giovedì 14 marzo 2013

Papa Francesco, una “spiritualità di catechesi”


di Giuseppe Brienza

Molti si chiedono in questi giorni quali saranno i punti fermi e le specificità della teologia, spiritualità e pastorale che Francesco I, il gesuita argentino d’origine italiana Jorge Mario Bergoglio appena eletto da uno dei più veloci Conclave degli ultimi tempi (26 ore dall’“extra omnes”), darà da pontefice e vescovo di Roma. Prima della sua elezione, da cardinale arcivescovo di Buenos Aires e Primate d'Argentina, Bergoglio si è mostrato assai sensibile verso la povertà materiale, evidenziando nel suo carattere e comportamento allo stesso tempo umiltà d’animo e spirito forte. Si sa per esempio che a Buenos Aires, come arcivescovo viaggiava in autobus e metropolitana, ma sempre con l’abito talare, mai in clergyman, ed impersonando autorevolezza di padre.
Sempre da Arcivescovo, ad esempio, ha raccomandato spesso ai suoi sacerdoti, catechisti e religiosi quella che ha definito una «dedizione silenziosa e impegnata nel ministero della catechesi». Questo passaggio è tratto da uno dei suoi ultimi discorsi da presidente della Conferenza Episcopale Argentina, incarico che ha ceduto il 10 novembre 2011 all’arcivescovo di Santa Fe de la Vera Cruz monsignor José María Arancedo. Poco prima della proclamazione dell’Anno della Fede, l’allora cardinal Bergoglio tenne infatti un intervento in occasione della celebrazione nell’arcidiocesi di Buenos Aires della Giornata del Catechista, da lui fatta proclamare il 31 agosto 2010. In tale intervento, dopo aver chiesto a Dio di “ringiovanire” i catechisti con la sua grazia, l’attuale Papa ricordava, citando il Documento di Aparecida dei vescovi latino-americani, che «il rinnovamento della pastorale e della catechesi non dipenderà da grandi programmi e strutture, ma da uomini e donne nuovi che incarnino questa tradizione e novità, come discepoli di Gesù Cristo e missionari del suo Regno».
«Nel nostro compito evangelizzatore, Dio ci chiede di accompagnare un popolo che cammina nella fede», affermava poi Bergoglio in una lettera indirizzata ai catechisti per la stessa Giornata diocesana loro dedicata.
In questo “cammino”, spiegava precedentemente in una intervista rilasciata alla rivista “30 Giorni” (dicembre 2007), ogni catechista per restare con Dio deve letteralmente uscire da sé stesso: «Non si rimane fedeli, come i tradizionalisti o i fondamentalisti, alla lettera. La fedeltà è sempre un cambiamento, un fiorire, una crescita – affermava rispondendo ad una domanda l’allora cardinal Bergoglio –. Il Signore opera un cambiamento in colui che gli è fedele».
Fra le reazioni registrate fin dalla sera del 13 marzo, appena dopo l’elezione di Francesco I, segnaliamo quella di un sacerdote americano che ha seguito direttamente i lavori del Conclave rimanendo per tutto il tempo dell’elezione a Roma, cioè padre Robert Sirico, presidente dell’Acton Institute. Ad avviso di Sirico, che è un noto commentatore economico negli Stati Uniti (pubblica note, sempre profondamente ispirate alla Dottrina sociale della Chiesa, su testate del calibro del New York Times, Wall Street Journal e London Financial Times), il cardinal Bergoglio «è uomo di profonda spiritualità, conosciuto per il suo impegno in difesa dell’Ortodossia dottrinale così come per la sua semplicità di vita. Come Benedetto XVI, ha sempre associato una profonda premura per i poveri con una pari insistenza affinché si eviti che la Chiesa assuma direttamente responsabilità politiche o prescriva ricette per la soluzione dei problemi economici. Da questo punto di vista, il nuovo Papa è davvero un modello per tutti i vescovi ed il clero cattolico di tutto il mondo» (cfr. Press Release: Acton Institute's Rev. Robert Sirico comments on election of Pope Francis, Vatican City 13 March 2013).
Il nuovo Papa quindi, è sicuramente un pastore d'anime molto vicino ai poveri e fermo contro l'arroganza dei ricchi senza però indulgere, come implicitamente sottolinea p. Sirico, verso quella Teologia della liberazione che è stata più volte condannata dallo stesso Ratzinger sia da Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (si pensi alla Istruzione su alcuni aspetti della “teologia della liberazione”, Libertatis nuntius, da lui fortemente voluta nel 1984) sia come Pontefice. Nessuno pensi, quindi, ad un Francesco I Papa pauperista o “progressista”! E non è un caso, a esempio, che fra le prime parole da Pontefice appena eletto Bergoglio abbia ricordato ed assicurato preghiere per Benedetto XVI, smontando così certi schemi che lo volevano concorrente di Ratzinger nel Conclave del 2005 (ignorando anche che allora Bergoglio, al terzo scrutinio, fece vertere i suoi voti sul futuro Benedetto XVI, divenendo così “garante” della sua successiva votazione).
E’ legittimo quindi vedere nell’elezione di Francesco I un segno provvidenziale di continuità con il precedente pontificato, sia pure mediante modalità diverse inerenti alla personalità del nuovo Papa. Sarà probabilmente un incisivo riformatore della Curia, alleggerendone le strutture, ma fermo nel conservare lo spirito millenario di sapienza organizzativa del governo della Chiesa, assieme al suo patrimonio dogmatico e liturgico.
In questa sua impegnativa missione, come ha sottolineato monsignor Javier Echevarría, Vescovo Prelato dell'Opus Dei, «non dimentichiamo che il Papa conta sull'aiuto di Dio, sull'assistenza dello Spirito Santo e sull'affetto e la preghiera dei cattolici, e di milioni di persone di buona volontà». Come consigliava quindi il fondatore dell’Opera di Dio San Josemaría Escrivá, chiediamo tutti oggi al Signore che i cristiani abbiamo «"una sola volontà, un solo cuore, un solo spirito: perché «omnes cum Petro ad Iesum per Mariam!» — tutti, ben uniti al Papa, andiamo a Gesù, per mezzo di Maria" (Forgia, 647)» (Parole del Prelato dell'Opus Dei per l'elezione del Romano Pontefice Francesco, Roma 13 marzo 2013).

Festa delle donne e della Donna


di Silvio Brachetta

«Non vi è altra cosa che più mi diletti e in pari tempo più mi atterrisca che parlare della gloria della Vergine Madre» diceva san Bernardo (Serm. IV in Assump. B. V. M. n. 5), citato da Corrado di Sassonia nel suo “Specchio della Beata Vergine Maria”.
Il trattato è una raccolta di pensieri dei più grandi santi e Dottori della Chiesa. Essi compresero che la Madre di Dio è la Porta del Cielo, la via meno faticosa e più stabile per giungere al Cuore santissimo di Gesù e, dunque, al Cuore della santissima Trinità. Maria, cioè, è l’appiglio sicuro e certissimo che conduce alla salvezza.
Sant’Anselmo d’Aosta ritiene che il saluto «Ave» alla Vergine sia del tutto conveniente, perché contiene il significato di «a-vae», cioè «immunissima da ogni guaio di colpa» (De Conceptu Virgin. c. 18). L’espressione latina «vae!», infatti, significa «guai!».
Maria fu «sicurissima della divina presenza», soggiunge Sant’Anselmo, con il consenso di san Bernardo di Chiaravalle, che precisa: «Non solo è con te il Figlio che tu rivesti della tua medesima carne, ma è con te pure lo Spirito Santo del quale concepisci, e il Padre che è il generante del tuo concetto» (Omil. 3 super Missus est. n. 4).
Il «vae» - il «guai» -, prosegue Corrado di Sassonia nello “Specchio”, è triplice nell’uomo: «Vi è infatti il “vae” della colpa, il “vae” della miseria e il “vae” della geenna, il “vae” dico della colpa attuale, della miseria originale, e della pena infernale». Difatti il peccato adamitico d’origine ferì la natura umana, segnandola con la miseria. Inoltre, per il fatto che la natura umana è ferita dal peccato originale, è soggetta al peccato attuale, cioè al peccato che commettiamo quotidianamente. Se poi l’uomo è impenitente, rifiuta il riscatto della Croce di Cristo e riceve il salario della Genna, la pena infernale. Per questo motivo l’Evangelista san Giovanni scrive nell’Apocalisse (8, 13) «guai, guai, guai agli abitanti della terra».
Ma non «guai» a Maria, bensì «ave», poiché «niente di orribile» vi fu nei suoi occhi, «niente di procace nelle parole, niente negli atti vi fu d’inverecondo», dice sant’Ambrogio di Milano (in II de Virgin. c. 2, n. 7).
Chi dunque si affida alla Beata Vergine accede ai doni della Grazia, che sono i sette doni dello Spirito Santo, fondamento di ogni virtù. L’uomo, dunque, che prega assieme a Maria si salva mediante i doni di sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timore del Signore. Mediante la Grazia, l’uomo può realizzare quello che prima sembrava impossibile e la Croce, da pesante che era, diventa leggera.
Più volte san Tommaso d’Aquino e san Bonaventura da Bagnoregio hanno affermato che per andare a Dio dobbiamo salire tre gradini, dei quali il primo è proprio quello della Beata Vergine Maria.
Per san Bonaventura, in particolare, Maria è la Mediatrice universale della grazia, ovvero dall’unione di Maria in Cristo scaturisce un’«actio hierarchica» (azione gerarchica) e, quindi, mediatrice in ordine alla purificazione, all’illuminazione e al perfezionamento dell’anima (cfr. Itinerarium mentis in Deum, c. 4).

Dal “Salterio della Beata Vergine Maria” di san Bonaventura:

Il pensiero di Maria non parta dalla tua mente.
Il nome di Maria non abbandoni il tuo labbro.
L'Amore di Maria non si spenga nel tuo cuore.
Seguendo Maria non ti perderai.
Appoggiandoti a Maria non cadrai.
Sperando in Maria non temerai.
Ascoltando Maria non sbaglierai.
Vivendo con Maria ti salverai.
Ecco la nona beatitudine:
Beati quelli che si sono consacrati Maria:
i loro nomi sono scritti nel libro della vita.


Matrimoni gay, l'invidia del demonio


di Jorge Mario Bergoglio, S.J.

Lettera del cardinale Bergoglio ai quattro monasteri carmelitani di Buenos Aires in occasione del voto al Senato della Repubblica Argentina sulla proposta di legge intesa a legalizzare il matrimonio e le adozioni omosessuali (approvata il 15 luglio 2010).

Buenos Aires, 22 giugno 2010

Care sorelle,
Scrivo queste poche righe a ciascuna di voi che siete nei quattro monasteri di Buenos Aires. Il popolo argentino dovrà affrontare nelle prossime settimane una situazione il cui esito può seriamente ferire la famiglia.
Si tratta del disegno di legge che permetterà il matrimonio a persone dello stesso sesso. È in gioco qui l’identità e la sopravvivenza della famiglia: padre, madre e figli. È in gioco la vita di molti bambini che saranno discriminati in anticipo e privati della loro maturazione umana che Dio ha voluto avvenga con un padre e con una madre. È in gioco il rifiuto totale della legge di Dio, incisa anche nei nostri cuori.
Ricordo una frase di Santa Teresina quando parla della sua malattia infantile. Dice che l’invidia del Demonio voleva vendicarsi della sua famiglia per l’entrata nel Carmelo della sua sorella maggiore. Qui pure c’è l’invidia del Demonio, attraverso la quale il peccato entrò nel mondo: un’invidia che cerca astutamente di distruggere l’immagine di Dio, cioè l’uomo e la donna che ricevono il comando di crescere, moltiplicarsi e dominare la terra.
Non siamo ingenui: questa non è semplicemente una lotta politica, ma è un tentativo distruttivo del disegno di Dio. Non è solo un disegno di legge (questo è solo lo strumento) ma è una «mossa» del padre della menzogna che cerca di confondere e d’ingannare i figli di Dio. E Gesù dice che per difenderci da questo accusatore bugiardo ci manderà lo Spirito di Verità.
Oggi la Patria, in questa situazione, ha bisogno dell’assistenza speciale dello Spirito Santo che porti la luce della verità in mezzo alle tenebre dell’errore. Ha bisogno di questo Avvocato per difenderci dall’incantamento di tanti sofismi con i quali si cerca a tutti i costi di giustificare questo disegno di legge, e che confondono e ingannano perfino persone di buona volontà.
Per questo mi rivolgo a Voi e chiedo preghiere e sacrificio, le due armi invincibili di santa Teresina. Invocate il Signore affinché mandi il suo Spirito sui senatori che saranno impegnati a votare. Che non lo facciano mossi dall’errore o da situazioni contingenti, ma secondo ciò che la legge naturale e la legge di Dio indicano loro. Pregate per loro e per le loro famiglie che il Signore li visiti, li rafforzi e li consoli. Pregate affinché i senatori facciano un gran bene alla Patria.
Il disegno di legge sarà discusso in Senato dopo il 13 luglio. Guardiamo a san Giuseppe, a Maria e al Bambino e chiediamo loro con fervore di difendere la famiglia argentina in questo particolare momento. Ricordiamo ciò che Dio stesso disse al suo popolo in un momento di grande angoscia: «Questa guerra non è vostra, ma di Dio». Che ci soccorrano, difendano e accompagnino in questa guerra di Dio.
Grazia per quanto farete in questa lotta per la Patria. E per favore vi chiedo anche di pregare per me. Che Gesù vi benedica e la Vergine Santa vi conservi.
Con affetto

Jorge Mario Bergoglio, S.J.
Arcivescovo di Buenos Aires

(Traduzione di Massimo Introvigne)

Scelta Geopolitica: come Wojtyla


Francesco avrà due missioni: il Sudamerica e la Curia Perché avevo previsto questo esito del Conclave

di Vittorio Messori

Mi scuso di cominciare con un episodio personale. Ma, come si vedrà, sullo sfondo c'è un problema molto grave che riguarda la Chiesa intera e con il quale, dunque, Francesco dovrà confrontarsi in modo prioritario. Spero dunque mi sia perdonato l'apparente personalismo.

Nel mese trascorso dalla fatidica ricorrenza di Nostra Signora di Lourdes, l'11 febbraio, innumerevoli colleghi sia italiani sia stranieri mi hanno chiesto una previsione sul cardinale che i confratelli avrebbero eletto come successore di Benedetto XVI. Sempre, senza eccezione, mi sono schermito, a nessuno ho risposto, ricordando che a un cristiano non è lecito tentare di rubare il mestiere allo Spirito Santo; e rievocando episodi, vissuti di persona nella redazione dei giornali, in cui le indicazioni dei papabili da parte degli esperti erano state regolarmente smentite. Per questo motivo, pur scusandomi, non ho partecipato a quella sorta di divertissement dei colleghi del Corriere che, sorridendo, hanno indicato ciascuno una loro terna.

Ho fatto una sola eccezione al riserbo che mi era imposto con un collega - che è anche un vecchio amico e col quale ho scritto un libro sulla fede - Michele Brambilla, ora a La Stampa ma formatosi in questo nostro quotidiano e buon conoscitore dei problemi religiosi. Chiedendogli di tenere per sé la cosa, sino a Conclave concluso, gli ho proposto scherzosamente di farmi da notaio e gli ho affidato un nome, uno soltanto: Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires. L'amico collega mi ha telefonato anche ieri, sotto il diluvio di piazza San Pietro dove attendeva la fumata e mi ha ricordato quella previsione, chiedendomi se la confermavo: gli ho detto che mi sembrava di poterlo fare. Michele mi ha ricordato che Bergoglio non era tra coloro che la maggioranza dei colleghi dava come papabile: almeno in questo Conclave, mentre in quello che elesse Joseph Ratzinger pare sia stato colui che ebbe il maggior numero di voti dopo l'eletto. Ma otto anni sono passati, il cardinal Bergoglio ha ormai 76 anni, tutti attendevano un Papa nel pieno delle forze. Un limite che qualcuno aveva fissato sotto i 65 anni. Tra l'altro, sarebbe stato il primo gesuita a divenire Papa, dignità alla quale la Compagnia non ha mai mirato, secondo la raccomandazione del fondatore Ignazio. Eppure, insistetti su quella candidatura argentina.

Doti da indovino, confidenze del Paraclito, collegamenti occulti con le Sacre Stanze cardinalizie? Macché, non facciamola grossa, solo un poco di conoscenza della realtà della Chiesa attuale. Avevo infatti spiegato all'amico: «In Conclave, dove si conosce la condizione della Chiesa nel mondo intero, si potrebbe decidere per una scelta «geopolitica», come fu per Karol Wojtyla. Una scelta fortunata: non soltanto si ebbe uno dei migliori pontificati del secolo, ma si gettò nel panico la Nomenklatura dell'Unione Sovietica e di tutto l'Est che prevedeva guai, da un Papa polacco. Non sbagliava nello spaventarsi. In effetti, vennero Walesa, Solidarnosc, i cantieri Lenin di Danzica, gli scioperi operai che per la prima volta un regime comunista non osò reprimere nel sangue. Fu quella la crepa che, allargandosi, alla fine fece cadere tutti i muri dell'Impero. Ma nulla sarebbe stato possibile senza un Pontefice polacco, e di quale tempra e prestigio!, che sorvegliava e consigliava dal Vaticano». Ebbene, continuavo nel ragionamento, oggi una scelta geopolitica potrebbe rivolgersi in due direzioni: chiamare alla cattedra di Pietro il primo cinese nella storia che partecipi a un Conclave, l'arcivescovo di Hong Kong, John Tong Hon. Il panico, stavolta, non sarebbe a Mosca o a Varsavia ma a Pechino, nella capitale della superpotenza del futuro, dove il governo - non potendo estirpare i cattolici, coriacei alle persecuzioni - ha tentato di creare una Chiesa nazionale, staccata da Roma, nominando persino i vescovi. E i credenti fedeli al Papa sono ridotti alla clandestinità. Come continuare a tenerli nelle catacombe o nei lager, con uno dei loro divenuto Papa?

Ma la Chiesa non ha mai fretta, giudica secondo i tempi delle «lunghe durate», come dicono gli storici degli Annales, il turno della Cina verrà probabilmente in un prossimo Conclave allorché, come capita in tutti i regimi totalitari, il sistema comincerà il declino e sarà indebolito, pronto per il colpo di grazia. E in questo, di Conclave? In questo, pensavo, c'era spazio per un'altra scelta geopolitica e stavolta davvero urgente, anzi urgentissima, anche se in Europa non si conosce la serietà dell'evento. Succede, cioè, che la Chiesa romana sta per perdere quello che considerava il «Continente della speranza», il Continente cattolico per eccellenza nell'immaginario comune, quello grazie al quale lo spagnolo è la lingua più parlata nella Chiesa. Il Sudamerica, infatti, abbandona il cattolicesimo al ritmo di migliaia di uomini e donne ogni giorno. Ci sono cifre che tormentano gli episcopati di quelle terre: dall'inizio degli anni Ottanta ad oggi, l'America Latina ha perso quasi un quarto di fedeli. Dove vanno? Entrano nelle comunità, sette, chiesuole degli evangelicals, i pentecostali che, inviati e sostenuti da grandi finanziatori nordamericani, stanno realizzando il vecchio sogno del protestantesimo degli Usa: finirla, anche in quel Continente, con la superstizione «papista». Occorre dire che i grandi mezzi economici di cui quei missionari dispongono attirano i molti diseredati di quelle terre e li inducono a entrare in comunità dove tutti sono sorretti anche economicamente. Ma c'è pure il fatto che le teologie politiche dei decenni scorsi, predicate da preti e frati divenuti attivisti ideologici, hanno allontanato dal cattolicesimo quelle folle, desiderose di una religiosità viva, colorata, cantata, danzata. Ed è proprio in questa chiave che il pentecostalismo interpreta il cristianesimo e attira fiumane di transfughi dal cattolicesimo. Dunque, i padri del Conclave probabilmente avrebbero valutato l'urgenza di un intervento, secondo un programma proposto e gestito da Roma stessa, insediandovi come Papa uno di quel Continente.

Ma l'emorragia riguarda soprattutto il Brasile e l'America delle Ande: perché, se Papa sudamericano doveva essere, perché un argentino, un arcivescovo di un Paese meno toccato dalla fuga verso le sette? Probabilmente ha giocato il fatto che il cardinal Bergoglio (a parte l'alta qualità dell'uomo, la preparazione teologica, l'esperienza) è al contempo iberoamericano ed europeo. La sua è una famiglia di immigrati recenti dall'astigiano, l'italiano è la sua seconda lingua materna: poiché per la Chiesa non sono urgenti solo i problemi di oltreatlantico ma anche quelli di un riordino energico della Curia, occorreva un uomo che sapesse fronteggiare certe situazioni vaticane. Insomma, non una predizione la mia, un semplice ragionamento. Molti altri ragionamenti saranno necessari, a cominciare dalla scelta del nome, Francesco, inedito nella storia del papato. Ma l'ora è tarda, il tempo stringe. Ci sarà tempo per riprendere il discorso.

© Corriere della Sera

mercoledì 13 marzo 2013

Francesco I


Ringrazio Dio per questo Papa.
Seppe dire no a padre Arrupe, che semidistrusse i gesuiti.
Ha fama di amante del Magistero.
Continuo a pregare per lui. Mi sento più sollevato.
***
silvio

Giudizi di Dio


di Silvio Brachetta

Antonio Socci e Francesco Antonio Grana hanno citato san Vincenzo di Lérins che, nel V secolo, scriveva “Dio alcuni Papi li dona, altri li tollera, altri ancora li infligge”.
Quindi c’è sempre posto per Papi santi, mediocri o pusillanimi. Così anche per tutte le altre persone che accompagnano la nostra vita. E per noi stessi, che nei confronti degli altri possiamo essere santi, mediocri o pusillanimi. Fa parte dei giudizi di Dio scegliere le persone e decidere luoghi e tempi.
È vero che non è conveniente e saggio per l’uomo indagare sui giusti giudizi di Dio e, tanto meno, giudicare le persone e dunque Dio stesso per le sue scelte. È però anche vero che, come insegna San Tommaso d’Aquino, chi sta in basso (i sudditi) possono e devono correggere (o anche accusare pubblicamente) chi sta in alto (i prelati). L’Aquinate tratta la questione nel più ampio argomento (XXXIII) sulla “correzione fraterna” (Summa Teologica, II-II), fondando le proprie argomentazioni sull’autorità di san Paolo, che accusò pubblicamente san Pietro «in ragione di un pericolo imminente di scandalo per la fede».
C’è però un’importante precisazione da fare. Secondo san Tommaso, al contrario dei precetti negativi del Decalogo, i quali «obbligano sempre e in tutti i casi» - es. “non uccidere” - i precetti positivi e «virtuosi» non vanno applicati alla leggera, ma «osservando le debite circostanze richieste per farne degli atti virtuosi: cioè facendoli dove si deve, quando si deve e come si deve».
Mentre cioè tutti sono tenuti a non uccidere, la pubblica e motivata accusa al prossimo andrebbe mossa solo dai virtuosi e dai prudenti, che non intendano limitarsi alla giustizia, ma pure alla carità, in quanto il Dottore dice che la correzione fraterna è appunto un atto di carità.
«La correzione fraterna», infatti, «è ordinata all‘emendamento dei fratelli», non alla diffamazione. E dunque non è detto «che si debba correggere il fratello che sbaglia in qualsiasi luogo e in qualsiasi tempo», ma è necessaria la via virtuosa aristotelica del “giusto mezzo”.
In ogni caso, san Tommaso è chiaro: «S. Agostino ha scritto (Epist. 211): “Non di voi soltanto, ma anche di lui”, cioè del prelato, “abbiate misericordia, che quanto più si trova in un posto elevato, tanto più si trova in pericolo”. Ma la correzione fraterna è un‘opera di misericordia. Quindi vanno corretti anche i prelati».

Limiti umani davanti al mistero dell’Essere


di Inos Biffi

Alla ragione è possibile giungere all’affermazione dell’esistenza di Dio. «Tra gli uomini - afferma Tommaso d’Aquino - niente è più certo di Dio (Super epistolam ad hebraeos lectura, 318), e, com’è noto, egli ha tracciato cinque percorsi, o vie, filosoficamente rigorose, al termine delle quali si conclude fondatamente che esiste una realtà che denominiamo Dio.
Esaminando gli esseri di cui abbiamo esperienza, li constatiamo imperfetti, instabili e inquieti, caduchi, frammentari, e quindi tali che non possono trovare in se stessi la giustificazione del loro esserci. Per spiegare il loro atto d’essere occorre procedere oltre, alla fonte radicale dell’Essere stesso, mancando la quale essi non potrebbero esistere. Occorre, in altre parole, risalire all’Atto puro, a Chi possiede l’essere per definizione o per essenza: «Io sono l’atto puro d’esistere»: così l’Angelico comprende la «sublime verità» rivelata a Mosè nell’Esodo.

Per spiegare l’esistenza degli enti è necessario, di conseguenza, pervenire a Colui al quale solo compete di «dare l’essere», ossia di creare, e quindi al Creatore. Ed è il caso di osservare che la dottrina sul primato dell’Atto d’essere, su «Dio che è il proprio essere», sulla creazione, come elargizione di essere rappresenta il vertice dell’originalità filosofica, a cui, come osserva Étienne Gilson, né Platone né Aristotele erano mai giunti e che rappresenta «una riforma dalla portata immensa» (L’être et l’essence).
San Tommaso ripete però che «anche riguardo a quello che intorno a Dio si può indagare con la ragione, fu necessario che l’uomo fosse ammaestrato per divina rivelazione, perché una conoscenza razionale di Dio non sarebbe stata alla portata se non di pochi, dopo lungo tempo e con mescolanza di molti errori» (Summa theologiae, I, 1, 1, c). Da questo profilo appare felice la condizione del credente, che, mentre da un lato grazie alla fede fruisce della certezza sull’esistenza di Dio, dall’altro la può anche indagare, senza perplessità e insicurezza, con la luce stessa della ragione, che la fede non altera e non coarta.

Lo dovrebbero ricordare sia i filosofi cristiani, spesso preoccupati di prendere le distanze dalla sacra dottrina; sia i teologi diffidenti della riflessione razionale, quasi questa non si trovasse inclusa nella rivelazione. In fondo, invece di godere della verità, si è vittime di una forma di rispetto umano. Ma, affermata la capacità della filosofia di riconoscere l’esistenza di Dio (del quale, come puntualmente l’Angelico si premura di precisare, ci è noto più quello che egli «non è» che non quello che è), ecco sorgere una serie di interrogativi.
Sono interrogativi gravi e impellenti riguardanti i rapporti concreti dell’uomo col Dio della ragione, quindi il destino e il fine ultimo della vita umana, il male, la sofferenza, e le irrazionalità che abitualmente la attraversano e la sorprendono, e soprattutto il senso della morte che la suggella irrevocabilmente e la ricopre di un velo impenetrabile. E le stesse certezze razionali che Dio è per natura sommamente buono e provvidente e che l’anima spirituale è immortale, non valgono a tranquillizzare la mente. Al contrario, ne accendono l’inquietudine e il turbamento, e le nostre irrinunciabili domande rimangono inevase e prive di risposte appaganti.

È il dramma ricorrente dell’umanità lasciata a se stessa, impotente e ferma sulla soglia di Dio, e di cui sentiamo l’eco dolente, per esempio, nella tragedia greca e che specialmente, di là dalle testimonianze letterarie, riscontriamo nell’esperienza o nel vissuto umano di ogni tempo e spazio. Non per questo dobbiamo concludere che l’impegno della ragione vòlto a ricercare Dio a partire dalle sequenze del mondo visibile, o tramite lo spettro delle cose create, è uno sforzo e un affanno sterile e vano. E tuttavia, se un tale impegno apre indubbiamente lo spirito e la sensibilità alla ricerca di Dio e al suo desiderio, è però inevitabile prendere atto che l’itinerario filosofico rimane come bloccato e inoltrepassabile.
Ma l’uomo fu voluto dall’origine in questa condizione di ignoranza e di limite riguardo al significato della propria esistenza e del proprio destino? O anche: era pensabile che venisse lasciato in questa situazione? La filosofia, forse, neppure riuscirebbe a formulare con precisione questi quesiti, ai quali risponde, in ogni caso, la Parola di Dio. Questa anzitutto rivela che, secondo l’eterno e misterioso progetto divino, l’uomo - cioè ogni uomo da sempre - è stato creato nella grazia di Gesù Cristo (2 Timoteo, 1, 9), che è stato ideato a immagine del Figlio di Dio crocifisso e glorioso e voluto per essere conforme a lui, «Primogenito tra molti fratelli» (Romani, 8, 29) ed essere associato al suo destino e alla sua condizione filiale (Efesini, 1, 5).

La stessa ragione, quindi, è stata originariamente e nativamente disposta in uno stato soprannaturale. Essa, per così dire, allo stato puro, concretamente non è mai esistita. Ne consegue che, qualunque sia l’esito dell’indagine filosofica intrapresa per approdare a Dio, esso rimane sospeso. Unicamente alla luce e nell’ascolto della rivelazione apparsa in Cristo, l’uomo può conoscere il senso compiuto della propria esistenza e il contenuto reale del proprio destino. Dalla soglia di Dio la fede lo introduce nell’intimità divina e lo inizia ai misteri diversamente inaccessibili della Trinità e dell’incarnazione del Figlio di Dio.
Fuori dall’orizzonte della Parola di Dio e della fede che la accoglie, l’uomo non può che ritrovarsi smarrito. Tanto più che la sua natura creata in Cristo, si trova di fatto segnata e pregiudicata dalle conseguenze del peccato dei Progenitori, per cui nasce privo di grazia. Ma anche questo è soltanto la Parola di Dio a rendercelo noto, la stessa Parola che, insieme, ci annuncia il proposito del Padre di salvare, mediante la Croce del Figlio, l’umanità compromessa dalla colpa originale e quindi di non lasciarla irredenta.

A noi sfugge totalmente la ragione per cui Dio ha voluto un mondo in cui, per l’insipiente decisione dell’uomo, ci fosse il peccato con le tribolazioni che lo accompagnano. Solo che il peccato non rappresenta il suggello del mondo e della sua storia: su di esso eccede e sovrabbonda il perdono del Crocifisso che, proprio attraverso la sua passione e la sua morte, diviene sorprendentemente il Signore glorioso, assiso alla destra del Padre.
Sopra abbiamo accennato allo sconcerto della ragione, che non riesce a comprendere le differenti e devastanti forme di male e di sofferenze, che attraversano e affliggono impietosamente la vita dell’uomo, e infine la morte, che parrebbe svuotare tutto di senso e fissare il definitivo fallimento. E veramente alla ragione sarebbe impossibile capire e giustificare. Ancora una volta a illuminare è - come direbbe Trilussa - «Quella vecchietta cieca, che incontrai la notte che me spersi in mezzo ar bosco». Ossia la fede, che, sempre affidandosi alla Parola di Dio, intende le tribolazioni come comunione e prosieguo della passione di Cristo, e la morte come un rinnovarsi del mistero della stessa morte del Redentore, per diventare partecipi della sua risurrezione e consorti della sua gloria.
Non stupisce che, dove il Vangelo non sia annunziato o non venga accolto, la ragione, pur con tutte le sue risorse, rimanga nell’oscurità, e nell’angustia, come direbbe Tommaso d’Aquino (Summa contra gentiles, III, 148, 16). Da qui l’assoluta e sempre urgente necessità di annunciare Gesù Cristo, nel quale ogni cosa è ricapitolata e spiegata, e che è l’epifania imprescindibile di Dio e dell’uomo. E in ciò consiste la nuova evangelizzazione, nuova perché intramontabile.

© L’Osservatore Romano

«Qui la poesia è di casa. E la parodia è in agguato»


di Gilbert Keith Chesterton

Vi è un senso decisivo in cui gli irlandesi sono molto poetici: nel dare un riconoscimento speciale e sociale alla poesia. A volte ho espresso la fantasia che gli uomini dell’Età dell’Oro potessero spontaneamente parlare in versi; ed è proprio vero che la metà del discorso irlandese è in versi. La citazione diventa recitazione. Ma è troppo ritmico per assomigliare alle nostre recitazioni teatrali. Questo è uno dei miei ricordi più forti e più simpatici, e uno dei motivi più definibili per essermi sentito straordinariamente felice a Dublino. Era un paradiso di poeti, in cui un uomo sentendosi incline a parlare di un libro o due di Paradise Lost, o illustrare il suo significato con la ballata completa dell’Ancient Mariner, sente che sarà meglio compreso qui che altrove.

Ma più si nota questa qualità nazionale, meno la si scambierà per qualcosa di semplicemente irresponsabile, o anche di solamente emotivo. Il più breve modo di affermare la verità è dire che la poesia interpreta la parte della musica. È una funzione sociale in ogni senso dell’espressione. Una serata poetica è naturale come una serata musicale, ed essendo così naturale diventa ciò che si dice artificiale. Come in alcuni ambienti «Suoni?» è piuttosto «Non suoni?», questi circoli irlandesi sarebbero sorpresi che un uomo non abbia recitato, piuttosto che l’abbia fatto. Un critico ostile, specialmente un critico irlandese, potrebbe forse dire che gli irlandesi sono poetici perché non sono sufficientemente musicali. Posso immaginare Bernard Shaw dire qualcosa del genere. Ma si potrebbe anche obiettare che non sono solo musicali, perché non ammetterebbero di essere solo emotivi. È molto più vero dire che danno una posizione ragionevole sulla poesia, piuttosto che dire che non consentono una qualche interferenza poetica particolare con la ragione. «Ma io, le cui virtù sono le definizioni della mente analitica», dice Mr Yeats, e uno che è stato in quell’atmosfera sa cosa vuol dire.
Nella misura in cui queste cose si allontanano dalla ragione, tendono piuttosto al rituale che alla rivolta. La poesia è in Irlanda ciò che l’umorismo è in America: è una istituzione. L’inglese, che è sempre, nel bene e nel male, un amatore, prende entrambi in modo più occasionale e perfino accidentale. Si deve sempre ricordare qui che l’antica civiltà irlandese aveva un alto grado di poesia, che non era solo mistica, ma piuttosto matematica. Come ornamento celtico, il verso celtico tendeva troppo a motivi geometrici. Se questo era irrazionale, non lo fu per eccesso di emozione. Si potrebbe piuttosto descrivere come irrazionale per eccesso di ragione. L’antica gerarchia di menestrelli, ciascun grado con il proprio complicato metro, suggerisce che ci fosse qualcosa di cinese in una cosa così inumanamente civile. Eppure tutta questa svanita etichetta è in qualche modo nell’aria in Irlanda, e gli uomini e le donne si muovono con essa, come sui passi di una danza perduta.

Così, se consideriamo il senso in cui gli irlandesi sono molto litigiosi, o il senso in cui sono davvero poetici, troviamo che entrambi ci riconducono a una condizione di chiarezza che sembra l’opposto di un mero sogno. In entrambi i casi l’Irlanda è critica, e perfino autocritica. L’acredine che mi sono permesso di lamentare non è acredine irlandese contro gli inglesi, che dovrei presumere non solo come inevitabile, ma come sostanzialmente giustificabile. È acredine irlandese contro gli irlandesi, le affermazioni di un onesto nazionalista contro un altro onesto nazionalista. Allo stesso modo, mentre sono cultori di poesia, non sempre sono cultori di poeti, e vi è abbondanza di satira nella loro conversazione sull’argomento. Ho detto che la metà del discorso può essere costituito da poesia; potrei quasi dire che l’altra metà può consistere di parodia. Tutte queste cose sono pari a un eccesso di vigilanza e realismo; la massa del popolo veglia e prega, ma anche quelli che non pregano non smettono mai di vegliare.

© Avvenire

martedì 12 marzo 2013

Gli angeli di Rilke


di Alessandra Scarino

Da qualche tempo circolano voci allarmanti sul futuro del sentiero Rilke. I principi di Torre e Tasso lo venderanno a dei privati e così il sentiero non sarà più accessibile a tutti, oppure gli enti di competenza si metteranno d’accordo e daranno il loro sostegno affinché il sentiero resti aperto a tutti?
Ai triestini questo sentiero è molto caro, sia come espressione della bellezza tipica del nostro paesaggio sia come luogo di ispirazione legato al ricordo del poeta boemo Rainer Maria Rilke. Nel gennaio del 1912 Rainer Maria Rilke (1875-1926) si trova al castello di Duino, ospite della principessa Thurn und Taxis. [leggi tutto]

© Vita Nuova

lunedì 11 marzo 2013

Lincoln (2013)

Abraham Lincoln

Il film di Steven Spielberg falsifica la storia, infatti il presidente degli Stati Uniti dichiarò: “'Non miro affatto a introdurre l'eguaglianza sociale e politica fra la razza bianca e la razza nera”

di Isacco Tacconi

Quando si parla di eroi americani, bisogna stare sempre attenti a prendere con le pinze la veridicità di quello che si racconta, specie se a raccontarlo sono proprio gli americani. Anche nel caso del nuovo film di S. Spielberg, "Lincoln" il sedicesimo presidente degli Stati Confederati del Nord, ci siamo resi conto che non tutto è oro quel che brilla, e che forse bisognerebbe interrogare i fatti più che gli interpreti. [leggi tutto]

© Campari e de Maistre

“Il rispetto cristiano per la persona e la sua libertà”


di San Josemaría Escrivá de Balanguer

Dio non guarda con indifferenza le disgrazie umane
Abbiamo letto nella Santa Messa un brano del Vangelo secondo Giovanni: l'episodio della guarigione miracolosa del cieco nato. Penso che tutti ci siamo commossi ancora una volta di fronte alla potenza e alla misericordia di Dio che non guarda con indifferenza le disgrazie umane. Adesso però vorrei soffermarmi su altri aspetti, e cioè sul fatto che, quando c'è amor di Dio, anche il cristiano non si sente indifferente alla sorte degli altri e sa trattare tutti con rispetto; viceversa, quando questo amore viene meno, c'è il pericolo di un'invasione fanatica e spietata della coscienza altrui. [leggi tutto]

© Zenit

«Tempi da Anticristo, un Papa guerriero ci guiderà»


di Riccardo Cascioli

«Si avvicina il tempo della grande prova, e l’unico modo per rispondere è una riforma della Chiesa attraverso la santità». Padre Livio Fanzaga, direttore e vera anima di Radio Maria, non ha dubbi. Guidato anche dai messaggi trasmessi dai veggenti di Medjugorje, sa leggere in profondità questo nostro tempo così pieno di incognite, con un mondo attraversato da una grave crisi, morale ancora prima che economica, e una Chiesa che aspetta l’elezione del nuovo Papa tra tensioni e divisioni. [leggi tutto]

© La Nuova Bussola Quotidiana

Baudrillard e il funerale dell'arte contemporanea


Negli anni '90 il filosofo e sociologo francese anticipò le critiche attuali di Bonami alla spettacolarizzazione del "nonsense". Seppellendo qualsiasi speranza estetica...

di Luca Beatrice

«L'arte contemporanea ha finito il suo ciclo e dovrà ricominciare da qualche parte, ma non si sa da dove». A dirlo non è un difensore del classico né un apocalittico convinto che il male assoluto risieda nel presente, bensì Francesco Bonami, il più celebre tra i curatori italiani che dopo aver diretto biennali in tutto il mondo e scritto acuti pamphlet, pare arrendersi all'evidenza che davvero l'arte di oggi sia portatrice di nonsense e che stia miracolosamente in piedi perché un ristretto giro di addetti ai lavori ha deciso così. [leggi tutto]

© Il Giornale

sabato 9 marzo 2013

Avviso di pericolo: una Chiesa con due papi


L'imminente conclave eleggerà il nuovo pontefice. Ma non scioglierà le incognite sul ruolo del cosiddetto "papa emerito". Un grande canonista mostra i rischi di tale qualifica. E di altri equivoci che le fanno da contorno

di Sandro Magister

Il nuovo papa in procinto di essere eletto come guiderà la Chiesa con ancora in vita colui che lo ha preceduto sulla cattedra di Pietro?
Nell'imminenza del conclave, le incognite su come prenderà forma tale coabitazione sono ancora in larga misura irrisolte.
Resta tuttora incerta, in particolare, la qualifica da attribuire a Joseph Ratzinger dopo la sua rinuncia al papato. [leggi tutto]

© Chiesa news

venerdì 8 marzo 2013

Il Papa e il predicatore che salvarono l’Europa


di Silvio Brachetta

Molto tempo prima di Stalin - che, si dice, avrebbe voluto conquistare l’Occidente - ci fu qualcun altro che meditò la caduta di Roma, l’eliminazione del pontefice e la trasformazione degli immobili vaticani in scuderie per cavalli. Queste, appunto, le intenzioni del gran visir ottomano Kara Mustafa Pasha il quale, giunto alle porte di Vienna nell’estate del 1683, desiderava espugnarla, sottomettere poi militarmente il centro Europa, attraversare le Alpi e conquistare infine la capitale della cristianità. [leggi tutto]

© Vita Nuova

La fede profonda di un uomo che con la sua vita è un richiamo contro la tiepidezza dei Cristiani


di Silvio Brachetta

Alle ore 11 del 2 marzo 2011 il cristiano Shahbatz Bhatti, ministro per le Minoranze del Pakistan, aveva  appena concluso le preghiere mattutine e si stava recando ad una riunione del governo federale su di  un’auto senza scorta. Lo attesero invano. Bhatti fu ucciso nel corso di una sparatoria, presso una via centrale d’Islamabad, da un commando di sei uomini. I talebani del Punjab, forse, o qualche gruppo legato al Jihad pakistano non gli aveva perdonato l’impegno costante per la libertà religiosa e per la revisione della legge sulla blasfemia. [leggi tutto]

© Vita Nuova

Annunciare Cristo senza reticenze


Intervista a S.E.R. Francesco Moraglia, Patriarca di Venezia

di Silvio Brachetta

Tra coloro che hanno accolto con entusiasmo l’iniziativa di Benedetto XVI d’indire l’Anno della Fede c’è sicuramente il Patriarca di Venezia, mons. Francesco Moraglia, che ha scritto negli ultimi mesi - il 14 ottobre 2012 e il 2 febbraio 2013 - ben due Lettere per la propria Diocesi, sul tema proposto dal Papa. Nei due testi il Patriarca ripropone e commenta estesamente il pensiero del Pontefice, trattando della fede, a cominciare dalle esperienze veterotestamentarie di Abramo e Mosè. [leggi tutto]

© Vita Nuova

Intervista all’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi sui recenti risultati elettorali


di Stefano Fontana

Eccellenza, stiamo vivendo un momento molto difficile, come cittadini e come cattolici. Come cittadini abbiamo avuto delle elezioni politiche che hanno prodotto un quadro di ingovernabilità. Come cattolici viviamo la vacanza delle Cattedra di Pietro, dopo le cosiddette “dimissioni” di Benedetto XVI. Siamo piuttosto smarriti. [leggi tutto]

© Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân

Un Lincoln più teista che cristiano nel film di Steven Spielberg


Alcune reazioni della critica cattolica

di Giuseppe Brienza

Nel film di Steven Spielberg “Lincoln” (USA 2012, con Daniel Day-Lewis, Joseph Gordon-Levitt, Tommy Lee Jones e Sally Field), il primo presidente degli Stati Uniti d’America Abraham Lincoln (1809-1865) è giudicato dalla critica cinematografica d’ispirazione cattolica un politico «che segue l’etica del dovere di Kant e che sembra essere più un teista razionalista che un cristiano» (“Lincoln”, in “Familycinematv Newsletter”, 27 gennaio 2013). [leggi tutto]

© Vatican Insider

giovedì 7 marzo 2013

Carteggio sui settimanali diocesani


Non leggo Famiglia Cristiana e non conosco quel teologo [Luigi Lorenzetti], ma leggo la rubrica del teologo Marino Qualizza su Vita Cattolica della diocesi di Udine. Mi chiedo perchè il vescovo non lo butta fuori dal giornale. Una volta o l'altra scriverò un pezzo per descrivere lo stile dissimulatorio, la sostanza protestante dei suoi interventi. Possibile che io sia il solo ad avere questo giudizio su di lui?
Anonimo

La caporetto della fede in corso è ben fotografata dai settimanali diocesani.
Ne ho visionati alcuni del Triveneto: purtroppo la situazione è raccapricciante.
Anche Vita Nuova, prima di Crepaldi, era in condizioni pietose.
Credo che, se protestassi col vescovo, faresti bene, ma meglio ancora è prendere la penna in mano (o la tastiera tra le dita) e cominciare a cambiare rotta, nero su bianco, con dedizione e grande fatica. Per il momento il modernismo dilaga e vince.
Vita Nuova ora è cambiata, ma ovviamente è ben lontana dall’essere imitata o presa minimamente in considerazione, a Trieste o fuori.
Credo che nessuno di noi vivrà tanto da vedere i frutti della sua mortificazione quotidiana. La situazione è troppo compromessa e ci vorranno parecchi decenni per riallineare, almeno, i piatti della bilancia.
Silvio Brachetta

Dovevano bruciarla prima


Altro che Museo della Scienza. La Città andata a fuoco e i suoi equivoci culturali, amministrativi, retorici. Il cui maggior interprete è Sua Pomposità Saviano, che ora si crede Plinio il Vecchio

di Camillo Langone

C’è qualcosa di pietoso nel rogo della Città della Scienza napoletana. Non è propriamente un’eutanasia (troppo pliniano, troppo spettacolare l’evento) ma certo è la fine di un’agonia. La Città della Scienza si dichiarava eccellenza ma era una poveracciata che non pagava gli stipendi, che non pagava i fornitori, che non pagava nessuno nella migliore tradizione partenopea e parte italiana. [leggi tutto]

© Il Foglio

Il teologo “sui generis” di Famiglia Cristiana

padre Luigi Lorenzetti

di Antonio Livi

Sono note le polemiche seguite alla pubblicazione su Famiglia Cristiana di una pubblicità che propaganda l'ideologia omosessualista. Ricordiamo brevemente: si tratta della campagna governativa di “educazione civica” contro la cosiddetta “omofobia”, e il messaggio consiste in un’ingiunzione ai cittadini italiani di adottare nuove convinzioni circa la moralità pubblica, in quanto qualcuno (non si sa bene chi) ha decretato che tutti devono considerare moralmente lecita e assolutamente rispettabile la scelta di esibire la propria condotta lesbica (a scanso di equivoci, un’anonima testimonial si presentava nell’inserzione con scritta in fronte la parola “lesbica”). [leggi tutto]

© La Nuova Bussola Quotidiana

mercoledì 6 marzo 2013

Ammonimento attualissimo


«Nell’anno 1170 […] vidi una donna di una bellezza tale che la mente umana non è in grado di comprendere. […] Ma il suo volto era cosparso di polvere, il suo vestito, dal lato destro, era strappato. Anche il mantello aveva perso la sua bellezza singolare e le sue scarpe erano insudiciate dal di sopra. Con voce alta e lamentosa, la donna gridò verso il cielo: […] “Le stimmate del mio sposo rimangono fresche e aperte, finché sono aperte le ferite dei peccati degli uomini. Proprio questo restare aperte delle ferite di Cristo è la colpa dei sacerdoti. Essi stracciano la mia veste poiché sono trasgressori della Legge, del Vangelo e del loro dovere sacerdotale. Tolgono lo splendore al mio mantello, perché trascurano totalmente i precetti loro imposti. Insudiciano le mie scarpe, perché non camminano sulle vie dritte, cioè su quelle dure e severe della giustizia, e anche non danno un buon esempio ai loro sudditi. Tuttavia trovo in alcuni lo splendore della verità”. E sentii una voce dal cielo che diceva: “Questa immagine rappresenta la Chiesa. Per questo, o essere umano che vedi tutto ciò e che ascolti le parole di lamento, annuncialo ai sacerdoti che sono destinati alla guida e all’istruzione del popolo di Dio” […]».
Ildegarda di Bingen, citata da Cristina Siccardi
(Lettera a Werner von Kirchheim e alla sua comunità sacerdotale)

venerdì 1 marzo 2013

L’abbacinante splendore del Tutto


di Silvio Brachetta

E adesso è il turno di Thomas Nagel, classe 1937. La teoria dell’evoluzione, dice, è «quasi certamente falsa». Lo sostiene nel suo ultimo libro “Mind and Cosmos: why the materialist neo-darwinian conception of nature is almost certainly false”, recensito da Mattia Ferraresi su “Il Foglio” (“Né con Dio né con Darwin”, a.XVIII, n.46, p.III).
Dichiaratamente ateo, il noto filosofo naturalizzato statunitense (ma nato a Belgrado), è l’ennesimo studioso che rifiuta di fondare la propria ragione sul conformismo darwinista. [leggi tutto]

© Vita Nuova

L’Italia dopo il voto


di Roberto de Mattei

L’Italia sta vivendo un’epoca di grave sofferenza economica, di profonda instabilità politica e di crescente disorientamento religioso. Una triplice crisi che si sovrappone e di cui le elezioni del 24-25 febbraio sono solo un evidente sintomo. [leggi tutto]

© Corrispondenza Romana