Francoforte e da Gramsci» (come scrivevo).

Cosa videro invece Terzani e compagni?
Videro quello che l’ideologia manifestava in quegli anni: un mondo imperialista (nazista?) che voleva schiacciare la marcia vittoriosa del socialismo e del progressismo comunista mondiale.
Gheddo ricorda che gli epigoni dell’intellighentija occidentale «ai crimini dei comunisti non solo non ci credevano, ma non si potevano nemmeno raccontare!»

Bisognava cioè piegare i fatti all’ideologia, così come si usa ancora oggi.
Gheddo, quarant’anni fa, era uno dei missionari che viveveno sul posto ed ai quali non si credeva. Quando denunciava i crimini dei comunisti, veniva bollato dall’Unità come «un missionario finanziato dalla Cia».
E Terzani? Non poteva venire in aiuto della verità?
No. E Gheddo se lo chiede con dolore: «Ma non si capisce nemmeno perchè un giornalista come Terzani, in Vietnam come in Cambogia, non ha mai dato la minima attenzione a quei missionari che si trovavano sul posto da una vita. Se si fosse degnato di prendere contatto con i missionari francesi del Mep, avrebbe incominciato a capire qualcosa di quel genocidio».

Sono preoccupato oggi di chi parla come parlò Terzani. Non si rendono conto di consegnarsi al ridicolo dinnanzi alla storia. E non lo dico con ironia.
Di essi si farà un epitaffio simile a questo: «Terzani è stato certamente scrittore e giornalista di valore, ma come tanti altri anche uno degli illusi che esaltò i Vietcong e i Khmer rossi come “liberatori” dei loro popoli: solo anni dopo il fallimento inglorioso della loro “liberazione” incominciò a dire timidamente che si era sbagliato».
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silvio

A mia moglie, nel giorno di San Valentino


La farfalla innamorata del fiore


Tiepida pioggia vento leggero inizio del disgelo
gemme occhio di salice boccioli di susino
il cuore della primavera senti muovere.
Il piacere del vino e della poesia con chi dividerlo?
Il pianto scioglie la cipria, pesa il fermacapelli.

Ho provato la veste foderata di broccato d'oro
mi stendo e poso sul cuscino di giunco
il cuscino deforma il fermaglio-fenice.
Sola, abbraccio la mia tristezza, senza alcun sogno lieto
A tarda notte per svagarmi tagliuzzo ancora lo stoppino
alla lampada.

Li Qingzhao

da "La Babele del Levante"
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silvio

mercoledì 13 febbraio 2008

Ciarpame culturale

«Un altro tabù è caduto. il discreto (non più che discreto) film Caos calmo forse passerà alla storia cinematografica per la prima bestemmia dallo schermo.
Una bestemmia incontrovertibile, chiara, netta… ed inutile.
Infatti non si capisce perché l’attore [Silvio Orlando - n.d.r.] dovesse dire proprio quella bestemmia proprio a quel punto del film.
Come anche la famosa scena di sesso (niente di particolare: si sono viste scene più intense ed emozionanti, anche se addirittura più caste) non era troppo funzionale alla storia e, sinceramente non ho capito bene cosa ci stesse a fare (difetto mio, senz’altro).
In conclusione un film mediocre con una grossa pecca (quella indicata all’inizio), e non è un fatto di comprensione artistica, è solo un fatto di educazione e di buon gusto.»
© Orso Marsicano
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silvio

martedì 12 febbraio 2008

Benedetta normalità

«Non dimentichiamo che i giorni trascorsi dalla Madonna sulla terra furono quasi per intero molto simili a quelli di tanti milioni di donne occupate nella cura della famiglia, nell’educazione dei figli, nelle faccende domestiche.
Maria santificava le cose più piccole, quelle che molti altri considerano erroneamente insignificanti, senza valore: il lavoro di ogni giorno, le attenzioni prodigate alle persone care, le conversazioni e le visite ai parenti e agli amici…
Benedetta normalità così piena di amore di Dio!»
San Josemaría Escrivá de Balaguer
***
silvio

lunedì 11 febbraio 2008

I Novissimi: chi li ha visti?

Ottima domanda, doverosa risposta.

Don Pietro Riggi, salesiano del Borgo Ragazzi Don Bosco, domanda al Papa alcune cose.
Per esempio: «nei catechismi della Cei usati per l'insegnamento della nostra fede ai ragazzi di confessione, comunione e cresima, mi sembra che siano omesse alcune verità di fede.
Non si parla mai di inferno, mai di purgatorio, una sola volta di paradiso, una sola volta di peccato, soltanto il peccato originale.
Mancando queste parti essenziali del credo, non Le sembra che crolli il sistema logico che porta a vedere la redenzione di Cristo?
»

Confessa inoltre: «Oggi purtroppo anche noi sacerdoti, quando nel Vangelo si parla di inferno, dribbliamo il Vangelo stesso. Non se ne parla
Stesso discorso per la Salvezza: «O non sappiamo parlare di paradiso. Non sappiamo parlare di vita eterna. Rischiamo di dare alla fede una dimensione soltanto orizzontale oppure troppo distaccata, l'orizzontale dal verticale
«Volevo anche notare come la Madonna non ha avuto paura di parlare dell'inferno e del paradiso ai bambini di Fátima, che, guarda caso, avevano l'età dei catechismo: sette, nove e dodici anni. E noi tante volte invece omettiamo questo

Benedetto XVI sottoscrive: «Lei ha parlato giustamente su temi fondamentali della fede, che purtroppo appaiono raramente nella nostra predicazione
Il Papa stesso dà l’esempio e ne parla: «Nell'Enciclica Spe salvi ho voluto proprio parlare anche del giudizio ultimo, del giudizio in generale, e in questo contesto anche su purgatorio, inferno e paradiso
Ma, si vede bene, è inascoltato. Anche dalla CEI, aihmè.

Non è certo la prima volte che il Pontefice espone i Novissimi: «Quando non si conosce il giudizio di Dio, non si conosce la possibilità dell'inferno, del fallimento radicale e definitivo della vita, non si conosce la possibilità e la necessità della purificazione
E per non dare pretesti al fraintendimento, ripete: «Perciò Lei ha ragione: dobbiamo parlare di tutto questo proprio per responsabilità verso la terra, verso gli uomini che oggi vivono.
Dobbiamo parlare anche e proprio del peccato come possibilità di distruggere se stessi e così anche altre parti della terra


Sarà ascoltato dalle vispeterese, tutte dialogo e smancerie?
Dubito sed rogito.
***
silvio

sabato 9 febbraio 2008

Girolamo Savonarola - 01

Potrei nasconderlo, ma non ci riesco proprio.
Ebbene sì, sono divorato dall'ammirazione per Girolamo Savonarola.
Non parlo ora dei singoli contenuti del suo credo personale o delle sue intenzioni, più o meno condivisibili.
Non mi sto riferendo cioè al suo - criticabilissimo - pensiero.

Parlo di come vorrei fosse la Chiesa ed io stesso, personalmente.
Vorrei somigliare almeno un po' a Savonarola.
Mi piace la schiettezza, il fuoco dello zelo, la santità peperina e salata, l'essere «caldi o freddi» - come auspica l'Apocalisse. Mi piace l'avversione alla tiepidezza, l'apostolato energico, il contrasto alla rilassatezza e al tedio - tumori dello spirito.
Mi piace la nuda intransigenza verso i miei peccati e quelli altrui, che lo stolto vi legge integralismo.
Già. Vorrei proprio somigliare, poco poco, a Savonarola, perchè sono tiepiduccio - tutto sommato - e pigro e di tendenza scribacchina e farisaica.
Per questa Quaresima vorrei da Dio la grazia di veder mutata, almeno di poco, la mia indolente natura.

Ma torniamo al Nostro domenicano.
Bell'articolo di Franco Cardini su “Avvenire” dal titolo “Riabilitare Savonarola?
È abbastanza preoccupato, il Cardini, del fatto che Savonarola sia stato indicato, dai vari movimenti di protesta o di riforma, come archetipo delle di loro idee.
Simbolo, cioè, del «libero pensiero» rivoluzionario e luterano.
È così? Non direi proprio e non lo dice nemmeno Franco Cardini.
Mistico, frate, sacerdote, teologo, predicatore, il Ferrarese seppe trasmettere tutta la potenza delle proprie convinzioni mediante un'arte comunicativa innata, o accresciuta dalla Grazia.
Riformatore, sì, ma nel voler ricondurre la Chiesa all'ortoprassi. Non ne contestò l'ortodossia.

In un certo senso, contribuì alla trasformazione delle fazioni in pre-partiti politici, nel senso moderno.
Rivivono nel suo ricordo i «piagnoni», i «compagnacci» e gli «arrabbiati». E si sentono ancora gli echi dei loro scontri, di una guerra nello spirito che non si può esiliare, se si ama la salvezza del genere umano.

Non si può tacere dinnanzi alla verità calpestata, anche se vi sono diversi modi di agire o di proporre le proprie decisioni.
Comunque, Savonarola finì scomunicato e arso - morto, non vivo, perchè il carnefice accese il fuoco in ritardo dopo averlo impiccato.
Oltre a questo piccolo aneddoto, aggiungo qualcosa che il Cardini non scrive.
Il Vescovo, in lacrime prima dell'esecuzione, cominciò a leggere la Bolla di scomunica: «Io ti scomunico dalla Chiesa militante, dalla Chiesa trionfante, ...».
Ma qua frà Girolamo lo interruppe: «Solo dalla Chiesa militante, per quella trionfante deciderà Dio».

Spero che il processo di beatificazione, in sospeso, venga ripreso e completato.
***
silvio

giovedì 7 febbraio 2008

Ebraismo - 01

E va bene. D'accordo. Prima o poi bisogna cominciare.
Mi ero riproposto di parlare dell’ebraismo il più tardi possibile, per un pregiudizio un po’ ipocrita legato alla salvaguardia asettica della sensibilità delle coscienze altrui…
Ma effettivamente è puerile - ne ho convenuto con me stesso - tralasciare una tematica teologica calda calda, stimolante come questa, incarnata profondamente nel nostro tempo.

Andrò spesso a passo di gambero - a ritroso - o saltellando tra i secoli, come un grillo.
Parto quindi dall’ultima notizia - notevole - in ordine di tempo.
Stavolta gli ebrei se la sono presa male e non hanno tutti i torti.
Anzi hanno molte ragioni.
Anch’io - lo confesso - sono sobbalzato dalla sedia (per la piacevole sorpresa, però).

Trattasi della modifica apportata alla preghiera per gli ebrei del Venerdì santo, limitatamente al Messale in rito antico. Preghiera che da qualche decennio costituisce un problema per quella parte della Chiesa particolarmente esposta al “vento del Concilio”.
Sulle prime sembrava l’ennesima Caporetto clericale: il Papa, infatti, ha estromesso dalla preghiera l’espressione «per la conversione degli ebrei», che avrebbe troppo ferito la sensibilità del popolo in questione.

Ci si aspettava un testo tutto ecumenico e concordante.
Ora la preghiera si presenta così:
«Oremus et pro Iudaeis.
Ut Deus et Dominus noster illuminet corda eorum, ut agnoscant Iesum Christum salvatorem omnium hominum.
[Oremus. Flectamus genua. Levate.]
Omnipotens sempiterne Deus, qui vis ut omnes homines salvi fiant et ad agnitionem veritatis veniant, concede propitius, ut plenitudine gentium in Ecclesiam Tuam intrante omnis Israel salvus fiat. [Per Christum Dominum nostrum. Amen.]»

Traduzione dell’Ansa:
«Preghiamo per gli ebrei.
Il Signore Dio nostro illumini i loro cuori perché riconoscano Gesù Cristo Salvatore di tutti gli uomini.
Dio Onnipotente ed eterno, Tu che vuoi che tutti gli uomini si salvino e giungano alla conoscenza della verità, concedi propizio che, entrando la pienezza dei popoli nella tua Chiesa, tutto Israele sia salvo».

Ovviamente, l'Assemblea rabbinica italiana, all’udire l’auspicio di una futura conversione d’Israele a Cristo, all’udire l’auspicio che Israele torni finalmente alla luce della verità… beh, si è leggermente “alterata”, per usare un eufemismo.
Insomma, è rottura. Gli ebrei si vogliono prendere una «pausa di riflessione nel dialogo» con i cattolici, per usare uno stile diplomatico.

Il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, parla di «un fulmine a cielo sereno». Di «una marcia indietro di 43 anni».
Si può dargli torto?
No, almeno fino a quando non si parlerà agli ebrei in tutta onestà e schiettezza, senza trucchetti finto-ecumenici.
Insomma, gli ebrei non vanno presi per il naso.
Bisogna dire loro chiaramente che, anche togliendo la frase «pro perfidis judeis», o la frase «per la conversione degli ebrei», la Chiesa non rinuncerà mai a questa verità: l’unica salvezza è in Gesù Cristo e gli ebrei sono chiamati a conversione esattamente come tutti gli altri popoli del mondo.

Verità scomoda, ma non si può continuare a prendere in giro il popolo ebraico per altri quarant’anni.
La Chiesa serve per predicare il Vangelo. Per annunciare la salvezza in Cristo Gesù. Tutto il resto è ciarpame ecumenicamente corretto.
Come possono gli ebrei abbandonare l’ipocrisia farisaica, se anche certuni chierici cattolici si comportano da scribi e farisei ipocriti?
Si dica dunque la verità agli ebrei, circa le vere intenzioni della Chiesa; non li si illuda.
È poco serio.
***
silvio

mercoledì 6 febbraio 2008

Mercoledì delle ceneri

Dal Messaggio di Sua Santità Benedetto XVI per la Quaresima

«Nel tempo quaresimale la Chiesa si preoccupa di proporre alcuni specifici impegni che accompagnino concretamente i fedeli in questo processo di rinnovamento interiore: essi sono la preghiera, il digiuno e l’elemosina.»

«“Non potete servire a Dio e al denaro” (Lc 16, 13).
L’elemosina ci aiuta a vincere questa costante tentazione […] noi non siamo proprietari bensì amministratori dei beni che possediamo […]»

«Maria, Madre e Serva fedele del Signore, aiuti i credenti a condurre il “combattimento spirituale” della Quaresima armati della preghiera, del digiuno e della pratica dell’elemosina, per giungere alle celebrazioni delle Feste pasquali rinnovati nello spirito.»
***
silvio

martedì 5 febbraio 2008

Gesù e la carne d'agnello

Gesù, durante l’Ultima Cena, ha veramente consumato la carne dell’agnello arrostito seguendo minuziosamente le rituali prescrizioni della tradizione ebraica ufficiale, oppure ha superato l'antico rito, come in altre occasioni ma qui in un momento fondamentale, portandolo a compimento e svelandone il senso più profondo, nuovo e definitivo? Un particolare apparentemente secondario che tuttavia, a nostro avviso, apre spazi interessanti di riflessione anche teologica. In effetti, la convinzione diffusa che Gesù abbia consumato l’agnello pasquale secondo il rito tradizionale previsto per la Pasqua ebraica non è per nulla scontata. Nei Vangeli si usano espressioni come “preparare la Pasqua”, “consumare la Pasqua” e “celebrare la Pasqua”, ma in realtà si può soltanto ipotizzare che Gesù e i discepoli si siano attenuti scrupolosamente alle norme stabilite dalla tradizione. Un primo elemento di riflessione può basarsi su un fattore culturale e su considerazioni di tipo “politico”: il fatto che l’agnello dovesse essere macellato dai capi famiglia nel tempio, e il suo sangue raccolto in prima persona dai sacerdoti, non doveva predisporre troppo bene Nostro Signore verso il rito tradizionale, vista la rottura netta tra Gesù e gli esponenti del culto ufficiale, soprattutto nelle fasi finali che precedono il processo e la morte di Gesù. Di fatto poi nei Vangeli, in riferimento all’Ultima Cena, non si parla mai dell’agnello ma solamente del pane, del vino e, forse, della salsa dolce haroset in cui si intingevano le erbe amare (Giuda “intinge” con Gesù nel piatto: Mc, 14, 20; Gesù “intinge” il boccone per il traditore Giuda in un piatto: Gv 13, 26). Alla luce dei molti legami con la tradizione degli Esseni ( il calendario solare seguito da Gesù e dai Discepoli per la data della celebrazione del rito pasquale, il cenacolo situato nel quartiere esseno di Gerusalemme e altri dettagli), si può pensare che Gesù possa invece essersi avvicinato di più ad alcune forme di quel rito della Pasqua essena noto come “Pasqua fiorita”, in cui non era previsto il rito della macellazione dell’agnello, in contrasto con la tradizione ufficiale del tempio. Il rito esseno si basava sulla consumazione di un pane realizzato con frumento e olio, senza carne di agnello.
Tuttavia, anche più significative sono le considerazioni di tipo teologico. E’probabile che Gesù non abbia consumato la carne d’agnello di proposito in quanto Lui stesso, offrendo in sacrificio il suo Corpo e il suo Sangue durante l’Ultima Cena, si è posto come vittima sacrificale perfetta, volendo abolire per sempre il sacrificio animale, semplice figura del sacrificio perfetto da Lui compiuto, e da quel momento in poi non più necessario. A una realtà nuova, definitiva e perfetta (il sacrificio di Cristo, riproposto in maniera incruenta ogni volta che si celebra la Santa Messa) doveva per forza corrispondere un rito che supera e compie quello antico ebraico, incentrandosi soprattutto sull’importante elemento dell’agnello. Si passa quindi da un semplice banchetto rituale e commemorativo, per quanto importante, a un vero e proprio sacrificio in cui la persona di Cristo si sostituisce all’agnello pasquale ebraico, semplice figura del vero Agnus Dei, sancendo il passaggio dall'Antica alla Nuova Allenanza.
Questo aspetto particolare, tra l’altro, ci sembra possa aiutare a valorizzare maggiormente l'aspetto più importante della Messa, quello sacrificale, bandendo l'idea dell'Eucarestia come semplice cena o banchetto, come vorrebbero quelle tendenze ebraizzanti e protestanteggianti che continuano oggi a sfigurare il volto della vera Chiesa di Cristo, la Chiesa Cattolica Apostolica Romana.
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Paolo

Si infiamma la guerra culturale

«Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso! […] Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione.»
(Lc 12, 49.51)

Si chiede il professor Franco Cardini, docente di storia medioevale: «Ancora firme dopo la pessima figura fatta?».
Sì, ancora firme. Almeno 1.479.
Capitanati da Gianni Vattimo, Piergiorgio Odifreddi, Luigi Bobbio - e altri noti illuministi - 1.479 docenti plaudono all’ormai storica “cacciata” del Papa dall’Università La Sapienza.

Plaudono firmando un appello che recita così: «I sottoscritti esprimono la più ferma e convinta solidarietà ai colleghi sottoposti a un linciaggio morale, intellettuale e persino politico senza precedenti. Noi firmatari affermiamo che ci saremmo comportati come i 67 in nome della libertà della ricerca e della scienza. Se essi sono cattivi maestri, ebbene lo siamo anche noi.»

Buono a sapersi. Serve una dettagliata mappatura dei «cattivi maestri» che, ora e sempre, sono all’origine di vari e noti terrorismi e delle più becere manifestazioni della follia umana.
Nomi e cognomi da consegnare alla storia. O meglio, al dimenticatoio della storia.
Sterminato, infatti, è il numero di chi operò il male (spesso a caccia della fama) e ne ottenne, in salario, l’oblio.
A cominciare dai membri del Sinedrio e del popolo che linciarono il Cristo - ad eccezione di Anna, Caifa e Pilato, ad esempio, dei quali sussiste il ricordo unicamente a loro vergogna.

Qua abbiamo i pronipoti. Cacciano, umiliano, zittiscono, ostentano sapienza, seminano la zizzania, provocano prima e poi fanno le vittime.
La tattica è sempre quella: ammazzali e poi frigna al posto loro.
Così la gente si impietosisce.
«Colpirne uno per educarne cento», insegnavano. Sempre loro. Arieccoli. Più che maestri cattivi, ipocriti direi.
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silvio

domenica 3 febbraio 2008

Moratoria contro l’aborto - 01

Si entra nel vivo!
Stavolta il bombardamento contro gli abortisti viene da quattro laicissimi - e sottolineo laicissimi - atenei romani.
I direttori delle cliniche ginecologiche delle facoltà di medicina delle università romane di Tor Vergata, La Sapienza, Cattolica e Campus Biomedico - stufi di vedere i cadaveri squartati semivivi dei feti abortiti - hanno firmato un bel documento.

Documento nel quale si descrive la procedura medica da eseguire nel caso il feto abortito nasca vivo: rianimarlo, anche se la madre fosse contraria.
Ovvero, cercare di farlo vivere, con l’unico limite dell’inutile accanimento terapeutico.

Come credete abbiano reagito i parrucconi incipriati pro-squartamento?
Si sono messi a starnazzare. Ad esempio, il socialista Gavino Angius ha gridato tutto il suo «profondo sdegno» per l’«aggressione alla 194 perpetrata nelle ultime settimane dalle gerarchie vaticane e da gruppi a essere contigui».
La verità è ben diversa. Sono gli squartatori imparruccati che aggirano la legge 194 e non la vogliono applicare integralmente.

Il documento è fondato sul laicissimo principio neonatologico, secondo il quale «un neonato vitale, in estrema prematurità, va trattato come qualsiasi persona in condizioni di rischio, e assistito adeguatamente ».
I veri medici vogliono semplicemente tornare ad essere tali. Ovvero, persone che curano e soccorrono altre persone in pericolo di vita.
Il feto (alla 22a settimana - nella foto) è sì immaturo, ma riconoscibilissimo come essere umano, soprattutto per le membra già tutte formate.

Continua il documento: «Con il momento della nascita la legge attribuisce la pienezza del diritto alla vita e quindi all'assistenza sanitaria».
Sembra un’ovvietà, per un’intelligenza normale.
Gli squartatori, no. Non sono d’accordo.
Bisogna squartare il feto perché altrimenti «non viene più data alla donna la possibilità di scegliere».
Bisogna squartare il feto perché altrimenti si «costringono le donne ad abortire all’estero».

Ecco, appunto, andatevene all’estero.
Se non doveste tornare più, sono disposto a pagarvi il biglietto di sola andata.
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silvio

Importanti(ssime) puntualizzazioni

Il Papa, ricevendo in Udienza i partecipanti alla Sessione Plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha ricordato l’importante documento pubblicato nel 2007 e titolato “Risposte a quesiti riguardanti alcuni aspetti circa la dottrina della Chiesa”.
Sintetizzando il concetto centrale del pronunciamento magisteriale, Benedetto XVI precisa che «viene così confermato che l’una e unica Chiesa di Cristo ha la sua sussistenza, permanenza e stabilità nella Chiesa Cattolica e che pertanto l’unità, l’indivisibilità e l’indistruttibilità della Chiesa di Cristo non vengono annullate dalle separazioni e divisioni dei cristiani».

Un secondo documento (pubblicato sempre nel 2007) viene poi menzionato: “Nota dottrinale su alcuni aspetti dell’evangelizzazione”.
Anche di questo pronunciamento il Papa fa una sintesi: «la Chiesa, nel tempo del dialogo tra le religioni e le culture, non si dispensa dalla necessità dell’evangelizzazione e dell’attività missionaria verso i popoli, né cessa di chiedere agli uomini di accogliere la salvezza offerta a tutte le genti».

Inoltre Benedetto XVI chiede alla Congregazione un impegno rinnovato, per i tempi a venire, circa i «problemi difficili e complessi della bioetica», che dovranno essere seguiti «con particolare attenzione».
Si sottolinea che «il Magistero della Chiesa certamente non può e non deve intervenire su ogni novità della scienza, ma ha il compito di ribadire i grandi valori in gioco e di proporre ai fedeli e a tutti gli uomini di buona volontà principi e orientamenti etico-morali per le nuove questioni importanti».

Nel concludere, il Pontefice esprime un’ennesima importantissima puntualizzazione.
È vero che il cristiano deve anche seguire la voce della propria coscienza, per discernere il bene e il male, ma è da chiarificare che la coscienza va formata.
Non si nasce, cioè, con una coscienza adulta, ma la coscienza va educata durante tutta la vita, nell’umiltà e nel ravvedimento.
Dice il Papa, a questo proposito: «I cristiani [...] nella formazione della loro coscienza devono considerare diligentemente la dottrina sacra e certa della Chiesa. Infatti per volontà di Cristo la Chiesa cattolica è maestra di verità, e il suo compito è di annunziare e di insegnare in modo autentico la verità che è Cristo, e nello stesso tempo di dichiarare e di confermare con la sua autorità i principi dell'ordine morale che scaturiscono dalla stessa natura umana». (Dignitatis Humanae n. 14)
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silvio

venerdì 1 febbraio 2008

Pensiero della Domenica - 32

A cura del sito “Vie dello Spirito

IV^ T.O. - 03/02/2008

Beati i poveri in spirito, di essi è il Regno dei Cieli

La missione di Cristo, nella sua vita pubblica, era quella di indicare e sollecitare a percorrere la via della salvezza. Ma c’era bisogno di sfrondare molti ostacoli, pregiudizi e soprattutto leggi, prescrizioni, disposizioni della legge mosaica, che ormai non era più praticabile.
Già il Profeta Sofonia (che significa “Il Signore protegge”) nella prima lettura esorta: ”Cercate il Signore voi tutti della terra, che eseguite i suoi ordini, cercate la giustizia, cercate l’umiltà, forse potrete trovarvi al riparo nel giorno dell’ira del Signore….Confiderà nel nome del Signore il resto d’Israele...”.

Ed è questa via maestra che il Messia indica alla sua gente.
Ma i primi che deve persuadere, sono i suoi amici collaboratori, gli apostoli.
Anche per loro, come avviene sempre per noi, al termine della catechesi di Gesù, sempre chiarissima e comprensibilissima, subentrava la perplessità che in ogni tempo l’essere umano ha così sintetizzato: ”Durum est ic sermo”, questo discorso che fai è bellissimo, ma come è possibile metterlo in pratica?
Nel brano di Vangelo di questa domenica, Gesù, sedutosi, ha vicino a sé gli apostoli, poi di fronte , in primo piano, gli altri discepoli e, dietro ad essi, tutto il popolo.
Il Cristo ha prescelto per tutte le sue manifestazioni la cornice delle bellezze naturali. Infatti vedeva dietro la folla il luminoso sfondo del lago che era come un canto alla gloria di Dio, che si riflette anche nella natura.

“Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva: Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio. Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi che ora piangete, perché riderete. Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v’insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco la vostra ricompensa è grande nei cieli…”.
Nessuno al mondo parlò in modo così stupendo, come Gesù!
Nessuno, per quanto saggio e sapiente, ha potuto imprimere alle proprie parole quel tocco magnetico in grado di accendere una luce di speranza anche nei cuori refrattari, disordinati.

Quando trovi un minuto di tempo, leggi l’inizio del Capitolo 5 del Vangelo di Matteo che riporta per intero i nove motivi che Gesù proclamò, per essere beati.
Scegli quella che più ti si adatta. Sentirai la voce suadente del Cristo che ti dice: “Rallegrati ed esulta, perché grande è la tua ricompensa nei cieli”.
Le Sue parole sono sempre messaggi di salvezza eterna, senza la quale non ci potrebbe essere prospettiva di futuro, dopo la fragile e travagliata esistenza terrena.
Ripeti con tanta fede, durante la preghiera dei fedeli: ”Siamo tuoi figli, salvaci Signore”.
Ricordati che la vera beatitudine è gustare in noi la gioia quando

CREDIAMO DI AMARE
VIVIAMO PER DONARE
ESULTIAMO PER RINGRAZIARE
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Don Lucio Luzzi

giovedì 31 gennaio 2008

San Giovanni Bosco

Oggi si festeggia il santo piemontese.
Don Bosco muore all'Alba del 31 Gennaio 1888. Il messaggio educativo si condensa attorno a tre parole: ragione, religione, amorevolezza. Alla base del suo «sistema preventivo» c'è un profondo amore per i giovani, chiave di tutta la sua opera educativa.
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roberto
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È possibile parlare brevemente di Don Bosco senza tralasciare gran parte degli aspetti più significativi della sua vita?
Possibile, ma difficile. Assai difficile.

Quindi, solo qualche breve considerazione.
Non è obbligatorio per un santo realizzare parecchio, vedere i frutti dell’opera di Dio, divenire in breve tempo l’icona - l’archetipo - del parroco, del quale si è certi trovare sempre la disponibilità a dare un consiglio, un rimprovero mai finalizzato alla mortificazione o allo svilimento, un aiuto allo spirito che non sia di facciata.

Ma Don Bosco ebbe il dono e la vocazione della visibilità, della capacità di edificare, come del resto si richiede al ministero sacerdotale.
Li ebbe in dono e li fece fruttare. Ci mise del suo, cioè. La fatica, le scomodità, le umiliazioni, le persecuzioni anticlericali del Risorgimento ottocentesco.

Non posso dire “Don Bosco diceva…”, perché ne ha dette molte e su tutto.
Vi rimando ad una raccolta dei suoi pensieri.
E ne ricordo uno:
«Il dogma va predicato.
Esso è la sostanza della nostra Religione, quindi è necessario che i fedeli ne siano istruiti e lo conoscano: esso ha relazione intima colla morale.
Il dogma va predicato: 1) perché esso è la parte più nobile e vitale della religione; 2) il dogma è il segno, il carattere con cui il fedele si distingue dall’infedele; 3) il dogma è germe delle virtù soprannaturali; 4) il dogma è la materia della nostra fede: perché “fides est sperandarum substantia rerum”, dice san Paolo, “non apparentium”; e deve essere noto ai fedeli, affinché possa essere esercitata la loro fede; 5) il dogma dimostra la relazione che passa tra le verità naturali e le soprannaturali. Supera la forza della ragione, ma non è mai contrario a questa. Vi è tal nesso tra le verità dogmatiche, che negata una logicamente si dovrebbero negare tutte. 6) Il dogma va predicato, perché nutrisce l’umiltà che è il fondamento della vita morale. É la sottomissione dell’intelligenza a Dio rivelatore e alla Chiesa docente

(IX,733-4)
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silvio

mercoledì 30 gennaio 2008

Legge 194 - 8

Sempre più massiccia l’adesione alla moratoria sull’aborto, organizzata da Giuliano Ferrara.
Un fiume inarrestabile di lettere, quotidianamente pubblicate da Il Foglio.
Oggi, ad esempio, è riportata la dichiarazione del vescovo e segretario della CEI, mons. Giuseppe Betori.
Tra le altre cose, sintetizza l’intera iniziativa dicendo che «la moratoria sull’aborto è un invito a immettere nella Dichiarazione universale dei diritti umani il concetto di protezione del concepito; ad appoggiare azioni internazionali di ostacolo all’aborto imposto da parte dei governi che vogliono, attraverso di esso, pianificare le nascite al proprio interno; all’interno della situazione italiana, far sì che gli aborti siano sempre meno e che possibilmente non ce ne sia nessuno».

«Ciò significa», continua Betori, «da una parte dare piena attuazione agli articoli uno, tre e cinque della legge 194, perché le donne abbiano la libertà di non abortire, che è la vera libertà. Dall’altra, la capacità di favorire un clima culturale che aiuti a percepire la gravità di tale atto, cosicché l’aborto non venga rivendicato come una vittoria, ma sia percepito come una sconfitta: della donna, della famiglia e della società».

A Il Foglio si collega la web-radio On the air, che propone una propria moratoria, con tanto di portale: Fratello embrione. In esso troverete parecchi approfondimenti e l’opportunità di firmare a favore del progetto.
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silvio

martedì 29 gennaio 2008

Vocazione alla virilità (valido anche per le donne)

«Se sarete ciò che dovrete essere, metterete fuoco in Italia e nel mondo intero»
S.Caterina da Siena

Il fatto di non realizzare la propria vocazione va ricercato nella nostra allergia alla fatica.
La vocazione - Dio che ci chiama per nome, ci sveglia, ci stima - non è un soddisfacente e comodo collocamento in un qualche settore del mondo, misurato alle nostre potenziali capacità.
Quello che veramente dovremmo fare ha molte somiglianze con ciò che è stucchevole, tedioso, scomodo.
Per questo motivo fuggiamo, in fondo, dal nostro stesso essere e ci illudiamo di trovare quello che cerchiamo dove non potrà mai essere.
Così, evitando ogni maturo sacrificio, restiamo infantili dinnanzi alla vita e pateticamente maestosi dinnanzi a Dio, invece di essere fanciulli con Dio e uomini virili in faccia al mondo.

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silvio

lunedì 28 gennaio 2008

Rimpiangere De Amicis?

Tornando da scuola, uno dei miei figli mi ha detto che la maestra aveva letto in classe qualche passo del libro “Cuore”. La prima reazione, la più spontanea in fondo, è stata di sorpresa mista a una certa gioia. La seconda, più meditata e razionale, è stata di sconcerto e rammarico. Perché provare oggi un moto di felicità, seppur piccolo, nel sapere che qualcuno oggi, soprattutto in scuole più o meno cattoliche, si prende ancora la briga di raccontare quelle storie scaturite dalla felice penna del massone De Amicis? In effetti, qualcuno ha definito “Cuore” un piccolo trattato di massoneria per il popolo, e a ragione. Nell’Italia post-unitaria in cui, per dirla con D’Azeglio, c’era da “fare gli italiani”, era assolutamente necessario creare una nuova mitologia basata sul culto della patria e della nazione. Si dovevano gettare le basi per una religione civile che sostituisse quella ormai radicata da secoli nel cuore del popolo, quel cattolicesimo che da sempre ha costituito l’unico vero collante di una gente altrimenti divisissima per tradizioni, stile di vita e quant’altro. Le élite massoniche – in cui De Amicis era perfettamente inserito – si dedicarono così a un’imponente opera di conquista dei “cuori e delle menti”, in cui l’opera di De Amicis ricoprì un ruolo essenziale. Le piccole vedette lombarde, i tamburini sardi, i rozzi Garroni simbolo dell’Italia meridionale da educare al nuovo verbo del monarchico Piemonte diventano così teste di cuoio per scardinare ed entrare nel cuore ancora cattolico degli italiani, aprendo la strada a quel processo di scristianizzazione in cui il sistema scolastico ha giocato un ruolo impressionante nei decenni a seguire. E tuttavia, quel mito della religione civile di natura massonica, quegli ideali di patria e fratellanza, del duro lavoro per dare un futuro ai propri figli, il senso dell’unità di tutti gli studenti provenienti da ogni regione italiana intorno alla figura del maestro, nuovo sacerdote laico del culto della “Nuova Italia”, mi sembrano oggi quasi da rimpiangere– purtroppo – se equiparati al grande nulla che domina oggi la scuola italiana. Un nulla che è l’esito finale della “rivoluzione” sessantottina e del democristianismo burocraticheggiante che hanno imperversato negli ultimi anni nel sistema educativo italiano. Neanche De Amicis avrebbe voluto vedere ridotta così la scuola italiana.
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Paolo

Legge 194 - 7

Non perdetevi, nemmeno se avete le doglie, l’intervento di stasera a Otto e mezzo (La7), condotto da Giuliano Ferrara e Ritanna Armeni. Ore 20:30 ovviamente.
Ospite, il cardinale Camillo Ruini, che non le manda a dire sull’aborto.
In calce alcuni suoi passaggi:

«Le donne veramente libere non abortiscono. La donna in molti casi abortisce proprio perché non è libera e la si rende tale se le si dà la possibilità concreta di non abortire».

«L'aborto è un dramma per la donna, per il marito, per tutta la famiglia. È questo il modo corretto di porsi di fronte a ciò».

La 194 è una legge «intrinsecamente cattiva, che autorizza l'uccisione di un essere umano innocente. Ma esiste il gioco democratico: se una legge viene approvata dal Parlamento possiamo dire che non ci piace, che è ingiusta, ma non incitiamo alla rivolta».

«Altra cosa è se i cattolici si fanno promotori di leggi eticamente sbagliate […] Un tempo i democristiani soccombevano in Parlamento, ma non si facevano promotori di iniziative legislative contrarie alla dottrina cattolica».

Per quanto riguarda la proposta di una moratoria internazionale dell'aborto Ruini si è detto «totalmente d'accordo. Credo che in Italia ci sia una piena convergenza tra le forze politiche. Non si può imporre l'aborto con una legge dello Stato».

«Non uso la parola omicidio [riguardo all’aborto - n.d.r.], ma per essere chiari e non confondere la realtà non si deve nemmeno parlare di interruzione volontaria di gravidanza. Il linguaggio non deve occultare la realtà. La Chiesa non ha un atteggiamento persecutorio e ostile, ma caritatevole. Negli anni passati, 85 mila aborti sono stati evitati grazie all'intervento dei Centri di aiuto alla vita».

Resta «il diritto-dovere della Chiesa a intervenire su questioni pubbliche. Oggi lo sviluppo tecnologico sta proponendo problemi etici drammatici anche a livello legislativo, di cui la Chiesa non può disinteressarsi».
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silvio

Anche le Università cattoliche sono in mano all’ateismo

E le Università pontificie?
E i Seminari?
Insomma: il Papa e la teologia cattolica sono cacciati, estromessi, aboliti dall’Università laica.
Ci si aspetterebbe che in quella cattolica - o nei Seminari - siano tutte rose e fiori.

Aihmè, tempi duri invece, per la teologia. Tempi duri.
Se ne accorge, con un bellissimo articolo (“La vera lezione di Ratzinger: atei in cattedra nel suo ateneo”), Claudio Siniscalchi (Libero, 21/01/08, p.12).
Il problema è abbastanza noto. Nell’universo della teologia cattolica, il corpo docente - e purtroppo anche il discente - ha i suoi punti di riferimento nel pensiero di Emanuele Severino o di Gianni Vattimo o di Vito Mancuso, piuttosto che nel Magistero riproposto da Giovanni Paolo II o da Benedetto XVI.

Lamenta il Siniscalchi, ad esempio, che «durante le lezioni, i seminari, le conferenze si può ascoltare di tutto. E non di rado quanto si ascolta va esattamente nella direzione opposta di dove spinge il magistero».
Diciamola tutta: i centri del sapere teologico - cattolico compreso - sono diventati luoghi della contestazione. O meglio, si sono mantenuti luoghi della contestazione, dopo le spinte autonomiste (a volte apertamente eretiche, diciamolo) della Nouvelle Théologie.

L’errore spopola, insomma.
Scomparso il principio d’autorità, Emanuele Severino può dire impunemente che «la ragione […] può non sentire il bisogno della religione. Anzi non deve sentirlo». Quindi ha torto il Papa che ricorda come la religione possa (e debba) illuminare la ragione.
Con un gioco di sofismi stucchevole, Severino taccia il Papa di relativismo, perché sintetizza la ragione («incontrovertibile») e la fede («controvertibile»). Per dimostrare ciò, fa dire a Platone e a San Tommaso quello che non dicono. Dimostrarlo è semplicissimo.
E sentenzia: «Il relativismo e lo scetticismo, contro cui la Chiesa e il Pontefice continuano a combattere, consistono proprio nella tesi sostenuta dal Pontefice [che quindi è scettico e relativista - n.d.r.], cioè che la ragione, in quanto incontrovertibilità, non esiste appunto perché essa ha bisogno della religione, cioè del controvertibile […]»

Docenti e discenti tacciono. Sono in adorazione del Verbo di Severino.
Inginocchiati e incensanti, non sanno più cosa dire. Sono in estasi mistica.
Potrebbero, ad esempio, dire che Severino è un sofista che sta alla filosofia come Pol Pot sta ai diritti umani.
Potrebbero anche dire che i Severino, i Vattimo e i Mancuso hanno letto male e male interpretato Platone e San Tommaso, con dimostrazioni testuali e ragionevoli (in fondo sono pagati per questo).
Ma non lo fanno, non possono farlo: anche loro lessero male e male interpretarono Platone e San Tommaso.
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silvio

sabato 26 gennaio 2008

Pensiero della Domenica - 31

A cura del sito “Vie dello Spirito

III^ T.O. - 27/01/2008

“Sarai pescatore di uomini...”

Anche questa domenica è chiamata del tempo ordinario. Siamo in attesa del 6 Febbraio, quando, con le ceneri, inizierà il tempo di Quaresima (preparazione alla Pasqua).
Quanto è diverso lo stile di Dio da quello umano!
Se una persona aspira ad ottenere un posto, una promozione, si comincia dalla presentazione di un curriculum con elenco dei vari titoli ed esami, poi da un colloquio preventivo, un periodo di prova, un' assunzione a tempo determinato e forse ci si ferma lì. Determinanti poi, il più delle volte, le raccomandazioni!
Tutte all’opposto le chiamate di Dio.

Isaia, nato nel 768 a.c., vive a Gerusalemme, appartiene a famiglia agiata, è molto colto, sposato con almeno due figli; Dio lo chiama: “Va, profetizza”. Non c’è un contratto, né una garanzia scritta da parte di Dio. Isaia non chiede spiegazioni, chiarimenti, assicurazioni. Compie la sua missione e finirà ucciso, segato nel mezzo con una sega di legno.

Arriva Cristo e stesso metodo: era sulle rive del lago di Gennezaret perché a causa della gran folla, la sinagoga non era più capiente. Ci sono dei pescatori che hanno altri problemi, avendo pescato inutilmente tutta la notte, e Gesù chiede il favore di salire sulla barca, scostarsi un po’ e di parlare alla folla.
I due pescatori, Simone e Andrea, pensavano al fallimento di una intera notte di lavoro, e Gesù diventa anche provocatorio quando dice a Simone: ”Prendi il largo e calate le reti per la pesca".
La risposta di Simone è molto logica: "Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla… ma sulla Tua Parola…". E presero una quantità enorme di grossi pesci… . Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.
Se vogliamo ottenere dei risultati nella nostra vita, dobbiamo accettare questo stile di Cristo!
Isaia non chiese spiegazioni e garanzie; Simone e Andrea fecero quello che aveva detto Gesù, anche se era tutto illogico.

Quanto diverso il nostro atteggiamento verso la Parola di Dio. Per noi è sempre determinante il nostro ragionamento, le nostre motivazioni, e soprattutto nei rapporti con Dio, siamo noi che poniamo delle condizioni e, addirittura, proponiamo a Lui quello che deve fare per il nostro bene (che è quasi sempre di carattere materiale!).
Dio invece, chiama ciascuno di noi a compiere la nostra missione, in famiglia, nel lavoro, nella società in cui viviamo. Non riusciremo mai a capire il silenzio di Dio.
Ma ricordati che, se hai il coraggio di seguire ciecamente il Suo volere, non ti troverai mai abbandonato e deluso.

Non computare mai i tempi di Dio, con le tue esigenze immediate. Fidati ciecamente di Lui.
C’è una espressione che Gesù disse a Simone e ripete continuamente a ciascuno di noi: “NON TEMERE”.
Sta tutto qui il segreto della vera fiducia in Dio creatore che ci guida e ci governa.
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Don Lucio Luzzi

venerdì 25 gennaio 2008

Una figura luminosa


Tomas Tyn, sacerdote dell`ordine domenicano, fiero avversario del fideismo e laicismo, pensava che senza il riconoscimento della verita` sul piano metafisico e conoscitivo non fosse possibile fondare l`etica. Per padre Tomas l`equivoco più increscioso e dannoso alla filosofia e alla fede cristiana consisteva nel non saper accuratamente distinguere tra il naturale (ragione e filosofia) e il soprannaturale (fede, e teologia). Fu un grande studioso di S.Tommaso.

Da una sua omelia su san Tommaso D`Aquino:

"La condizione sine qua non della verità è che non sia contraddittoria. Perciò nessuna verità su un ambito può contraddire una verità di un altro ambito. Noi abbiamo sia l’evidenza naturale delle verità filosofiche, che l’evidenza soprannaturale delle verità di fede. Le due evidenze, dato che ci forniscono la verità, non possono entrare in conflitto. Nel caso che un conflitto si costituisse, bisognerebbe riesaminare la situazione, cioè con ogni probabilità la nostra ragione non è riuscita o ad afferrare bene la dimostrazione filosofica o ad interpretare bene la Sacra scrittura. Però la colpa non è delle verità, la colpa è del nostro intelletto che non riesce in qualche modo ad afferrarla a pieno."..."E’ molto importante questo, il saper distinguere il duplice aspetto della verità naturale e soprannaturale ed ammettere anche la loro perfetta complementarità, senza contraddizioni".

Fece voto di di donare la propria vita per la liberazione della Chiesa cecoslovacca dall`oppressione del comunismo (mori` il primo gennaio 1990) aveva quarant`anni.

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roberto

La Chiesa e i “media”

Prima di dire qualcosa sul Messaggio di Benedetto XVI per la 42a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 2008, spendo due parole sulla posizione della Chiesa in merito alle Comunicazioni Sociali medesime.

Dico subito che la Chiesa promuove ed elogia lo sviluppo dei mezzi di comunicazione in genere (stampa, editoria, cinema, televisione, telefonia, internet, ecc…).
Assai eloquente è il decreto sugli strumenti di comunicazione socialeInter mirifica”, redatto durante il Concilio Vaticano II (4/12/1963), che è considerato il compendio dei pronunciamenti magisteriali su questa tematica.

Gli “strumenti di comunicazione sociale” sono chiaramente i “media” e l’Inter mirifica esordisce in modo inequivocabile: «Inter mirifica technicae artis inventa […]» («Tra le meravigliose invenzioni tecniche […]»).
Va quindi chiarificato da subito che la Chiesa definisce i media «meravigliose invenzioni tecniche».
Parallelamente il Magistero rileva i pericoli potenziali che un uso improprio dei media può comportare: «l'uomo può adoperarli contro i disegni del Creatore e volgerli a propria rovina» (IM, n°2).

Insomma i media, per definizione, sono “mezzi” e non “fini” della promozione umana. Ed il pericolo è la “rovina” della stessa umanità.
C’è, dunque, una proporzione tra il convincimento etico-morale di chi usa i media e l’effetto che si produce.
Se il mezzo viene usato per il male, dal mezzo non si può che ottenere il male.

A questo proposito, il Messaggio odierno del Papa è titolato "I mezzi di comunicazione sociale: al bivio tra protagonismo e servizio”.
Si vuole, cioè, nuovamente sensibilizzare l’opinione pubblica sull’intrinsica necessità ed importanza della comunicazione sociale e, contemporaneamente, denunciare i possibili danni causati da un uso sbagliato dei media.
È completamente manifesto che «senza il loro apporto [dei media - n.d.r.] sarebbe veramente difficile favorire e migliorare la comprensione tra le nazioni, dare respiro universale ai dialoghi di pace, garantire all’uomo il bene primario dell’informazione, assicurando, nel contempo, la libera circolazione del pensiero in ordine soprattutto agli ideali di solidarietà e di giustizia sociale».

Però, «non manca, purtroppo, il rischio che essi si trasformino invece in sistemi volti a sottomettere l’uomo a logiche dettate dagli interessi dominanti del momento. È il caso di una comunicazione usata per fini ideologici o per la collocazione di prodotti di consumo mediante una pubblicità ossessiva».
Effettivamente siamo asfissiati dalla pubblicità.
Spot e promozioni consigliano per gli acquisti, ma anche consigliano spesso di rivolgersi allo psicologo.
Il tutto è confezionato per la notissima logica del profitto, che ha ormai fagocitato ogni altra logica concorrente.

Scontato è il richiamo di Benedetto XVI: «Occorre evitare che i media diventino il megafono del materialismo economico e del relativismo etico, vere piaghe del nostro tempo».
L’unico antidoto è l’autentico ritorno alla ricerca della verità, vocazione primaria di chi si occupa della produzione editoriale.
Siamo inclusi anche noi, che operiamo quotidianamente su Internet.
Anzi, il Messaggio ci riguarda strettamente.
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silvio

giovedì 24 gennaio 2008

Montalcini, dell’Università La Coerenza

«Sono membro del Vaticano e non potevo firmare quello che invece approvavo completamente».

Senz’altro nella categoria “humor” l’ultima uscita di Rita Levi Montalcini.
È stata insignita della laurea honoris causa dall'università di Milano Bicocca (sic!) in “Biotecnologie industriali”.
Nell’occasione ha manifestato tutto l’appoggio alla defenestrazione del Papa dall’Università La Sapienza.

“Purtroppo”, sembra rammaricarsi la Montalcini, “sono «membro del Vaticano», altrimenti mi sarei unita agli altri 67 devastatori della scienza e avrei firmato «quello che invece approvavo completamente»”.

Non è uno scherzo. Fa realmente parte della Pontificia Accademia delle Scienze.
Fulgido esempio di libertà di pensiero, anche dalle proprie idee.
Encomiabile faro di coraggio e anticonformismo.
Spero che anche l’Università La Coerenza di Roma le dia una laurea.
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silvio

mercoledì 23 gennaio 2008

Sessantotto - 01

Iniziamo, dunque a festeggiare degnamente il quarantennale del ’68.
Segnalo il nuovo libro di Marcello Veneziani (“Rovesciare il ‘68”, Mondadori) con il sottotitolo: «Pensieri contromano su quarant’anni di conformismo di massa».

Veneziani, nella pubblicità al suo libro, specifica inoltre che «dopo quarant’anni di servizio il ’68 merita di andare in pensione. La vera trasgressione è oggi la tradizione».

Quoto e consegno ai posteri l’espressione: il ’68 è «conformismo di massa».
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silvio

martedì 22 gennaio 2008

Il Chesterbelloc e il distributismo

In questo nostro tempo, che offre lo spettacolo sommamente desolante di una classe politica votata allo sfacelo morale e vede l’azione rovinosa di una burocrazia statalista onnivora e autoreferenziale sulla società civile, la riscoperta di due figure luminose del cattolicesimo britannico come Keith Gilbert Chesterton (1874-1936) e Hilaire Belloc (1870-1953) appare sicuramente interessante.
I due scrittori sono tra le cose migliori che la cultura inglese post-riforma anglicana ci abbia dato, e senza dubbio formano un connubio inscindibile, tanto la loro visione cristiana e sociale dell’uomo è affine. Parlando della loro azione culturale e di fede, qualcuno ha voluto coniare l'espressione "Chesterbelloc", a indicare quasi un'entità unica, indivisibile. La loro particolare visione sociale contiene spunti che anche oggi sembrano essere attualissimi.
Chesterton e Belloc vivono a cavallo tra Ottocento e Novecento, in un momento in cui il potere oppressivo dello Stato sull'individuo si fa sempre più forte, riducendo l'uomo a una condizione servile. Per restituire dignità all'individuo i due inglesi (ma Belloc aveva un padre francese), amanti della concretezza e dei rapporti liberi legati a una visione realistica dell'uomo, e non astratta come quella dei sistemi totalitari derivati dalla dialettica servo-padrone di stampo hegeliano, si rifanno alla visione luminosa del Medioevo delle gilde e delle corporazioni. La loro idea base della società è semplice e si muove nel solco della tradizione cristiana di sempre: il potere dell'autorità civile viene da Dio, e lo stato è istituito per il benessere della comunità, non viceversa. L'autorità che agisce contro l'uomo agisce primariamente contro Dio e i suoi diritti.
Chesterton fondò una rivista attorno alla quale cominciò a operare un gruppo, e ben presto nacque anche un movimento politico, una sorta di lega nota come Distributist League, le cui idee sono oggi rivalutate in maniera abbastanza consistente soprattutto in certe porzioni della società civile americana. In effetti, è qui che alcuni principi di libertà della società medievale cristiana e tradizionale, riletti alla luce della visione chestertoniana, sembrano trovare un terreno abbastanza fertile.
Il distributismo (così si chiama la teoria su cui si fonda il pensiero sociale dei due scrittori) propone il ritorno agli ideali che animavano la società civile del Medioevo in cui le persone, riunite in gilde, curavano direttamente i propri interessi senza sottostare alle oligarchie e ai poteri delle burocrazie, come invece succede in molti stati liberali odierni e nei totalitarismi. Come principio base si esalta il localismo contro l'universalismo astratto. In questo, ci si rifà in sostanza alla dottrina dei corpi intermedi che, come sa, sono alla base della dottrina sociale della Chiesa: la società si deve reggere primariamente sulle istituzioni come la famiglia e le piccole associazioni, in ogni campo. Tra le altre cose, come afferma Chesterton, la libertà passa attraverso la distribuzione delle proprietà; ovviamente, in questo, non si deve vedere una sorta di socialismo; per essere più precisi, si tratta di un principio di socialità basato sulla proprietà diretta, dove l’intromissione diretta dello Stato viene messa da parte quanto più possibile, seguendo quel principio di autentico liberalismo secondo cui i beni debbono essere gestiti direttamente dal singolo o dalla comunità ristretta, famiglia o gruppo più o meno ampio, ma comunque ristretto. " Piccolo è bello" è infatti un altro motto chiave del distributismo. Antimperialismo (non quello di Moreno Pasquinelli o dei no global odierni) e localismo sono altre due parole chiave della teoria distributista. Non è certo una visione tacciabile di socialismo, tanto che i socialisti vedevano nel movimento distributista un pericoloso concorrente. Diritto dei singoli e della famiglie alla proprietà, primato del lavoro sul capitale con rifiuto dell'egoismo consumistico che porta ai conflitti, lotta al potere del mercato e delle oligarchie finanziarie sono altri punti nodali della filosofia distributista dei due britannici, che attingono evidentemente alle radici di quel sano pragmatismo che costituisce da sempre il lato positivo del carattere anglosassone.
Insomma, in una parola, Chesterton e Belloc ripropongono l’economia del Medioevo riletta in chiave di dottrina sociale della Chiesa, che all’epoca si andava precisando sempre meglio. Nel 1891 esce infatti la “Rerum Novarum”, ma in fondo gli spunti basilari di dottrina sociale cristiana risalgono già a San Tommaso d'Aquino; difatti, Chesterton era anche innamorato dell'Aquinate, tanto da scrivere una bella vita di San Tommaso, ovviamente alla sua maniera, usando come di consueto una prosa assai brillante condita di ingegnosi e acuti paradossi.
Paolo

lunedì 21 gennaio 2008

Alcune questione sulle quali si pronuncia la Chiesa

Il vista della riunione del Consiglio permanente della Conferenza Episcopale Italiana (Roma, 21-24 gennaio 2008), il Presidente Card. Angelo Bagnasco, ha pronunciato la consueta Prolusione.
Tra i temi analizzati dal porporato, ritengo questi i più significativi (non sono nell’ordine d’esposizione):

Questione dell’invito all’Università La Sapienza

Com’era da aspettarsi, non è tanto che il Papa abbia rinunciato alla visita, quanto piuttosto c’è stata una pressione governativa nel senso della rinuncia.
Bagnasco parla di una «rinuncia quindi che, se si è fatta necessariamente carico dei suggerimenti dell’Autorità italiana, nasce essa stessa da un atto di amore del Papa per la sua città. Tutt’altro, dunque, che un tirarsi indietro, come qualcuno ha pur detto, ma una scelta magnanime per non alimentare neppure indirettamente tensioni create da altri e che la Chiesa certo non ama, pur dovendole spesso suo malgrado subire».

Chi, allora, il regista della farsa? Sempre lui: il «settarismo illiberale, antagonista per partito preso, che assumendo per pretesto la nota e ormai ben indagata vicenda di Galileo», ha «superficialmente manipolato la posizione a suo tempo espressa da Joseph Ratzinger, facendone una bandiera impropria per imporre» la sua «chiassosa volontà».

Questione dell’aborto

«Il fatto che, a trent’anni dall’approvazione della legge 194 che rende giuridicamente lecito l’aborto, la coscienza pubblica non abbia “naturalizzato” ciò che naturale non è, è un risultato importante, di cui dobbiamo dare atto a chi - per esempio il Movimento per la vita - mai si è rassegnato. E fin dal primo momento ha cercato di promuovere un’iniziativa amica delle donne che le aiuti nella decisione, talora faticosa, di accettazione dell’esistenza diversa da sé che ormai è accesa in grembo.»
La Chiesa è per l’«aggiornamento» della Legge 194/78, anche se «non ci può mai essere alcuna legge giusta che “regoli” l’aborto».
Se però non sarà possibile annullarla o aggiornarla, i Vescovi auspicano almeno «che si verifichi ciò che la Legge - intitolata alla “tutela della maternità” - ha prodotto e ciò che invece non si è attivato di quanto prevede, soprattutto in termini di prevenzione e di aiuto alle donne, e dunque alle famiglie».

Questione della moratoria sull’aborto

«Era in qualche modo inevitabile che, votata la moratoria contro la pena di morte comminata dagli Stati come sanzione ai delitti più gravi, si ponesse l’attenzione ad un’altra gravissima situazione di sofferenza del nostro tempo qual è, con l’aborto, l’uccisione di esseri innocenti e assolutamente indifesi. È vero che concettualmente non c’è perfetta identità tra le due situazioni, ma solo una stringente analogia, che tuttavia non fa certo derivare la condanna dell’aborto da quella della pena di morte, giacché il delitto di aborto è, come avverte il Concilio Vaticano II (GS n. 51), abominevole di per sé, ed è un’ingiustizia totale. Come non valutare benefica la discussione che, nel nostro Paese, si è aperta nel corso delle ultime settimane, e come non essere grati a chi per primo, da parte laica, ha dato evidenza pubblica alla contraddizione tra la moratoria che c’è e quella che fatichiamo tanto a riconoscere?»
Il riferimento all'iniziativa di Giuliano Ferrara non poteva che essere elogiata, perchè la Chiesa riconosce la verità, dovunque provenga.

Questione della famiglia

Dal momento che «[…] si sono aggravate le condizioni economiche di molte famiglie […] ogni nuovo figlio, oltre che una speranza di vita, rappresenta purtroppo un rischio in più di impoverimento».
Si rinnova quindi l’appello alla politica, affinchè si impegni a normative di sostegno familiari, dato che «di fatto [secondo la Caritas] l’Italia incoraggia le famiglie a non fare figli».

Questione dello sfascio italiano

«Non credo di sbagliare se dico che è l’Italia, in particolare, ad avere oggi bisogno della speranza. Questo Paese, che profondamente amiamo, si presenta sempre più sfilacciato, frammentato al punto da apparire ridotto addirittura “a coriandoli”, avvertono gli esperti.»
«Sembra davvero che, bloccato lo slancio e la crescita anche economica, ci sia in giro piuttosto paura del futuro e un senso di fatalistico declino. Sembra circolare una sfiducia diffusa e pericolosa.»

Questione dei politici cattolici impiegati in politica

«Nessuno si stupisca se in questo quadro diciamo una parola ai politici di ispirazione cristiana, a coloro che tali sono e così si sono presentati al corpo elettorale, al quale devono rispondere.»
«[…] sui temi moralmente più impegnativi, assecondare nelle decisioni una logica meramente politica, ossequiente cioè le strategie o le convenienze dei singoli partiti, è chiaramente inadeguato. Lo è per una coscienza schiettamente morale, ma lo è ad un tempo per una coscienza anche religiosamente motivata.»

Bagnasco ricorda nuovamente che il politico cattolico deve “agire in coscienza”, solo se questa però è “già convenientemente formata”.
«In un simile contesto, quando cioè si tratta di avviare proposte legislative che vanno in senso contrario all’antropologia razionale cristiana, i cattolici non possono in coscienza concorrervi. Non c’è chi non veda infatti che una cosa è operare perché un male si riduca, altra cosa è acconsentire, in partenza, che leggi intrinsecamente inique vengano iscritte in un ordinamento. E non si tratta, qui, di un’imposizione esterna, ma di una scelta da operare liberamente in una coscienza “già convenientemente formata” (GS n. 43). Rispetto alla quale non possono esistere vincoli esterni di mandato, in quanto la coscienza è ambito interno, anzi intrinseco, alla persona, e dunque obiettivamente non sindacabile. Il voto di coscienza, in realtà, è una risorsa a esclusivo servizio della politica buona, e dunque - all’occorrenza - può e deve diventare una scelta trasversale rispetto agli schieramenti, e invocabile in ogni legislatura.»

Questione della laicità

«Ci auguriamo intensamente che, mettendo sempre meglio a fuoco i compiti propri a ciascuno, possa crescere nel nostro Paese una interpretazione più ricca e sempre meno unidirezionale della laicità.»
«Studiosi di fama internazionale hanno nei mesi scorsi ripetuto che c’è un posto, nella democrazia, per le religioni, come crogiuolo di senso e di felice appartenenza ad una storia e ad una tradizione. Il che dà identità e serena sicurezza. Non c’è scritto da nessuna parte che un vivace pluralismo culturale debba coincidere con un secolarismo aggressivo e intollerante, come è accaduto nei giorni scorsi.»
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silvio

Santa Faustina e i dolori dell'aborto

Dal “Diario” di S. Faustina Kowalska

«16 settembre 1937
Alle otto ho sentito dei dolori così violenti che ho dovuto mettermi a letto immediatamente. Mi sono contorta dai dolori per tre ore, cioè fino alle 11 di sera. Nessuna medicina mi ha fatto effetto. Rigettavo quello che prendevo. A momenti il dolore mi toglieva la coscienza.
Gesù mi ha fatto sapere che in questo modo, avevo preso parte alla Sua agonia nell'orto degli Ulivi e che Lui stesso ha permesso queste sofferenze come riparazione verso Dio per gli aborti.
Sono già tre volte ormai che passo da queste sofferenze. Ho detto al medico che in tutta la mia vita non ho mai avuto tali sofferenze. Dichiarò che non sapeva di cosa si trattasse. Ora capisco che cosa sono queste sofferenze perché il Signore stesso me l'ha rivelato... Tuttavia quando penso che forse un giorno dovrò soffrire di nuovo in questo modo, mi affido a Dio.Ciò che Gli piace mandarmi lo riceverò con sottomissione e amore. Possa io soltanto con queste sofferenze salvare almeno un bambino dall'assassinio».
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silvio