martedì 26 marzo 2013

La filosofia politica di Platone: un esempio per la nostra epoca


di Giulio Alfano

Introduzione

La lettera VII di Platone è oggi assolutamente interessante ad una lettura politica contemporanea. Non si intende certamente proporne una nuova interpretazione, ma più modestamente sollecitare alcuni motivi che invitano ad una nuova lettura del testo platonico e per questo vi sono ragioni non solo storiografiche filologiche, ma di adattamento del testo alla nostra situazione odierna.
Sia Whitehead, che Heidegger hanno convenuto quantunque in modo assai differenziati, che la tradizione filosofica europea consiste in una serie di note marginali all’opera di Platone (M. HEIDEGGER, La fine della filosofia, Quest. IV, Gallimard, Parigi, 1976, p. 130) e che per certi versi la stessa metafisica parla il linguaggio platonico ed anche il celebre filosofo politico Leo Strass o il fenomenologo Jan Patocka sottolineano che ricostruire il sistema platonico serve a chiarire quale (J.R. PIERPAULI, Leo Strass e la filosofia politica, Lancelot, Buenos Aires, 2007)  possa essere il pensiero di Platone sullo status stesso della filosofia, nella quale la filosofia politica ha un ruolo privilegiato,di fronte all’ampliamento della scienza sociale positivista che è non valorativa ed eticamente neutra, incapace di offrire indicazioni sull’ordine della politica, ma anche dell’Assiologia che è poi ciò che maggiormente interessa l’uomo ai fini del suo orientamento etico politico.
In Socrate ed in Platone sono rintracciabili i momenti fondanti della filosofia e della cultura europea, perché il loro messaggio relativo alla cura dell’anima costituisce l’eredità più significativa della nostra cultura e, nel contempo, il riferimento stesso della vocazione filosofica, anche di fronte alla crisi dell’Europa. La stessa scuola di Tubinga (H. KRAMER, Platone e i fondamenti della metafisica, Rizzoli, Milano, 1982) rivaluta il ruolo essenziale delle dottrine non scritte per interpretare il platonismo nella sua sobrietà di espressione perché Platone è stato, come pochi, l’assertore del binomio filosofia-silenzio e la Lettera VII ci spiega il senso dell’itinerario filosofico, perché è una riflessione di Platone sulla sua stessa situazione e perciò sulla condizione umana che,nella sua autenticità, è “filosofare”.
Il racconto di Platone sui suoi tentativi di dedicarsi alla politica vanno collegati con l’avanzare in lui della ricerca filosofica come capacità di orientamento dell’azione e ciò si può cogliere anche nel frammento sulla comunicazione dedicato al senso che egli attribuisce alla filosofia... Non è certo casuale la compresenza di tali argomenti in un solo scritto, elaborato peraltro in forma diretta, perché si tratta di un procedimento richiesto dalla complessità dell’argomento, con insegnamenti fondamentali in un epoca come quella che noi stiamo vivendo, nella quale la specializzazione è sovente conflittuale con la finalità dell’insieme dell’impegno culturale, apparendo difficile se non impossibile collegare teoria e prassi e considerare nel contempo la vocazione speculativa al servizio della situazione storica vigente.
E’ necessario perciò concentrarsi sulla Lettera VII come frammento autobiografico nel quale Platone racconta la propria formazione e anche del tipo di comunicazione che la filosofia deve instaurare. La filosofia allora apparirà come sforzo di comprensione che va continuamente rinnovato, senza allontanarla da un impegno pratico sobrio, perché è questo il centro del messaggio socratico platonico sulla cura dell’anima.

1. Il nucleo della politica e il ruolo della filosofia

La Lettera VII è un’apologia del maestro, Platone, e del discepolo, Dione, ma anche un’apologia di Atene sulla responsabilità della quale in un certo modo ricade la morte disgraziata di Dione, dal momento che furono gli ateniesi che come falsi amici ne furono gli effettivi assassini. Platone è preoccupato di legittimare la propria condotta ed il suo modo di agire riguardo la situazione siciliana e doveva, per l’onore della sua scuola e per la patria, giustificare la propria condotta.
Ciò ci induce a pensare che la Lettera non fosse rivolta solo agli intimi di Dione e certamente alcuni anni dopo la morte di Dione, Platone indirizza la Lettera VII ai parenti di Dione stesso, in risposta ad una richiesta di collaborazione ai loro progetti di restaurazione che questi gli avevano rivolto dall’esilio e Platone era certamente il più indicato per esporre i loro programmi e le posizioni di Dione dal momento che egli era stato il suo maestro e amico e fu l’occasione per Platone di rammentare la propria formazione politica. Da buon ateniese amava la sua città si sentiva fiero di esservi nato,quantunque durante l’adolescenza ne fosse stato testimone della decadenza e la gloria ateniese gli proveniva soltanto dal racconto dei suoi familiari.
Tuttavia la gioventù aveva portato con sé la forza e la speranza e Platone stesso scrive: “quando ero giovane ebbi un’esperienza simile a quella di molti altri: pensavo di dedicarmi alla vita politica,non appena fossi divenuto padrone di me stesso”(324bc). Dopo la rivoluzione dei Trenta, infatti, gli si offrì la possibilità d’intervenire nella cosa pubblica e pensò che il governo potesse portare la città ad un migliore ordine, ma ben presto intervenne la delusione, perché si accorse che non era vero ciò che aveva supposto.
Alla caduta della tirannia e all’instaurazione del regime democratico tornò in lui forte il desiderio della politica, ma ancora gravi ingiustizie,tra cui non secondaria, la condanna di Scoratelo delusero e preferì restare in disparte, osservando gli uomini che si dedicavano alla politica, le leggi e i costumi e parendogli difficile partecipare all’amministrazione dello stato restando onesto e tramite l’osservazione e l’esperienza giunge ad una prima conclusione per cui è fortemente difficile governare con rettitudine, ma nella consapevolezza che non “era possibile fare nulla senza amici fidati” (325d).
Non era facile avere amici in una città ormai decadente, lontana vieppiù dalle proprie tradizioni e senza novità se non effimere e di amici non era facile trovarne perché i retti costumi erano scomparsi dalle abitudini della città e non si intravedevano dei nuovi modi di condurre la vita pubblica sulla retta via perché le leggi si corrompevano con grande facilità. La partecipazione alla vita politica quindi si smorza con rapidità di fronte all’ingiustizia e alla corruzione, passando dall’immediatezza dei sentimenti iniziali, alla meditazione sugli uomini e le leggi, giungendo ad un “noi” costruito sull’amicizia e riconoscendo nella compagnia e nella reciproca fiducia, la condizione di possibilità di ogni azione politica.
La testimonianza platonica ci comunica è che il rispetto di questa condizione incontra sempre difficoltà nuove e ciò lo conduce ad una diagnosi sui mali della città. Innanzitutto l’interruzione della tradizione, poi l’impossibilità di un reale rinnovamento ed, infine, una sorta di mania legiferatrice.
Platone sintetizza così il suo itinerario politico “io, che una volta desideravo moltissimo di partecipare alla vita pubblica, osservando queste cose e vedendo che tutto era completamente sconvolto, finii per sbigottirmene”(325e); in realtà si era spostato dal desiderio dell’impulso, allo sguardo e da questo all’attesa, che neppure gli provoca in realtà un isolamento,ma lo fa persistere nel suo scopo “continuavo, sì, ad osservare se ci potesse essere un miglioramento, e, soprattutto, se potesse migliorare il governo dello stato, ma, per agire, aspettavo il momento opportuno” (325e).
Egli era partito dalla volontà dell’azione politica nella sua città e l’impulso era stato frenato dalle sventure che accadevano in essa; egli non parte da un modello universale che si vuole poi incarnare in una situazione concreta che occasionalmente era la sua. La meditazione che compie segue viceversa l’itinerario inverso: sorge e si appunta su una situazione concreta e quello che vuole non è già portare a termine un modello preventivamente pensato, ma guarire la sua città dai mali che l’affliggono. La cura, quindi, pur non essendo facile da realizzare, è assai concreta e consiste in un rinnovamento completo delle leggi e degli uomini resi capaci di portare a termine tale progetto (PLATONE Repubblica, 471 a)
Perciò non è possibile interpretare l’opera politica di Platone come l’intento fallito di realizzare un modello che non sarebbe altro che una chimera o un’utopia. Una lettura esaustiva della “Repubblica” lo smentisce, perché, dopo aver descritto nei primi libri la struttura di uno stato che possa definirsi giusto, Glaucone chiede a Socrate di spiegare perché tale progetto non sia una chimera e come possa realizzarsi (Ibid. 472 b) e la risposta di Socrate consiste nel proporre che uno stato possa essere governato come vicino ad un modello, in modo che non possa mai essere interpretato come chimera e Platone conclude,allora, che tutti gli stati sono mal governati e propone la vera filosofia come “scoperta” della giustizia: i filosofi saranno allora coloro che sapranno ciò che è giusto o, meno e quali siano le leggi migliori ed allora occorre che governino i filosofi oppure che i governanti diventino filosofi.
Le preoccupazioni, a questo punto, diventano di carattere speculativo, curando l’Accademia come luogo deputato alla formazione dottrinale,ma anche riponendo fiducia nei viaggi a Siracusa. La genesi della filosofia platonica sorge in una concreta situazione della sua città, in una determinata situazione e solo attraverso l’attenta osservazione nasce un programma possibile, perché il momento dello sguardo è il punto di partenza della speculazione filosofica, in cui la teoresi si interseca con l’urgenza della prassi e l’idea diventa realtà politica.

2. Gli uomini e le leggi secondo Platone

Durante il suo primo viaggio in Sicilia Platone constatò il lusso ed il disordine dominanti, che lo sollecitarono ad una nuova considerazione, che sarebbe stata poi uno dei punti centrali del suo pensiero politico: la riforma della città doveva necessariamente passare attraverso la riforma dei cittadini, perché: “non c’è città che possa vivere tranquilla, quali siano le sue leggi, quando i cittadini pensano di dover spendere sempre a profusione e di non dover far altro che banchettare ed affaticarsi nelle cure d’amore” (Ibid. 326 cd).
Per quanto si stabiliscano leggi buone e giuste,nessuna città cadrà bene se non si dà quella prima condizione: nessuna nazione o città, nessuna istituzione resterà sana e robusta senza la fermezza, lo sforzo e la moderazione dei suoi membri e in caso contrario i regimi politici non smetteranno di cambiare “i governanti neppure il nome vorranno sentire di una costituzione giusta e senza privilegi (Ivi).
Dione incontra Platone e diventa suo discepolo imparando e decidendo di seguire il modo di vita che discende dagli insegnamenti platonici: moderazione e virtù e dopo la partenza del maestro, Dione indirizza tutti gli sforzi per realizzare queste convinzioni. La morte di Dionisio il Vecchio e l’arrivo al potere di Dionisio il Giovane, fanno in modo che Dione ritenga possibile realizzare la riforma dello stato chiedendo aiuto a Platone per convertire Dionisio alla filosofia.
Lo stesso Platone racconta di essere partito per Siracusa non volendo tradire l’amicizia di Dione e la stessa causa della filosofia, anche se le condizioni sono affatto incoraggianti, perché Dionisio, seguendo le adulazioni dei suoi cortigiani, esilia Dione come cospiratore e imprigiona lo stesso Platone che, ottenuta la libertà, ritorna ad Atene. Ma vuole dare lo stesso consigli agli amici di Dione, perché ogni intento di rinnovamento politico deve prescindere dalla violenza e ci sia chiara la necessità di circondarsi di amici fedeli e fidati, perché l’azione politica va portata a termine nell’amicizia e la legislazione deve essere sempre il luogo supremo di governo di uno stato per cui occorre stabilire una legislazione giusta che annulli l’arbitrarietà della tirannia per una uguaglianza e comunità di diritti, attraverso, però, una riforma interiore dei cittadini, che è condizione indispensabile per ogni miglioramento sociale, attraverso il ristabilimento dei valori morali.
Le circostanze dei viaggi che condussero Platone a tentare di convincere di nuovo Dionisio alla filosofia sono legati anche all’indulgenza verso gli inviti fattigli dallo stesso Dionisio, ma soprattutto perché gli erano giunte voci circa un affetto straordinario di Dionisio verso la filosofia (Ibid 338 b). Platone ne dubitava ma la possibilità lo costringeva “moralmente” e quindi non bisognava tralasciare l’opportunità che uno stato fosse governato secondo la filosofia e, quindi, la giustizia; va ricordato che Platone si reca in Sicilia non per realizzare in partenza uno stato ideale, ma per educare un tiranno in modo che ciò che fallisce non è il modello ideale, ma l’intento pedagogico per l’inadeguato carattere del tiranno ad addentrarsi nel cammino filosofico.
Ne nasce una teoria sull’apprendimento e sulla possibilità della comunicazione filosofica, concludendo che Dionisio non è affatto un vero filosofo e Platone spiega, sempre nella Lettera VII, gli avvenimenti degli ultimi giorni di soggiorno in Sicilia, le diffidenze sempre maggiori del sovrano verso di lui e il comportamento di questo verso Dione e non è senza ostacoli anche la partenza di Platone che si ritrova con Dione nel Peloponneso, mentre prepara la guerra per la liberazione dalla Sicilia.
Platone si rifiuta di prendervi parte perché contrario alla violenza e durante gli ultimi anni Dione fu accusato di aspirare alla tirannia e comunque Platone finisce la Lettera smentendo questa opinione e difendendo le intenzioni di Dione, il quale non aspirava a regimi in cui i forti sottomettono i deboli, ma a dare allo stato la costituzione e le leggi più giuste e belle, senza uccisioni o stragi (Ibid 351 c)

3. La filosofia e la politica come impegno etico

Platone intraprende nuovamente il viaggio per la Sicilia cedendo alle insistenze di Dione e agli inviti del tiranno, che sembrava interessato alla filosofia ed occorreva subito accertarlo usando un procedimento che consiste nel “mostrare cosa sia davvero lo studio filosofico e quante difficoltà presenti e quale fatica comporti (Ibid 340 b c) ed è lo sforzo la parola ricorrente usata da Platone riguardo il lavoro del filosofo e la stessa comunicazione filosofica.
Quando si espone l’impegno filosofico, secondo Platone, ci possono essere due diverse reazioni da parte di quelli che si proclamano ostinatamente filosofi, una delle quali rivela chi lo è veramente: perché “se colui che ascolta è dotato di natura divina ed è veramente filosofo, congeniale a questo studio e degno di esso, giudica che quella che gli è indicata sia una via meravigliosa e che si deve fare ogni sforzo per seguirla e non si possa vivere altrimenti” (Ivi).
Platone quindi definisce il filosofo tramite due note:idoneità e dignità rispetto alla filosofia perché è un filosofo colui che di fronte alla vita teoretica non ha più alternativa,dato che non potrebbe fare altro perché la filosofia è una certa comprensione che comporta la ricerca di una comprensione più piena e il filosofo “unisce gli sforzi con quelli della guida e non desiste se prima non ha raggiunto completamente il fine o non ha acquistato tanta forza da poter progredire da solo senza l’aiuto del maestro” (Ivi).
Così in parallelo a quanto sostiene nel VII Libro della Repubblica,il lavoro del maestro non è di mostrare lo scopo della ricerca, ma di aiutare il discepolo a saper percorrere una strada nella quale lo stesso camminare offre già parte del senso ricercato.
La ricerca di una comprensione più piena non è qualcosa con la quale ha a che fare l’attività teorica,ma che comporta anche uno stretto legame con il modo di vivere. Il filosofo,non cessando di dedicarsi alle sue occupazioni, deve condurre un regime di vita che favorisca ottimamente la predisposizione all’apprendere, al ricordare, al ragionare e all’essere misurato (Ibid 340 d) e dovrà essere un determinato modo di vivere, regolare, moderato e sobrio, in una vita come sforzo, impegno, ascesi.
C’è una struttura dialogica che fa in modo che l’apprendimento non sia solo teorico ma anche e soprattutto “etico”: dall’esame che Platone farà dell’atteggiamento di Dionisio saranno evidenti due mancanze: di “eticità” e di “sforzo” per la comprensione, entrambe collegate fra loro. La seconda reazione, di coloro che non sono veri filosofie che quindi restano nell’”opinione”, consiste nel tirarsi indietro di fronte allo sforzo e alla moderazione necessari per il lavoro filosofico “vedendo quante cose devono imparare e fatiche sopportare, sono incapaci di esercitarsi e si convincono di conoscere sufficientemente tutto e non avere più bisogno di affaticarsi” (Ibid 341 a)
La finalità di Platone non è quella di verificare se Dionisio sia o meno preso dal sacro fuoco della filosofia, ma indurlo a riconosce sé stesso e a classificare il suo atteggiamento. Si arriverà così a concludere che Dionisio è tra quelli che di fronte all’impegno filosofico si tirano indietro e tra essi va collocato nel sottogruppo di coloro che credono di saperne a sufficienza.
Già dai primi giorni di soggiorno a Siracusa Platone capisce che Dionisio “presumeva di sapere e di possedere sufficientemente molte cognizioni e per quello che aveva udito dagli altri” (Ivi) e l’opposizione tra un vero filosofo e Dionisio, implicita nell’osservazione si stabilisce come antinomia tra la coscienza dell’ignoranza e il sapere già molte cose (doxosophia); tra la difficoltà di comprensione delle cose elevate e il possesso di esse; tra il continuo sforzo e l’essere già nel dominio; tra il sapere maturato in sé stesso e il sapere ricevuto dagli altri, che comporta la passività.
Secondo alcune voci Dionisio avrebbe più tardi scritto un libro su quelle Dottrine filosofiche fondamentali che Platone gli aveva comunicato. Comunque il tema non si riferisce tanto ad un’impossibilità grammaticale, quanto a difficoltà di carattere pedagogico relative alla comprensione e se il “leit motiv” è la determinazione dell’atteggiamento di Dionisio la tematica trattata è la comunicazione e l’apprendimento della filosofia.
Nella parte iniziale delle sue diagnosi Platone afferma che quelli che hanno scritto su ciò che per lui è il sommo degli sforzi speculativi, non l’hanno capito bene, perché la comunicazione deve avvenire nell’ambito dell’oralità e poi la riflessione filosofica non è un bene per la maggioranza degli uomini perché molti non essendone per natura capaci, non ne comprenderebbero il significato e perciò alcuni finirebbero per disprezzarla, altri presumerebbero di sapere grandi cose senza affatto averle capite e l’esposizione della conoscenza umana consiste in un lavoro di maturazione e discussione nell’ambito della comunicazione non scritta, per raggiungere l’intuizione e quindi la comprensione globale.
La comunicazione filosofica è quindi possibile solo attraverso un processo di formazione spirituale lungo e che si realizzi nell’ambito della dialettica esercitata oralmente, sotto la guida del maestro: questi sono gli scopi della via che il vero filosofo deve percorrere per raggiungere la comprensione di quelle ardue verità che sono i principi della realtà: esercizio intenso, sforzo, perché “le cose belle sono difficili!” (Ivi).
Si devono rintracciare i contrari,o teoria dei principi,e l’esercizio dialettico deve trovare in ogni problema l’aspetto vero e quello falso, con un lavoro di confronto tra nomi,definizioni e figure, attraverso la comparazione, perché la struttura della conoscenza umana è discorsiva ed essendo lenta la maturazione,solo l’esercizio orale può stimolare maggiormente l’attività del discepolo. Platone conclude circa le aspirazioni filosofiche di Dionisio, affermando che non è un vero filosofo, ma un uomo strano,sensibile più alle adulazioni dei retori e dei cortigiani che alle esigenze di tensione che la filosofia comporta.
La Lettera VII è il vero testamento di Platone che studiato nell’insieme offre una ricchezza maggiore che nelle sue parti; ci indica altresì il forte vincolo tra la filosofia e la politica e la riflessione sulla città giusta è un’offensiva contro la decadenza della polis e la retorica è il discorso che proviene dalla tirannia e dall’ingiustizia mentre la filosofia è la via della verità e della giustizia. (Platone, Fedone 75 b)
Rivolgere lo sguardo verso la realtà deve diventare l’autentica guida della vita umana tanto a livello pubblico come a livello privato e lo sforzo della filosofia è la tensione dal temporale verso la realtà vera che è l’eterno. La Lettera VII non espone una dottrina ma propone un atteggiamento e in ciò consiste il suo socratismo perché come il testamento socratico, anche quello platonico è la vocazione ad un’esistenza filosofica, comprendendo un senso che è parte della spiegazione sistematica dell’essere.

4. Attualità di Platone

Platone nella sua concezione filosofico politica ci ha dato un modello di “utopia” nel quale non c’è illusione che la sua repubblica ideale si trovasse dietro l’angolo o potesse essere conquistata senza uno sforzo continuo nel tempo di tutti i suoi membri, se si pensa che la sua critica alla tirannide, all’oligarchia, alla demagogia conserva ancora oggi una propria attualità:infatti liberarsi dalle suggestioni delle apparenze e dalle informazioni frammentarie richiede una fatica di tutti attraverso le vie laboriose della cultura, dell’arte, della matematica e della filosofia.
Platone avverte che se si vuole governare lo stato non ci si deve abbandonare a recriminazioni, ma fare in modo che chi lo governa e lo amministra conosca ciò che è bene e ciò che è male e lo dimostri attraverso un lungo curriculum di studi. L’idea che il filosofo debba essere il capo della città compare per la prima volta nella “Repubblica”, ma dalla morte di Socrate c’era in lui questo pensiero come ci dimostra anche nel “Menone”.
La filosofia di Platone costituisce il completamento di quella di Socrate in termini di metafisica e trova negli scritti giovanili la sua prima espressione e spiega anche il proseguire della polemica antisofistica,perché la conculcazione della filosofia delle opinioni sensoriali costituisce, per Platone, la preparazione in negativo del suo sistema.
Il problema dell’essere costituisce l’eredità lasciata da Socrate a Platone che conduce poi all’elaborazione della sua grande metafisica,che nasce dal dialogo interiore e che sale dalle apparenze sensibili alla conoscenza della verità e delle realtà in sé sussistenti. Come afferma nel “Convivio”, per Platone Amore e Filosofia si immedesimano vicendevolmente, perché amore è figlio di Penia e di Poros e non è affatto delicato e bello come si crede, ma duro e ispido, dimorando sempre con la povertà.
Se la veridicità non è propria del sentire ma del pensiero logico,concettuale e ideale, nell’uso adeguato dei concetti nei giudizi, essa in modo eminente appartiene alle conoscenze di valore non provvisorio ma universale e perciò la sensazione è conoscenza verace. Platone sviluppa l’innatezza delle idee universali propria della maieutica socratica,giudicando impossibile ricavare le conoscenze universali dai dati sensibili, perché imperfetti e particolari, mentre quelle sono universali e perfette; ma Socrate nulla aveva detto delle condizioni metafisiche della maieutica, eppure solo dalla giustificazione metafisica dell’innatismo, questo poteva universalmente essere garantito. Platone afferma che i concetti sono in noi perché li abbiamo appresi nel loro vero mondo; la presenza nella nostra mente di concetti perfetti e universali è possibile solo come reminiscenza di un’originaria intuizione delle idee, che è l’anima pura, ha avuto anteriormente alla nascita terrena, al suo imprigionamento nel corpo. La vera conoscenza in noi è latente, ma comunque anteriormente ad ogni sensazione; il mondo delle idee viene concepito da Platone come un mondo gerarchico di esseri perfetti, immateriali e realissimi, al cui vertice sta l’idea della bellezza-bontà, perché “Mi pare che nell’ordine intelligibile, l’idea di bene sia vista ultima e con grande difficoltà: ma una volta veduta se ne deve concludere che è l’idea del bene per tutti, causa di quanto è bene, di quanto è bello” (Platone, Repubblica VII, 514).

Soltanto lo stato di grazia che è il sublime delirio amoroso può condurre però a tale grado supremo e alla suprema bellezza si ascende per gradi di un’iniziazione che continuamente eleva dalle cose che “partecipano” la bellezza e quel principio che ne è l’immutabile fondamento. La perfezione non tende a nulla perché non manca di nulla e perciò Platone considera le idee come supreme realtà che non esistono in quanto pensate,ma sono pensate in quanto esistono per sé, indipendentemente dalle anime conoscenti: l’Iperuranio è l’Assoluto e lo stesso Demiurgo, di cui egli parla nel “Timeo”, lo presuppone.
Il Demiurgo è mediatore tra il mondo delle idee e quello corporeo, vive nella beata contemplazione del mondo delle idee, cui si contrappone il caos materiale. E il Demiurgo,consustanziato della perfezione iperuranica, non può volere che il bene; perciò plasma il caos ad immagine del mondo delle idee e così è nato il nostro mondo, tendente perché imperfetto sempre al suo modello, che è l’Idea, senza mai poterne raggiungere la perfezione con inquieta instabilità e per questo, per quanto la sua natura imperfetta lo permetteva, il mondo-copia è stato plasmato ad imitazione dell’Idea e perciò c’è un solo mondo-copia.
Il Demiurgo vi immette l’anima e l’opera viene ancora più perfezionata con la creazione mondana dell’instabile immagine dell’eternità: il tempo. La vita dell’anima umana nel corpo è, però, nella filosofia platonica, un’incarcerazione, per cui la vita assume il significato religioso di preparazione alla morte,attesa di liberazione dal corpo per raggiungere la purezza della visione beata. E la metafisica di Platone è profondamente legata allo studio dell’anima e alla sua immortalità, perché è già implicito che la nascita dell’uomo sia per l’anima solo l’inizio di una provvisoria abitazione corporea, come si afferma nella dottrina della reminiscenza, ma l’anima può dirsi veramente immortale solo se destinata a sopravvivere al corpo per l’eternità.
Nel problema dell’azione si ritrova in Platone la pienezza dell’insegnamento socratico: lo spirito dell’etica di Socrate rivive infatti felicemente nei dialoghi platonici, che in sede teorica ribadiscono i fondamenti socratici della critica all’eraclitismo scettico dei sofisti, e in quella morale la polemica di Socrate contro la morale del più forte contro l’elogio dell’intemperante, tiranno o retore, contro la riduzione del bene a piacere e l’abilità retorica dei sofisti è convincimento da ignoranti perché le conseguenze corruttrici di un insegnamento che nulla insegna sono palesi, perché “avviene che un oratore politico non conosca affatto il bene o il male e tratta il popolo con la stessa ignoranza facendolo persuaso non su questioni da nulla, ma sul bene e il male e siccome egli ha studiato le opinioni del suo popolo,può indurlo facilmente a commettere il male anziché il bene”(Platone, Fed. 260 c).
Di conseguenza la retorica non è un’arte ma un trucco per procacciare l’apparenza del bene; si afferma così l’accettazione dell’elogio della forza e, quindi, dell’ingiustizia e chi commette ingiustizia è l’uomo più misero ed infelice. La morale platonica rifiuta ogni edonismo e condanni il mondo della corporeità; tre sono per Platone le parti dell’anima che egli, con scetticismo ingenuo, immagina in tre diverse parti del corpo e ciascuna esprime una particolare capacità: c’è una potenza con cui l’uomo apprende; un’altra che presiede all’impeto volitivo e irascibile e una terza che ha innumerevoli aspetti e perciò non si può chiamare con un nome particolare, che si desume dall’aspetto suo più caratteristico e deciso ed è la facoltà concupiscente per la violenza con cui l’uomo concupisce il cibo, il bere, l’amore e altri simili appetiti.

Le tre virtù della sapienza,della fortezza e della temperanza, si arricchiscono di una quarta, la giustizia, che pur non avendo una sede particolare, ha, tuttavia, una funzione regolatrice e mediatrice delle altre,provvedendo affinché ciascuna operi nei suoi giusti confini (Platone, Repubblica VII, 580 d).
La politica è per lo stato ciò che la morale è per l’individuo; la Repubblica di Platone è la grande e vasta delineazione dello stato-tipo, dello stato modello, dello stato-idea e ciò congiunge assai profondamente la filosofia teoretica alla filosofia della pratica platonica: l’essenza dell’idealismo iperuranico è, infatti, tutta presente nella politica platonica e ne illumina i caratteri. Lo stato è un grande individuo che deve avere, per parlare figurato, il suo capo, il suo petto e i suoi visceri e le corrispondenti virtù, tra le quali la giustizia armonizzatrice al punto che Platone dichiara “una città ci parve giusta quando di tre ordini che vi sono, ciascuno compie intero il suo ufficio” (Ibid. IV, 435, b).
Tuttavia lo stato in cui vive Platone è quello che condanna legalmente Socrate e ciò avviene perché Socrate è un filosofo e perché nelle città come esse sono, di fatto non vi è posto per gli uomini che conoscono e praticano la giustizia. Dunque è necessario riformare la città in direzione dell’uomo, perché l’uomo giusto, Socrate, non sia considerato un pericoloso rivoluzionario di cui la comunità debba sbarazzarsi al più presto. La politica è la filosofia stessa di Platone, la sua risposta alla condanna e alla morte di Socrate ed è a partire da questa ancor oggi scandalosa verità, che si può comprendere l’essenza tragica del suo pensiero.
Lo stato moderno è quanto di più lontano si possa immaginare dalla polis antica, dove tutti si conoscevano e dove in una giornata si poteva fare a piedi il giro della città. Tuttavia quando leggiamo le severe parole di Platone sulla decadenza della democrazia ateniese verso l’abisso della dittatura e del dispotismo, attraverso l’anarchia e la demagogia, anche noi moderni non possiamo che ripetere l’antico motto “de nobis fabula narratur”, perché la natura umana è ben poco cambiata nel corso dei secoli e il fascino delle cose buone è sempre dominato dagli stessi interessi, “honoris divitiae voluptates” e i motivi che guidano l’uomo probo sono sempre gli stessi: onore, fedeltà, amore del vero e devozione al bene.
A Platone sta a cuore la formazione della classe dirigente, cui deve essere affidato il compito supremo di stabilire l’unità interiore dello stato mediante il dominio assoluto e impersonale della ragione, che con la sua universalità può stabilire una perfetta armonia, subordinando gli interessi particolari a quelli generali della comunità,perché la ragione è conoscenza dell’eterno, del divino, è scienza di ciò che è bene in sé, di quell’esemplare perfetto di giustizia, di bellezza, di bontà, sul quale la vita umana, individuale e sociale deve essere modellata, per improntare del mondo eterno, l’ordinamento e le istituzioni della società, tenendo lo sguardo anche alla natura propria dell’uomo.

Washington: Marcia in favore del Matrimonio


di Donata Fontana

A poche ore da quella tenutasi a Parigi, ieri a Washington si è svolta la “Marcia in difesa del matrimonio”, sull’esempio della fortunatissima “March for Life” che ogni anno si snoda – sempre più partecipata – per le strade della capitale USA a sostegno dei valori della vita, del matrimonio e della famiglia. L’iniziativa, benedetta e supportata dalla Conferenza Episcopale del Nord America – che ha indetto per tutto il 2013 uno speciale tempo di preghiera proprio dedicato al matrimonio –, è stata promossa dall’”Organizzazione Nazionale per il Matrimonio” e ha goduto, nei giorni scorsi, dell’approvazione di politici, membri del Congresso e intellettuali, americani e non solo.
La scelta della data non poteva certo essere casuale: proprio oggi cominciano i lavori della Corte Suprema – consesso di giudici nominati a vita quali garanti della Costituzione – sul ricorso presentato contro la Proposition n. 8 della California. Risultato di un referendum abrogativo del 20087, la Proposition vieta nello Stato il matrimonio tra persone dello stesso sesso, in pieno contrasto, quindi, con una antecedente sentenza della Corte Suprema. Proprio per questa supposta incostituzionalità, la Proposition è stata più volte impugnata e dichiarata illegittima dal Tribunale statale della California e, ora, è al vaglio finale ed inappellabile della Corte Suprema stessa.
Oltre alle esplicite politiche dell’attuale Amministrazione – che intende seguire alla lettera l’agenda per i diritti degli omosessuali sponsorizzata con tenacia dall’ex segretario di Stato Hillary Clinton – ora anche il mondo accademico-scientifico americano si schiera dalla parte della parificazione tra matrimoni eterosessuali e non.
La settimana scorsa, infatti, l’Accademia americana di Pediatria (AAP) ha pubblicato un documento in cui vengono approvate le unioni tra omosessuali e incoraggiata l’adozione di bambini da parte di coppie gay o lesbiche; il tutto, si legge nel comunicato, per favorire stabile sviluppo e crescita serena del bambino. «I bambini prosperano in famiglie che sono stabili e che forniscono sicurezza permanente, e il modo in cui farlo è attraverso il matrimonio», sostiene il dott. Benjamin Siegel, Presidente della commissione AAP sugli aspetti psicosociali del bambino – nonché uno degli autore del documento –, argomentando che il matrimonio sia «indipendentemente dall'orientamento sessuale dei genitori, il modo migliore per garantire sicurezza per i figli».
Mentre non si può fare a meno di notare la confusione terminologica in cui la stessa AAP incappa – inventando la fantasiosa nozione di “co-genitore”, qualifica presumibilmente da riconoscersi al partner di una coppia omosessuale che non è uno dei due genitori biologici del figlio adottato – balza agli occhi anche la pretestuosità dell’intero documento. Innanzitutto mancano, nel documento, basi scientifiche o riferimenti a studi, ricerche o principi assodati della psicologia - secondo i quali tali affermazioni debbano essere accolte con l’autorevolezza che un pronunciamento di un’Accademia medica meriterebbe – e vengono ignorate molte evidenze che, nella letteratura medica mondiale, fanno esplicito riferimento a una grave incidenza sullo sviluppo del bambino dell'orientamento sessuale di chi lo circonda.
Risulta palese, inoltre, la componente ideologica nell’intera dichiarazione: pubblicato come anticipazione di un focus dell’Accademia tutto dedicato alla psicologia infantile in relazione al matrimonio dei genitori, il documento stupisce per la sua attualità politica, capitando un po' troppo a fagiolo. Il testo è stato, di fatti, diffuso sul sito dell’AAP proprio una manciata di giorni prima l’inizio dei lavori della Corte Suprema sulla Proposition n. 8, e il direttivo dell’”Organizzazione nazionale per il Matrimonio” mette in guardia sull’influenza che i pediatri avranno sicuramente sulla decisione dei Giudici Supremi. La posizione dell’APP mostra una chiara scelta politico-ideologica di fondo, volendo fornire un partigiano supporto accademico alle politiche sociali e legislative di parificazione tra matrimonio eterosessuale e non in tutti gli Stati federali.

lunedì 25 marzo 2013

La mistica che servì e venerò Dio studiando i misteri del cosmo


di Silvio Brachetta

Se proprio dovesse servire un esempio - e oggi pare proprio che serva - di cosa sia un’autentica riforma della Chiesa, potrebbe essere opportuno guardare a quel che successe in Europa tra i secoli XI e XII, dopo il primo millennio dell’era cristiana. Come rispose la Chiesa di quel tempo al secolarismo che la stava strangolando, alla crisi del celibato ecclesiastico o alla vendita simoniaca dei sacri ministeri ai prelati più danarosi? In due modi: illecito e grossolano il primo, adeguato il secondo. Ce ne parla Cristina Siccardi nel suo libro dedicato a santa Ildegarda di Bingen (1098-1179) e, non a caso, sottotitolato “Mistica e scienziata”. Da una parte, molti cristiani reagirono in modo incongruo, con proteste, scismi e ribellioni. È questa la via dell’errore, eretica e foriera di aridità spirituale e fondamentalismo. Ildegarda contestò con energia questo genere di riforma che avviene sempre per un «cambiamento delle strutture», da parte di una volontà presuntuosa e disobbediente.
Assieme a Ildegarda, invece, molti seguirono la modalità della conversione, nell’umiltà e nella penitenza. Da questa prassi nacque l’epoca più luminosa del Medioevo: s’innescò una competizione tra gli aristocratici per la costruzione di un gran numero di cattedrali, tra i monaci per il recupero spirituale della cristianità e tra i pontefici stessi, resi forti dalla robusta formazione monastica alle spalle, per una difesa più incisiva dell’ambito religioso. Per comprendere la portata di tali iniziative, è sufficiente accennare al grandioso movimento scaturito nel comprensorio monastico di Cluny (Francia) e irradiatosi per centinaia di monasteri in tutto l’Occidente. Dalla realtà cluniacense si sviluppò un rinnovato esercizio della preghiera, della laboriosità e della “sequela Christi”. Il pontefice Gregorio VII avviò inoltre un’imponente riforma generale della Chiesa - detta appunto “gregoriana” - che, dinnanzi al potere temporale dei principi, impose l’autorità pontificia sulla questione delle investiture episcopali e, quanto ai chierici, ne osteggiò la simonia e il concubinaggio.
La riforma fu assai poco attenta al laicato, poiché il popolo di Dio aderiva già spontaneamente alla prassi devozionale e le occupazioni quotidiane nelle famiglie erano, in genere, costantemente scandite dalle pratiche religiose e riferite al Cielo. Così la famiglia di Ildegarda fu una di quelle che non opposero ostacoli alla vocazione della giovinetta, ma anzi la consacrarono a Dio all’età di tre anni. Vocazione, però, non del tutto ordinaria: fin da bambina, la futura santa aveva il dono di una doppia capacità percettiva, ossia poteva vedere per mezzo dei sensi fisici e di quelli spirituali. Due mondi le erano accessibili: il mondo fisico, temporale e il mondo arcano degli spiriti, atemporale, eterno. Per mezzo di visioni, Dio le svelava i suoi misteri e la legge recondita delle creature. Ma, allo stesso tempo, la prostrava con malattie e sofferenze varie «perché non si gonfiasse di superbia», come le fu comunicato in una delle visioni.
La santità d’Ildegarda, quindi, non va ricercata nelle visioni, che sono gloria di Dio, ma nell’obbedienza costante e nella sottomissione alla volontà divina. Per obbedire a Dio, a soli otto anni Ildegarda entrò, come reclusa, tra le monache benedettine dell’eremo di san Disibodo (Disibodenberg). Per obbedienza e controvoglia, solo dopo i quarant’anni cominciò a mettere per iscritto le visioni, con la redazione dello “Scivias” (“Conosci le vie”) e di altre opere. La Sibilla del Reno - così fu soprannominata - scrisse ampliamente sulle discipline più disparate: teologia, filosofia, medicina, cosmologia, musica, poesia. Ma, in modo particolare, la santa va ricordata (e imitata) per alcune questioni importanti. A parte la mistica, Ildegarda aveva il carisma di un carattere risoluto. Rimproverò e ammonì apertamente, ad esempio, i costumi secolarizzati del clero e difese la Chiesa, contrastando le false dottrine anche per mezzo delle sue stesse opere letterarie, a volte con toni decisamente apologetici. Cristina Siccardi ci presenta pure l’Ildegarda scienziata, per la quale l’uomo di fede «deve compiere la sua opera nel mondo sciendo, cogitando e operando», senza alcuna opposizione alla fede. Ed è proprio la fede che riconosce nel cosmo un’intelligenza e una volontà divine, escludendo per esso ogni tipo di evoluzionismo o freddo meccanicismo. Per tutto questo Benedetto XVI ha recentemente (7 ottobre) proclamato santa Ildegarda Dottore della Chiesa.

Cristina Siccardi, Ildegarda di Bingen. Mistica e scienziata, Edizioni Paoline, 2012, pp. 232, euro 16,00

venerdì 22 marzo 2013

Dodici anni di episcopato dell’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi


L'Arcivescovo ha celebrato il dodicesimo anniversario della propria ordinazione episcopale il 19 marzo scorso, festa di San Giuseppe, nel Santuario di San Giuseppe della Chiusa-Ricmaje.

di Alessandro Perich

«Una felicissima coincidenza» ha definito l’Arcivescovo Mons. Crepaldi la celebrazione eucaristica di ringraziamento per il suo dodicesimo anniversario di ordinazione episcopale tenutasi martedì 19 marzo, solennità di san Giuseppe nel Santuario di San Giuseppe della Chiusa-Ricmaje contemporaneamente alla santa Messa dell’inizio del pontificato di Papa Francesco.
Il Vicario generale, Mons. Salvadè, ha rivolto l’indirizzo di saluto e ringraziamento, seguito da quello del Vicario dei fedeli di lingua slovena don Anton Bedenčič. Alle celebrazione, in lingua slovena e italiana, erano presenti, oltre a fedeli e sacerdoti, diversi collaboratori di Curia e il Seminario Redemptoris Mater al completo.
Nell’omelia, l’Arcivescovo, grato per l’ordinazione episcopale ricevuta a san Pietro per imposizione delle mani del Beato Giovanni Paolo II, ha ricordato come, in quella circostanza, abbia chiesto al Signore, alla Madonna e a San Giuseppe di custodire il suo ministero e la sua persona affinché fosse uno strumento nelle mani di Dio.
«Il Signore - ha detto - per il mistero santo della sua Incarnazione arriva a noi nella concretezza delle coordinate dello spazio e del tempo. E’ qui, nella concreta Chiesa di Trieste, che Lo incontriamo, beneficiamo della sua grazia attraverso il mistero sacramentale, facciamo tesoro dell’amicizia cristiana partecipando della stessa fede, della stessa speranza e della stessa carità. Esercitiamo il ministero di portare la croce, nel sopportarci e perdonarci reciprocamente, ministero che Papa Francesco ha con spontaneità e immediatezza presentato nel suo primo Angelus parlando della misericordia: “La misericordia cambia il mondo”».
Ha proseguito parlando dei Papi della sua vita, a partire da Pio XII fino a Papa Francesco, di cui ha avuto la possibilità di ascoltare l’omelia per l’inizio del ministero petrino, pochi minuti prima della celebrazione.

giovedì 21 marzo 2013

Il numero uno degli esorcisti: “Monti (e non solo) massone”


Padre Amorth: "Nel mondo comandano 7-8 persone. Hanno pestato i poveri e salvato i ricchi". E sul nuovo pontefice: "Temo che faccia la fine di Papa Luciani"

di Stefano Lorenzetto

Un giudizio senza appello sul capo dello Stato ormai a fine mandato e sul presidente del Consiglio in carica ancora per pochi giorni. Anzi, un anatema, considerato che a pronunciarlo è padre Gabriele Amorth, il più famoso esorcista del mondo, oltre 160.000 riti di liberazione compiuti su indemoniati.
Eccolo, trascritto alla lettera: «Chi comanda è chi ha i soldi. Il nostro mondo è gestito da 7-8 persone che hanno in mano i quattrini. Di Monti cosa vuole che dica? Non per niente è stato messo su da un massone! Perché Napolitano è massone. Non lo conosco personalmente (Monti, ndr), però per essere arrivato così, di colpo, al ruolo che ha... Solo con la potenza della massoneria poteva arrivarci».
È una videointervista che dura quasi due ore, raccolta l'11 marzo. Mi è stato concesso di visionarne un estratto di 24 minuti. Davanti alla telecamera l'anziano sacerdote della Società San Paolo denuncia come l'associazione segreta si sia infiltrata nel cuore stesso della Chiesa: «La massoneria ha i rami dappertutto. Anche in Vaticano, purtroppo. Esiste. Perché è basata sul denaro, sulla carriera. Si aiutano reciprocamente».
In una successiva testimonianza di 15 minuti filmata il 13 marzo, nel pomeriggio in cui il conclave ha eletto il cardinale Jorge Mario Bergoglio al soglio di Pietro, l'esorcista racconta di come la massoneria sia riuscita a cacciare Ettore Gotti Tedeschi dalla guida dello Ior, dove Benedetto XVI l'aveva chiamato per uniformare la Santa Sede alle normative in materia di trasparenza e di antiriciclaggio. In una pausa delle riprese, il paolino ha espresso un terribile presentimento, portandosi una mano sul cuore: «Papa Luciani ce l'ho qua e non vorrei che il nuovo pontefice facesse la stessa fine».
I due video sono stati girati dal regista Massimo Emilio Gobbi, convocato a Roma da un cardinale (non italiano) della curia romana conosciuto anni fa attraverso monsignor Emmanuel Milingo, l'arcivescovo-esorcista dimesso dallo stato clericale nel 2009 e finito a recitare in Kamorrah days, un film di Gobbi. «Il porporato», spiega il cineasta, «mi ha informato che padre Amorth, 88 anni a maggio, intendeva dettare una sorta di testamento spirituale, ma soprattutto farne giungere uno spezzone ammonitorio al presidente degli Stati Uniti. S'è infatti convinto che Barack Obama, protestante aderente alla United Church of Christ, sia passato dalla parte di Satana dichiarando incostituzionale il divieto dei singoli Stati americani alla celebrazione delle nozze gay».
Ma perché il cardinale straniero amico di padre Amorth ha deciso di affidare il delicato compito proprio a Gobbi, autore di film non propriamente per educande? È presto detto: il regista, fondatore del movimento politico «Il Kennedy italiano» ispirato a sé medesimo, nel 2007 incontrò Obama: «Lo conobbi attraverso Ron Paul, candidato alla presidenza degli Stati Uniti, appoggiato con 50 milioni di dollari dal finanziere George Soros, per il quale ho lavorato».
Gobbi riferisce che fra lui e padre Amorth, partigiano a 18 anni nella Brigata Italia, ordinato prete nel 1954 e laureato in giurisprudenza, s'è subito instaurato un clima di grande fiducia: «Nonostante l'età avanzata, ha una lucidità mentale straordinaria. Prima di cominciare le riprese, mi ha persino chiesto: Ha fatto il bianco?. È l'espressione gergale usata dai cineoperatori quando bilanciano la telecamera puntando l'obiettivo su un cartoncino di quel colore».
Mentre il neoletto Papa Francesco manifesta con forza un anelito di spiritualità («ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!»), il vecchio esorcista traccia nella videointervista un profilo esattamente opposto della barca di Pietro: «Purtroppo anche nella Chiesa ci sono quelli che vanno avanti a forza di carriera, a forza di soldi, a forza di corruzione. Anche nella Chiesa c'è una grande massa di massoni. E anche tra i cardinali ce ne sono, altroché, altroché! Perché di fronte al dio denaro uno ammazzerebbe suo padre, sua madre, i suoi figli. Anche un uomo di Chiesa lo fa, se non ha fede. La massoneria è diventata la padrona nella gestione del denaro, un qualcosa di una potenza enorme. Ma cosa crede? Che sia il capoccia degli Stati Uniti, Obama, a comandare? Macché. Gli uomini politici sono tutti soggetti alla massoneria».
A questo punto padre Amorth sferra l'attacco a Giorgio Napolitano, definito senza perifrasi «massone», e a Mario Monti, imposto come premier dal capo dello Stato nel novembre 2011: «Sappiamo solo che hanno pestato i poveri e non hanno toccato i ricchi. Questo lo sappiamo con certezza. Pestato i poveri e non toccato i ricchi», ripete. «Per prima cosa io avrei dimezzato la paga a tutti i parlamentari, ai ministri». E ancora: «Le leggi di Monti... Ho visto varie persone che si sono suicidate in seguito a queste leggi. Un caso comunissimo: un cittadino possiede un appartamentino dove abita, quindi che non gli rende, e non ha entrate. Gli mettono tasse da pagare, e robuste, oltre 2.000 euro l'anno. Che fa? Io ne ho già conosciuti tanti che mi hanno detto: guardi, padre, l'unica soluzione è il suicidio».
«L'intervista con padre Amorth era fissata per il 6 marzo, ma alle 3 di notte ho avvertito un dolore lancinante al petto», racconta il regista Gobbi, cardiopatico iperteso, già colpito da infarto miocardico acuto nel 1992. «Alle 9 del mattino, anziché prendere l'aereo per Roma, sono stato ricoverato all'ospedale civile di Venezia, dove mi è stata diagnosticata un'ischemia coronarica acuta», ed esibisce tanto di referto medico. «Era già stato programmato per l'indomani un intervento chirurgico. Verso sera viene al mio capezzale un medico e mi dice: Lo sa che l'ischemia non c'è più? Completamente sparita. Non riusciamo a capire, e mi ha dimesso».
Gobbi è convinto che il diavolo ci abbia messo la coda. Nonostante la vita sregolata che conduce, il regista dimostra se non altro d'avere più fede di quel cardinale che un giorno gelò padre Amorth con le seguenti parole: «Lei fa l'esorcista, ma lo sappiamo entrambi che Satana non esiste, no? Tutta superstizione. Andiamo, non vorrà farmi credere che lei ci crede davvero?».

mercoledì 20 marzo 2013

San Giuseppe custode dei doni dello Spirito Santo


di Silvio Brachetta

Faccio mie le parole di Papa Francesco, che ha dedicato l’omelia d’insediamento al pontificato a san Giuseppe. In particolare a san Giuseppe «custos» – «custode» – di Maria e di Gesù. Come Giuseppe, la persona umana e il cristiano, in particolare, ha la «vocazione del custodire», sprigionata dall’amore che Dio ci dona gratuitamente.

Che cosa c’è da custodire? Primariamente è da custodire «Cristo nella nostra vita», dice il Santo Padre. Poi sono da custodire gelosamente i «doni di Dio», che sono i setti doni dello Spirito Santo. Per mezzo di questi doni l’uomo fortifica le sue virtù, castiga i vizi e giunge finalmente al porto della salvezza. Dal Creatore, infine, l’amore si espande sulle creature, come specialmente ha dato testimonianza san Francesco d’Assisi.
Il Poverello, come san Giuseppe, divenne «custode» dei propri fratelli e sorelle con immensa cura e premura. E, di conseguenza, prese in custodia l’intero creato, per cui non esitò a chiamare fratello e sorella il fuoco, l’acqua, le stelle e addirittura la morte. La «vocazione del custodire» – dice il Pontefice – «è il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore […]. È l’aver cura l’uno dell’altro […]. È il vivere con sincerità le amicizie, che sono un reciproco custodirsi nella confidenza, nel rispetto e nel bene […]. È il custodire l’intero creato, la bellezza del creato, come ci viene detto nel Libro della Genesi»

Ma come e in che modo si deve custodire? Con il servizio amorevole agli altri, perché «solo chi serve con amore sa custodire», dice il Papa. San Giuseppe serve e custodisce «con discrezione, con umiltà, nel silenzio, ma con una presenza costante e una fedeltà totale, anche quando non comprende». Egli «accompagna con premura e tutto l’amore ogni momento» e trova la capacità di fare questo poiché cerca sempre di comprendere la volontà di Dio, il suo disegno. Per questa sua umiltà san Giuseppe riesce a «leggere con realismo gli avvenimenti, è attento a ciò che lo circonda e sa prendere le decisioni più sagge».

Ma soprattutto dobbiamo custodire il nostro cuore, cioè «avere cura di noi stessi». È necessario vigilare sui nostri sentimenti e sul nostro cuore, «perché è proprio da lì che escono le intenzioni buone e cattive: quelle che costruiscono e quelle che distruggono». Da questa cura e premura, nasce la cura e la premura verso Dio e verso il nostro prossimo. Come in Giuseppe si accrescono nel nostro animo la premura, la tenerezza e la bontà di Gesù Cristo.
«Non dobbiamo avere timore della bontà, della tenerezza»! – dice Papa Francesco. Sia per noi, dunque, di guida questo suo insegnamento durante questa santa Quaresima di penitenza e di conversione.

La “via italiana al socialismo”? Un vicolo cieco


Una raccolta di scritti di Enrico Berlinguer dimostra il carattere illiberale della sinistra. Di ieri e di oggi

di Giampietro Berti

«Noi vogliamo arrivare a realizzare qui, nell'Occidente europeo, un assetto economico, sociale, statale non più capitalistico, ma che non ricalchi alcun modello e non ripeta alcuna delle esperienze socialiste finora realizzate e che, allo stesso tempo, non si riduca a consumare esperimenti di tipo socialdemocratico, i quali si sono limitati alla gestione del capitalismo».

In questa frase - tratta dalla famosa intervista rilasciata nell'agosto del 1978 da Enrico Berlinguer a Eugenio Scalfari sul leninismo - sono riassunte tutte le premesse fallimentari della via italiana al socialismo (intervista e altri articoli ora contenuti in Enrico Berlinguer, La passione non è finita, Einaudi, pagg. 174, euro 12, a cura di Miguel Gotor). Si dirà: Non si può impiccare un uomo per una frase. Sì, se fosse così; però questa non è una semplice frase perché esprime il concetto-chiave della strategia per la realizzazione del socialismo in Italia, via peraltro già tracciata da Togliatti all'indomani della seconda guerra mondiale. Il rifiuto aprioristico di una Bad Godesberg, vale a dire di una vera socialdemocratizzazione, porta la «terza soluzione» al fallimento, dato che il capitalismo risulta inseparabile dalla forma politica liberal-democratica che quasi sempre lo accompagna: negli ultimi centocinquant'anni abbiamo conosciuto in tutto il mondo regimi politici a struttura capitalistica senza liberal-democrazia, ma non abbiamo conosciuto alcun regime liberal-democratico senza una base socio-economica capitalistica.

Si tratta, insomma, della quadratura del cerchio perché mette in evidenza l'impossibilità per il comunismo italiano di fuoriuscire dal capitalismo pretendo, al contempo, di mantenere la democrazia; e di potere avviare, sempre al contempo, una politica anticapitalista all'interno di un sistema capitalista. Nelle pagine di La passione non è finita si può toccare con mano queste insuperabili contraddizioni. Berlinguer, e con lui tutti i comunisti italiani, una volta preso atto che non si poteva giungere alla «società senza classi», secondo le indicazioni marxiste dell'abbattimento rivoluzionario della società capitalista, furono costretti a inventarsi, per l'appunto, una via italiana al socialismo. Di qui la strategia gramsciana diretta a controllare il più possibile una parte della società civile e istituzionale - con una pressante egemonia culturale (Università, scuola, editoria, giornali, magistratura, ecc.) e, per logica conseguenza, l'attivazione etico-politico di tale impostazione, riassumibile nella condanna morale della società borghese.

Ecco dunque le proposte di un «trattamento» interno del capitalismo basate sulla critica del consumismo edonistico, che di fatto si traduceva nel «mettere a dieta» tutto il sistema produttivo e distributivo con la conseguente mortificazione di ogni logica di sviluppo economico e sociale. L'austerità proposta da Berlinguer altro non era, infatti, se non la volontà di attuare un sistematico salasso sulla libera impresa e sul libero mercato; salasso che, se vincente, avrebbe snaturato completamente il sistema produttivo e distributivo, tagliando le gambe a ogni propulsione, con il risultato inevitabile di creare una povertà generalizzata.
Siamo qui, in altri termini, al mito nefasto secondo cui una riduzione dello sviluppo economico porta a una maggiore umanizzazione della società (mito oggi riproposto, ad esempio, sotto la forma del radicalismo ecologico da Serge Latouche con l'idea della decrescita); mito, si badi bene, che implica sempre una qualche forma di pianificazione economico-politica, che a sua volta conduce al potenziamento dello Stato sulla società. Si tratta di un moralismo che dimostra in modo inequivocabile la sostanziale incapacità dei comunisti di fronteggiare e di gestire la modernità, dato che questa, ridotta all'osso, si può sintetizzare in una sola parola: individualismo. Vale a dire una concezione della vita che è stata espressa nel modo più compiuto proprio dalla società borghese.

Ci si domanda qui: come è possibile pensare che tutto ciò - allora come adesso - possa essere considerato ancora attuale e proponibile? In realtà questa condanna morale - svolta in modo anche strumentale per mantenere viva negli adepti la fede nel «totalmente altro» (il capitalismo, comunque, è il male e va perciò condannato) rende evidente la mancanza di un reale, credibile modello economico-sociale alternativo al sistema vigente. È un'insufficienza che di fatto porta all'affossamento della «società aperta», tanto da sfociare, non a caso, nel compromesso storico, ovvero nella convergenza «totalitaria» del cattocomunismo (l'organico incontro fra comunisti e cattolici di sinistra), la cui natura era e resta irrimediabilmente avversa a ogni ratio e a ogni ethos liberali, essendo nient'altro che l'abbraccio mortale - per i cittadini italiani - fra due chiese.
L'austerità, il cosiddetto «sviluppo sostenibile», il compromesso storico, la democrazia organica, la questione morale sono state e sono tutte versioni di un unico registro profondamente anti-liberale: la volontà di mettere le mani sulla libertà dell'individuo, un vizio micidiale di cui i comunisti allora, e i post comunisti oggi, non sono riusciti e non riescono a liberarsene, essendo parte integrante del loro Dna.

martedì 19 marzo 2013

Il massacro dei lumi


I “gufi maledetti” che in Vandea si opposero alla Rivoluzione. La Francia dibatte se riconoscere il genocidio

di Giulio Meotti

La Vandea è nomen omen del massacro di innocenti, al pari della notte di San Bartolomeo, di Guernica, di Srebrenica. Eppure in Francia, a distanza di oltre due secoli, la Vandea resta uno scandalo difficile da maneggiare. La parola “Vandea” fino a pochi anni fa era sinonimo di cattolico reazionario. Sono i “chouans”, gufi maledetti. Baciapile, nemici della Rivoluzione, servi dei nobili, sanguinari. Di Vandea si è tornati a parlare in Francia, in Parlamento, sui giornali e sugli schermi televisivi. L’Ump, il partito di opposizione, ha presentato in Assemblea nazionale un disegno di legge che ha lo scopo di riconoscere il “genocidio vandeano”, che ebbe luogo, a più riprese, tra il 1793 e il 1796 per opera delle truppe rivoluzionarie di Robespierre nei confronti degli abitanti della regione contadina della Vandea. I sostenitori della tesi del genocidio parlano di una “congiura del silenzio”, in cui la politica e la storiografia avrebbero cospirato perché cadesse nell’oblio il grande sacrificio dei vandeani, colpevoli di aver difeso le loro convinzioni religiose contro il nuovo potere ateo e giacobino. Le “colonne infami” repubblicane compirono spietati massacri contro i vandeani, lasciando sul terreno dai duecentocinquanta ai trecentomila morti.

“Se approvasse la proposta sul genocidio, la Repubblica accetterebbe per la prima volta di guardarsi allo specchio”, ha scritto sulla rivista Causeur lo storico Frédéric Rouvillois. “Per la prima volta riconoscerebbe il terribile delitto che ha segnato l’inizio della propria storia”. Di parere opposto lo storico della Rivoluzione francese, Jean-Clément Martin: “I crimini sono crimini, ma manca la logica”. Significa che i vandeani non furono sterminati in quanto tali, ma sono stati vittime di una guerra civile. Lo spiega così Alain Gerard: “La Rivoluzione non poteva ammettere che il popolo si ribellasse contro di lei. Per questo la Vandea doveva scomparire”.
La tesi del genocidio è stata portata avanti da Reynald Secher, uno dei maggiori storici delle guerre vandeane, secondo il quale “quelle rappresaglie non corrispondono agli atti orribili, ma inevitabili, che si verificano nell’accanimento dei combattimenti di una lunga e atroce guerra, ma proprio a massacri premeditati, organizzati, pianificati, commessi a sangue freddo, massicci e sistematici, con la volontà cosciente e proclamata di distruggere una regione ben definita e di sterminare tutto un popolo, di preferenza donne e bambini” (“Il genocidio vandeano”, Effedieffe Edizioni, Milano 1989).

La Vandea oggi è mito e tabù, tanto che il massacro alla chiesa di Petit Luc a Roche sur Yon viene accostato a quello nazista di Oradour nel 1944. Il leader della gauche militante Jean-Luc Mélenchon ha protestato vivacemente per un programma televisivo andato in onda su France 3, dove Robespierre viene chiamato “il boia della Vandea” (le bourreau de la Vendée). Anche il settimanale Nouvel Obs attacca il documentario di Franck Ferrand, in cui le armate giacobine vengono accostate alle Einsatzgruppen naziste. I preti che insorgono in Vandea erano chiamati “corvi neri”. Scortate da gendarmi mal vestiti, con la coccarda tricolore sui cappellacci, le carrette della Rivoluzione erano cariche di questi preti refrattari detti “insermentés”, quelli che non hanno giurato, che hanno mantenuto fedeltà all’autorità del Pontefice, cancellata per decreto. Georges Jacques Danton avrebbe voluto fare un mazzetto di tutti i preti refrattari su cui si riusciva a mettere le mani, imbarcarli a Marsiglia e scaricarli da qualche parte sulle coste dello stato della chiesa, come una trentina di anni prima Sebastião José de Carvalho y Melo, marchese di Pombal, illuminato primo ministro dell’illuminato re Giuseppe I, aveva tentato di fare con i gesuiti espulsi dal Portogallo.

Tutti i libri in latino, fossero pure i “Colloqui” di Erasmo da Rotterdam, finirono nel fuoco. I preti nella trappola di Rochefort furono più di quattrocento. Nelle loro ciotole di legno la Rivoluzione versò solo carne putrida, merluzzo andato a male, malsane fave di palude. L’acqua era infetta. A chi ne chiedeva di più, i fidati seguaci della Dea Ragione rispondevano di servirsi pure, mostrando a dito l’oceano. Vi furono presto casi di delirium tremens, di follia. In poche settimane fu un’ecatombe di sacerdoti. I guardiani abbandonarono la nave. I morti venivano scaraventati in mare o seppelliti nella palude. Per non sbagliare qualcuno venne sepolto mentre ancora respirava.
In Vandea la guerra non ebbe un centro, ma era dappertutto, perché ovunque vi fosse un vandeano, fanciullo o adulto, uomo o donna che fosse, là per la Repubblica si trovava un “soldato nemico”. Nessuna delle regole dell’antica arte militare fu rispettata in quella guerra, perché fu la “prima guerra moderna”, in cui dei civili si fece carne da macello. In Vandea le armi principali furono le preghiere nelle chiese solitarie, le corone di rosario agli occhielli, i “sacri cuori” cuciti agli abiti, le processioni e le riunioni nei boschi, i giuramenti di rifiutarsi al reclutamento, i racconti dei miracoli, fu la rivolta di tutto un popolo, in cui le congiure erano nascoste dietro l’altare di ogni borgo contadino. I sacerdoti officiarono nelle brughiere e nelle paludi. Per primi s’armano i contadini. Mentre altrove in Francia sono state le classi superiori ad avere spinto il popolo, nella Vandea cristianissima è il popolo a incitare le classi superiori. A dispetto di certa storiografia, i contadini della Vandea non erano monarchici più di altri, non furono supini sostenitori dell’Ancien Régime. Erano profondamente cattolici. L’origine di questa fedeltà vandeana alla chiesa ebbe radici antiche, affonda in un passato di simpatie calviniste e nell’opera di catechizzazione dei missionari della Compagnia di Maria e delle Figlie della Saggezza.

Il generale vandeano era un venditore ambulante. Si chiamava Jean Cathelineu, per tutti “il santo d’Anjou”. E’ intento a impastare il pane, quando sente la voce che gli comanda di alzarsi e mettersi a capo di questa guerra santa. Guida una folla armata di falci, bastoni e pochi fucili, in cui le donne, nei campi e nei boschi, pregano in ginocchio per la vittoria dei loro mariti e figli. Da ogni angolo della regione si leva un augurio che è un grido di odio verso i giacobini e il loro ateismo. I vandeani conquistano le città e poi le abbandonano. La facoltà di dissolversi e ricomporsi è la loro forza e la loro debolezza. Guidati dal santo di Anjou attraversano a decine di migliaia la Loira per liberare Nantes, per coinvolgere nella loro guerra i fieri “chouans” realisti della Bretagna.

Papa Karol Wojtyla ha beatificato, durante il suo pontificato, 164 di questi “martiri” della Rivoluzione francese. Nel corso di una controversa visita in Vandea, pronunciò un discorso ben lontano dal revanchismo. Nel rendere onore ai vandeani caduti nell’impari lotta contro le armate illuministe, Giovanni Paolo II sottolineò la loro testimonianza di fede, ma trascurò, se non addirittura condannò, il senso politico della controrivoluzione. Forzando un po’ la storia, il Papa affermò che anche i vandeani “desideravano sinceramente il necessario rinnovamento della società”, circoscrisse alla difesa della libertà religiosa la loro ribellione, non tacque i “peccati” di cui anch’essi si erano macchiati nell’asprezza della lotta (sanguinose furono le rappresaglie vandeane contro i rivoluzionari).

Anche nella chiesa cattolica ci sono opinioni differenti sulla Vandea. Padre Giuseppe De Rosa sulla Civiltà Cattolica ad esempio ha scritto che la guerra di Vandea di due secoli fa andrebbe guardata con maggiore “spirito critico”, senza farne una “bandiera” e, tanto meno, il “simbolo dell’autentico cristianesimo”. Di diverso avviso l’arcivescovo di Bologna, cardinale Giacomo Biffi, secondo il quale “in quanto è avvenuto in Vandea trovano le loro premesse le stragi che hanno insanguinato l’intero XX secolo in nome o di un assurdo ideale di giustizia, o di un’aberrante esaltazione di una nazione o di una razza, o di un egoismo mascherato da civile comprensione”.

La Vandea come preludio di Auschwitz, del Ruanda, del Gulag. Lo storico della Rivoluzione francese Jules Michelet parla così dei vandeani: “Ci imbattiamo in un popolo sì stranamente cieco e sì bizzarramente sviato che si arma contro la Rivoluzione, sua madre. Scoppia nell’ovest la guerra empia dei preti”. Anche un figlio dei Lumi come Andrè Glucksmann ha definito la Vandea “la prima Glasnost dopo i giorni del Terrore”. E’ la rivelazione del male compiuto da Robespierre. E anche Jean Tulard, docente all’Università Paris IV ed esperto di Vandea, paragona le azioni dei giacobini agli eccidi ordinati da Stalin. Gli storici non amano i paragoni con l’Olocausto. Ma della Vandea parlano come di un “popolicidio”, mentre a lungo storici marxisti hanno letto la guerra di Vandea come una guerra della borghesia centralizzatrice delle città contro il popolo contadino.
Varrà la pena di ricordare che i vandeani sono stati sterminati con metodi non dissimili da quelli nazisti. Così si legge sul Bollettino ufficiale della nazione: “Bisogna che i briganti di Vandea siano sterminati prima della fine di ottobre. La salvezza della patria lo richiede”. I vandeani sono considerati degli “ominidi”, delle sottospecie di uomini, e in quanto tali non aventi diritto a un territorio.

Il nome stesso Vandea viene eliminato, deve scomparire. Si assegna un nuovo nome alla Vandea chiamandola “dipartimento Vendicato”, per esprimere appunto questa volontà di ripopolare quella parte di Francia un tempo abitata da “cattivi francesi”.
Quello della Vandea è il primo genocidio della storia ideologica del mondo contemporaneo. Le Colonne infernali, tagliagole al comando del generale Louis Marie Turreau, devastarono la regione con feroce acribia cartesiana. Fucilazioni, annegamenti, falò di parrocchie zeppe di civili, camere a gas. C’era l’onta di un pezzo di Francia che aveva osato levarsi contro la volonté générale, ma anche il diffondersi d’idee malthusiane in una Francia attanagliata dalla fame per colpa della stessa rivoluzione. Così i giacobini concepirono, votarono all’unanimità e realizzarono l’annientamento di un gruppo umano religiosamente identificabile. Con ben due leggi, scritte e conservate negli archivi militari: il 1° agosto si decise la distruzione del territorio, degli abitati, delle foreste e dell’economia locale; il 1° ottobre si ordinò lo sterminio degli abitanti, prima le donne (“solchi riproduttori”) poi i bambini. Leggi in vigore fino alla caduta di Robespierre, nel luglio 1794. Tutto come Hitler prima di Hitler. Si usò in Vandea il termine “race”: un vocabolo che, di conio illuminista (Voltaire, Buffon, l’Encyclopédie), produsse lì subito l’idea di una “race maudite” da estirpare. Bertrand Barère, membro del “Comité de salut public”, gridava dalla tribuna: “Quelle campagne ribelli sono il cancro che divora il cuore della Repubblica francese”.

Quanti furono i morti? Un vandeano su tre? Centoventimila o seicentomila, come sostiene lo storico Pierre Chaunu? “Qualsiasi rivoluzione scatena negli uomini gli istinti della più elementare barbarie, le forze opache dell’invidia, della rapacità e dell’odio”, disse il grande scrittore russo Aleksandr Solzenicyn quando inaugurò a Lucs-sur-Boulogne un memoriale dedicato ai martiri del massacro perpetrato in questa piccola località dalle truppe repubblicane del generale Cordelier. In poche ore, fra il 28 febbraio e il primo marzo del 1794, furono uccise 564 persone, fra cui 110 bambini al di sotto dei sette anni. “Il XX secolo ha notevolmente ottenebrato l’aureola romantica della rivoluzione del XVIII secolo”, disse ancora l’autore di “Arcipelago Gulag”.

Nonostante le esecuzioni sommarie di Angers, nonostante le “noyades”, gli annegamenti notturni a Nantes, in cui senza processo in due mesi vennero gettati nell’estuario della Loira da due a tremila tra preti “refrattari”, la resistenza della Vandea non venne domata. Per vincere i vandeani, caduto il Comitato di salute pubblica, la Rivoluzione pensò di ricorrere a “la douceur”, alla dolcezza. Si consigliò ai soldati dalla casacca azzurra di partecipare alle funzioni nei villaggi, di rispettare i preti e la fede della povera gente. Alla fine era la Vandea che aveva vinto, seppure da un immenso cimitero.

Al termine della guerra, il generale francese Joseph Westermann spedì una breve lettera al Comitato di salute pubblica: “Non c’è più nessuna Vandea. Secondo gli ordini che mi avete dato, ho massacrato i bambini sotto i cavalli e le donne non daranno più alla luce briganti. Non ho prigionieri. Li ho sterminati tutti”. Sembra un inveramento delle parole pronunciate negli anni del Terrore dal celebre moralista Chamfort: “La Rivoluzione è un cane randagio che nessuno osa fermare”.

lunedì 18 marzo 2013

Colpo di mano in Parlamento


di Stefano Fontana

La nuova Presidente della Camera, Laura Boldrini, fa parte di un partito che ha preso alle elezioni il 3 per cento dei voti. Il nuovo presidente del Senato, Pietro Grasso, diversamente da molta parte dell’opinione pubblica, non considera disdicevole che i magistrati, dopo aver condotto delicatissime indagini ed essere al corrente di una miriade di informazioni riservate, entrino in politica. La coalizione di sinistra ha preso meno del 30 per cento dei voti elettorali e ha piazzato propri uomini alla seconda e alla terza carica dello Stato. Ora manca solo Prodi al Quirinale e poi siamo a posto.
Queste elementari osservazioni evidenziano la gravità della situazione creatasi dopo l’elezione dei presidenti di Camera e Senato. Sia dal punto di vista degli equilibri politici ed istituzionali, sia da quello della cultura politica dei vincitori.
Bersani sembrava ormai cotto ed invece con queste ultime mosse è risuscitato. Sembrava cotto perché faceva offerte a Grillo da cui riceveva insulti. Con Berlusconi non voleva governare e quindi non offriva a Giorgio Napolitano nessun plausibile motivo per ricevere l’incarico di formare il governo. Il vincitore alle elezioni perdeva la partita del dopoelezioni. Ora, invece, è riuscito a togliersi di dosso Franceschini e Finocchiaro, candidati di apparato Pd alle due poltronissime, a rompere il fronte dei Grillini e a dimostrare che una maggioranza in Senato ci può essere. Adesso Napolitano gli può dare l’incarico di governo. E’ vero che, così facendo, Bersani è diventato un po’ Renzi, ed è anche vero che dieci Grillini raccogliticci non garantiscono alcunché per il futuro, però bisogna riconoscere che questa mano è sua.
Nell’operazione Senato, Mario Monti ha fatto la figura peggiore. Ha tentato di farsi eleggere alleandosi con il Pdl, è stato bloccato - Costituzione in mano - da Napolitano, che gli ha imposto di rimanere al governo, e alla fine il suo gruppo ha votato scheda bianca, sparendo di fatto dalla partita.
Monti presidente del Senato richiede un supplemento di riflessione. A parte i motivi costituzionali fatti presenti da Napolitano, valutando a naso, l’idea era piuttosto indecente. Monti non è mai stato eletto. E’ stato nominato senatore a vita un giorno prima di essere incaricato di formare il governo tecnico perché non avesse bisogno di fare ragionamenti politici ma ne facesse solo di tecnici. Alle elezioni, invece, decide di scendere in politica. Forma un partito senza candidarsi (non ne ha bisogno). Contemporaneamente continua a guidare il governo e a farsi vedere in Tv. Infine, mentre il suo mandato di governo tecnico sta finendo, lui, senatore non eletto, vuole fare il presidente del Senato e lasciare il governo alla Cancellieri in questo scampolo di legislatura. E’ proprio la “salita” in politica.
Nel frattempo, altra pesante anomalia, il Pdl è completamente in un angolo. Con 3000 voti in più avrebbe vinto le elezioni, ma nei suoi confronti pesano una conventio ad escludendum ideologica e il peso delle prossime sentenze sul leader Berlusconi. Di fatto un terzo degli elettori italiani non ha voce in capitolo in questa fase postelettorale.
Allo stallo del quadro politico hanno fatto da contrappunto i discorsi di insediamento di Laura Boldrini e Pietro Grasso. Discorsi così densi di ideologia da sembrare un programma di governo da parte di chi non ha compiti di governo. Ambedue hanno elencato le cose da fare, mentre sanno che non spetta a loro farle e che forse non ci sarà nemmeno un governo che potrà farle. Tutti e due hanno elencato i problemi e i ceti sociali da aiutare. Tutti e due hanno tirato dalla loro parte Papa Francesco, paragonando la svolta nella Chiesa a quella della loro elezione, senza sapere che nella Chiesa di svolte non ce ne sono e che forse anche la loro è di breve durata. Pietro Grasso si è dilungato anche su una sua concezione dei “diritti” e della “coscienza” che non ci lascia molte speranze.
Prosopopea ideologica, insicurezza politica, confusione istituzionale, alta strategia dello scippo sottobanco di dieci Grillini. Il quadro è deprimente, con un’unica conferma. Come già si diceva su La Nuova BQ, c’è un’ampia area politica di cultura radicale. Il passaggio dei dieci transfughi grillini a sostegno del Partito Democratico lo evidenzia. L’atonia della Lista civica di Monti, pure. In questo parlamento la cultura di sinistra è ampiamente maggioritaria e quando ci sono basi comuni culturali è possibile che qualche soluzione politica la si trovi. Ed infatti la troveranno. Non si andrà a votare di nuovo.

© La Nuova Bussola Quotidiana

domenica 17 marzo 2013

Intervista a S. B. Mons. Fouad Twal


di Silvio Brachetta

Con estrema cortesia il Patriarca latino di Gerusalemme, Mons. Fouad Twal, ha risposto ad alcune domande sulla situazione sociale e religiosa in Medioriente.
S. B. Mons. Fouad Twal, nato a Madaba (Giordania) nel 1940, è stato il primo Vescovo arabo nordafricano, quando nel 1995 divenne Arcivescovo di Tunisi. Mons. Twal ha ricevuto il pallio di Patriarca di Gerusalemme dei Latini dalle mani di Benedetto XVI il 19 marzo 2008.

C’è differenza tra la vita dei cristiani in Terra Santa e in Africa del nord?

Ringrazio e saluto cordialmente i lettori del vostro Settimanale. Sono felice di essere con voi per questi due giorni. Ho servito per tredici anni a Tunisi, come Arcivescovo e Presidente della Conferenza episcopale del Nordafrica. Benché l’Africa del nord sia geograficamente situata in Africa, socialmente è piuttosto una realtà simile al mondo musulmano arabo mediorientale. Non è cioè il mondo africano tradizionale. Poi ho notato che l’Islam dell’Africa nera [interna, ndr] è più dolce e non così esigente come l’Islam del mondo arabo in Nordafrica o in Medioriente. Si tratta, in questo secondo caso, di un Islam più duro, che parla una stessa lingua araba, per evidenti legami religiosi. C’è anche un comune fondamento tradizionale. L’Islam dell’Africa nera è invece dolce a tal punto, che nella stessa famiglia si possono trovare fratelli e sorelle di religioni differenti. Non stupisce trovare famiglie cristiane e, allo stesso tempo, musulmane. Questo non potrebbe mai capitare nel mondo arabo musulmano, che è più fanatico.

Le autorità ebraiche di Gerusalemme sono ostili solo ai musulmani o anche ai cristiani?

Questo è un tema molto delicato. Do l’esempio di Gaza, dove abbiamo avuto la guerra, anche di recente. Una bomba o un missile israeliano che viene dal cielo non chiede, prima di cadere, chi è cristiano o musulmano. In genere i cristiani e i musulmani di Terra Santa parlano l’arabo e, agli occhi degli israeliani, sono difficilmente riconoscibili. I cristiani sono parte integrante della popolazione e non vi sono differenze evidenti, soprattutto ai checkpoint [posti di blocco, ndr] israeliani: non chiederanno mai chi è cristiano o musulmano. La distinzione, da parte israeliana, è solo tra ebrei e non ebrei. Gli israeliani non sono molto aperti agli altri. Sono un popolo chiuso, che ha sempre avuto paura del passato e del presente. Alimenta e ama la paura anche a proposito dell’Olocausto, che è certamente un crimine innegabile contro l’umanità, ma che però non può diventare un pretesto per vivere solo nel passato. Vivere sempre nel passato fa male alla salute dell’anima e del corpo. Meglio guardare al futuro.

Lei ha incontrato recentemente (9 gennaio 2013) Teofilo III, Patriarca greco ortodosso di Gerusalemme. Qual è la situazione circa le altre confessioni cristiane?

La Chiesa greco ortodossa ha la testa e il cuore maggiormente rivolti alla Grecia. Vengono in Terra Santa e a Gerusalemme più che altro per gestire i tanti beni immobiliari che possiedono. Fanno poco dal punto di vista pastorale. Hanno poche scuole, nessuna università né ospedale. In ogni caso, in Terra santa abbiamo cristiani latini, ortodossi e protestanti. La maggioranza latina è dotata di scuole, università e strutture di vario tipo.

Uno dei suoi desideri è quello della formazione giovanile, per assicurare una speranza al futuro. Ha preso iniziative in questo senso?

Io tengo all’educazione e credo in essa. Questo è il motivo per cui da alcuni anni abbiamo fondato la nuova Università di Madaba in Giordania, con la benedizione del Santo Padre. Devo dire che è la mia priorità, per il momento. L’Università ha più di ottocento studenti.

Il culto è libero a Gerusalemme?

I problemi sono tanti. C’è l’occupazione israeliana, c’è disoccupazione tra la gente, c’è l’immigrazione di cristiani che fuggono dalle zone di guerra e il numero dei cristiani qui residenti è sempre più ridotto. Comunque la libertà di culto esiste ovunque, a parte nei territori occupati militarmente da Israele, dove siamo in una situazione di guerra e di violenza: in questo caso non è garantita la libertà di accesso ai luoghi santi per i cristiani. È necessaria una lunga trafila burocratica per ottenere i permessi.

Qual è stata la sua formazione religiosa?

Sono nativo della Giordania. Siamo i primi cristiani della regione, siamo cristiani prima dell’arrivo dell’Islam, siamo la prima comunità cristiana nella storia, siamo i discendenti degli Apostoli. Siamo tutto questo e tutto questo ci ha dato una responsabilità particolare.

Carteggio francescano


Resto in attesa perplessa di sapere di piú, di conoscere meglio, sospendo un giudizio che sarebbe emotivo in questo momento. Voglio solo citare Edgar Allan Poe, addirittura: “We, of the nineteenth century, need some worker of miracles for our regeneration; but so degraded have we become that the only prophet, or preacher, who could render us much service, would be the St. Francis who converted the beasts” ("Marginalia" [15:225], Southern Literary Messenger, June 1849)".
Mettiamola così, siamo anche noi scaduti molto, tiepidi cattolici quali siamo, e diventati un po' sordi bestioni. Che sia questo il Francesco che ci scuoterà e ci avvierà sul cammino della conversione? Così sia, per lui e per noi.
Sergio

***

Non so... c’è qualcosa che continua a piacermi in questo papa, nonostante io preferisca le belle vesti merlettate di un altro Francesco (Forgione) - di un Padre Pio, cioè, che dice Messa...
Anche oggi papa Francesco ha parlato di Chiesa povera. Neanche questo piace alle mie orecchie antivaldesi, antidolciniane e antihussite. Sì, ma lo ha detto in modo da fare intendere (o almeno è questo che m'è parso d'intendere) che la Chiesa ha bisogno dello Spirito di povertà - e questo è verissimo, non è pauperismo.
Ho molto gradito l’omelia, nella quale dice espressamente di pregare il Signore e non il diavolo. Ed il programma di “camminare, edificare, confessare”. E poi anche, nella prima udienza, il riferimento al “Signore, unico Salvatore di tutti gli uomini”.
Mi piace la sua devozione alla Madonna e il suo carattere risoluto.
Vedremo. Spero tu abbia ragione.
Silvio

venerdì 15 marzo 2013

Sono un catto-dandy, ma via la mozzetta se serve a Gesù Cristo


di Camillo Langone

Mi ha spiegato tutto Frate Indovino e il suo meraviglioso calendario dove cercavo uno spunto per la preghierina da pubblicare oggi. Dunque, venerdì 15 marzo, Santa Luisa de Marillac vedova, San Clemente Maria sacerdote, Astinenza, e poi il detto del giorno: “Invan si pesca se l’amo non ha esca”.
Papa Francesco è l’esca che lo Spirito Santo ha fornito ai cristiani affinché si facciano nuovamente pescatori di uomini. Il nudo amo della ragione, l’amo ratzingeriano, non ha funzionato perché le plebi non sanno che farsene dei ragionamenti, loro capiscono solo il linguaggio dei sentimenti, che ci vogliamo fare. Hai voglia a distillare una vasta sapienza in raffinate lezioni magistrali: i colti ti respingeranno per incapacità di ammirare e gli ignoranti per incapacità di comprendere. Il volgo analfabetizzato dai media elettronici può capire solo messaggi molto semplici e il Papa venuto dall’altra parte del mondo sembra conoscere questa lingua: in ciò risulta immensamente più francescano che gesuita. A tal proposito inviterei a dimenticare la sua provenienza religiosa che nella Vecchia Europa ricorda solo cose vecchie e brutte: l’ipocrisia proverbialmente gesuitica, gli esercizi spirituali focalizzati sul peccato, i collegi con quel tanto di carcerario che si portavano appresso, la sbandata sessantottina, il cardinal Martini… E’ Bergoglio stesso, con la sua eloquentissima scelta onomastica, a chiedercelo: avrebbe potuto chiamarsi Ignazio come il Fondatore, avrebbe potuto chiamarsi Francesco Saverio come il grande missionario gesuita, invece ha deciso di chiamarsi Francesco e basta.
Niente Spagna tenebrosa, che ricorda a tutti l’Inquisizione, ma l’Umbria verde dei Santi che parlano agli uccelli. Qualche volta, negli anni scorsi, osservando melanconico la crisi dei movimenti cattolici su piazza, la loro minore capacità attrattiva, mi è capitato di sognare un nuovo movimento che ripartisse da Francesco che è come dire ripartire da Cristo ma con l’aiutino della letizia francescana, del sorriso di padre Cantalamessa, del “pace e bene” che disarma i peggio disposti. Sognavo un nuovo francescanesimo che ripartisse da un Francesco sine glossa e quindi fatto di povertà senza pauperismo, morale senza moralismo, chiesa senza clericalismo. Chissà che il sogno non si stia realizzando. Mi infastidisce il ritrattino di un Bergoglio pauperista. Il pauperismo è un’ideologia e ancor prima un’eresia: è come dire che il nuovo Papa è eretico. Invece abbiamo un Papa che ama Madonna Povertà alla maniera del suo grande omonimo e quindi misticamente, non sociologicamente. Mi infastidisce, il ritrattino inverosimile, specie quando proviene dagli ambienti tradizionalisti miei limitrofi. Ma come, non sapete che la tradizione, come perfettamente formulato da Massimo Camisasca, è “legame con l’essenziale e capacità di riconoscere ciò che non lo è”? Anche a me piacciono i flabelli e le sedie gestatorie però il cristianesimo mi piace di più e se occorre rinunciare alla mozzetta per salvare Cristo (la possibilità di annunciare Cristo) si riponga la mozzetta senza pensarci un minuto. Se poi occorre rinunciare allo Ior non ci penserei un secondo: condivido l’amore per i bei paramenti (siamo mica dandy per niente), non condivido la cocciutaggine di chi vuole mantenere in vita istituzioni tendenti al repellente. Inoltre: un cattolico sta col Papa che c’è, non si può essere papalini di un Papato inesistente.
Papa Francesco non toglie niente a nessuno, nemmeno ad Angelo Scola che a Milano potrà essere grande a prescindere: nemmeno Ambrogio ebbe mai fumate bianche eppure di lui molto è rimasto vivo mentre Papa Damaso e Papa Siricio sono sepolti in libri dimenticati. Il nuovo Pontefice non toglie niente a nessuno e restituisce alla chiesa messa all’angolo una grande libertà di manovra. Con la santa esca della santità personale proposta nell’unica forma comprensibile alle masse irose e invidiose, ovvero nella forma della povertà.