martedì 19 ottobre 2010

FAMIGLIE AL CINEMA


L'ATTIMO FUGGENTE
(DEAD POETS SOCIETY)
regia di Peter Weir, Usa, 1989
Attori principali: Robin Williams (prof. Keating); Ethan Hawke (Neil)


“Diceva di condividere la stessa passione per l'insegnamento che aveva il protagonista del film. Diceva che quel film gli aveva mostrato cosa era venuto a fare su questa Terra. (Alessandro D'Avenia, Bianca come il latte, rossa come il sangue, 2010). Così si esprime il professore di uno dei romanzi più letti la scorsa estate, soprattutto dagli adolescenti. Sarebbe ormai tempo di guardare e riproporre questo famoso film senza quei paraocchi ideologici e sentimentali per cui il protagonista, il prof. John Keating, ora prefigura romanticamente la rivoluzione sessantottina in nome della libera espressione di sé contro la repressiva istituzione scolastica; ora diviene l'alfiere di una professione intesa innanzitutto come improvvisazione e arte, in cui l'esuberanza della personalità è indirettamente responsabile del suicidio di uno dei suoi allievi. Vermont, 1959, il prestigioso collegio Welton Academy  ricorda come sempre, a inizio d'anno scolastico, i cardini del metodo educativo proposto: Onore, Disciplina, Tradizione, Eccellenza. Gli studenti si preparano con spirito goliardico ma rassegnato alle solite noiose lezioni che però assicureranno loro una carriera certa ai più alti livelli dello Stato. Un nuovo professore di Lettere rimescola invece le carte e i cuori, osando, addirittura, insegnare a ragionare. “Ma come! A 17 anni un ragazzo non sa pensare, li prepari per l'università” esclama il preside rimproverando i metodi bizzarri del docente. Le azioni didatticamente creative del prof., più nei modi che nei contenuti, sono comunque  tanto efficaci da appassionare i giovani alla poesia. Nella seconda parte del racconto, la tragedia: Neil scopre la passione per il teatro e decide di recitare nonostante la contrarietà del padre molto severo ma anche preoccupato che il figlio venga distratto dai suoi impegni scolastici principali. Emersa la menzogna e dopo un rimprovero duro e ottuso del genitore, il ragazzo si suicida. Da questa scena nascono le interpretazioni ora innocentiste (la colpa è della famiglia autoritaria), ora demonizzanti (l'insegnante non ha saputo valutare le conseguenze delle sue parole, è un sognatore romantico e irresponsabile). Chissà perché invece non si cita mai la sequenza fondamentale: prima della recita Neil si confida con il prof. Keating che gli consiglia di parlare con il padre, di spiegargli ciò che sente per il teatro e, in ogni caso, di ascoltarlo e obbedirgli. Mai, nel corso della storia, il professor John Keating mette in discussione i quattro pilastri educativi tradizionali dell'istituzione. Quando alla fine verrà espulso ingiustamente, non compirà alcun gesto di ribellione, solo un dignitoso silenzio e l'accettazione sofferente di un dramma di cui comunque lui si sente responsabile, perché vuole bene ai suoi allievi e quindi non può non sentirne il peso. Certo il cinema di Peter Weir è spesso pervaso da un misticismo nebuloso che esalta ambiguamente l'individuo, però ciò che affascina del protagonista è il desiderio di educare, correndo anche il rischio del fallimento, com'è sempre possibile quando si educa davvero alla libertà. Il gesto finale degli allievi in piedi sui banchi è segno che la lezione esistenziale è stata imparata. La verità, l'altro corno dell'educazione, non è presente con la stessa chiarezza, ma in tempi in cui sembra che gli insegnanti sappiano solo lamentarsi, degli allievi ancor più che della riforma, sarebbe già molto ricominciare ad amare i propri ragazzi, ogni giorno, nonostante tutto.
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Luca

domenica 17 ottobre 2010

Pensiero della Domenica - 122

A cura del sito “Vie dello Spirito

XXIX^ domenica del Tempo Ordinario

Una vedova diceva al giudice: "Fammi giustizia contro il mio avversario"

Ci avviciniamo ormai a grandi passi verso la fine dell’Anno Liturgico. Il grande insegnamento nella Liturgia della Parola di Dio, in questa domenica, si riassume nell’appello accorato del Cristo: “Pregate, chiedete con insistenza e sarete sempre esauditi”. Ammirevole la costanza di Mosè nella prima lettura. Intercede presso Dio ed ottiene la vittoria del suo popolo. Quando teneva le mani alzate in preghiera “Israele prevaleva; ma quando le lasciava cadere, prevaleva il nemico”. Proviamo anche noi a ripetere con fede, durante il salmo responsoriale: “Il mio aiuto viene dal Signore”. [leggi tutto]
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Don Lucio Luzzi

venerdì 15 ottobre 2010

I due livelli del concetto di coscienza

Traggo da un articolo di Massimo Introvigne “In viaggio con il beato Newman. La visita di Benedetto XVI in Gran Bretagna”una parte molto utile a far chiarezza sul problema della Coscienza.


Commentando le famose – e per qualche aspetto controverse – parole del beato nella Lettera al Duca di Norfolk secondo cui «se fossi obbligato a introdurre la religione nei brindisi dopo un pranzo (il che in verità non mi sembra proprio la cosa migliore), brinderò, se volete, al Papa; tuttavia prima alla coscienza, poi al Papa» (Newman 1999, 237), il cardinale Ratzinger commenta che la frase va inquadrata nel complessivo pensiero di Newman e nella sua fedeltà alla «tradizione medioevale [che] giustamente aveva individuato due livelli del concetto di coscienza, che si devono distinguere accuratamente, ma anche mettere sempre in rapporto l’uno con l’altro. Molte tesi inaccettabili sul problema della coscienza mi sembrano dipendere dal fatto che si è trascurata o la distinzione o la correlazione tra i due elementi» (Ratzinger 1991, 89).
Il Medioevo parlava di sinderesi e coscienza; il cardinale Ratzinger precisa questi due termini come «anamnesi della creazione» (ibid.) e «anamnesi della fede» (ibid.). La prima, l’anamnesi della creazione, deriva dal fatto che con la creazione «è stato infuso in noi qualcosa di simile ad una originaria memoria del bene e del vero» (ibid.). La seconda, l’anamnesi della fede, nasce dalla redenzione a opera di Gesù Cristo «il cui raggio a partire dal Logos redentore si estende oltre il dono della creazione» (ibid.) la cui memoria è custodita dalla Chiesa e, nella Chiesa, dal Papa. Cronologicamente, l’anamnesi della creazione viene prima: «si identifica col fondamento stesso della nostra esistenza» (ibid.) e fonda la possibilità anche dell’anamnesi della memoria. Come la creazione precede storicamente la redenzione, così perché ci sia una coscienza formata e illuminata dalla Chiesa e dal Papa occorre prima che ci sia una coscienza. In questo senso «siamo ora in grado di comprendere correttamente il brindisi di Newman prima per la coscienza e solo dopo per il Papa» (ibid.). I due brindisi stanno in sequenza, non in contrapposizione.
Se invece si ritiene che l’appello alla coscienza sia solo una giustificazione per seguire il proprio arbitrio – «Fai ciò che vuoi sarà tutta la legge» (Crowley 1938, cap. I, v. 40), secondo la celebre formula dell’esoterista inglese Aleister Crowley (1875-1947), il quale non solo dava a questa proposizione un fondamento specificamente magico, ma in essa catturava l’essenza stessa della magia come primato del potere – il passaggio successivo non può che essere l’abolizione della coscienza. Per fare quel che si vuole non c’è bisogno della legge, né della coscienza. Il relativismo liberale evolve così naturalmente verso il relativismo aggressivo delle ideologie del secolo XX fino all’affermazione del gerarca nazional-socialista Hermann Göring (1893-1946), citata dal cardinale Ratzinger: «Io non ho nessuna coscienza! La mia coscienza è Adolf Hitler [1889-1945]» (Ratzinger 1990, 432). La nozione relativista della coscienza porta ultimamente all’eliminazione della coscienza.
Il cattolico, nota il cardinale Ratzinger, non adotta certamente la formula di Göring mettendo il Papa al posto di Hitler. Questa sarebbe una versione caricaturale del cattolicesimo: «una simile concezione moderna e volontaristica dell’autorità può soltanto deformare l’autentico significato teologico del papato» (Ratzinger 1991, 89). Il cattolico dirà al contrario di avere una coscienza, e di trovare in essa una memoria del bene originario e l’apertura alla «possibilità» (ibid.) di una rivelazione di Dio, che di quel bene è fondamento. Nel momento in cui accetta per fede che Dio si è rivelato in Gesù Cristo, è pronto ad accogliere la tesi che il Papa è «garante della memoria» (ibid.) della rivelazione cristiana. Il Magistero del Papa entra così nella coscienza, per così dire, dall’interno: «tutto il potere che egli [il Papa] ha è potere della coscienza» (ibid.).
Il cardinale Ratzinger cita come prova del carattere tutt’altro che soggettivo e arbitrario dell’idea di coscienza nel beato Newman precisamente la sua conversione dalla Comunione Anglicana alla Chiesa Cattolica del 1845. «Proprio perché Newman spiegava l’esistenza dell’uomo a partire dalla coscienza, ossia nella relazione tra Dio e l’anima, era anche chiaro che questo personalismo non rappresentava nessun cedimento all’individualismo, e che il legame alla coscienza non significava nessuna concessione all’arbitrarietà – anzi che si trattava proprio del contrario. Da Newman abbiamo imparato a comprendere il primato del Papa: la libertà di coscienza – così ci insegnava Newman – non si identifica affatto col diritto di “dispensarsi dalla coscienza, di ignorare ilLegislatore e il Giudice, e di essere indipendenti da doveri invisibili”. In tal modo la coscienza, nel suo significato autentico, è il vero fondamento dell’autorità del Papa. Infatti la sua forza viene dalla Rivelazione, che completa la coscienza naturale illuminata in modo solo incompleto, e “la sua [del Papa] raison d’être è quella di essere il campione della legge morale e della coscienza” (J. H. Newman, Lettera al Duca di Norfolk, Coscienza è libertà, a cura di V. Gambi, Paoline, Milano 1999, p. 226)» (Ratzinger 1990, 433-434).
«Questa dottrina sulla coscienza – continuava nel 1990 il cardinale Ratzinger – è diventata per me sempre più importante nello sviluppo successivo della Chiesa e del mondo. Mi accorgo sempre di più che essa si dischiude in modo completo solo in riferimento alla biografia del Cardinale, la quale suppone tutto il dramma spirituale del suo secolo. Newman, in quanto uomo della coscienza, era divenuto un convertito; fu la sua coscienza che lo condusse dagli antichi legami e dalle antiche certezze dentro il mondo per lui difficile e inconsueto del cattolicesimo. Tuttavia, proprio questa via della coscienza è tutt’altro che una via della soggettività che afferma se stessa: è invece una via dell’obbedienza alla verità oggettiva. Il secondo passo del cammino di conversione che dura tutta la vita di Newman fu infatti il superamento della posizione del soggettivismo evangelico, in favore d’una concezione del Cristianesimo fondata sull’oggettività del dogma […]. E solo così, attraverso il legame alla verità, a Dio, la coscienza riceve valore, dignità e forza» (ibid., 434).
Quando a proposito della conversione al cattolicesimo ricordiamo che il beato Newman fu «mosso dal seguire la propria coscienza, anche con un pesante costo personale» (Benedetto XVI 2010g), o che san Tommaso Moro (1478-1535), giustiziato per ordine del re Enrico VIII (1491-1547), di cui era stato Lord Cancelliere ma che non aveva voluto seguire nella sua rivolta contro il Papa, «fu capace di seguire la propria coscienza, anche a costo di dispiacere al proprio sovrano, di cui era “buon servitore”» (Benedetto XVI 2010h), non ci riferiamo a opzioni o semplici preferenze soggettive ma a un rapporto con la verità oggettiva – «quella verità [che ultimamente] è nient’altro che Gesù Cristo» (Benedetto XVI 2010g) – così forte da rendere disposti a sacrificare affetti, amicizie e perfino la proprio stessa vita. E la questione della coscienza ha un diretto collegamento con il rapporto fra fede e ragione. Il beato Newman, insegna Benedetto XVI, fu insieme «intellettuale e credente, il cui messaggio spirituale si può sintetizzare nella testimonianza che la via della coscienza non è chiusura nel proprio “io”, ma è apertura, conversione e obbedienza a Colui che è Via, Verità e Vita» (Benedetto XVI 2010v).
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roberto

Teologia fuzzy, eterologhe e visite papali

Ultimissime da Trieste.
Il nostro Arcivescovo non le manda a dire e mette a posto un teologo molto moderno, molto fuzzy, molto dialogante, ma con un’identità confusa. Mio articolo, purtroppo abbastanza piatto.
Il direttore torna sulla Legge 40.
Poi i vescovi del Friuli Venezia Giulia annunciano l’arrivo di Benedetto XVI ad Aquileia, la prossima primavera.

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silvio

giovedì 14 ottobre 2010

Paideia

«Si potrebbe quasi dire, come è stato argutamente osservato, che il cristiano è sempre, per definizione, un intellettuale, anche quando si tratta di un contadino analfabeta, perché gli è comunque richiesto - ovviamente nei limiti e nei modi appropriati alle sue capacità intellettuali - di conoscere e comprendere un credo
Leonardo Lugaresi - © L’Osservatore Romano

Il prof. Lugaresi, docente di Filologia classica e medievale, spiega con acume l’importanza peculiare del «Lògos Protrettico, Pedagogo e Didàskalos» nel cristianesimo. In altre parole, Dio si è rivelato come un Padre che vuole salvare l’umanità anche con la pazienza dell’educazione, della pedagogia, della didattica.
Se ne accorsero, ad esempio, già i greci e già con Socrate - e anche prima.
Ma quasi mai i cristiani considerano l’importanza delle humanae litterae: «Come lamenta Clemente Alessandrino, “a quanto pare, i più di coloro che si fregiano del nome (di cristiani), come i compagni di Ulisse, coltivano il Lògos rozzamente: essi passano oltre, non alle Sirene, ma al ritmo e alla melodia, essendosi turati le orecchie per ignoranza, giacché sono persuasi che non ritroverebbero più la via del ritorno una volta porto orecchio alle dottrine greche”».
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silvio

mercoledì 13 ottobre 2010

Il tempo è galantuomo


La Scuola di Bologna ne ha combinata un’altra delle sue.
Pubblica un Dizionario incompleto, ideologico e fazioso.
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silvio

lunedì 11 ottobre 2010

FAMIGLIE AL CINEMA




L'UOMO SENZA VOLTO
regia di Mel Gibson
Usa, 1993
Interpreti principali: Mel Gibson (Justin McLeod), Nick Stahl (Chuck Norstadt).
Tratto dal romanzo di Isabelle Holland


Chi è l'uomo senza volto ? Il professore sfigurato che vive da eremita nella sua villa misteriosa  oppure l'adolescente in affannosa ricerca d'identità, strapazzato ora da una madre che colleziona matrimoni falliti, ora da due sorelle litigiose e insofferenti ? Il primo e sconosciuto film di Mel Gibson regista, qui anche protagonista, andrebbe riscoperto e proposto per un'ampia riflessione sulle questioni pedagogiche che sa affrontare sapientemente. Ambientato nell'estate del 1968 a Cranesport, sulle coste del Maine, il film narra l'incontro tra il prof. McLeod e Chuck, dodicenne che aspira a entrare nell'Accademia Navale e ha bisogno di qualcuno che lo prepari per la selezione. Il ragazzo non ha mai conosciuto il padre e soffre di ansie che lo inebetiscono. La pellicola ha il pregio d'invitare lo spettatore a porsi domande cruciali: cos'è l'educazione? Cosa significa insegnare? Chi è 'maestro'? Se è vero che educare vuol dire “estrarre, tirare fuori, condurre fuori, prendere con sé [...] quindi consiste tanto in un crescere quanto in un ricevere aiuti per il processo di crescita, ed ha come contenuto l’insieme ordinato delle qualità umane” (Giuseppe Fioravanti, Pedagogia dello studio, 2003), McLeod incarna proprio il ruolo dell'educatore che, attraverso le discipline insegnate, sa indicare la pratica delle virtù cardinali e teologali, come si direbbe con terminologia classica. Prima d'iniziare le spiegazioni, fa scavare buche allo studente per poi subito ricoprirle. Chuck sbuffa perché gli sembra tutto inutile, ma intanto obbedisce e questo è il primo passo per imparare ad ascoltare. Commovente la recitazione del famoso monologo di Shylock (“Il mercante di Venezia”) in cui il docente interpreta l'ebreo che rivendica la propria dignità e il diritto ad essere trattato con giustizia e misericordia. L'allievo è affascinato, rapito, toccato nell'intimo anche perché nessuna sua domanda viene censurata: dai primi pruriti sessuali ai dubbi sulle intenzioni del solitario insegnante. Su tutto però domina il richiamo alla sincerità con sé stessi e con gli altri e alla perseveranza che si acquisisce con lo studio. E' presente anche uno dei temi costanti del cinema di Gibson: la necessità del sacrificio del protagonista affinché la verità si affermi, evidente matrice cristiana del suo stile, meditativo e a volte malinconico. In fondo il regista ha ben intuito che una relazione educativa riuscita deve possedere tutte le caratteristiche della paternità così come, ad esempio, le ha analizzate lo psicanalista Claudio Risé in un testo che ha fatto scuola: “Il padre trasmette l'insegnamento della ferita perché la sua prima funzione psicologica e simbolica è quella di organizzare, dare uno scopo, alla materia nella quale il figlio è rimasto immerso durante la relazione primaria con la madre […] Per questo il padre infligge la prima ferita, affettiva e psicologica, interrompendo la simbiosi con la madre e proponendo, da quel momento, allo sviluppo del bambino una direzione, uno scopo, una prospettiva” (Il padre. L'assente inaccettabile, 2003). Nella sequenza finale lo sguardo felice di Chuck è il compimento di una vocazione, raggiunta anche grazie a un maestro-padre che ha saputo donargli una poesia al momento giusto: “I tenaci vincoli della terra ho reciso/e ho danzato lieto nell'aria sopra ali d'argento/[...] Ma lassù tutto è silenzio./Ho spento i motori e percorrendo spazi inviolati di paradiso/la mano ho messo fuori/e di Dio ho sfiorato il viso”.
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Luca

domenica 10 ottobre 2010

Pensiero della Domenica - 121


A cura del sito “Vie dello Spirito

XXVIII^ domenica del Tempo Ordinario

Un lebbroso, vedendosi guarito, tornò indietro

II Messia, fin dall'inizio della sua vita pubblica, ha cura e premura particolare per i diseredati, i bisognosi. Compie prodigi, miracoli, come prova inconfutabile della Sua divinità. In quel tempo la malattia incurabile era la lebbra, considerata come una impurità legale. Mosè (Lev. 13, 45-46) aveva stabilito: "… il lebbroso colpito dalla lebbra porterà vesti strappate e il capo coperto, si coprirà la barba e andrà gridando: Immondo! Immondo! Sarà immondo finché avrà la piaga; e immondo, se ne starà solo, abiterà fuori dell'accampamento”. Dieci lebbrosi chiedono la guarigione a Gesù, ma solo un samaritano, uno straniero, torna indietro pe ringraziarlo. A costui Gesù dona la pienezza della vita, non solo fisica, ma anche spirituale. [leggi tutto]
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Don Lucio Luzzi

venerdì 8 ottobre 2010

“Essere Lettera di Cristo a Trieste”

Questo è il titolo del documento di magistero episcopale che S.E. mons. Giampaolo Crepaldi, Arcivescovo di Trieste, ha consegnato alla Diocesi Domenica 3 ottobre. Durante la solenne cerimonia di apertura dell’anno pastorale diocesano, l’Arcivescovo ha fatto una sintesi del documento: Vita Nuova mi ha incaricato di scrivere un articolo sull’evento.
È importante leggere questo pronunciamento di mons. Crepaldi, perché specula su argomenti non confinati alla Diocesi di Trieste, bensì universali.
Bell’editoriale poi del direttore Stefano Fontana, circa uno strisciante gnosticismo che ha contagiato anche diversi intellettuali cattolici odierni. «L’antidoto alla “Chiesa degli intellettuali” è quindi la Tradizione apostolica», dice Fontana.
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silvio

giovedì 7 ottobre 2010

FAMIGLIE AL CINEMA


Toy story 3 - La grande fuga
di John Lasseter, Usa, 2010




Un'ordinaria lampada da tavolo saltella tra le lettere P I X A R e i semplici movimenti umanizzati la rendono immediatamente simpatica. Nessun richiamo a un'illuministica Ragione che tutto comprende e spiega, bensì la luce intelligente della fantasia e dell'arte che sanno ancora far risplendere la bellezza nascosta della vita quotidiana. Il logo inventato dal regista John Lasseter nel lontano 1986 ha portato fortuna a questo genio dell'animazione digitale che ha dichiarato: “Importa chi sei, non come usi la tecnica, ed è questo che fa la differenza. La tecnologia è uno strumento al servizio della storia, non viceversa”. Padre di cinque figli, nato a Los Angeles 53 anni fa, Lasseter perfezionò il proprio talento naturale come disegnatore professionista negli studi Disney. A metà anni Ottanta intuì le potenzialità della computer grafica; spronato dall'entusiasmo e dagli investimenti di Steve Jobs, l'inventore della Apple, fondò la casa di produzione Pixar che, dopo i molti successi, fu acquisita nel 2006 dalla Disney, diventandone però Jobs il maggiore azionista e Lasseter l'attuale direttore creativo. Una carriera formidabile: da allievo a erede incontrastato del maestro! Il primo Toy story risale al 1995 e questo terzo capitolo ne approfondisce i temi rinnovandoli, poiché nel frattempo il bambino Andy è cresciuto. Adolescente in partenza per il college, deve decidere che cosa fare dei suoi vecchi giocattoli: gettarli via, abbandonarli in cantina o regalarli come suggerisce la mamma? Lo spettatore ormai sa che questi pupazzi si animano quando gli adulti non ci sono e ripropongono un microcosmo che è metafora delle passioni umane. Di fronte alla possibile scelta di Andy il gruppo ha un dilemma: rispettare la volontà del padrone che li ha sempre trattati con cura e amorevolezza oppure ribellarsi e fuggire da un luogo che sembra   adesso ostile ? Woody, il cowboy, si batte affinché prevalga la lealtà; gli altri preferiscono scappare. I discorsi e le azioni di questo personaggio lasciano trasparire uno spirito religioso per la sua convinzione nella bontà del padrone e nella necessità di rimanere legati a lui, in nome dell'affetto e del comune destino. Certo Lasseter ha imparato molto dai classici, però non saccheggia il patrimonio delle fiabe tradizionali adattandole al gusto moderno, predilige un percorso opposto: rivelare quanto vi è ancora del mondo tradizionale delle favole nella realtà contemporanea. Lo splendore non solo figurativo dei suoi film dipende soprattutto da un'autentica trasfigurazione simbolica grazie alla quale la vita moderna è il punto di partenza per andare alla ricerca di quei significati perenni, universali, che persistono a un livello meno superficiale di esistenza. Sappiamo bene che le favole tramandano la saggezza dei popoli: leggi di natura da rispettare, una religione da onorare e un senso comune che diviene guida per una vita virtuosa e felice. Con questo non si pensi  a un banale sentimentalismo: la scelta drammatica di Woody, il dono finale dei giochi da parte di Andy finalmente meno bambino e più uomo, la lotta contro il mellifluo Orso Lotso, traditore demoniaco che rifiuta la possibile redenzione, sono tutte tracce che svelano la presenza di qualcosa di più della pur ottima sapienza naturale. Una Provvidenza misteriosa ricostruisce legami e affetti familiari in forme impensabili all'inizio della storia, possibili invece alla fine finché ci saranno uomini, e non solo giocattoli, capaci di gratuità e fedeltà.
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Luca

mercoledì 6 ottobre 2010

Invidiabile carriera

E vediamo una carrellata di articoli sul luminare Robert Geoffrey Edwards, neoNobel per la medicina, che ha trasformato la maternità in catena di montaggio, che ha degradato l’umanità al rango di articoli in liquidazione. È come sparare sulla Croce rossa, però, tante ne ha fatte Edwards. Finalmente ha un volto da consegnare alla storia colui che:
1) ha impoverito economicamente l’82% delle donne che si sono rivolte alla fecondazione artificiale senza alcun risultato. E che ha “scartato” una legione di esseri umani, consegnandoli allo sciacquone del water. Così come ci informa Giuliano Guzzo.
2) ha ridotto la vita umana a oggetto, a soprammobile. Il Giornale
3) ha prodotto «miliardi di embrioni uccisi, altri miliardi di bambini abortiti, e sull'orizzonte ecco la clonazione. L'idea che passa è che la vita umana non conti granché». Così Luca Doninelli.
4) ha innescato un bel mercato di esseri umani in provetta, abbandonati, congelati… insaccati come i salami. Mamme-nonne, padri-zii, nonne-zie, suocere-mamme, generi-padri… complimenti per il casino. Corriere.
5) ha creato il capolavoro supremo. Sì, perché la nota più grottesca in questa faccenda è che il simpatico pioniere ha bloccato la scienza medica, impedendo di fatto qualsiasi ricerca seria sull’infertilità. L’infertilità resta una patologia misconosciuta. La Stampa.
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silvio

lunedì 4 ottobre 2010

FAMIGLIE AL CINEMA


IL PICCOLO NICOLAS E I SUOI GENITORI (Le petit Nicolas)
Regia di  Laurent Tirard, Francia, 2010
Interpreti principali: Maxime Godart (Nicolas), Valérie Lemercier (madre di Nicolas),
Kad Merad (padre di Nicolas), Sandrine Kiberlain (la maestra)

“Perché io vi parlo sempre di me e della gente di casa mia ? Per parlarvi di voi e della gente di casa  vostra. Per consolare me e voi della nostra vita banale di onesta gente comune. Per sorridere assieme dei nostri piccoli guai quotidiani.  Per cercar di togliere a questi piccoli guai (piccoli anche se sono grossi) quel cupo color di tragedia che spesso essi assumono quando vengano tenuti celati nel chiuso del nostro animo”. Così scriveva Giovannino Guareschi nella Premessa del 1954 alla raccolta di racconti apparsi nella rubrica Corrierino delle famiglie pubblicata sul settimanale Candido. Le sue riflessioni sulla necessità dell'umorismo, soprattutto in famiglia, sono un ottimo invito per recuperare in dvd la visione di un film di grande successo in Francia, grazie alla fama dell'opera letteraria da cui la pellicola è tratta: Le petit Nicolas, serie di libri usciti dal 1959 al 1965, scritti da René Goscinny (il creatore di Asterix) e illustrati da Jean Jacques Sempé. Costruito come se fosse una favola, con colori ed espressioni buffe che a volte ricordano i disegni animati d'altri tempi, la storia è narrata dal punto di vista di Nicolas, simpatico fanciullo piuttosto egocentrico. Egli infatti teme che l'arrivo di un nuovo fratellino lo spodesti dall'essere il centro delle attenzioni della mamma che lui invece vorrebbe tutta per sé. Lo sguardo infantile è una costante di alcuni pregevoli film francesi di questi ultimi anni (si pensi al recente successo de Il riccio, 2009 e di Les Choristes, 2004) e s'inserisce in una tradizione consolidata (Zero in condotta, 1933; Il ragazzo selvaggio, 1969; Essere e avere, 2002, solo per citarne alcuni di differenti epoche storiche). Non ci troviamo comunque di fronte a un'idealizzazione dell'infanzia come simbolo della purezza e dell'innocenza assoluta, infatti le disavventure del bambino e dei suoi amici permettono di ridimensionare le fantasie di onnipotenza da figlio unico troppo coccolato. Alla fine l'ironia del papà, il sempre più bravo attore franco–algerino Kad Merad (già apprezzato in Giù al nord, 2007) e la madre premurosa ma non ossessiva, contribuiscono con la loro dolce allegria a regalare al figlio il senso della realtà e dei suoi limiti. Un'atmosfera non comune di armonia, ordine e spensieratezza attraversa tutto il racconto, condito dalle gags spassose dei piccoli amici del protagonista che ricordano le famose comiche di Hal Roach intitolate, nella versione italiana, Simpatiche canaglie (1922-1944). Il sorriso umoristico che sa comprendere le proprie e altrui debolezze è dono raro nel cinema contemporaneo, dominato dal ghigno della satira che tutto corrode oppure dalla risata grossolana che inquina lo spirito. In questo film si sorride, come in Guareschi, perché si sa che la famiglia è il luogo in cui si può coltivare sommamente la virtù della speranza che, col tempo, ricompone i contrasti e chiarisce i fraintendimenti, in nome di un legame più forte d'ogni ferita. Come ricorda anche il filosofo inglese Roger Scruton: “Il riso è un'espressione di divertimento, e il divertimento è uno stato mentale diretto esternamente e socialmente significativo. Il riso ha inizio come condizione collettiva, come quando i bambini ridono insieme di qualche sciocchezza. E nell'età adulta l'ilarità resta uno dei modi in cui le persone apprezzano la compagnia altrui, accettano quello che le divide e sopportano il comune destino. Ridere ci aiuta a superare l'isolamento e ci protegge dallo sconforto”.
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Luca

sabato 2 ottobre 2010

Pensiero della Domenica - 120

A cura del sito “Vie dello Spirito

XXVII^ domenica del Tempo Ordinario

Gli apostoli al Signore: “Accresci in noi la fede”

Ogni domenica la Chiesa ci propone dei brani della Parola di Dio, fonte inesauribile di insegnamento e linfa vitale per la nostra anima. II linguaggio di Gesù non è sempre facilmente percepibile, perché non basato sull'assenso della nostra ragione, né condiviso da fatti concreti, tangibili. Quando parla di infinito, regno dei cieli, vita eterna, queste verità possono e devono essere accettate con la fede, il grande dono che il Signore ci ha fatto. E la Liturgia odierna ci presenta un piccolo brano di Abacuc (625- 598 a.c.). [leggi tutto]
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Don Lucio Luzzi