giovedì 6 marzo 2008

Popolo e "massa"

Il dualismo tra le due maggiori forze politiche , popolo delle libertà e partito democratico, non verte soltanto in una contrapposizione di tipo economico,che quasi non si distingue ,tra le due forze, vi è e vi sarà, soprattutto una visione culturale, di civiltà, profondamente diversa su come modellare la società. E' utile ricordare la differenza tra poplo e massa. Per questo propongo ai nostri lettori,un sunto di un profetico -perchè sempre attuale-radiomessaggio del 1944 di Papa Pio XII "Benignitas et humanitas" per una riflessione.

I sommi postulati morali di un retto e sano ordinamento democratico
Premesso che la democrazia, intesa in senso largo, ammette varie forme e può attuarsi così nelle monarchie come nelle repubbliche, due questioni si presentano al Nostro esame:
1° Quali caratteri debbono contraddistinguere gli uomini, che vivono nella democrazia e sotto il regime democratico?
2° Quali caratteri debbono contraddistinguere gli uomini, che nella democrazia tengono il pubblico potere?

Caratteri propri dei cittadini in regime democratico
[1. L’opinione personale di ciascuno nella democrazia]
Esprimere il proprio parere sui doveri e i sacrifici, che gli vengono imposti; non essere costretto ad ubbidire senza essere stato ascoltato: ecco due diritti del cittadino, che trovano nella democrazia, come indica il suo nome stesso, la loro espressione. Dalla solidità, dall’armonia, dai buoni frutti di questo contatto tra i cittadini e il governo dello Stato, si può riconoscere se una democrazia è veramente sana ed equilibrata, e quale sia la forza di vita e di sviluppo. Per quello poi che tocca l’estensione e la natura dei sacrifici richiesti a tutti i cittadini, - al tempo nostri in cui così vasta e decisiva è l’attività dello Stato, - la forma democratica di governo apparisce a molti come un postulato naturale imposto dalla stessa ragione. Quando però si reclama "più democrazia e migliore democrazia", una tale esigenza non può avere altro significato che di mettere il cittadino sempre più in condizione di avere la propria opinione personale, e di esprimerla e di farla valere in una maniera confacente al bene comune.
[2] Popolo e "massa"
Da ciò deriva una prima conclusione necessaria, con la sua conseguenza pratica. Lo Stato non contiene in sé e non aduna meccanicamente in un dato territorio un’agglomerazione amorfa d’individui. Esso è, e deve essere in realtà, l’unità organica e organizzatrice di un vero popolo.
Popolo e moltitudine amorfa o, come suol dirsi, "massa" sono due concetti diversi. Il popolo vive e si muove per vita propria; la massa è per sé inerte, e non può essere mossa che dal di fuori. Il popolo vive della pienezza della vita degli uomini che lo compongono, ciascuno dei quali – al proprio posto e nel propri modo – è una persona consapevole delle proprie responsabilità e delle proprie convinzioni. La massa, invece, aspetta l’impulso dal di fuori, facile trastullo nelle mani di chiunque ne sfrutti gl’istinti o le impressioni, pronta a seguire , a volta a volta, oggi questa, domani quell’altra bandiera. Dalla esuberanza di vita d’un vero popolo la vita si effonde, abbondante, ricca, nello Stato e in tutti i suoi organi, infondendo in essi, con vigore incessantemente rinnovato, la consapevolezza della propria responsabilità, il vero senso del bene comune. Della forza elementare della massa, abilmente maneggiata ed usta, può pure servirsi lo Stato: nelle mani ambiziose d’un solo o di più, che le tendenze egoistiche abbiano artificialmente raggruppati, lo Stato stesso può, con l’appoggio della massa, ridotta a non essere più che una semplice macchina, imporre il suo arbitrio alla parte migliore del vero popolo: l’interesse comune ne resta gravemente e per lungo tempo colpito e la ferita è bene spesso difficilmente guaribile. Da ciò appare chiara un’altra conclusione: la massa – quale Noi abbiamo or ora definita – è la nemica capitale della vera democrazia e del suo ideale di libertà e di uguaglianza.
[3. Libertà e uguaglianza nella vera democrazia]
In un popolo degno di tal nome, il cittadino sente in se stesso la coscienza della sua personalità, dei suoi doveri, e dei suoi diritti, della propria libertà congiunta col rispetto della libertà e della dignità altrui. In un popolo degno di tal nome, tutte le ineguaglianze, derivanti non dall’arbitrio, ma dalla natura stessa delle cose, ineguaglianze di cultura, di averi, di posizione sociale – senza pregiudizio, bene inteso, della giustizia e della mutua carità – non sono affatto un ostacolo all’esistenza e al predominio di un autentico spirito di comunità e di fratellanza. Che anzi esse, lungi dal ledere in alcun modo l’uguaglianza civile, le conferiscono il suo legittimo significato, che cioè, di fronte allo Stato, ciascuno ha il diritto di vivere onoratamente la propria vita personale, nel posto e nelle condizioni in cui i disegni e le disposizioni della provvidenza l’hanno collocato.
[4. Deformazione di uguaglianza e di libertà nello Stato massificato]
In contrasto con questo quadro dell’ideale democratico di libertà e d’uguaglianza in un popolo governato da mani oneste e provvide, quale spettacolo offre uno Stato democratico lasciato all’arbitrio della massa! La libertà, in quanto dovere morale della persona, si trasforma in una pretensione tirannica di dare libero sfogo agl’impulsi e agli appetiti umani a danno degli altri. L’uguaglianza degenera in un livellamento meccanico, in una uniformità monocroma: sentimento del vero onore, attività personale, rispetto della tradizione, dignità, in una parola, tutto quanto dà alla vita il suo valore, a poco a poco, sprofonda e dispare. E sopravvivono soltanto, da una parte , le vittime illuse del fascino appariscente della democrazia, confuso ingenuamente con lo spirito stesso della democrazia, con la libertà e l’uguaglianza; e, dall’altra parte, i profittatori più o meno numerosi che hanno saputo, mediante la forza del danaro, o quella dell’organizzazione, assicurarsi sugli altri una condizione privilegiata e lo stesso potere.

Caratteri degli uomini che nella democrazia tengono il pubblico potere
[1. L’autorità è essenzialmente necessaria]
Lo Stato democratico, sia esso monarchico o repubblicano, deve, come qualsiasi altra forma di governo, essere investito del potere di comandare con una autorità vera ed effettiva. Lo stesso ordine assoluto degli esseri e dei fini, che mostra l’uomo come persona autonoma, vale a dire soggetto di doveri e di diritti inviolabili, radice e termine della sua vita sociale, abbraccia anche lo Stato come società necessaria, rivestita dell’autorità, senza la quale non potrebbe né esistere né vivere. Che se gli uomini, prevalendosi della libertà personale, negassero ogni dipendenza da una superiore autorità munita del diritto di coazione, essi scalzerebbero con ciò stesso il fondamento della loro propria dignità e libertà, vale a dire quell’ordine assoluto degli esseri e dei fini.
Stabiliti su questa medesima base, la persona, lo Stato, il pubblico potere, con i loro rispettivi diritti, sono stretti e connessi in tal modo che o stanno o rovinano insieme.
[2. Il fondamento dell’autorità di Dio]
E poiché quell’ordine assoluto, alla luce della sana ragione, e segnatamente della fede cristiana, non può avere altra origine che in un Dio personale, nostro Creatore, consegue che la dignità dell’uomo è la dignità dell’immagine di Dio, la dignità dello Stato è la dignità della comunità morale voluta da Dio, la dignità dell’autorità politica è la dignità della sua partecipazione all’autorità di Dio.
Nessuna forma di Stato può non tener conto di questa intima e indissolubile connessione; meno che ogni altra la democrazia. Pertanto, se chi ha il pubblico potere non la vede o più o meno la trascura, scuotete nelle sue basi la sua propria autorità. Parimente se egli non terrà abbastanza in conto questa relazione, e non vedrà nella sua carica la missione di attuare l’ordine voluto da Dio, sorgerà il pericolo che l’egoismo del demonio o degli interessi prevalga sulle esigenze essenziali della morale politica e sociale, e che le vane apparenze di una democrazia di pura forma servano spesso come di maschera a quanto vi è in realtà di meno democratico.
[3. Le esigenze morali e spirituali relative ai detentori del potere]
Soltanto la chiara intelligenza dei fini assegnati da Dio ad ogni società umana, congiunta col sentimento profondo dei sublimi doveri dell’opera sociale, può mettere quelli, a cui è affidato il potere, in condizione di adempiere i propri obblighi di ordine sia legislativo, sia giudiziario od esecutivo, con quella coscienza della propria responsabilità, con quella oggettività, con quella imparzialità, con quella lealtà, con quella generosità, con quella incorruttibilità, senza la quali un governo democratico difficilmente riuscirebbe ad ottenere il rispetto, la fiducia e l’adesione della parte migliore del popolo.
Il sentimento profondo dei principi di un ordine politico e sociale, sano e conforme alle norme del diritto e della giustizia, è di particolare importanza in coloro che, in qualsiasi forma di regime democratico, hanno come rappresentanti del popolo, in tutto o in parte, il potere legislativo. E poiché il centro di gravità di una democrazia normalmente costituita risiede in questa rappresentanza parlamentare, da cui le correnti politiche s’irradiano in tutti i campi della vita pubblica – così per il bene come per il male - , la questione della elevatezza morale, della idoneità pratica, della capacità intellettuale dei deputati al parlamento, è per ogni popolo in regime democratico una questione di vita o di morte, di prosperità o di decadenza, di risanamento o di perpetuo malessere.
Per compiere un’azione feconda, per conciliare la stima e la fiducia, qualsiasi corpo legislativo deve – come attestano indubitabili esperienze – raccogliere nel suo seno una eletta di uomini, spiritualmente eminenti e di fermo carattere, che si considerino come i rappresentanti dell’intero popolo e non già come i mandatari di una folla, ai cui particolari interessi spesso purtroppo sono sacrificati i veri bisogni e le vere esigenze del bene comune. Una eletta di uomini, che non sia ristretta ad alcuna professione o condizione, bensì che sia l’immagine della molteplice vita di tutto il popolo. Una eletta di uomini di solida convinzione cristiana, di giudizio giusto e sicuro, di senso pratico ed equo, coerente con se stesso in tutte le circostanze; uomini di dottrina chiara e sana , di propositi saldi e rettilinei, uomini soprattutto capaci, in virtù dell’autorità che emana dalla loro pura coscienza e largamente s’irradia intorno ad essi, di essere guide e capi specialmente nei tempi in cui le incalzanti necessità sovreccitano la impressionabilità del popolo, e lo rendono più facile ad essere traviato e a smarrirsi; uomini che nei periodi di transizione, generalmente travagliati e lacerati dalle passioni, dalle divergenze delle opinioni e dalle opposizioni dei programmi, si sentono doppiamente in dovere di far circolare nelle vene del popolo e dello Stato, arse da mille febbri, l’antidoto spirituale delle vedute chiare, della bontà premurosa, della giustizia ugualmente favorevole a tutti, e la tendenza della volontà verso l’unione e la concordia nazionale in uno spirito di sincera fratellanza.
I popoli, il cui temperamento spirituale e morale è bastantemente sano e fecondo, trovano in sé stessi e possono dare al mondo gli araldi e gli strumenti della democrazia, che vivono in quelle disposizioni e le sanno mettere realmente in atto. Dove invece mancano tali uomini, altri vengono ad occupare il loro posto, per fare dell’attività politica l’arena della loro ambizione, una corsa ai guadagni per se stessi, per la loro casta o per la loro classe, mentre la caccia agl’interessi particolari fa perdere di vista e mette in pericolo il vero bene comune.
[L’assolutismo di Stato]
Una sana democrazia fondata sugl’immutabili principi della legge naturale e delle verità rivelate, sarà risolutamente contraria a quella corruzione, che attribuisce alla legislazione dello Stato un potere senza freno né limiti, e che fa anche del regime democratico, nonostante le contrarie ma vane apparenze, un puro e semplice sistema di assolutismo.
L’assolutismo di Stato (da non confondersi, in quanto tale, con la monarchia assoluta, di cui qui non si tratta) consiste infatti nell’erroneo principio che l’autorità dello Stato è illimitata, e che di fronte ad essa – anche quando dà libero corso alle sue mire dispotiche, oltrepassando i confini del bene e del male - , non è ammesso alcun appello ad una legge superiore e moralmente obbligante.
Un uomo compreso da rette idee intorno allo Stato e all’autorità e al potere di cui è rivestito, in quanto custode dell’ordine sociale, non penserà mai di offendere la maestà della legge positiva nell’ambito della sua naturale competenza. Ma questa maestà del diritto positivo umano allora soltanto è inappellabile, se si conferma – o almeno non si oppone – all’ordine assoluto, stabilito dal Creatore e messo in una nuova luce dalla rivelazione del Vangelo. Essa non può sussistere se non in quanto rispetta il fondamento, sul quale si appoggia la persona umana, non meno che lo Stato e il pubblico potere. E’ questo il criterio fondamentale di ogni sana forma di governo, compresa la democrazia; criterio col quale deve essere giudicato il valore morale di ogni legge particolare.
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roberto

mercoledì 5 marzo 2008

La Parola di Gesù dà e toglie la vista

Volevo chiosare il Vangelo della Domenica di questa settimana, nella parte conclusiva del medesimo.
«Gesù allora disse: “È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi”.
Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: “Siamo ciechi anche noi?”.
Gesù rispose loro: “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane”
.» (Gv 9, 39-41)

Gesù è il Salvatore, ossia colui che - in giudizio - realizza la guarigione della cecità spirituale, che causa il peccato.
Questa realizzazione, però, non può avvenire senza l’iniziativa - ma forse è meglio dire senza il sigillo della volontà - del peccatore. In questo caso, il cieco nato obbedisce a Gesù e si lava alla piscina di Siloe (Gv 9, 6-7).
L’obbedienza è l’umile ammissione di essere cieco, malato e, quindi, desideroso di guarire.

Viceversa, il superbo diventa cieco spiritualmente e rimane nel peccato.
È importante, però, eliminare un equivoco: Gesù viene nel mondo per un giudizio, ma non per giudicare. Nel senso che la guarigione non è un premio, così come la cecità non è una punizione (o una condanna) di Dio.
Altrove, infatti, Gesù così si esprime: «Se uno ode le mie parole e non le osserva, io non lo giudico; perché io non son venuto a giudicare il mondo, ma a salvare il mondo. Chi mi respinge e non riceve le mie parole, ha chi lo giudica; la parola che ho annunciata è quella che lo giudicherà nell'ultimo giorno.» (Gv 12, 47-48)

Non Gesù giudica il mondo ma, in un certo senso, è ciascuno di noi che rende a sé stesso il giudizio che liberamente ha scelto.
Eppure vi sarà un giudizio personale ed uno universale. E Gesù sarà “giusto giudice” e “salvatore”.
A questo proposito dirà:
«Venite, benedetti del Padre mio» (Mt 25, 34) e «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno» (Mt 25, 41).
È importante allora, per comprendere questa Parola, interpretare correttamente il senso del termine “giudizio”.

È sbagliato ritenere che la Parola di Dio abbia il solo effetto salvifico.
C’è un giudizio di salvezza ed un giudizio di condanna che, però, dipende da colui che è giudicato, non dal giudicante - Dio - che vorrebbe tutti salvi.
Per questo è descritto, nell’Apocalisse (1, 13.16), il Verbo «simile a figlio di uomo» dalla cui bocca esce «una spada affilata a doppio taglio»: perché duplice è l’effetto della Sua Parola.
L'effetto - beninteso - della Sua Parola è duplice, non la Sua volontà, che è volontà unica e di salvezza.
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silvio

lunedì 3 marzo 2008

L'Europa sta vivendo una fase di "relativismo aggressivo"

di Miriam Díez i Bosch
ROMA, lunedì, 25 febbraio 2008 (ZENIT.org).- L'Europa sta vivendo una fase di “relativismo aggressivo”. A dirlo è il professor Massimo Introvigne, autore del volume “Il segreto dell’Europa. Guida alla riscoperta delle radici cristiane” (Sugarco Edizioni http://www.sugarcoedizioni.it/ , 2008, 220 pagine, 16 euro).
“I nuovi relativisti aggressivi invece vogliono che il relativismo diventi legge ufficiale dello Stato”, afferma in questa intervista a ZENIT il dirigente di Alleanza Cattolica, fondatore e direttore del CESNUR, il Centro Studi sulle Nuove Religioni.

L'Europa è in crisi di identità?
Introvigne: Il Santo Padre in due occasioni - nel Discorso alla Curia romana in occasione della presentazione degli auguri natalizi del 22 dicembre 2006 e il 24 marzo 2007 in occasione del cinquantenario dei Trattati di Roma – ha usato un’espressione più forte, affermando che l’Europa “sembra volersi congedare dalla storia”.
“Congedarsi dalla storia” significa tirare il sipario, salutare gli spettatori e ammettere che la rappresentazione si è conclusa. È stata bella finché è durata, ma ora è finita. È possibile? Certamente: a differenza delle persone umane, le civiltà non hanno un’anima immortale. Cominciano e finiscono nella storia, e quella europea non fa eccezione. Sta succedendo? Molti politici lo negherebbero.
Tuttavia Benedetto XVI ha messo in luce tre aspetti – elencati come tali appunto nei due discorsi che ho citato – che corrispondono a dati di fatto che è molto difficile negare.
Il primo è l’”apostasia da se stessa” dell’Europa, il rifiuto di riconoscere le proprie radici – che sono tanto ovviamente cristiane da rendere qualunque discussione sul punto capziosa – e la propria storia, che porta poi a una debolezza e a una mancanza d’identità nei confronti di qualunque attacco o accadimento esterno. Che l’Europa non riesca a parlare con una voce sola lo vediamo ancora in questi giorni a proposito della questione del Kosovo.
Il secondo aspetto è la separazione delle leggi dalla morale. Non la semplice lontananza della politica, o di qualche uomo politico, dalla morale privata e pubblica, che non è un problema né recente né solo europeo, ma attraversa tutta la storia umana. No: si tratta della autonomia prima teorizzata e quindi poi fatalmente praticata delle leggi dalla morale. Dall’etica, non dalla religione, così che le critiche di “ingerenza” nei confronti della Chiesa non hanno a loro volta alcun senso, trattandosi qui della morale naturale e delle regole del gioco chiamato società – il Papa parla di “grammatica della vita sociale” – che non sono in quanto tali né cristiane né atee o buddhiste e che tutti dovrebbero condividere.

E questa grammatica della vita sociale non si rispetta?
Introvigne: Bene: oggi in Europa si afferma che queste regole del gioco non esistono, e che il legislatore deve limitarsi a fare il notaio e a formalizzare quanto già avviene nella società (o i media gli fanno credere che accada). Ci sono coppie omosessuali? Il legislatore ne prenda atto e le equipari alle famiglie. Ci sono musulmani che vivono in poligamia? Il legislatore li regolarizzi, o magari applichi la sharia come vorrebbe qualche personaggio europeo anche autorevole. Negli ospedali si pratica l’eutanasia? Lo Stato notaio la regoli per legge, com’è appena avvenuto in Lussemburgo.
Il terzo aspetto è la crisi demografica, il fatto drammatico che in Europa nascano sempre meno bambini: su questo punto i fatti si rifiutano ostinatamente di cooperare con le teorie di chi dice che l’Europa non è in crisi, e anche i risultati apparentemente in controtendenza di alcuni Paesi spesso derivano da semplici norme nuove sulla cittadinanza, che calcolano fra i nati cittadini anche i figli degli immigrati.

Laicismo aggressivo e anticristiano, relativismo... siamo in tempi oscuri?
Introvigne: Un intellettuale non cattolico, anzi comunista, come Antonio Gramsci diceva che quando c’è cattivo tempo si ha tendenza a prendersela con il barometro, mentre “abolito il barometro, non è con questo abolito il cattivo tempo”.
Oggi in Europa assistiamo a questo fenomeno: dal momento che Benedetto XVI è l’unico o quasi a denunciare la drammatica situazione di crisi sui tre aspetti cui ho fatto cenno – certo, forse anche perché non deve presentarsi a nessuna elezione, dove gli elettori di solito non premiamo gli annunciatori di cattive notizie – nell’immaginario di un certo laicismo europeo fa la fine del barometro di Gramsci.
Ma non è che impedendo di parlare al Papa – come è avvenuto a Roma all’Università La Sapienza – i problemi magicamente spariscano. Ci sono poi altri che pensano che quelli che il Papa denuncia come problemi siano in realtà risorse: che la crisi della famiglia tradizionale, l’aborto, l’eutanasia, la negazione del concetto di legge naturale, il multiculturalismo senza freni per cui non accettare di legalizzare la poligamia in una società dove ci sono molti musulmani è una forma di razzismo, siano tutti fenomeni positivi, da promuovere, che ci porteranno a una società con minori conflitti.
Per costoro il conflitto nasce dalla pretesa di chi crede che esista una verità; mentre dove si conviene che la verità non esiste il conflitto scompare.
Questa utopia è stata così spesso smentita dalla storia che sostenerla dovrebbe risultare ormai imbarazzante: ma non è così.
Dove le società sono complesse – e l’Europa di oggi lo è – non c’è scampo: o fra persone che hanno culture e religioni diverse si trova, appunto, una “grammatica della vita comune”, regole comuni che consentano di convivere – che possono soltanto derivare dalla ragione e da una legge naturale che la ragione può conoscere – o ci si riduce al conflitto di tutti contro tutti.
O le questioni conflittuali sono risolte con il richiamo a un diritto naturale valido per tutti o sono risolte a suon di violenza e di bombe.

Lei parla di diverse fasi di relativismo. Dove siamo oggi?
Introvigne: Siamo nella fase del relativismo aggressivo. Il vecchio relativista teorizzava, anche se non sempre praticava, la massima di Voltaire secondo cui “io non condivido la tua idea ma sono disposto a dare la vita perché tu possa sostenerla liberamente”.
Come sappiamo, Voltaire era il primo a non mettere in pratica questa massima quando si trattava della Chiesa cattolica.
Tuttavia c’erano, e ci sono ancora, dei vecchi volterriani che credono per davvero a quello che dicono e che, pur essendo personalmente relativisti, non chiedono allo Stato di punire chi non è relativista.
I nuovi relativisti aggressivi invece vogliono che il relativismo diventi legge ufficiale dello Stato, con conseguente repressione penale dei non relativisti. Un semplice esempio: i vecchi relativisti affermavano che “la camera da letto di un omosessuale è il suo castello” (adattando una vecchia massima inglese: il castello è il luogo dove neanche il re con le sue leggi può entrare), di cui
lo Stato non deve occuparsi, dove gli omosessuali non meno degli eterosessuali devono essere lasciati liberi di fare tutto quello che vogliono.
Il nuovo relativista pretende invece che lo Stato costruisca al gay le mura del castello e arresti chi si avvicina o anche semplicemente chi esprime opinioni critiche. È questo il senso delle leggi sull’omofobia, che non puniscono affatto chi malmena o insulta trivialmente gli omosessuali (per questo ci sono già naturalmente le leggi ordinarie) ma – secondo la formula della legge proposta dal Governo italiano ora dimissionario – reprimono chi esprima “giudizi di superiorità”, cioè consideri l’unione eterosessuale intrinsecamente superiore rispetto all’unione omosessuale, o pensi – come fa la Chiesa – che quest’ultima è intrinsecamente disordinata.

E allora, qual è il segreto dell'Europa?
Introvigne: Il segreto dell’Europa è la sua storia millenaria, in cui entrano certamente altre componenti – per esempio, è del tutto ineliminabile l’apporto delle comunità ebraiche – ma che nel suo percorso di fondo è cristiana. Per quanto ricoperti dai detriti di un enorme fuoco di sbarramento aperto dal laicismo e dal relativismo, i valori di questa storia sono ancora vivi e presenti.
Certo, lo sono di più in alcuni Paesi che in altri: per esempio, a proposito dell’Italia, Benedetto XVI ha detto al convegno ecclesiale di Verona, il 19 ottobre 2006, che “la Chiesa qui è una realtà molto viva, – e lo vediamo! – che conserva una presenza capillare in mezzo alla gente di ogni età e condizione” e che “le tradizioni cristiane sono spesso ancora radicate e continuano a produrre frutti”.
Ora, si potrebbe dire che lo stesso Benedetto XVI da una parte parla di un’Europa “pronta a congedarsi dalla storia”, dall’altra vede (almeno in Italia, ma non si tratta certo dell’unico Paese per cui sia valgono considerazioni analoghe, sia il Papa le ha proposte nei suoi discorsi) “tradizioni cristiane ancora radicate”: non ci sarà forse una contraddizione? La risposta è no.
Il Papa parlando della crisi dell’Europa non ci convoca a un funerale, ma al capezzale di un malato. Un malato grave, cui è inutile nascondere la gravità della sua condizione. Ma un malato che ha ancora in sé – nascoste da qualche parte – le potenzialità per guarire.
Come il buon medico, Benedetto XVI – se da una parte non tace sui pericoli che il morbo possa diventare mortale – dall’altra scruta con attenzione e valorizza sistematicamente ogni piccolo miglioramento, ogni spunto di guarigione.
Se nel deserto ogni tanto spunta una piantina, non va sradicata ma coltivata perché diventi domani un albero e dopodomani un bosco. Ma per coltivare la piantina occorre irrigarla, e non basta l’entusiasmo: che pure, quando è rivolto al Papa, ai suoi interventi e ai suoi viaggi è sempre un buon punto di partenza. È necessaria l’acqua solida della dottrina e del magistero.
Il libro “Il segreto dell’Europa” nasce dall’esperienza di trentacinque anni di attività che ho svolto in Alleanza Cattolica, un’agenzia di laici cattolici che ha come scopo principale lo studio, la diffusione e l’applicazione dell’insegnamento del magistero pontificio.
Mai come in questi anni – e senza assolutamente disprezzare chi nella Chiesa ha altre vocazioni e opera con modalità diverse – l’opera di diffusione degli insegnamenti del Papa (penso per esempio al magnifico affresco della storia profana e della storia della salvezza nella “Spe salvi”, come sempre però scomparsa dal radar dei mezzi di comunicazione di massa dopo pochi giorni dalla pubblicazione) mi sembra indispensabile e urgente.
***
roberto

venerdì 29 febbraio 2008

Pensiero della Domenica - 35

A cura del sito “Vie dello Spirito

IV^ Quaresima - 02/03/2008

Gesù al cieco: “Tu credi al Figlio dell'Uomo?”

Siamo in piena Quaresima “tempo favorevole per la nostra salvezza”.
La Liturgia domenicale ci invita a considerare come sia indispensabile la fede, di fronte al modo di agire del Cristo, in antitesi con il nostro logico raziocinio.
Il comportamento di Dio è sempre lo stesso.
Nella prima lettura presa dal libro di Samuele, Dio deve scegliere uno a capo e guida del suo popolo.
Ed ecco l’assurdo: non elegge il più qualificato, il più adatto e capace.
Disse il Signore a Samuele: “...Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura. Io l’ho scartato, perché non conta quel che vede l’uomo; infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore”.
David, il più piccolo della famiglia, che stava a pascolare il gregge.
E Samuele, per ordine di Dio, lo unge re d’Israele.
Ancora più sconcertante il modo di agire del Messia: di fronte ad un uomo cieco dalla nascita “...Sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: và a lavarti nella piscina di Siloe, (che significa inviato); quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva...”.

Questo crea sconcerto tra gli apostoli e perplessità tra i presenti: ma il fatto è evidente che il cieco nato ci vede!
I farisei non vogliono credere alla evidenza.
Due grandi violazioni del sabato aveva compiuto Gesù: l’aver fatto quel fango e l’aver curato in quel giorno un malato che non era moribondo (unica azione consentita di sabato).

Conclusione: non è da Dio quest’ uomo che non osserva il sabato.
Quale è la nostra fede nei miracoli?
Troppo spesso è sopraffatta dai nostri dubbi, incredulità, e si riduce a flebile speranza, senza nessun concreto risultato.
Forse anche per noi vale il lamento del Messia: “...Se aveste fede quanto un granellino di senape, potreste dire ad una montagna di spostarsi e ciò avverrebbe…”.
Non fermiamoci estasiati di fronte ai miracoli!
Sperimentiamolo il prodigio su noi stessi, nelle nostre urgenti e drammatiche situazioni.
Non pretendiamo dire come e in che modo deve agire Gesù: la nostra fede deve essere assoluta, per annullare il logico raziocinio che ci porta spesso a concludere, sfiduciati: “... Ma tanto non c’è nulla da fare..”.
Un giorno Gesù disse: “...Chiedete, chiedete con insistenza...se anche non meritate la grazia, l’otterrete da quanto siete noiosi…”.
Perché non lo prendiamo in parola?
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Don Lucio Luzzi

La cultura italiana non è radicale

Mi è piaciuta un’analisi di mons. Luigi Negri, Vescovo di San Marino-Montefeltro, che ricevo in newsletter da Il Timone.
Mons. Negri ricorda una riflessione di Benedetto XVI, che vede un profondo rapporto tra fede e cultura, nella realtà storica del popolo italiano.

Secondo il Papa, questa particolare caratteristica ha permesso che l’Italia potesse resistere «alle varie degenerazioni di tipo totalitarie».
Da questi presupposti, il Vescovo trae una conclusione circa la cultura radicale: «I radicali no, sono un’altra cosa; non sono una cultura di popolo, sono un movimento borghese, aristocratico culturalmente, economicamente ben dotato, che hanno ingaggiato una lotta ad oltranza per la fine del cattolicesimo, quindi per la fine della cultura popolare in Italia, iniziando e portando a termine quella che il buon Pasolini chiamava una “omologazione del popolo italiano in senso laicista”

Sottolineo, in particolare, che il successo dell’azione radicale ha potuto ottenere qualche vittoria grazie ad un appoggio economico e mediatico massiccio.
In secondo luogo era necessaria una dose di arroganza tale da estromettere completamente o quasi la cultura cattolica dall’agorà sociale.
Aggiungo che è quanto avvenne a partire dal secondo dopoguerra, con la complicità della stessa cultura cattolica, resa esangue dalla nota deriva cattolico-democratica.

Agli epigoni del radicalismo non rimase che concludere e vincere alcune “battaglie”, come ricorda mons. Luigi Negri: «Le battaglie che portano il loro nome, come la legge sul divorzio, hanno sottoposto anche dal punto di vista laico la sacralità o la definitività di un rapporto agli istinti, agli umori, alle convenienze, agli interessi e hanno distrutto quella realtà della famiglia che costituisce, oltre che l’ambito generativo, l’ambito di educazione dei bimbi, dei ragazzi, dei giovani.
La situazione gravissima in cui versa la maggior parte della gioventù del nostro paese è la consistente prova del disastro della legge sul divorzio.
»
***
silvio

giovedì 28 febbraio 2008

Cosa scriveva il prof. Cini 40 anni fa?

Siccome gli illustri scienziati della Sapienza hanno messo sotto accusa il papa sostanzialmente per una lontana citazione di Feyerabend, e dopo l'articolo di Silvio qui gli illustri scienziati sanno cosa scriveva il professor Marcello Cini 40 anni fa?
«Sulle colonne del manifesto mensile (maggio 1970, pp. 54-55), nell’articolo A proposito del convegno di Ariccia. Una scienza dimenticata, lo scienziato non proprio alle prime armi (allora aveva già 47 anni) criticava radicalmente il convegno organizzato dal PCI sulla ricerca scientifica, perché troppo si era fatto carico del problema dello sviluppo scientifico: che diamine! Siamo in una società capitalistica!
Giuseppe D’Alema sferzava il capitalismo italiano "per spingerlo a fare seriamente concorrenza agli Stati Uniti" sul piano della ricerca scientifica e tecnologica affinché "aggredisse i settori tecnologicamente più di punta"? Cini non capiva e disapprovava: "Sono due i casi: o si attribuisce all’elettronica la virtù di costruire il socialismo, e allora gli Stati Uniti sono il primo paese socialista del mondo, o si riconosce che lo sviluppo dell’elettronica in regime capitalistico serve a rendere il capitalismo ancora più forte, e allora non si capisce perché gli operai, i tecnici, i lavoratori che lottano contro il capitalismo dovrebbero scaldarsi tanto per gli obiettivi che D’Alema addita loro". Quindi andiamoci piano con l’elettronica, perché essa non può avvantaggiare il capitale.
Ciò che il PCI dimenticava e che Marcello Cini sussiegosamente gli ricordava, è che "la prima e più importante scienza da sviluppare per il proletariato è "la critica dell’economia politica". Altro che elettronica!
Nel regime capitalistico "la scienza diventa mezzo di produzione (e) dunque capitale, e in quanto tale si contrappone come potenza esterna all’operaio e lo schiaccia, rendendolo strumento di fini a lui estr
anei" (!)».
(1ª parte) di Roberto Pertici
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gianni

“Siamo pronti a morire per la nostra fede”

Dal sito di Rino Cammilleri vengo a conoscenza di una notizia diffusa dall’Agenzia Zenit.
Il vescovo irakeno Louis Sako ci informa del rapimento e del rilascio di 40 bambini, tre dei quali cristiani.
Il rapimento ed il successivo rilascio sono avvenuti a Baghdad.

I tre bambini cristiani, minacciati dai rapitori mussulmani per la conversione forzata all’Islam, avrebbero risposto: «Siamo pronti a morire per la nostra fede».
Che questa risposta abbia invece convertito i rapitori all’amore di Gesù Cristo?

Questo non si può sapere.
Ma si sa bene qual è la differenza tra il vero martirio per l’amore e il falso martirio per l’odio.
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silvio

martedì 26 febbraio 2008

Il “risveglio della coscienza”

Ha ragione il cardinale Angelo Ba­gnasco.
Lo dice durante un’omelia: «Il momento storico che stiamo vivendo è bello ed intenso e ad esso guardiamo con simpatia, passione ed intelligenza di fede».

«Bello ed intenso», dico io, perché la grande caduta post-conciliare, seppure non arrestata, è però interrotta o fortemente rallentata.
Da cosa? Da chi?
Bagnasco parla di «un risveglio della coscienza». Io la chiamo “primavera della Chiesa”.
Da circa vent’anni ha di nuovo un senso parlare di apostolato.
Durante il XX secolo fino a tutti gli anni ’70 e una parte degli ’80 sembrava che non ci fosse modo di arginare la pressochè completa scristianizzazione. Sembrava che nulla avrebbe più potuto contrastare il secolarismo, il pensiero nichilista o radical-socialista.

Poi, lentamente, un rinascere della cultura cattolica e un incremento (lento e costante) della presenza cristiana. Fino all’odierna esplosione mediatica.
Non posso giudicare sulla qualità, ma ricordo (come esempio) che il trionfo della teologia scolastica del XIII secolo germogliava su un terreno culturale composto da una quantità enorme di correnti di pensiero, scuole e studi scientifici.
Il cardinale usa parole ispirate: «Vediamo intorno a noi uno sviluppo ulteriore, forse nuovo, forse inedito, una voglia di pensare, di prendere coscienza degli avvenimenti, della storia».

Il «risveglio della coscienza» è «forse stimolato proprio da tante contraddizioni ed inquietudini, da problemi antichi e soprattutto nuovi che premono proprio alla coscienza di ciascuno ed alla coscienza collettiva».
Il «risveglio della coscienza» che «un certo modo di pensare, una certa aria diffusa vorrebbero continuamente dormiente, ma la coscienza non può sempre dormire, arriva il momento in cui si risveglia, forse in modo traumatico ma sempre salutare».

Conosciamo bene quel «certo modo di pensare» della cultura del nulla, della lagna, della bugia strategica, della noia, del ricatto pianificato, della ribellione disobbediente, del capriccio.
Ma noi ce ne infischiamo e, dolcemente, ci svegliamo.
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silvio

Conferenza

ALLEANZA CATTOLICA
Foedus catholicum


RISPONDERE ALLE SFIDE DEL LAICISMO E DELL'ISLAM:

TRE ANNI CON BENEDETTO XVI


Giovedì 6 marzo 2008 – ore 21
Jolly Hotel Ambasciatori – sala Fermi
Torino, Corso Vittorio Emanuele, 104


Ferdinando Leotta di Alleanza Cattolica, Saluto e presentazione


Laura Boccenti di Alleanza Cattolica, docente di filosofia e collaboratrice
della rivista “Il Timone”: Laicità e laicismo: l’alternativa per l’Europa


Massimo Introvigne di Alleanza Cattolica, direttore del CESNUR – Centro
Studi sulle Nuove Religioni: L’Islam nel discorso di Ratisbona e nel
magistero di Benedetto XVI


Nel corso della serata sarà presentato il volume di Massimo Introvigne, Il segreto dell’Europa. Guida alla riscoperta delle radici cristiane, SugarCo, Milano 2008.

Moratoria contro l’aborto - 03

Il collega Gaddhura riporta e commenta, sul suo blog, l’intervista che il ginecologo radicale Silvio Viale concede al Corrierone.

C’è da credere a Viale quando, a domande, dà le seguenti risposte:
«D: E come si stabiliscono gli aborti terapeutici?
Viale
: In Italia non si fa un aborto terapeutico perché il feto è malformato, ma in base alla salute psichica e fisica della donna. In vent'anni di interventi mi sarà capitato un paio di volte di fare un aborto terapeutico per la salute fisica di una donna.
D: Tutti gli altri?
Viale: Per la salute psichica della donna. Che vuol dire anche far abortire feti sani.
D: Lei ha fatto aborti terapeutici di feti sani?
Viale: Certo. Lo prevede la legge. Ripeto è un problema di salute psichica della donna
».

È chiaro allora a cosa serve la legge 194: allo sterminio di creature sane.
La preoccupazione di Giuliano Ferrara - che protesta per l’eliminazione eugenetica dei feti malati - è nobile ma, a mio parere, infondata.
Il vero problema è questo: le donne che abortiscono - parlo, se non si è capito, del solo Occidente - lo fanno quasi sempre per capriccio, per paura, per mostruoso egoismo, per scelta vile dell’illusoria protezione del proprio equilibrio psichico (quasi mai fisico).

Ogni legge abortista, compresa la 194, è quindi pessima e complice di una mentalità malata.
Non c’è nessuna seria motivazione che possa permettere la morte di un essere umano.
Un miliardo di aborti, nel secolo scorso. È bene stamparsi nella testa che, per la quasi totalità, si è trattato di feti sani.
***
silvio

lunedì 25 febbraio 2008

C’è gusto e gusto

«Reinhold Messner trova di pessimo gusto le croci collocate in cima alle montagne, in quanto turberebbero, a suo parere, lo spazio incontaminato di natura che ancora esiste in questi luoghi spesso irraggiungibili
Damiano Pomi su L’Osservatore Romano del 16/02/08

Io, invece, trovo di pessimo gusto Reinhold Messner collocato in cima alle montagne a fare la pubblicità dell’acqua minerale, in quanto turba il normale ciclo della diuresi.
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silvio

domenica 24 febbraio 2008

Moratoria contro l’aborto - 02

Oggi Il Foglio pubblica - non può far altro che pubblicare - il testo dell’antico Giuramento d’Ippocrate, che molti medici smemorati hanno dimenticato o tradito.
Lo pubblica, perché ieri il Consiglio nazionale della Federazione degli Ordini dei medici (Fnomceo) avrebbe diffuso un documento secondo il quale si esprimerebbe pieno sostegno alla legge 194 ed alla pillola abortiva RU486.

A dire il vero, Avvenire di oggi parla chiaramente dell’ennesimo caso di pubblicazione di un documento falso: «È stato diffuso un testo diverso da quello approvato dalla Fnomceo».
In ogni caso, è indubbio che parecchi medici praticano l’aborto e sono favorevoli all’introduzione di medicinali che procurino la morte e l’espulsione del feto.

A coloro è bene ricordare ciò che giurarono - oggi c’è un modeno giuramento che non contempla direttamente l’aborto - i loro passati colleghi, più “ippocratici” e meno ipocriti.
«A nessuna donna io darò un medicinale abortivo».
«Mi asterrò da ogni offesa e danno volontario, e fra l’altro da ogni azione corruttrice sul corpo delle donne e degli uomini».
***
silvio

venerdì 22 febbraio 2008

Pensiero della Domenica - 34

A cura del sito “Vie dello Spirito

III^ Quaresima - 24/02/2008

Gesù dice alla samaritana: "Dammi da bere"

Il tema dominante nella Liturgia di questa III^ domenica di Quaresima, scaturisce dal famoso incontro di Gesù con la donna samaritana.
E’ sufficiente un breve colloquio con il Messia ed acquisisce la fede che fa dire alla donna “Signore tu sei veramente il Salvatore del mondo…”.
Gesù si trova a Sicar, che è probabilmente il nome aramaico della antichissima Sichem (oggi Tell Balata), situata nella parte sud - est della Samaria, vicino al monte Garizim e all’attuale Nablus.
Distrutta da Giovanni Arcano nel 128 a.c. era però ancora un piccolo centro abitato, ai tempi del Messia.

Avevano camminato tra valli desolate e aspre, tutta la mattinata, fino a mezzogiorno, e Gesù era stanco.
Si ferma alla bocca del pozzo di Giacobbe, che era coperto da una edicola sotto cui il viandante si poteva riparare dal sole.
E arriva una donna Samaritana ad attingere acqua.
Non leggiamo mai il Vangelo con la nostra mentalità.
Secondo il rigoroso costume giudaico nessuno si fermava mai a parlare con una donna. I rabbini arrivavano al punto di non parlare in pubblico nemmeno con la propria moglie, perché disdegnavano di parlare con gli ignoranti, quali giudicavano le donne.

Il piano di Gesù è la conversione di quella donna e per rimanere solo manda tutti i discepoli in città a comperare da mangiare.
La donna Samaritana alla richiesta del Cristo di bere, è perplessa: ”...Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna Samaritana?” I giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani...

Gli occhi penetranti del Cristo, entrano nell’animo della donna peccatrice...
“Chiunque beve di questa acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno: anzi l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna”.
“Sono io che parlo con te, il Messia”.
E avviene la conversione, testimoniando che ”…Mi ha detto tutto quello che ho fatto nella vita…”.

Perché impossibile era la conversione per i rabbini, sadducei, farisei?
Si sentivano superiori a tutti ed esternamente, a parole, professavano il contrario di quello che era dentro il loro cuore.

La Quaresima invita alla penitenza per ottenere il perdono.

Oramai la Pasqua è imminente, tempo della nostra salvezza.
Il tuo cuore è arido? Chiedi a Lui e soltanto a Lui l’acqua viva della fede.
Alimenta il tuo animo con la preghiera.
So già la tua risposta: “...Non ho tempo... e non so pregare…”.
Offri la tua giornata, il tuo lavoro, le tue amarezze, le tue delusioni, i tuoi rimorsi; offri tutto a Lui e cambierà tutto, come acqua viva, che ti darà vita, speranza, fiducia, gioia di avere uno che ti comprende, non ti condanna, ma ti abbraccia e ti sussurra... ” Figlio mio, quanto ti voglio bene...”.
***
Don Lucio Luzzi

giovedì 21 febbraio 2008

Carotaggi culturali - 01

Eseguiamo alcuni carotaggi per verificare se la cultura odierna egemone merita di essere soppressa o bisogna continuare l’accanimento terapeutico.
Mi arriva per e-mail una pubblicità che mi invita ad aderire al Progetto Morphing.

Ovviamente viene tutto esposto in modo estremamente chiaro.
«E’ un lavoro di ricerca condotto a due, nella consapevolezza che i nuovi media tecnologici -visitati tra fotografia, video, web - conducono a diverse possibilità di comunicazione insieme alle quali cresce, matura e si definisce non solo una nuova conoscenza ma la personalità stessa degli artisti
(?)

Tento di contenere la risata e seguo a leggere:
«E’ un modo per avviare uno scambio dove due identità si sovrappongono e si fondono per un contatto che travalica l’acquisita dimensione spazio temporale, per verificarne una nuova in “tempo reale” dove si annullano le distanze; l’appropriazione cognitiva e nel contempo fisica accade in un altro modo, direttamente, senza tuttavia attraversare i “sensi” organici, passando tra le maglie della rappresentazione analogica e digitale, in un processo di trasferimenti che coinvolge il soggetto proposto, l’osservatore e lo stesso autore
(??)

Comincio ad avere le convulsioni:
«Si costruisce così un linguaggio che del rimando reale-virtuale, organico-alfa numerico, elettronico-algoritmico, fa una piattaforma basilare per la costituzione di un percorso formale. In esso s’invera la comunicazione stessa e l’atto artistico. Che è dunque in perenne trasformazione; morphing, la forma che si trasforma
(???)

A questo punto mi trascinano via, mentre mi scompiscio, in attesa che arrivi la neurodeliri.
Non riesco a leggere tutto. Così è ridotta l'università moderna. Questi i prodotti che sforna.
Il foglio giace a terra, mentre la TV manda carrellate di consigli per gli acquisti.
***
silvio

martedì 19 febbraio 2008

Canebardo

La novella di Luigi Pirandello, "L'altro figlio", tratta dalla rccolta "novelle per un anno" ci descrive meglio di molte analisi ciò che è realmente accaduto all'indomani dell'impresa dei mllle. E' la narrazione di una doppia tragedia, tra violenza ed emigrazione , avvenute solo settanta anni prima delle vicende raccontate da Paolo nel post precedente, (tanto per capire il ritornello della storia) . Maragrazia, una vecchia contadina analfabeta abbandonata da marito e due figli emigrati in Argentina , vive in miseria nel suo paese di origine, in Sicilia. Da quattordici anni detta una lettera a Ninfarosa, anche lei abbandonata . Queste lettere non riceveranno mai risposta, perchè Ninfarosa scrive solo degli scarabocchi, Maragrazia, si rifiuta di considerare "l'altro figlio", frutto di una violenza all'epoca dell'arrivo dei garibaldini in Sicilia .Eccone un breve spunto dall'efficace penna di Pirandello che non è certamente considerato un autore cattolico.

[....] Ha sentito parlare vossignoria d’un certo Canebardo?- Garibaldi? – domandò il medico, stordito.- Sissignore, che venne dalle nostre parti e fece ribellare a ogni legge degli uomini e di Dio campagne e città? N’ha sentito parlare?- Sì, sì, dite! Ma come c’entra Garibaldi?- C’entra, perché vossignoria deve sapere che questo Canebardo diede ordine, quando venne, che fossero aperte tutte le carceri di tutti i paesi. Ora, si figuri vossignoria che ira di Dio si scatenò allora per le nostre campagne! I peggiori ladri, i peggiori assassini, bestie selvagge, sanguinarie, arrabbiate da tanti anni di catena... Tra gli altri ce n’era uno, il più feroce, un certo Cola Camizzi, capobrigante, che ammazzava le povere creature di Dio, così, per piacere, come fossero mosche, per provare la polvere – diceva, - per vedere se la carabina era parata bene. Costui si buttò in campagna, dalle nostre parti. Passò per Farnia, con una banda che s’era formata, di contadini; ma non era contento, ne voleva altri, e uccideva tutti quelli che non volevano seguirlo. Io ero maritata da pochi anni e avevo già quei due figliucci, che ora sono laggiù, in America, sangue mio! Stavamo nelle terre del Pozzetto che mio marito, sant’anima, teneva a mezzadria. Cola Camizzi passò di là e si trascinò via anche lui, mio marito a viva forza. Due giorni dopo, me lo vidi ritornare come un morto; non pareva più lui; non poteva parlare, con gli occhi pieni di quello che aveva veduto, e si nascondeva le mani, poveretto, per il ribrezzo di ciò ch’era stato costretto a fare... Ah, signorino mio, mi si voltò il cuore in petto quando me lo vidi davanti così: "Nino mio!" gli gridai (sant’anima!) "Nino mio, che hai fatto?" Non poteva parlare. "Te ne sei scappato? E se ti riafferrano, ora? Ti ammazzeranno!" Il cuore, il cuore mi parlava. Ma egli, zitto, sedette vicino al fuoco, sempre con le mani nascoste così, sotto la giaccia, gli occhi da insensato, e stette un pezzo a guardare verso terra; poi disse: "Meglio morto!". Non disse altro. Stette tre giorni nascosto; al quarto uscì: eravamo poverelli, bisognava che lavorasse. Uscì per lavorare. Venne la sera; non tornò... Aspettai, aspettai, ah Dio! Ma già lo sapevo me l’ero immaginato. Pure pensavo: "Chi sa! Forse non l’hanno ammazzato; forse se lo sono ripreso!". Venni a sapere, dopo sei giorni, che Cola Camizzi si trovava con la sua banda nel feudo di Montelusa, che era dei Padri Liguorini, scappati via. Ci andai, come una pazza. C’erano, dal Pozzetto, più di sei miglia di strada. Era una giornata di vento, signorino mio, come non ne ho più viste in vita mia. Si vede il vento? Eppure quel giorno si vedeva! Pareva che tutte le anime degli assassinati gridassero vendetta. Agli uomini e a Dio. Mi misi in quel vento, tutta strappata, ed esso mi portò: gridavo più di lui. Volai: ci avrò messo appena un’ora ad arrivare al convento, che stava lassù lassù, tra tante pioppe nere. C’era un gran cortile, murato. Vi s’entrava per una porticina piccola piccola, da una parte, mezzo nascosta, ricordo ancora, da un gran cespo di capperi radicato su, nel muro. Presi una pietra, per bussare più forte; bussai, bussai; non mi volevano aprire; ma tanto bussai, che finalmente m’aprirono. Ah, che vidi! [....]
***
roberto

Chiesa e nazionalsocialismo

Anche se l'argomento è talmente vasto e complesso da far tremare le vene e i polsi, proviamo a riassumere alcuni fatti storici riguardanti l'atteggiamento della Chiesa Cattolica tedesca di fronte all'emergere del demone nazionalsocialista, ricordato dal precedente post di Silvio. Di "liste della spesa" sull'argomento ce ne sono abbastanza, in rete e altrove. Il campo è stato arato in lungo e in largo e, tuttavia, ripassare un po' di storia non fa mai male. Anche perché lasciare certi argomenti a chi magari ancora crede alla truffa intellettuale propalata da Hochhut ( l'autore de "Il Vicario") in azione coordinata con il regime sovietico guidato da Krusciov (nome in codice della campagna denigratoria contro Pio XII: "Posizione 12") non è un buon servizio alla verità.
Partiamo dalla riunione di Fulda dell'agosto del 1932. Di fronte all'avanzare ormai manifesto nel paese dell'ideologia nazionalsocialista, l'intera conferenza episcopale tedesca decide di riunirsi per proclamare il divieto di appartenenza al movimento hitleriano in tutte le sue forme per tutti i fedeli cattolici. La mossa pastorale è dettata dalla necessità di salvaguardare i cattolici tedeschi sparsi in 24 diocesi.
Il 28 marzo 1933 ( Hitler è capo del governo da due mesi, e si sono tenute elezioni decisive) la condanna è ribadita dall'episcopato tedesco sempre a Fulda dove, un anno dopo, iniziano quelle riunioni dalle quali scaturiranno le note Lettere Pastorali, tra cui esemplari quelle del 7 giugno 1934 e 29 agosto del 1935, in cui si denuncia la persecuzione della gioventù cattolica. Le lettere continueranno a essere pubblicate fino al 1938, anno in cui si denuncia esplicitamente da parte dei vescovi la volontà di distruggere la fede cattolica in Germania e le rappresaglie contro studenti e funzionari cattolici. Una lettera circolare dei vescovi di Baviera del 1938 denuncia poi la cacciata di religiose dalle scuole pubbliche e l'impedimento alle suore di insegnare nelle scuole popolari. Non si deve dimenticare che la Baviera, regione di tradizione cattolica, costituì insieme agli altri Landaer a maggioranza cattolica un ostacolo non indifferente per il nazionalsocialismo. Nelle elezioni del marzo 1933 il partito di Hitler non ottenne la maggioranza nelle terre cattoliche, dove gli elettori cattolici votarono compatti per lo Zentrum, partito cattolico moderato.
All'azione collegiale dei vescovi si affianca quella individuale. L'arcivescovo di Colonia, Schulte, protestando contro l'introduzione del testo di Alfred Rosenberg nelle scuole, fece stampare nel 1936 un catechismo speciale in cui si ribadiva più volte che la fede voluta da Dio non è legata al sangue, elemento che verrà ribadito poi dall'ormai nota frase di Pio XI ( "siamo tutti spiritualmente semiti").
Ma per forza e coraggio emergono in Germania anche altre figure di vescovi, tra cui l'arcivescovo Faulhaber. Famosi i suoi sermoni per l'Avvento e il Natale del 1933, nei quali espose il legame tra Antico e Nuovo Testamento sottolineando il valore morale di figure come Giuseppe, Mosè e Giobbe, ribadendo pubblicamente la condanna del cristianesimo ariano, la teoria della religione del sangue e dello Stato onnipresente.
Altrettanto coraggio lo manifesta il "Leone di Muenster", monsignor Von Galen, figura luminosa che Hitler voleva uccidere, ma non lo fece per timore delle reazioni popolari. Rosenberg, l'ideologo del nazionalsocialismo, dichiarò che alla fine delle guerra si sarebbe dovuto fucilarlo. Nel 1936 Von Galen scrisse un'infocata denuncia al clero della diocesi, e in numerose prediche denunciò pubblicamente l'operato della Gestapo, arrivando a denunciare i suoi crimini perfino a Hermann Goering, nel 1942.
Tutto questo in coordinamento con Roma, dove l'azione di Pio XI e del suo segretario Pacelli è ormai ben nota ( la "Mit Brennender Sorge" venne scritta direttamente in tedesco per renderla più efficace, e venne letta nel 1937 da tutti i pulpiti delle 11.500 chiese tedesche). Lo stesso Sant'Uffizio è tra le primissime istituzioni ( dicembre 1940) a condannare l'uccisione di minorati in Germania ( è noto che lo stesso papa Ratzinger aveva un parente handicappato, il quale fu eliminato nel programma di sterminio denunciato dalla Chiesa di Roma).
Il periodo di Pio XII, poi, meriterebbe un discorso a parte.
Quindi, al di là delle parole, ecco l'atteggiamento della Chiesa Cattolica durante la tempesta hitleriana in Germania. Il cedimento di alcuni non può inficiare l'azione positiva di tanti altri cattolici coraggiosi.
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Paolo

lunedì 18 febbraio 2008

Se lo dice lui…

«Essendo un amante della libertà, quando avvenne la rivoluzione in Germania [il nazismo, n.d.a.] guardai con fiducia alle università sapendo che queste si erano sempre vantate della loro devozione alla causa della verità. Ma le università vennero zittite.
Allora guardai ai grandi editori dei quotidiani che in ardenti editoriali proclamavano il loro amore per la libertà. Ma anche loro, come le università, vennero ridotti al silenzio, soffocati nell’arco di poche settimane.
Soltanto la Chiesa si oppose pienamente alla campagna di Hitler mirante a sopprimere la verità. Non avevo mai avuto in precedenza un interesse particolare per la Chiesa, ma ora sento verso di essa una grande ammirazione, poiché la Chiesa sola ha avuto il coraggio e la perseveranza di difendere la verità intellettuale e la libertà morale.
Devo dunque confessare: ciò che un tempo disprezzavo, ora io lodo incondizionatamente».
Albert Einstein, sul “Time Magazine”, dicembre 1940

Riportato da Antonio Socci su “Lo straniero
***
silvio

domenica 17 febbraio 2008

Gli ideali di Tiziano Terzani

Chiedo scusa della noia che vi dò.
Il commento di Paolo al post su Tiziano Terzani mi stimola a qualche ulteriore riflessione sul giornalista e scrittore, che di seguito riporto.

Un paio d’anni fa un caro amico mi ha regalato l’ultimo libro di Terzani - “Lettere contro la guerra” (TEA, 2002) - ispirato dall’attacco alle Torri gemelle di New York (11 settembre 2001) e dalle bollenti dichiarazioni nel merito di Oriana Fallaci.
Terzani, quindi, scrive a due anni dalla morte, nel pieno della propria maturità intellettuale.

Rimango però ancora una volta abbastanza deluso da quel che scrive, non tanto per le critiche alla Fallaci, ma per quello che fonda e sostiene il suo pensiero.
A proposito della scrittrice fiorentina: le idee e lo stile di Oriana Fallaci sono criticabilissimi. La struttura delle sue analisi opinabile. Ma Terzani le boccia, senza riportare alcun commento di merito alle sue posizioni errate; né sottolinea le eventuali verità (sempre presenti in ogni autore, si tratti della Fallaci, di Terzani o di Lutero).

Così Tiziano a Oriana: «Ti scrivo […] per non far sentire troppo soli quei lettori che forse, come me, sono rimasti sbigottiti dalle tue invettive […] nelle tue parole sembra morire il meglio della testa umana, la ragione; il meglio del cuore, la compassione.»
Dunque la Fallaci senza ragione e senza cuore. Non è eccessivo?
«[…] la tua brillante lezione d’intolleranza arriva ora anche nelle scuole, influenza tanti giovani, e questo mi inquieta
Dunque la Fallaci intollerante. Nemmeno un'incertezza nel giudizio?
Ripeto quindi che un autore - e la Fallaci, in particolare - non va stroncato completamente, specialmente laddove vengono espresse verità oggettive.
Ma di stroncatura completa si tratta.

Però il vero centro, le vere fondamenta degli ideali - non voglio dire ideologia - di Terzani è qua: «Dubitare è una funzione essenziale del pensiero; il dubbio è il fondo della nostra cultura. Voler togliere il dubbio dalle nostre teste è come voler togliere l’aria ai nostri polmoni

No di certo: è la metafisica la radice, il fondamento e la mèta della nostra cultura.
Non riconoscere questo è un attentato alla storia, prima, e alla ragione filosofica e teologica, poi.
Passino le critiche alla Fallaci, passi il pacifismo, passino le scuse di avere sbagliato per anni. Ma porre i propri limiti teoretici a norma della ragione, non lo permetto.

Poteva poi mancare San Francesco, perennemente e colpevolmente frainteso?
«Dove sono oggi i santi e i profeti? Davvero ce ne vorrebbe almeno uno!»
E dove lo va a pescare Terzani il profeta, se non in San Francesco, usato da lui come simbolo del buonismo ecologista?
«Ci vorrebbe un San Francesco. Anche i suoi erano tempi di crociate, ma il suo interesse era per gli “altri”, per quelli contro i quali combattevano i crociati.»
Dal nostro sito, a cominciare da un articolo di Paolo, abbiamo abbondantemente presentato il San Francesco della storia e dei fatti, assai difforme da quello dell'ideologia.

Terzani disinforma: «Mi diverte pensare che l’uno disse all’altro le sue ragioni, che san Francesco parlò di Cristo, che il sultano lesse passi del Corano e che alla fine si trovarono d’accordo sul messaggio che il poverello di Assisi ripeteva ovunque “Ama il prossimo tuo come te stesso”».
La storia reale dice ben altro: San Francesco andò a convertire il Sultano e non ascoltò alcun passo del Corano, perchè andò proprio per contrastare il Corano. Avrebbe accettato volentieri il martirio, per annullare il Corano. Questa la storia documentata. Il resto è fantasia.

Caro Terzani, il tuo compito non fu di immaginare, ma raccogliere ed esporre i fatti. Non i fatti dalle proprie idee, ma le idee dai fatti.
Chi ha la responsabilità della verità non può “divertirsi a pensare”, ma dev'essere schietto, onesto verso i lettori.
Se sei in Paradiso, prega per noi, per non venire accecati da cattivi maestri.
***
silvio

venerdì 15 febbraio 2008

Pensiero della Domenica - 33

A cura del sito “Vie dello Spirito

II^ Quaresima - 17/02/2008

Il volto di Gesù brillò come il sole

Ci inoltriamo nella Quaresima e quella di oggi viene chiamata la Domenica della Trasfigurazione. Per scoprire il vero volto di Cristo, non possiamo essere attaccati alle cose superflue.
Dopo i fatti di Cesarea di Filippo, con la proclamazione della Divinità di Gesù e con il preannuncio della Sua Passione, il Cristo prosegue a intensificare la illuminazione e la formazione dei suoi Apostoli, mentre oramai siamo nell’estate del secondo anno della vita pubblica.
Prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni. Sono i tre che già aveva ammesso privilegiatamente a presenziare alla risurrezione della figlia di Giairo e che ammetterà all’agonia dell’Orto del Getsemani.

Di essi Pietro doveva essere il Capo della Chiesa; Giacomo, il primo Apostolo Martire; Giovanni, l’Apostolo prediletto, l’ultimo superstite dei dodici, con cui doveva chiudere la rivelazione.
Condusse i tre su un alto monte. Fin dal III° secolo la tradizione lo identifica con il Tabor, che si innalza isolato e conico a 562 metri, circa 10 chilometri ad est di Nazareth.
Dalla sua vetta maestosa, si domina un vastissimo panorama, dal mediterraneo a tutta la pianura di Galilea.
E’ distante, in linea d’aria, 70 chilometri da Cesarea di Filippo; percorso che coprirono in sei giorni.

Gesù abbandonò visibilmente le qualità del corpo mortale per assumere quelle del corpo glorioso.
La manifestazione dovette essere impressionante, poiché il fatto avvenne forse quando era ancora notte, tra il giorno dell’arrivo e quello della discesa.
La Trasfigurazione avvenne mentre Gesù pregava e, i tre, dormivano. Allora si svegliarono e videro.
“... Ed ecco una voce dalla nube che diceva: .

Il godimento paradisiaco dura pochi istanti; poi ridiscendono dal monte insieme a Gesù, perché adesso c’è da percorrere la via della Croce. Soltanto così si arriva alla meta luminosa.

Non illudiamoci, è anche il nostro percorso.
Ma quanto è indispensabile, nel buio della nostra vita quotidiana, quella luce della fede che ricevemmo il giorno del battesimo.
Anche se flebile, riuscirà ad illuminare i nostri passi, sulla via della salvezza.
Le premure che Gesù ebbe per i suoi amici, sono garantite anche per me, per te. E ci ripete ancora una volta: ”... Beati voi, che non vedendo con i vostri occhi, credete sulla mia parola; sarà grande la vostra ricompensa nei cieli…”.

Signore, stammi vicino. Io non riesco ad avere una fede indomita.
Mi sento simile agli Apostoli, nelle loro titubanze, incertezze, paure…
Aiutami a ripetere:
"Non ti vedo, ma credo sulla tua Parola".
***
Don Lucio Luzzi

Tremate, le nonne son tornate

La povera Emma Bonino è inviperita.
La manifestazione delle “donne” pro-aborto si è rivelata un raduno di poche centinaia di “nonne” pro-aborto. Pochissime le giovanotte.
Ovviamente i giornali di regime parlano di “migliaia” di presenze. Bum!
Sì, insomma - un ritrovo di vecchie babbione sessantottine (delle quali una qui a destra), arrabbiate non si sa contro chi e inacidite dalla menopausa.

La povera Bonino, dicevo, non si raccapezza: «certo è che la generazione più giovane non sa cosa sta accadendo». Infatti, per lei, le giovani sono stupide. Non hanno certo il genio suo.
Ma la colpa di tanta insensibilità alle tematiche dei radicali di chi è? - incalza la giornalista.

La Bonino non ha dubbi: la colpa è della «deriva bigotto-ipocrita che dal 2001 ha preso la nostra politica», dei genitori sessantottini «che non parlano più ai loro figli di politica» e - gran finale - della Chiesa, spalleggiata dalla RAI che «quando Ruini ha convocato i cattolici all'Angelus in solidarietà con Ratzinger (per approfittare dell'effetto aggiuntivo) era in diretta sul Tg1».

Insomma non è colpa dei radicali medesimi, che non sanno più scaldare il cuore nemmeno del loro gatto di casa (se mai l’hanno scaldato a qualcuno). Pensa un po’.
Senz’altro nella sezione humor.
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silvio

giovedì 14 febbraio 2008

Società liquida

L'Uscita in Italia del Rapporto CENSIS evidenzia un'Italia "in poltiglia" dal punto di vista delle identità, del civismo, del senso del futuro e della coesione sociale, tenuti insieme da un sociale di bassa lega e senza alcuna funzione di coesione da parte delle istituzioni. “Dio fece all’uomo e alla donna delle tuniche di pelle e li vestì” (Gen 3,21). questi abiti provvisori, sono i grandi doni naturali offerti da Dio all’uomo ,un primo soccorso all’uomo decaduto perché possa sopportare, in una terra ostile, una vita difficile
Essi sono: la norma etica e le leggi basate sulla retta coscienza, l’autorità e il buon governo che danno sicurezza e libertà per lo sviluppo di ognuno. Spesso pesano, ma guai se mancassero o fossero troppo deboli!.
Insomma sono quelle istituzioni che l`uomo ormai da tempo sta cercando di togliersi di dosso,una vera e propria spogliazione, pensando cosi` di essere piu` libero, si, ma solo di aver freddo, ora che si riscopre nudo.Non soltanto a livello sociale,ma anche in “ interiore Homine” non vi e` piu` un centro, tutto sfugge , le facolta` dell`anima, bonta,` intelligenza, volontà,` memoria, non convergono piu` per formare rettamente l`uomo, ma da esso si separano. Libero dalle gerarchie, religiose , politiche, economiche, attraverso vari stadi rivoluzionari,l`uomo sta creando un mondo di schiavi senza padroni,si obbedisce a una burocrazia creata da una mano invisibile­ (d`altronde il maligno non ha origine metafisica?) Uno stato liquido che bisogna in qualche modo ingessare dove le offerte innovative possono venire solo dalle nuove minoranze attive.Ci sono allora di conforto le parole del profeta Isaia (Is 58) …

Se toglierai di mezzo a te l`oppressione,

il puntare il dito e il parlare empio,
10 se offrirai il pane all`affamato,

se sazierai chi è digiuno,
allora brillerà fra le tenebre la tua luce,
la tua tenebra sarà come il meriggio.
11 Ti guiderà sempre il Signore,

ti sazierà in terreni aridi,
rinvigorirà le tue ossa;
sarai come un giardino irrigato
e come una sorgente
le cui acque non inaridiscono.
12
La tua gente riedificherà le antiche rovine,
ricostruirai le fondamenta di epoche lontane.
Ti chiameranno riparatore di brecce,
restauratore di case in rovina per abitarvi.
+++

roberto

Sessantotto - 02

Pochi mesi orsono, parlai del famoso “abbaglio” di Tiziano Terzani che, in merito alla guerra cambogiana, affermava ingenuamente: «I Khmer rossi ci sembravano l’unica via d’uscita dall’incubo della guerra. Fossero arrivati loro a Phnom Penh, il conflitto sarebbe finito… Allora la pensavamo così».
Terzani uscì dall’allucinazione lentamente, ma alla fine realizzò che «i khmer rossi sono i figli ideologici di Mao Zedong» e che «[…] quello che i profughi mi dicevano erano solo i dettagli di un grandioso piano dell’orrore… Quel piano lo capii nella sua totalità solo col tempo».

Torna oggi a Parlare di Terzani, don Piero Gheddo su Avvenire con l’articolo dal titolo significativo “I Khmer rossi che Terzani non vide”.
E no, non li vide proprio, assieme alla ben nota «intellighentija occidentale, massificata e campionata dalla Scuola di Francoforte e da Gramsci» (come scrivevo).

Cosa videro invece Terzani e compagni?
Videro quello che l’ideologia manifestava in quegli anni: un mondo imperialista (nazista?) che voleva schiacciare la marcia vittoriosa del socialismo e del progressismo comunista mondiale.
Gheddo ricorda che gli epigoni dell’intellighentija occidentale «ai crimini dei comunisti non solo non ci credevano, ma non si potevano nemmeno raccontare!»

Bisognava cioè piegare i fatti all’ideologia, così come si usa ancora oggi.
Gheddo, quarant’anni fa, era uno dei missionari che viveveno sul posto ed ai quali non si credeva. Quando denunciava i crimini dei comunisti, veniva bollato dall’Unità come «un missionario finanziato dalla Cia».
E Terzani? Non poteva venire in aiuto della verità?
No. E Gheddo se lo chiede con dolore: «Ma non si capisce nemmeno perchè un giornalista come Terzani, in Vietnam come in Cambogia, non ha mai dato la minima attenzione a quei missionari che si trovavano sul posto da una vita. Se si fosse degnato di prendere contatto con i missionari francesi del Mep, avrebbe incominciato a capire qualcosa di quel genocidio».

Sono preoccupato oggi di chi parla come parlò Terzani. Non si rendono conto di consegnarsi al ridicolo dinnanzi alla storia. E non lo dico con ironia.
Di essi si farà un epitaffio simile a questo: «Terzani è stato certamente scrittore e giornalista di valore, ma come tanti altri anche uno degli illusi che esaltò i Vietcong e i Khmer rossi come “liberatori” dei loro popoli: solo anni dopo il fallimento inglorioso della loro “liberazione” incominciò a dire timidamente che si era sbagliato».
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silvio

A mia moglie, nel giorno di San Valentino


La farfalla innamorata del fiore


Tiepida pioggia vento leggero inizio del disgelo
gemme occhio di salice boccioli di susino
il cuore della primavera senti muovere.
Il piacere del vino e della poesia con chi dividerlo?
Il pianto scioglie la cipria, pesa il fermacapelli.

Ho provato la veste foderata di broccato d'oro
mi stendo e poso sul cuscino di giunco
il cuscino deforma il fermaglio-fenice.
Sola, abbraccio la mia tristezza, senza alcun sogno lieto
A tarda notte per svagarmi tagliuzzo ancora lo stoppino
alla lampada.

Li Qingzhao

da "La Babele del Levante"
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silvio

mercoledì 13 febbraio 2008

Ciarpame culturale

«Un altro tabù è caduto. il discreto (non più che discreto) film Caos calmo forse passerà alla storia cinematografica per la prima bestemmia dallo schermo.
Una bestemmia incontrovertibile, chiara, netta… ed inutile.
Infatti non si capisce perché l’attore [Silvio Orlando - n.d.r.] dovesse dire proprio quella bestemmia proprio a quel punto del film.
Come anche la famosa scena di sesso (niente di particolare: si sono viste scene più intense ed emozionanti, anche se addirittura più caste) non era troppo funzionale alla storia e, sinceramente non ho capito bene cosa ci stesse a fare (difetto mio, senz’altro).
In conclusione un film mediocre con una grossa pecca (quella indicata all’inizio), e non è un fatto di comprensione artistica, è solo un fatto di educazione e di buon gusto.»
© Orso Marsicano
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silvio

martedì 12 febbraio 2008

Benedetta normalità

«Non dimentichiamo che i giorni trascorsi dalla Madonna sulla terra furono quasi per intero molto simili a quelli di tanti milioni di donne occupate nella cura della famiglia, nell’educazione dei figli, nelle faccende domestiche.
Maria santificava le cose più piccole, quelle che molti altri considerano erroneamente insignificanti, senza valore: il lavoro di ogni giorno, le attenzioni prodigate alle persone care, le conversazioni e le visite ai parenti e agli amici…
Benedetta normalità così piena di amore di Dio!»
San Josemaría Escrivá de Balaguer
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silvio

lunedì 11 febbraio 2008

I Novissimi: chi li ha visti?

Ottima domanda, doverosa risposta.

Don Pietro Riggi, salesiano del Borgo Ragazzi Don Bosco, domanda al Papa alcune cose.
Per esempio: «nei catechismi della Cei usati per l'insegnamento della nostra fede ai ragazzi di confessione, comunione e cresima, mi sembra che siano omesse alcune verità di fede.
Non si parla mai di inferno, mai di purgatorio, una sola volta di paradiso, una sola volta di peccato, soltanto il peccato originale.
Mancando queste parti essenziali del credo, non Le sembra che crolli il sistema logico che porta a vedere la redenzione di Cristo?
»

Confessa inoltre: «Oggi purtroppo anche noi sacerdoti, quando nel Vangelo si parla di inferno, dribbliamo il Vangelo stesso. Non se ne parla
Stesso discorso per la Salvezza: «O non sappiamo parlare di paradiso. Non sappiamo parlare di vita eterna. Rischiamo di dare alla fede una dimensione soltanto orizzontale oppure troppo distaccata, l'orizzontale dal verticale
«Volevo anche notare come la Madonna non ha avuto paura di parlare dell'inferno e del paradiso ai bambini di Fátima, che, guarda caso, avevano l'età dei catechismo: sette, nove e dodici anni. E noi tante volte invece omettiamo questo

Benedetto XVI sottoscrive: «Lei ha parlato giustamente su temi fondamentali della fede, che purtroppo appaiono raramente nella nostra predicazione
Il Papa stesso dà l’esempio e ne parla: «Nell'Enciclica Spe salvi ho voluto proprio parlare anche del giudizio ultimo, del giudizio in generale, e in questo contesto anche su purgatorio, inferno e paradiso
Ma, si vede bene, è inascoltato. Anche dalla CEI, aihmè.

Non è certo la prima volte che il Pontefice espone i Novissimi: «Quando non si conosce il giudizio di Dio, non si conosce la possibilità dell'inferno, del fallimento radicale e definitivo della vita, non si conosce la possibilità e la necessità della purificazione
E per non dare pretesti al fraintendimento, ripete: «Perciò Lei ha ragione: dobbiamo parlare di tutto questo proprio per responsabilità verso la terra, verso gli uomini che oggi vivono.
Dobbiamo parlare anche e proprio del peccato come possibilità di distruggere se stessi e così anche altre parti della terra


Sarà ascoltato dalle vispeterese, tutte dialogo e smancerie?
Dubito sed rogito.
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silvio

sabato 9 febbraio 2008

Girolamo Savonarola - 01

Potrei nasconderlo, ma non ci riesco proprio.
Ebbene sì, sono divorato dall'ammirazione per Girolamo Savonarola.
Non parlo ora dei singoli contenuti del suo credo personale o delle sue intenzioni, più o meno condivisibili.
Non mi sto riferendo cioè al suo - criticabilissimo - pensiero.

Parlo di come vorrei fosse la Chiesa ed io stesso, personalmente.
Vorrei somigliare almeno un po' a Savonarola.
Mi piace la schiettezza, il fuoco dello zelo, la santità peperina e salata, l'essere «caldi o freddi» - come auspica l'Apocalisse. Mi piace l'avversione alla tiepidezza, l'apostolato energico, il contrasto alla rilassatezza e al tedio - tumori dello spirito.
Mi piace la nuda intransigenza verso i miei peccati e quelli altrui, che lo stolto vi legge integralismo.
Già. Vorrei proprio somigliare, poco poco, a Savonarola, perchè sono tiepiduccio - tutto sommato - e pigro e di tendenza scribacchina e farisaica.
Per questa Quaresima vorrei da Dio la grazia di veder mutata, almeno di poco, la mia indolente natura.

Ma torniamo al Nostro domenicano.
Bell'articolo di Franco Cardini su “Avvenire” dal titolo “Riabilitare Savonarola?
È abbastanza preoccupato, il Cardini, del fatto che Savonarola sia stato indicato, dai vari movimenti di protesta o di riforma, come archetipo delle di loro idee.
Simbolo, cioè, del «libero pensiero» rivoluzionario e luterano.
È così? Non direi proprio e non lo dice nemmeno Franco Cardini.
Mistico, frate, sacerdote, teologo, predicatore, il Ferrarese seppe trasmettere tutta la potenza delle proprie convinzioni mediante un'arte comunicativa innata, o accresciuta dalla Grazia.
Riformatore, sì, ma nel voler ricondurre la Chiesa all'ortoprassi. Non ne contestò l'ortodossia.

In un certo senso, contribuì alla trasformazione delle fazioni in pre-partiti politici, nel senso moderno.
Rivivono nel suo ricordo i «piagnoni», i «compagnacci» e gli «arrabbiati». E si sentono ancora gli echi dei loro scontri, di una guerra nello spirito che non si può esiliare, se si ama la salvezza del genere umano.

Non si può tacere dinnanzi alla verità calpestata, anche se vi sono diversi modi di agire o di proporre le proprie decisioni.
Comunque, Savonarola finì scomunicato e arso - morto, non vivo, perchè il carnefice accese il fuoco in ritardo dopo averlo impiccato.
Oltre a questo piccolo aneddoto, aggiungo qualcosa che il Cardini non scrive.
Il Vescovo, in lacrime prima dell'esecuzione, cominciò a leggere la Bolla di scomunica: «Io ti scomunico dalla Chiesa militante, dalla Chiesa trionfante, ...».
Ma qua frà Girolamo lo interruppe: «Solo dalla Chiesa militante, per quella trionfante deciderà Dio».

Spero che il processo di beatificazione, in sospeso, venga ripreso e completato.
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silvio

giovedì 7 febbraio 2008

Ebraismo - 01

E va bene. D'accordo. Prima o poi bisogna cominciare.
Mi ero riproposto di parlare dell’ebraismo il più tardi possibile, per un pregiudizio un po’ ipocrita legato alla salvaguardia asettica della sensibilità delle coscienze altrui…
Ma effettivamente è puerile - ne ho convenuto con me stesso - tralasciare una tematica teologica calda calda, stimolante come questa, incarnata profondamente nel nostro tempo.

Andrò spesso a passo di gambero - a ritroso - o saltellando tra i secoli, come un grillo.
Parto quindi dall’ultima notizia - notevole - in ordine di tempo.
Stavolta gli ebrei se la sono presa male e non hanno tutti i torti.
Anzi hanno molte ragioni.
Anch’io - lo confesso - sono sobbalzato dalla sedia (per la piacevole sorpresa, però).

Trattasi della modifica apportata alla preghiera per gli ebrei del Venerdì santo, limitatamente al Messale in rito antico. Preghiera che da qualche decennio costituisce un problema per quella parte della Chiesa particolarmente esposta al “vento del Concilio”.
Sulle prime sembrava l’ennesima Caporetto clericale: il Papa, infatti, ha estromesso dalla preghiera l’espressione «per la conversione degli ebrei», che avrebbe troppo ferito la sensibilità del popolo in questione.

Ci si aspettava un testo tutto ecumenico e concordante.
Ora la preghiera si presenta così:
«Oremus et pro Iudaeis.
Ut Deus et Dominus noster illuminet corda eorum, ut agnoscant Iesum Christum salvatorem omnium hominum.
[Oremus. Flectamus genua. Levate.]
Omnipotens sempiterne Deus, qui vis ut omnes homines salvi fiant et ad agnitionem veritatis veniant, concede propitius, ut plenitudine gentium in Ecclesiam Tuam intrante omnis Israel salvus fiat. [Per Christum Dominum nostrum. Amen.]»

Traduzione dell’Ansa:
«Preghiamo per gli ebrei.
Il Signore Dio nostro illumini i loro cuori perché riconoscano Gesù Cristo Salvatore di tutti gli uomini.
Dio Onnipotente ed eterno, Tu che vuoi che tutti gli uomini si salvino e giungano alla conoscenza della verità, concedi propizio che, entrando la pienezza dei popoli nella tua Chiesa, tutto Israele sia salvo».

Ovviamente, l'Assemblea rabbinica italiana, all’udire l’auspicio di una futura conversione d’Israele a Cristo, all’udire l’auspicio che Israele torni finalmente alla luce della verità… beh, si è leggermente “alterata”, per usare un eufemismo.
Insomma, è rottura. Gli ebrei si vogliono prendere una «pausa di riflessione nel dialogo» con i cattolici, per usare uno stile diplomatico.

Il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, parla di «un fulmine a cielo sereno». Di «una marcia indietro di 43 anni».
Si può dargli torto?
No, almeno fino a quando non si parlerà agli ebrei in tutta onestà e schiettezza, senza trucchetti finto-ecumenici.
Insomma, gli ebrei non vanno presi per il naso.
Bisogna dire loro chiaramente che, anche togliendo la frase «pro perfidis judeis», o la frase «per la conversione degli ebrei», la Chiesa non rinuncerà mai a questa verità: l’unica salvezza è in Gesù Cristo e gli ebrei sono chiamati a conversione esattamente come tutti gli altri popoli del mondo.

Verità scomoda, ma non si può continuare a prendere in giro il popolo ebraico per altri quarant’anni.
La Chiesa serve per predicare il Vangelo. Per annunciare la salvezza in Cristo Gesù. Tutto il resto è ciarpame ecumenicamente corretto.
Come possono gli ebrei abbandonare l’ipocrisia farisaica, se anche certuni chierici cattolici si comportano da scribi e farisei ipocriti?
Si dica dunque la verità agli ebrei, circa le vere intenzioni della Chiesa; non li si illuda.
È poco serio.
***
silvio

mercoledì 6 febbraio 2008

Mercoledì delle ceneri

Dal Messaggio di Sua Santità Benedetto XVI per la Quaresima

«Nel tempo quaresimale la Chiesa si preoccupa di proporre alcuni specifici impegni che accompagnino concretamente i fedeli in questo processo di rinnovamento interiore: essi sono la preghiera, il digiuno e l’elemosina.»

«“Non potete servire a Dio e al denaro” (Lc 16, 13).
L’elemosina ci aiuta a vincere questa costante tentazione […] noi non siamo proprietari bensì amministratori dei beni che possediamo […]»

«Maria, Madre e Serva fedele del Signore, aiuti i credenti a condurre il “combattimento spirituale” della Quaresima armati della preghiera, del digiuno e della pratica dell’elemosina, per giungere alle celebrazioni delle Feste pasquali rinnovati nello spirito.»
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silvio

martedì 5 febbraio 2008

Gesù e la carne d'agnello

Gesù, durante l’Ultima Cena, ha veramente consumato la carne dell’agnello arrostito seguendo minuziosamente le rituali prescrizioni della tradizione ebraica ufficiale, oppure ha superato l'antico rito, come in altre occasioni ma qui in un momento fondamentale, portandolo a compimento e svelandone il senso più profondo, nuovo e definitivo? Un particolare apparentemente secondario che tuttavia, a nostro avviso, apre spazi interessanti di riflessione anche teologica. In effetti, la convinzione diffusa che Gesù abbia consumato l’agnello pasquale secondo il rito tradizionale previsto per la Pasqua ebraica non è per nulla scontata. Nei Vangeli si usano espressioni come “preparare la Pasqua”, “consumare la Pasqua” e “celebrare la Pasqua”, ma in realtà si può soltanto ipotizzare che Gesù e i discepoli si siano attenuti scrupolosamente alle norme stabilite dalla tradizione. Un primo elemento di riflessione può basarsi su un fattore culturale e su considerazioni di tipo “politico”: il fatto che l’agnello dovesse essere macellato dai capi famiglia nel tempio, e il suo sangue raccolto in prima persona dai sacerdoti, non doveva predisporre troppo bene Nostro Signore verso il rito tradizionale, vista la rottura netta tra Gesù e gli esponenti del culto ufficiale, soprattutto nelle fasi finali che precedono il processo e la morte di Gesù. Di fatto poi nei Vangeli, in riferimento all’Ultima Cena, non si parla mai dell’agnello ma solamente del pane, del vino e, forse, della salsa dolce haroset in cui si intingevano le erbe amare (Giuda “intinge” con Gesù nel piatto: Mc, 14, 20; Gesù “intinge” il boccone per il traditore Giuda in un piatto: Gv 13, 26). Alla luce dei molti legami con la tradizione degli Esseni ( il calendario solare seguito da Gesù e dai Discepoli per la data della celebrazione del rito pasquale, il cenacolo situato nel quartiere esseno di Gerusalemme e altri dettagli), si può pensare che Gesù possa invece essersi avvicinato di più ad alcune forme di quel rito della Pasqua essena noto come “Pasqua fiorita”, in cui non era previsto il rito della macellazione dell’agnello, in contrasto con la tradizione ufficiale del tempio. Il rito esseno si basava sulla consumazione di un pane realizzato con frumento e olio, senza carne di agnello.
Tuttavia, anche più significative sono le considerazioni di tipo teologico. E’probabile che Gesù non abbia consumato la carne d’agnello di proposito in quanto Lui stesso, offrendo in sacrificio il suo Corpo e il suo Sangue durante l’Ultima Cena, si è posto come vittima sacrificale perfetta, volendo abolire per sempre il sacrificio animale, semplice figura del sacrificio perfetto da Lui compiuto, e da quel momento in poi non più necessario. A una realtà nuova, definitiva e perfetta (il sacrificio di Cristo, riproposto in maniera incruenta ogni volta che si celebra la Santa Messa) doveva per forza corrispondere un rito che supera e compie quello antico ebraico, incentrandosi soprattutto sull’importante elemento dell’agnello. Si passa quindi da un semplice banchetto rituale e commemorativo, per quanto importante, a un vero e proprio sacrificio in cui la persona di Cristo si sostituisce all’agnello pasquale ebraico, semplice figura del vero Agnus Dei, sancendo il passaggio dall'Antica alla Nuova Allenanza.
Questo aspetto particolare, tra l’altro, ci sembra possa aiutare a valorizzare maggiormente l'aspetto più importante della Messa, quello sacrificale, bandendo l'idea dell'Eucarestia come semplice cena o banchetto, come vorrebbero quelle tendenze ebraizzanti e protestanteggianti che continuano oggi a sfigurare il volto della vera Chiesa di Cristo, la Chiesa Cattolica Apostolica Romana.
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Paolo