martedì 2 aprile 2013

Antropologia cristiana e Salvezza del mondo


di S. E. Mons. Giampaolo Crepaldi

Relazione al convegno “Il rinnovamento della Chiesa passa anche attraverso la testimonianza offerta dalla vita dei credenti” (Porta Fidei n. 6). Un Contributo dello Studium Generale Marcianum all' Anno della Fede (11 ottobre 2012- 24 novembre 2013).

Premessa

A leggere il titolo di questo mio intervento sono andate crescendo in me due domande. La prima: non è eccessivo mettere in relazione l’antropologia (pur se cristiana) con la salvezza? Il piano antropologico ha bisogno di salvezza, infatti, e quindi non può essere esso stesso a produrla. Giunge poi la seconda domanda: per salvezza del mondo intendiamo la salvezza del mondo “in quanto mondo”, ossia nella sua mondanità? Ma a questo livello, quello della mondanità del mondo, non può esserci salvezza, almeno nella pienezza di significato del termine.
Queste due domande, che immediatamente ci raggiungono appena letto il titolo, ci dicono che il livello in cui esso pone la questione non è l’ultimo livello, ma uno intermedio, che non può essere affrontato da solo, ma presuppone altro. La prima parte della frase – l’antropologia cristiana - presuppone Gesù Cristo, Creatore e Salvatore del mondo, e nella seconda parte – la salvezza del mondo - presuppone la ricapitolazione escatologica di tutte le cose in Cristo, fine della storia e del cosmo. Gesù Cristo sta quindi all’inizio e alla fine.
In altri termini, l’antropologia cristiana e la salvezza del mondo non possono essere poste in relazione tra loro in quanto tali, ma in riferimento ad un “di più” che il titolo non esprime ma che presuppone.

Il minimalismo cattolico

Mi sono attardato in questa premessa perché è in atto ormai da tempo un certo minimalismo cattolico, molto concentrato sull’uomo e sul mondo. La centralità assunta dall’antropologia ne è un esempio. L’intento è di far passare meglio l’annuncio cristiano nella società moderna e secolarizzata, incentrandolo appunto sull’uomo. L’esito però è spesso proprio l’opposto. Solo alcuni esempi. Dal minimalismo teologicoderiva una specie di minimalismo antropologico, sicché quello che si voleva valorizzare – l’uomo – viene alla fine sminuito. Dal minimalismo mariano non è derivato granché in termini di autentica valorizzazione della donna. Dal minimalismo liturgico non è arrivato granché in termini di consapevolezza del significato del culto cattolico. Dal minimalismo epistemologico, con l’abbandono di un approccio metafisico alla verità[1], sostituito da un apparentemente più umile approccio ermeneutico, non è derivata una ripresa della ricerca della verità quanto piuttosto una stanchezza e quasi una estenuazione nei confronti del vero. Per dirla in termini ancora più netti: mentre ci siamo concentrati sull’antropologia, nella cultura vissuta di oggi si è perso interesse per cosa significhi essere uomo, e non ce ne siamo accorti. Il concetto stesso di natura umana è non solo messo in discussione, ma in certi casi completamente messo da parte, sicché certi sviluppi dell’ideologia del gender per esempio portano direttamente alla perdita di ogni confine tra l’uomo, l’animale e la macchina, come hanno ben spiegato di recente i Vescovi spagnoli[2]. Mentre noi ci impegnavamo ad incontrare la libertà umana e a dialogare con essa, l’uomo perdeva interesse ad essere libero[3].
Il Magistero ci segnala da tempo che la crisi della società contemporanea è in fondo una crisi “antropologica”[4]. Ora, la risposta ad una crisi antropologica non può essere antropologica. Scendendo al semplice livello antropologico si perdono di vista i veri motivi per cui l’antropologia è in crisi. Ogni realtà, diceva Romano Guardini, è sempre più di se stessa[5]. Quindi, aggiungo io, non può essere essa stessa né la causa né la soluzione di una sua crisi. La stessa presa di coscienza della crisi, per non parlare poi della sua soluzione, deve partire da un punto di vista diverso e più alto. Ecco perché a mio parere la crisi antropologica è in realtà una crisi teologica. Ed ecco perché alla crisi antropologica si potrà rispondere solo con la “centralità di Dio” piuttosto che con la centralità dell’uomo.

Una strategia tardiva?

Al minimalismo cattolico fa da compagno il riduzionismo. I due concetti sono differenti. Il primo è teologico, il secondo è filosofico. Il riduzionismo è proprio della ragione che, come ci ha insegnato Joseph Ratzinger, si autolimita[6], vale a dire riduce per scelta l’ambito di verità di sua pertinenza. Qualcuno dice che tutta la modernità è un lungo processo di autoriduzione della ragione. L’origine è razionalistica, anche se può sembrare un controsenso. Il razionalismo è l’esaltazione della ragione. Ma proprio questa esaltazione è all’origine del riduzionismo perché l’assolutezza che la ragione pretende per sé può essere conquistata solo eliminando ciò che va oltre la ragione stessa. L’eliminazione di ciò-che-va-oltre impedisce alla ragione di andare “oltre”: in questo consiste l’autolimitazione. Questa chiusura di orizzonti aumenta progressivamente l’ambito dell’irrazionale. E’ il prezzo da pagare da una ragione assoluta che non vuole lasciare nulla fuori di sé e che per fare questo si riduce a nulla.
Sul piano antropologico, oggi questo processo è particolarmente evidente nel campo dell'ideologia ecologista da un lato e dell’ideologia del gender dall’altro: le due maggiori sfide, a mio parere, che riguardano l’antropologia cristiana.
In un primo momento sembrava che l’ideologia ecologista portasse con sé solo il limite di separare ecologia ambientale ed ecologia umana[7]. La dimensione naturale dell’ecologia veniva limitata all’ecologia ambientale: la natura ridotta ad ambiente. Emergeva così la grave discrepanza dei movimenti ecologisti, che difendevano la sopravvivenza delle foche e non dei feti o degli embrioni umani. In questa fase, la ragione ecologista poteva ancora essere colta in contraddizione con se stessa e richiamata ad un criterio di verità. Procedendo, però, ci si è accorti che l’ideologia ecologista aveva fatto nel frattempo dei passi ben più radicali: l’uomo stesso veniva inserito nell’ambiente, annebbiandosi la consapevolezza della sua diversità qualitativa rispetto alle altre creature. Nascono nuove forme di panteismo, di animalismo e di naturalismo neopagano che i Lumi pensavano aver dissolto e che invece proprio essi hanno alla lunga e paradossalmente prodotto.
Questa diluizione della persona nella natura fa coppia con il contrario, ossia l’artificializzazione della vita e dell’identità umana. Questo è particolarmente evidente nella cosiddetta ideologia del gender[8]. In questa tendenza di pensiero ormai ampiamente diffusa, l’identità personale è completamente denaturalizzata in quanto l’orientamento sessuale è considerato un'operazione culturale. In questo modo la costruzione di sé è fatta completamente dipendere dalla libertà, mentre nel naturalismo ecologistico di cui parlavo prima l’identità di sé era sottomessa ai ritmi biologici del tutto. L’ideologia del gender è anche la de-naturalizzazione della società, oltre che della persona, in quanto le relazioni familiari, e quindi sociali, vengono frammentate e moltiplicate in un sistema a rete componibile e scomponibile, astratto ed individualistico.
Le due tendenze che ho presentato – il naturalismo ecologista e l’ideologia del gender – sono apparentemente contrapposte. La prima, infatti, “naturalizza” la persona e le sue relazioni, mentre la seconda la “denaturalizza”. Però, a ben vedere, sono anche convergenti. Infatti nel naturalismo ecologista la natura ha perso il suo carattere finalistico, ossia la capacità di indicare un dover essere. Parallelamente, l’ideologia del gender ha completamente abolito il dover essere frutto di una identità naturale, consegnandosi completamente alla sola volontà del soggetto.
Questo è il panorama di oggi. Il cristianesimo fa spesso dell’antropologia il perno nella propria proposta per la salvezza del mondo. Contemporaneamente il naturalismo ecologista e l’ideologia del gender ci hanno già congedato da tempo dall’antropologia, attuando quanto alcuni visionari, Nietzsche in testa, avevano previsto già molto tempo fa. Ecco perché la strategia della svolta antropologica si rivela, quantomeno, tardiva.

Salvare l’antropologia cristiana

L’antropologia cristiana non potrà salvare alcunché se prima non accetta di essere salvata e se non si presenta come tale, come salvata. L’antropologia cristiana non è semplice antropologia, è l’antropologia dell’uomo salvato. La fede cristiana vissuta nella Chiesa presenta l’uomo non in quanto tale, ma l’uomo salvato da nostro Signore Gesù Cristo. L’antropologia cristiana non è prima antropologia e poi cristiana, ma l’aggettivo “cristiana” la sostanzia, in quanto la presenta come la visione dell’uomo salvato. In questo caso l’aggettivo è più importante del sostantivo. 
C’è oggi una tendenza, anche pastorale oltre che teologica, a presentare il cristianesimo in chiave quasi esclusivamente antropologica: “Cristo, uno di noi”. Come se la sua pertinenza con l’uomo fosse la sua principale caratteristica di verità. Ma quale uomo? L’uomo caduto o l’uomo redento? L’uomo come peccatore o l’uomo come risorsa? Il cristianesimo punta sull’uomo come risorsa, ma non cessa realisticamente di vedere anche l’uomo come peccatore[9]. E nel mentre ci si illudeva che il cristianesimo potesse collimare con un uomo astratto, né caduto né redento, e si riduceva il cristianesimo a misura d’uomo, era proprio l’uomo a venire meno sotto i colpi del nichilismo. Oggi la pastorale si accorge che manca l’umano ed è difficile annunciare Cristo perché manca l’attesa umana, i presupposti umani di desiderio di verità e di libertà. Per questo non è più possibile partire dalla semplice antropologia, bisogna piuttosto ricostruire l’umano non partendo da esso ma da Cristo, alla cui luce l’uomo capisce chi era, chi è e chi sarà.
La Chiesa non ama il mondo per lasciarlo così come è, ma per salvarlo. Per fare questo essa mostra al mondo il mondo salvato. Così è strumento di salvezza. Mostra il mondo salvato mostrando il Salvatore e il Volto della salvezza. Solo dei cristiani veramente rinati ad una nuova antropologia potranno portare salvezza nel mondo. Non si creda che il cristianesimo debba ridursi ad antropologia per salvare il mondo. Deve piuttosto mostrare all’antropologia la nuova creazione, ossia una rinnovata antropologia. L’uomo nuovo, la nuova creatura è l’uomo vecchio salvato. Salvato da se stesso prima di tutto, dalla chiusura nei propri superbi limiti, e salvato dalla propria presunzione di salvarsi da solo.
Ho così un po’ rovesciato il titolo della relazione: antropologia cristiana e salvezza del mondo. La prima a dover essere salvata è l’antropologia, affinché possa essere salvifica per il mondo. Infatti solo se l’antropologia rivela altro e non se stessa è veramente cristiana e può veicolare una salvezza. L’uomo è la via della Chiesa, diceva la Redemptor hominis, ma perché Cristo è la via della Chiesa.
L’antropologia cristiana viene salvata se viene ribadita la centralità di Dio e se la promozione dell’uomo serve ad aprire un posto per Dio nel mondo. Il Magistero di Benedetto XVI, in continuità con i precedenti pontefici, non ha concesso niente ad un cristianesimo inteso come generico umanesimo. Vorrei fare a questo proposito una osservazione sul Concilio Vaticano II. E’ stato detto che il Concilio avrebbe attuato una “svolta antropologica”. Credo però che la lettura corretta del Concilio sia quella proposta dal Cardinale Ratzinger nel 2000, quando ebbe a dire che, secondo lui, il tema centrale che i Padri conciliari si erano proposti era la “centralità di Dio”[10]. Quella della centralità dell’uomo appartiene alle letture non sempre corrette del post Concilio. 

Il nodo della prassi

Se osserviamo come vanno le cose nel nostro tempo veniamo colpiti dalla importanza assunta dalla prassi. Vorrei spiegare questa mia idea, per non correre il rischio di essere equivocato.
Il rapporto teoria-prassi era una questione molto dibattuta qualche decennio fa, quando la filosofia marxista e lo storicismo in genere erano ancora ascoltati. Negli anni Sessanta e Settanta sono stati scritti fiumi di inchiostro su questi argomenti. L’emergenza della prassi era stata evidenziata soprattutto da J. B. Metz, di scuola rahneriana, ed era stata variamente declinata fino alla interpretazione della teologia della liberazione ed oltre. L’accusa alla teologia europea in quanto astratta e deduttiva era allora un luogo comune e alimentava la deellenizzazione del cristianesimo, che Benedetto XVI ha definitivamente criticato a Regensburg e altrove. Pur con le tante difficoltà create da questi percorsi teologici, non si può negare che il problema esistesse.
Torniamo al naturalismo ecologista e all’ideologia del gender di cui ho parlato sopra. Queste ideologie, a ben vedere, non si stanno imponendo con convegni di esperti e con libri di specialisti ma con atteggiamenti, comportamenti, mode e stili di vita. Facendo fare alla gente delle cose. Mettendo nelle loro mani la possibilità tecnica di fare qualcosa. La teoria viene fatta passare imponendo un tipo di abbigliamento, un modo di atteggiarsi in pubblico o di trascorrere il tempo libero, oppure forme di vita socialmente riconoscibili ed apprezzabili. In questo modo si fa passare una nuova comprensione di sé delle persone. L’invenzione della minigonna negli anni Sessanta, della pillola anticoncezionale o della fecondazione artificiale dal 1978, hanno avuto un impatto sulla comprensione della propria identità personale e relazionale molto maggiore di tanti convegni accademici. Se l’ideologia del gender non avesse potuto usufruire della fecondazione artificiale, scoperta nel 1978 con la nascita di Luise Brown, sarebbe rimasta solo una teoria. Così invece è passata attraverso l’agire di tante coppie che, senza approfondire teoricamente le questioni connesse con quella scelta, hanno agito in quel modo. Il modo con cui oggi si inducono i nostri giovani a divertirsi al venerdì o al sabato sera produce una trasformazione antropologica senz’altro maggiore di tanti nostri convegni per esperti. Come si vede da questi pochi esempi, oggi tante forme di negazione della natura umana o addirittura di riformulazione dell’umano passano attraverso modi di vivere e di agire e non mediante l’esposizione di teorie.
Nel post Concilio, come ricordavo, alcune correnti della teologia cattolica hanno cercato di assumere la concretezza storica in tutta la sua importanza, fino a partire metodologicamente da un primato della prassi. Così facendo, però, hanno corso il rischio di cadere nello storicismo. Il primato della prassi, infatti, elimina il concetto di natura e di natura umana e presenta l’uomo come prodotto storico e sociale. Emergeva così il grave problema di tener conto del fatto che la storia, specialmente la storia moderna, presenta l’aspetto importante della prassi, senza tuttavia perdere di vista che la fede cattolica si fonda su uno “stare” e che senza uno “stare” la storia e la prassi stesse non sarebbero più possibili senza cadere nello storicismo: solo ciò che non è storia può illuminare la storia.
Oggi nella Chiesa si parla spesso di stili di vita[11]. E’ un segno di attenzione alla prassi. Nel concreto, però, si finisce spesso per adottare una «visione irenica e ideologica … dimenticando la complessità delle ragioni in questione»[12], assumendo forme di vita secolarizzate, atteggiamenti dal significato antropologico poco chiaro o addirittura contrario alla visione cristiana. In questi casi l’attenzione alla prassi non è adeguatamente compensata da una consapevolezza di ciò che nella vita cristiana “sta” e  non muta.
Certamente la fede è incontro con Cristo che cambia la vita personale e comunitaria. L’antropologia cristiana non è una teoria, ma l’incontro vivo e vitale con la Persona di Gesù il Cristo, come Benedetto XVI ci ha molte volte ricordato. E tuttavia, non si tratta solo di un atteggiamento, perché Gesù Cristo è anche il il Logos, la Sapienza Creatrice. Egli è la Verità, che non muta.
Ritengo che questo complesso di problemi che ruotano attorno al nesso teoria-prassi sia un aspetto della antropologia cristiana da approfondire.

Approccio metafisico ed approccio ermeneutico

La sostituzione dell’approccio metafisico al problema della verità con quello ermeneutico è un modo per affrontare il problema che ho ora evidenziato. Si ritiene che l’approccio metafisico sia astratto e statico in quanto improntato alla natura, mentre la storia è incentrata sulla prassi.
L’approccio metafisico è considerato poco capace di sintonizzarsi sulle esigenze della storia e della prassi; da qui la sua sostituzione con l’approccio ermeneutico.  Quest’ultimo si fonda su tre convinzioni. La prima è l’idea che il messaggio, qualsiasi esso sia, quindi anche il kerigma cristiano, non è mai separato dalla testimonianza e dall’interpretazione che se ne dà. La seconda è che il nostro agire non è mai solo un agire bensì anche una produzione di senso: noi, agendo, produciamo nuova teoria. La terza è che ogni nostro dire non è mai solo informativo ma anche performativo, ossia implica un cambiamento di atteggiamento verso il mondo.
Come valutare questo approccio ermeneutico? Per dirla con molta schiettezza: se l’antropologia cristiana si affida completamente a questa impostazione diventa veramente difficile per essa portare salvezza al mondo. Infatti l’approccio ermeneutico colloca il messaggio dentro il mondo ma, come ho già fatto osservare sopra, la salvezza non può che derivare da un piano trascendente[13].
Rimane fondamentale l’approccio metafisico, che fonda la possibilità di attingere alla verità avente i caratteri della trascendenza. Per questo l’antropologia non può affidarsi solo all’ermeneutica ma deve riprendersi nella metafisica. Però la sfida della storia e della prassi cui ho accennato rimangono e sono sfide vere e reali. Quindi anche l’approccio metafisico all’antropologia cristiana deve fare un passo in avanti. Indico qui in estrema sintesi una via percorribile che, a mio parere, può essere promettente.
C’è un passo della Caritas in veritate che apre la possibilità di questo tipo di ricerca e nello stesso tempo la richiede. Mi riferisco al paragrafo 53 dell’enciclica. Qui, Benedetto XVI, dopo aver richiamato l’osservazione di Paolo VI nella Populorum progressio secondo cui «il mondo soffre per mancanza di pensiero», indica al pensiero la strada di un nuovo sviluppo. Lo fa riprendendo l’origine trinitaria della categoria della relazione, che il cardinale Ratzinger aveva individuato già nella sua opera “Introduzione al cristianesimo”[14], auspicando lo sviluppo di una «metafisica della relazione tra le persone»[15].
La relazionalità delle Persone Divine illumina anche la relazionalità della persona umana. La teologia della Trinità svela un nuovo piano dell’essere, un piano in cui la relazione non è più accidente ma appartiene alla sostanza. Questo comporta che nella relazione le persone si costruiscano ontologicamente e comunitariamente. Siamo qui in un nuovo piano dell’essere, né solo naturale e statico né solo storico e processuale. Non c’è più solo la sostanza, fissa nella sua staticità, né l’uomo è completamente immerso nella prassi sociale. La persona è costruzione relazionale. I due esempi proposti da Benedetto XVI nel paragrafo 53 della Caritas in veritate sono molto esplicativi. Si tratta della comunità familiare e della comunità ecclesiale, in cui la persona fa l’esperienza vitale di entrare in una comunità relazionale non accidentale a cui non sacrifica la propria natura, quanto piuttosto la valorizza incontrandosi con gli altri in una dimensione costruttiva del sé e del noi. Mi sembra che questa sia la strada che l’antropologia cristiana deve sviluppare per essere salvata e per essere salvifica per il mondo.  
Cenni conclusivi
Le riflessioni di questi due ultimi paragrafi si ricollegano a quanto avevo detto all’inizio. L’antropologia cristiana deve esprimere più di se stessa. Sarà salvifica se sarà salvata. Questi spunti finali indicano una via affinché questo possa avvenire, mediante un investimento adeguato del pensiero. La “metafisica della relazionalità costruttiva”, così chiamerei le indicazioni che nascono dai passi della Caritas in veritate che ho utilizzato,  è radicata nell’essere e nello stesso tempo nella storia, senza cadere in forme di immanentismo, che ogni primato della prassi nasconde dentro di sé.

Note

[1] Se ne lamentava Giovanni Paolo II in Fides et ratio n. 61.
[2] Cf Conferencia Episcopal Española, "La verdad del amor humano. Orientaciones sobre el amor conyugal, la ideología de género y la legislación familiar", nn. 52-65. 
[3] Uno dei pensatori della modernità illuminista con cui la teologia cattolica ha avuto modo di discutere è senz’altro Jürgen Habermas. Massimo Borghesi valuta positivamente il notevole percorso fatto da Habermas, che è giunto ad affermare che il riconoscimento della natura è condizione per l’esercizio della libertà.  Ma siamo sicuri, si chiede Borghesi, che oggi si sia ancora interessati ad essere liberi? Non è che gli esiti della modernità illuminista siano ormai sfuggiti di mano? Può essere che la modernità sia andata già oltre Habermas, oltre al dialogo sull’uomo e la sua libertà mostrando un sostanziale disinteresse per esso (Cf M. Borghesi, I presupposti naturali del poter-essere-se-stessi. La polarità natura-libertà di Jürgen Habermas, in F. Russo (a cura di), Natura cultura libertà, Armando, Roma 2010, pp. 65-98).
[4] Benedetto XVI, Lett. Enc. Caritas in veritate, n. 75.
[5] «Ogni essere è più che se stesso; ogni avvenimento significa più che non il suo stretto compiersi. Tutto si riferisce a qualcosa che sta al di sopra o al di là. E solo a partire da là riceve la sua pienezza. Se esso scompare le cose e  le situazioni si svuotano di senso» (R. Guardini, La fine dell’epoca moderna,Morcelliana, Brescia 19938, p. 97).
[6] Cf Benedetto XVI, Discorso nell’aula magna dell’Università di Regensburg  (12 settembre 2006), in Benedetto XVI, Chi crede non è mai solo. Viaggio in Baviera. Tutte le parole del Papa, Cantagalli, Siena 2006, p. 25.
[7] Cf. G. Crepaldi-P. Togni, Ecologia ambientale ed ecologia umana. Politiche dell’ambiente e Dottrina sociale della Chiesa, Cantagalli, Siena 2007.
[8] Cf Benedetto XVI, Discorso alla Curia romana per la presentazione degli auguri natalizi, 21 dicembre 2012. Cf anche E. Montfort, Il concetto di genere nelle nostre società postmoderne, in G. Crepaldi e S. Fontana, Quarto Rapporto sulla Dottrina  sociale della Chiesa nel mondo, Cantagalli, Siena 2012, pp. 133-155.
[9] «L’uomo tende verso il bene ma è pure capace di male, può trascendere il suo interesse immediato e, tuttavia, rimanere ad esso legato (Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Centesimus annus, n. 25).
[10] J. Card. Ratzinger, Intervento sull’ecclesiologia della Costituzione “Lumen Gentium” al convegno internazionale sull’attuazione del Concilio ecumenico Vaticano II promosso dal comitato del Grande Giubileo dell’anno 2000, 27 febbraio 2000.
[11] Cf Benedetto XVI, Lett. Enc. Caritas in veritate, n. 51.
[12] Congregazione per la Dottrina della Fede, Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita pubblica, 24 Novembre 2002, n. 4..
[13] «Tutto quanto è in grado di sussistere unicamente grazie all’interpretazione, in realtà ha bell’e finito di sussistere» (J. Ratzinger, Introduzione al Cristianesimo. Lezioni sul simbolo apostolico, Queriniana, Brescia 200312, p. 102); ma per fortuna «l’uomo non è prigioniero della stanza degli specchi delle interpretazioni; egli può e deve cercare il pertugio verso il vero che sta sotto le parole e che in esse e attraverso esse si mostra» (J. Ratzinger, Fede, verità e cultura. Riflessioni in relazione all’enciclica Fides et ratio, Madrid, 16 febbraio 2000, supplemento a “Tracce”, marzo 2000, p. 11).
[14] Cf J. Ratzinger, Introduzione al cristianesimo. Lezioni sul Simbolo apostolico, Queriniana, Brescia 200312, pp. 121-148.
[15]  Cf le osservazioni di S. Fontana, “Metafisica della relazione tra persone”.  Note su un possibile itinerario di ricerca, in F. Carderi – M. Mantovani – G. Perillo (a cura di), Momenti del Logos, Ricerche del Progetto LERS (Logos, Episteme, Ratio, Scientia) in memoria di Marilena Amerise e di Marco Arosio, Edizioni Nuova Cultura, Roma 2012.

lunedì 1 aprile 2013

Fra Vaticano e Quirinale: la sorprendente vitalità della Chiesa


di Vittorio Messori

Sin dalla prima riunione generale in vista del Conclave, i Cardinali si erano posto un obiettivo inderogabile: dare alla città di Roma un vescovo - e, dunque, dare un papa alla Chiesa - prima della Pasqua. Non sembrava ammissibile che si fosse ancora in regime di Sede Vacante quando la liturgia raggiunge il suo culmine, e al contempo il suo inizio, celebrando quella risurrezione di Gesù su cui tutta la fede si basa. Obiettivo non solo raggiunto ma largamente superato: stamani il successore di Benedetto XVI dà la sua benedizione “all’Urbe e all’Orbe”, avendo potuto condurre con doverosa calma anche tutte le celebrazioni previste per la Settimana Santa. Altrettanto hanno potuto fare i suoi elettori della Sistina, molti dei quali arcivescovi delle maggiori città del mondo, diocesi che non potevano essere disertate dai loro Pastori proprio nel tempo più importante del ciclo liturgico.

Una tentazione istintiva porterebbe al raffronto con le istituzioni italiane, incapaci di dare un governo al Paese e probabilmente anche di eleggere un Presidente della Repubblica. Uno stallo per il quale non si vede una via d’uscita, neppure ripetendo le elezioni che potrebbero ricreare la stessa situazione di blocco insuperabile. Naturalmente, il confronto è improponibile (da un lato l’ultima monarchia davvero assoluta, dall’altro una democrazia parlamentare) ma può almeno servire per comprendere qualcosa in più della Chiesa. Il suo corpo elettorale, infatti, ha esso pure un primato nel globo: è il più ristretto e al contempo il più cosmopolita, venendo i votanti, letteralmente, da tutti e cinque i Continenti. Molti non si conoscono tra loro, si incontrano a Roma, per la prima volta, nelle riunioni che precedono il Conclave e lì solo hanno modo di vedersi in volto e di confrontarsi. In quegli incontri (sia detto en passant) da tempo la lingua franca non è più il latino ma l’italiano, spesso eccellente poiché tutti, o quasi, i sacerdoti che nella Chiesa raggiungono posti elevati hanno nei loro curricula lauree o, almeno, specializzazioni negli atenei pontifici romani. Coloro che collezionano motivi di rancore che il nostro Paese dovrebbe nutrire verso “il Vaticano”, dimenticano che è proprio grazie ad esso se il mondo cattolico è il solo in cui l’italiano sia lingua internazionale.

Parliamo qui, anche per esperienza personale: ovunque, nel mondo, non solo vescovi ma anche teologi e laici studiosi di questioni cristiane, conoscono e praticano il nostro idioma. Il quale, tra l’altro, deve al Papato anche il suo sviluppo come mezzo col quale i diversi popoli della Penisola potessero intendersi tra loro. In effetti, nell’Italia spezzettata in molti stati, soltanto nella grande Curia romana lavoravano - a centinaia se non migliaia - funzionari e addetti alla funzioni più diverse, provenienti da ogni angolo tra le Alpi e la Sicilia. E’ anche grazie a loro che il volgare toscano divenne la lingua quotidiana che ancora pratichiamo. Nelle Congregazioni, i “ministeri“ vaticani, si scriveva in latino ma si parlava – unico ambito nella penisola – in una lingua che via via si adattava alla vita concreta, da idioma quasi solo letterario che era. Era ciò che il cattolico Alessandro Manzoni tentava di ricordare al massone Francesco De Sanctis, patriottico inventore dello schema di una letteratura “nazionale“ che ancora seguiamo, ma che sembrò dimenticare il ruolo decisivo della Corte e del Governo papale nella creazione dell’idioma in cui quella letteratura si esprime.

Ovviamente, la lingua è essenziale per comprendersi ma, per accordarsi su una persona da eleggere a Capo della Chiesa intera, occorre soprattutto un concordia di intenti che sembrerebbe utopica in una istituzione sparsa sulla terra intera e dove tutte le culture e le situazioni sociali sono rappresentate. Ma è necessario accordarsi, per giunta, adeguandosi a una legge che esige per l’elezione una maggioranza di ben due terzi dei votanti. Eppure, anche questa volta ciò che sembrava improbabile si è realizzato presto e bene: pochissime votazioni, meno di due giorni di conclave ed ecco la fumata bianca, ecco che la Chiesa aveva il suo nuovo papa, ecco la fila dei Grandi Elettori passare uno ad uno davanti al non più arcivescovo di Buenos Aires per giurargli obbedienza. Ecco, stamane, il già monsignor Bergoglio, ora papa Francesco, rinnovare il lieto annunzio della Risurrezione, a nome di tutta la Chiesa e in tutte le lingue del mondo. La rapidità di questa elezione (alla pari, peraltro, di quella di molti conclavi precedenti) è un buon segno, per il credente: è una conferma che, malgrado ogni crisi, la fede che quegli uomini condividono, costituisce un legame che opera al di là di ogni umana divisione. Discordi, i cardinali, non solo per origine ma anche, spesso, per prospettive sulla organizzazione della istituzione ecclesiale: eppure, saldamenti uniti sul Credo, base di ogni scelta, e sulla indicazione di chi, tra loro, dia speranze ragionevoli e fondate di meglio viverlo e difenderlo.

Ma ci sono altri pensieri che suscita la prima Pasqua del primo sudamericano divenuto Pontefice con una simile rapidità di elezione. Dalle finestre del Palazzo Apostolico da cui oggi Francesco dà la sua benedizione, si vede benissimo un altro palazzo, quello del Quirinale, dove i papi avevano abitato per secoli e la cui serratura fu scassinata una sera di settembre del 1870 da un paio di bersaglieri del Genio militare italiano, su ordine del generale Raffaele Cadorna. Bisognava far presto, sgombrare tutti quegli altari, sostituire i troppi quadri religiosi, esorcizzare la sacralità: quella doveva divenire la nuova reggia del re d’Italia, Vittorio Emanuele II. Il papato era ormai un fantasma, nessun potenza pur formalmente “cattolica” si era scomodata per difenderlo, da Porta Pia aveva fatto irruzione, a suon di cannonate, la modernità. Il decrepito, anacronistico pontefice avrebbe potuto andarsene in esilio (l’Inghilterra anglicana offriva, un po’ beffarda, ospitalità a Malta per quella reliquia del Medio Evo) ma, anche se fosse restato in Vaticano, non avrebbe disturbato più di tanto: la Chiesa non aveva futuro, nessuna persona colta ed aggiornata poteva più prenderla sul serio.

Ma proprio nella Torino dei Savoia un prete, tal don Giovanni Bosco, scuoteva il capo, ricordando ai suoi giovani una profezia che aveva sentito da qualche parte: «La dinastia di chi ruba alla Chiesa di Dio, non giunge alla quarta generazione». Guarda caso, proprio una sera di un otto di settembre – la grande festa popolare della Natività di Maria - il terzo rappresentante di quella dinastia che si era installata al Quirinale scardinando il portone, scappava tra paura e caos, mentre la “Nuova Italia” si disfaceva e i generali scappavano, travestiti in borghese, lasciando i soldati al loro destino. Nella Roma abbandonata, solo il Papa restava al suo posto e non a caso, nel luglio dell’anno seguente, tutta la città, spontaneamente, correva acclamante in piazza San Pietro. Oggi, grazie a Dio, la situazione è ben diversa, ma ancora una volta l’Italia – proprio in quel Quirinale - è bloccata, incapace di uscire dalla sua crisi, mentre la Chiesa che i nostri avi davano per spacciata è in crisi anch’essa, ma ha reagito con prontezza all’imprevisto di una inedita “rinuncia“ di un Papa, ha eletto prontamente un successore ed è di nuovo pronta ad affrontare le sfide del futuro.

Ma sì, ne siamo consapevoli: sembrano pensieri curiosi in un giorno di Pasqua, ma proprio l’istituzione che oggi celebra la Risurrezione del Cristo è quella che ha la più lunga storia alle spalle. In fondo, è naturale che susciti riflessioni del genere in chi della storia è curioso. Quel papa dall’inedito nome di Francesco, che stiamo imparando a conoscere e che benedice stamani il mondo, non è che l’ultimo anello di una catena ininterrotta, destinata ad allungarsi quanto l’intera vicenda umana.

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San Camillo de Lellis: l’inventore degli ospedali


Il grande ruolo del fondatore dei Camilliani nella “grande storia della carità” italiana

di Giuseppe Brienza

Nella ricorrenza del 400° anniversario della morte di San Camillo de Lellis (1550-1614), un nuovo libro da’ conto del ruolo importantissimo avuto dal Fondatore dei Padri Camilliani nell’istituzione e diffusione degli ospedali in Italia. Si tratta de “La grande storia della carità” (Cantagalli, Siena 2013, pp. 215), l’ultimo saggio del giornalista del “Foglio” Francesco Agnoli che, nel capitolo dedicato a “San Camillo de Lellis e San Giovanni di Dio” (pp. 114-126), spiega come le compagnie di “chierici regolari” fondata da entrambi i santi, nel tardo Cinquecento, si fecero interpreti della volontà di “riforma cattolica” nel campo ospedaliero, assumendosi il carico della specifica assistenza ai malati degli ospedali. Nel 1746 sono stati entrambi proclamati santi da papa Benedetto XIV e, insieme, patroni universali dei malati, degli infermieri e degli ospedali.

Da soldato ferito, il santo di Bucchianico (CH) finì a Napoli dove, «tra il desiderio di cambiar vita, il ritorno alle vecchie abitudini e, soprattutto, la permanenza in vari ospedali per curare la sua piaga, iniziò a convincersi, anche per l’insistenza di San Filippo Neri, che il suo posto fosse, essendo lui infermo, accanto ai malati»
Qui si convinse della necessità di creare una nuova figura di infermiere: «Amore ci vuole – diceva – non basta il salario! Solo l’amore può risollevare queste povere membra di Cristo. Voglio organizzare una compagnia di uomini pii e da bene, che non per mercede, ma volontariamente e per amor di Dio, servano gli infermi, con la carità e l’amorevolezza che hanno le madri per i propri figli infermi». Anche per la previsione iniziale di una loro specifica formazione, si può ad avviso di Agnoli affermare che Camillo fu il vero inventore della figura dell’infermiere moderno.

Il santo decise quindi di organizzare una compagnia di uomini che si dedicassero esclusivamente al servizio degli infermi, lavorando «per il puro amor di Dio, come una madre che assiste il suo unico figlio infermo». Iniziò con cinque compagni, ritrovandosi in un piccolo oratorio ricavato in una stanzetta di un ospedale e, il 26 maggio 1584, nella basilica lateranense, ricevette l’ordinazione sacerdotale, avendo compiuto da un giorno 34 anni.

I camilliani, anche dopo la morte del fondatore, furono sempre in prima linea nel far fronte alle pestilenze e alle epidemie: morirono in grandi quantità nei lazzaretti, durante la peste del 1624, soprattutto a Palermo, e del 1630. Inoltre i figli di S. Camillo, come quelli di S. Giovanni di Dio, si prodigarono nel sovvenire i feriti e nel seppellire i morti sui campi di battaglia, durante l’assedio di Vienna, nel 1683, e in numerose altre occasioni. La loro opera, dunque, anticipò di tre secoli la nascita della Croce Rossa Internazionale, creata nel 1863 dall’imprenditore ginevrino Henry Dunant.

Con l’occasione dell’anniversario della morte la Città di Torino ha recentemente deciso di intitolare una via a san Camillo, cambiando il nome al tratto di via Mercanti compreso fra via Santa Teresa e via Pietro Micca, in segno di omaggio al fondatore dei padri Camilliani che, proprio al civico 28 dello stesso tratto, hanno la loro sede storica. Il 29 aprile prossimo, alle ore 21, al Teatro Regio di Torino si esibirà poi Paolo Conte per un concerto di beneficienza, il cui ricavato sarà destinato alla costruzione dell’Ospedale per la cura delle lesioni cutanee Saint Camille di Jérémie ad Haiti. Dal 16 marzo scorso, poi, l’insigne del “Cuore di San Camillo de Lellis”, dalla Casa generalizia dei Ministri degli Infermi a Roma ha raggiunto la Provincia Piemontese nella quale è esposta in molte occasioni ai fedeli (http://www.camillodelellis.org/).

venerdì 29 marzo 2013

“Uscire” dal proprio egoismo per amore


di Silvio Brachetta

Papa Francesco, nella sua prima udienza generale, è tornato sulla verità teologica e magisteriale secondo cui Gesù Cristo «uscì» da se stesso per la salvezza dell’uomo.

Gli ultimi due Pontefici si erano già espressi sull’arcana «uscita» del Figlio dal Padre. Giovanni Paolo II, ad esempio, nell’udienza generale del 24 giugno 1987, riproponeva le parole di Gesù stesso trascritte dall’Evangelista san Giovanni: «[…] da Dio sono uscito e vengo e non sono venuto da me stesso, ma lui mi ha mandato» (Gv 8, 42); «[i miei discepoli] sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato» (Gv 17, 8). San Girolamo, nel compilare la Vulgata, utilizza per il passo di Gv 8, 42 la categoria teologica della «processione» - procèdere, dal lat. pro (davanti) e cèdere (ritirarsi), ovvero “uscire”, “nascere” - e per il passo di Gv 17, 8 usa direttamente il verbo exire (uscire, appunto).

Benedetto XVI, all’Assemblea speciale per il Medioriente del Sinodo dei Vescovi (11 ottobre 2010), affermava che «Dio non è rimasto in sé: è uscito da sé», unendosi con l’uomo, in Gesù. Il papa stava parlando dell’incarnazione e, in particolare, del ruolo peculiare della Theòtokos, della Santa Vergine Madre di Dio.

Allo stesso modo, Papa Francesco ha invitato tutti a uscire da noi stessi «come Gesù, come Dio è uscito da se stesso in Gesù». Gesù infatti - ha precisato - «è uscito da se stesso per tutti noi», non per una qualche necessità, ma nella libera donazione amorosa di se.
San Paolo, nel celebre inno cristologico della Lettera ai Filippesi, affermò che Gesù Cristo «exinanivit semetipsum» (sempre secondo la Vulgata di san Girolamo) - cioè «spogliò», «annientò» o «svuotò se stesso» - «assumendo la condizione di servo» (Fil 2, 7). In quell’«exinanivit» è contenuto il mistero della povertà divina: sebbene «exinanivit» potrebbe tradursi con «si rese inane, inutile», l’attenzione va posta primariamente sul termine latino «ex», che richiama alla mente l’azione o l’operazione dell’«uscire» o del «trarre fuori».

Ma se la generazione del Figlio fu opera del Padre, come si può dire che il Figlio ci ha amato? Leggendo san Paolo - spiega sant’Agostino d’Ippona - vediamo «che la nascita del Figlio fu opera del Padre, ma poiché fu proprio il Figlio che “spogliò se stesso assumendo la condizione di servo”, vediamo che la nascita del Figlio fu anche opera dello stesso Figlio» (Discorso LII). È uno dei misteri più grandi, nascosto in Dio dall’eternità.
Eppure dinnanzi all’umiliazione del Cristo, non possiamo che convenire con sant’Agostino: «Estremo abbassamento! Cristo volle umiliarsi: è a tua disposizione, o cristiano, quel che devi far tuo» (Discorso CCCIV).

La teologia interroga la mistica


di Piero Vassallo

L'urgenza di opporre la fede al dubbio ha suggerito al regnante papa Francesco l'affermazione che la Chiesa cattolica non è una associazione secolare, unicamente o prevalentemente intesa all'assistenza materiale dei bisognosi.
Eccitati dal fumo postconciliare, i promotori dello scempio liturgico e dell'avventurismo teologico hanno, infatti, alzato il labaro della socialità umanitaria, mettendo in discussione il primato dello spirituale e misconoscendo il valore pedagogico delle sublimi, eroiche esperienze mistiche vissute, contro la corrente del modernismo, da Santa Gemma Galgani (1878-1903) e da San Pio da Pietrelcina (1887-1968).

Le biografie eroiche dei due santi stigmatizzati, sono di fatto sottovalutate e quasi censurate da pastori aperti alla teologia simpatica e buonista, in devastante circolazione fra gli stati d'animo suscitati dalle teorie modernizzanti di Karl Rahner.
La minaccia di un'involuzione secolare/storicistica dell'unica, vera religione e il rischio di uno strisciante deprezzamento dell'esperienza mistica, fu avvertita negli anni Settanta da padre Cornelio Fabro, il quale, in un magistrale saggio, affermò che "La testimonianza di Santa Gemma Galgani vissuta nel soprannaturale è quasi del tutto smarrita in questa tribolata Chiesa del post-Concilio" (Cfr.: Cornelio Fabro, "Lettere su Santa Gemma al Monastero di Lucca", a cura di Elvio Fontana, Edivi, Segni 2013).

Il disorientamento del clero aperturista è peraltro oggetto di una rivelazione di Gesù a Santa Gemma: "Figlia mia, vedi, se non fosse per il rispetto a questi Angeli che mi stanno d'attorno, quanti ne fulminerei all'altare. E voleva dire nel tempo che dicono la Messa".
Nella presentazione del volume citato, Suor Rosa Goglia, che per la durata di un ventennio fu preziosa e sagace collaboratrice del geniale interprete del tomismo, rammenta che Fabro, fin dagli anni del seminario, fu attirato dal carisma di Santa Gemma e dalla abissale, sconvolgente profondità delle rivelazioni da lei ricevute: "Padre Fabro si sente attirato dal suo [di Santa Gemma] carisma che si dipana in varie manifestazioni: il suo sentire sovrasensibile, la presenza del soprannaturale nel vivere quotidiano, tutto ciò che Gemma sente ma non capisce, ma vive in santità e in fierezza".

In tempi segnati dalla tentazione di rovesciare il sovrannaturale nel sociale e la giustizia di Dio nella tolleranza del peccato, Fabro ha proposto una meditazione sulla pietà eroica e sulle sofferenze sopportate da Santa Gemma per amore di Cristo: "la purificazione inesorabile compiuta da Dio in un'anima innocente, ci apre uno spiraglio sull'orrore del peccato e delle brutture della vita che non possono lasciare indifferenti".
Ora nella vita esemplarmente eroica di Santa Gemma si legge la confutazione delle tesi intorno ai cristiani anonimi.
Le rivelazioni a Santa Gemma sono i contravveleni della carità al perdonismo "La spiritualità che emana da queste righe [di Santa Gemma] all'apparenza così semplici, così squillanti di gioie e pene divine narrate con infantile tenerezza, ha un'essenza metafisica di senso assoluto; non c'è che un'unica via per la salvezza: quella della Croce, e sono gli innocenti che devono espiare per i peccatori".

La rivelazione ai Santi è uno spiraglio aperto dalla divina misericordia per alleviare l'angoscia che opprime coloro che sono prigionieri del sistema dell'empietà.
Fabro al proposito formula un giudizio incendiario, che fa cadere i ponti lanciati dall'avventurismo teologico verso il compromesso con l'errore: "Il mondo moderno è indubbiamente preda della malattia del peccato, che diventa sempre più evidente e lacerante con le ideologie e tecniche moderne, che hanno scardinato e stanno incenerendo con i nuovi universali antropologici delle cosiddette scienze umane, ogni protezione per l'intimità dell'io, ch'è ora trascinato e travolto nel vuoto di un moto perpetuo d'insignificanza e della rottura d'ogni limite".

Le pagine più avvincenti dell'epistolario e dei saggi pubblicati in appendice contengono un'audace riflessione fabriana intesa all'approfondimento della teologia mistica.
Alcune sconvolgenti rivelazioni a Santa Gemma suggeriscono al teologo "la contemporaneità ossia presenza di Cristo alla storia umana: Gesù è sofferente con noi per e con noi fino alla fine del mondo quando il Figlio dell'uomo farà il giudizio della storia e il principe di questo mondo sarà cacciato fuori".

Quasi a smentita dell'irenismo festante, Fabro deduce dalle lettere di Santa Gemma un nuovo argomento della teologia mistica, la contemplazione in Cristo "di una contemporaneità di solidarietà e di misericordia per i peccati del mondo come una continuazione nel senso esistenziale di una ripetizione (reale-mistica) della sua Passione".
Di qui un nuovo argomento teologico, offerto a Fabro da Santa Gemma e da San Pio da Pietralcina, e proposto alla meditazione di noi peccatori nel Venerdì Santo: "L'Uomo-Dio nella gloria soffre ancora? Come Dio non certamente. Come Uomo, i Santi e i mistici lo vedono soffrire per i peccati degli uomini, lo sentono invocare la riparazione e chiedere di essere confortato. Perché non ammettere che qui abbiamo un tempo nuovo e una presenza nuova di Cristo? La presenza esistenziale ed il tempo esistenziale dell'Uomo-Dio? L'Emmanuele che è Dio con noi? Perciò la storia umana ed ogni atto libero, sia dei Santi come dei peccatori, è presente a Cristo, in un modo estensivo così che ogni atto gli è presente nella qualità propria del momento del suo accadere".

mercoledì 27 marzo 2013

Margherita Hack: “il comunismo ha soppresso le libertà”, “le conquiste sociali fatte sotto il fascismo oggi ce le sogniamo”


A cura di: barricate.net, francarame.it

Sul nuovo numero di Barricate, la nuova rivista dei Movimenti in edicola ogni due mesi, stupisce l'intervista all'astrofisica Margherita Hack, nota icona della sinistra movimentista. La Hack non solo non demonizza il fascismo segnalandone le conquiste sociali, ma afferma di detestare i sovietismi e critica il marximo per aver soppresso la libertà individuale. Ecco un'estratto dall'intervista, la cui versione completa è leggibile sul cartaceo in edicola questo mese:

Margherita lei è ancora comunista?

Si. Ma il Comunismo ha soppresso le libertà. Io sono per la tutela della proprietà privata, il rispetto dell’individuo che non è solo gruppo. Questo è socialismo puro. Poi guardi basterebbe rispettare la Costituzione per avere una società più giusta.

Lei come Marxista cosa avrebbe fatto?

Guardi il marxismo voleva inquadrare tutti, a me non va bene. Il Sovietismo è stato una dittatura vergognosa. Il mio Socialismo persegue la giustizia sociale senza sopprimere le libertà individuali.

E il Fascismo?

Fu dittatura pure quella. Mio padre mi raccontava che i fascisti arrivarono al potere perché c’erano troppi scioperi e voglia di ordine. Le dirò, le conquiste sociali fatte sotto il fascismo oggi ce le sogniamo, il che è tutto dire. Non si trattava solo dei treni in orario. Assegni familiari per i figli a carico, borse di studio per dare opportunità anche ai meno abbienti, bonifiche dei territori, edilizia sociale. Questo perché solo dieci anni prima Mussolini era in realtà un Socialista marxista e massimalista che si portò con sé il senso del sociale, del popolo. Le dirò, in un certo senso il fascismo modernizzò il paese. Nei confronti del Nazismo fu dittatura all’acqua di rose: se Mussolini non avesse firmato le infamanti leggi razziali, sarebbe morto di morte naturale come Franco. Resta una dittatura, ma anche espressione d’italianità. Bisognerebbe fare un’analisi meno ideologica su questo.

Per l’ennesima volta Margherita Hack ci stupisce. Si definisce comunista antisovietica, a favore della proprietà privata e non demonizza il fascismo. Ma quanti, oltre lei, hanno oggi l’onestà intellettuale e gli attributi per lanciarsi senza paura in analisi così scomode per una Comunista? La Hack è stata e resta un punto di riferimento per molti a sinistra. Un’icona per i giovani. Forse la sua schiettezza dovrebbe essere studiata da coloro che la politica la praticano con un piede nel bizantinismo e uno in Macchiavelli.
Un pensiero libero, partecipativo, incalzante e più movimentista, a oltre novanta anni, di molti pigri cittadini rassegnati al non cambiamento.

L’embrione umano non è una questione di laboratorio


di Silvio Brachetta

L’Arcivescovo di Parigi e Cardinale francese André Vingt-Trois è recentemente intervenuto in difesa della vita umana, con una ferma critica alla proposta di legge per la manipolazione (e la distruzione) di embrioni umani.
Giovedì 28 marzo i deputati francesi dell’Assemblea nazionale discuteranno se approvare o meno la richiesta di deroga della legge, in vigore da circa un decennio, di divieto alla ricerca sugli embrioni. Il Senato ha già dato l’approvazione (il 7 dicembre 2012) e il gruppo radicale francese di sinistra, promotore della proposta legislativa, ha il pieno sostegno del Governo socialista e del Primo ministro Jean-Marc Ayrault.
Secondo quanto riporta il quotidiano cattolico francese La Croix, mons. Vingt-Trois, nel corso del suo intervento settimanale su Radio Notre-Dame, ha detto che la proposta di legge è «un grave errore circa l’equilibrio della nostra società». Ha poi aggiunto: «Quando diamo libero corso a tutti i tipi di ricerca sugli embrioni, questo significa ritenere che l’embrione è un nulla, una questione di laboratorio».
E, in effetti, quello che sta avvenendo in Francia è molto simile a un processo di nullificazione umana e famigliare. Non va dimenticato, a questo proposito, che in aprile potrebbe essere approvato il disegno di legge a favore del matrimonio omosessuale e delle adozioni per le coppie omosessuali, proposto dal Ministro della Giustizia Christiane Taubira.
Quanto alla proposta di manipolazione embrionale, il Cardinale Vingt-Trois ha precisato che «lo statuto umano dell’embrione è gravemente compromesso». Non solo, ma è «un duplice errore». Innanzi tutto «è un errore poiché […] ci viene detto che le cellule embrionali saranno la fonte per il trattamento rigenerativo delle malattie nervose e, fino ad oggi, non ci sono in questo settore nemmeno dei test di protocollo».
Ma è un errore anche perché «altri percorsi di ricerca più promettenti sono in fase di sperimentazione e sono stati pure confermati da un premio Nobel [il giapponese Shinya Yamanaka, studioso di riprogrammabilità delle cellule staminali adulte, ndr]». Mons. Vingt-Trois allude qui al fatto che la ricerca sulle staminali adulte approda almeno a qualche risultato concreto, rispetto all’impiego delle staminali embrionali che, sinora, è stato del tutto deludente. Per questo motivo i danari a disposizione dei laboratori di ricerca sarebbero spesi assai meglio nel caso di sperimentazione sulle staminali adulte.
Il «potere economico dei laboratori di ricerca» infatti - ha concluso il Cardinale - «rimane ostinatamente infruttuoso quando non si utilizzano i fondi raccolti con procedure di grande mobilitazione emotiva, il cui investimento non sempre è controllabile».

Parigi, centinaia di migliaia in piazza. «Nozze gay, non cederemo»


di Redazione

Centinaia di migliaia di persone hanno marciato ieri nel centro di Parigi, per dire no ai matrimoni gay. La folla - un milione e 400mila persone per gli organizzatori, qualche centinaia di migliaia secondo la polizia - ha tentato di raggiungere gli Champs Elysees ma è stata bloccata dalla polizia che ha usato i lacrimogeni e le cariche per disperdere i più esagitati.
La manifestazione era diretta contro il disegno di legge per legalizzare i matrimoni tra persone dello stesso sesso e la possibilità che le coppie gay adottino figli, già approvato dalla Camera bassa e che ad aprile approderà al Senato per il varo definitivo.

L'imponente corteo si è snodato lungo cinque chilometri, dal distretto finanziario della Defence fino all'Arc de Triomphe, all'inizio dei viali simbolo della capitale francese. La polizia ha confermato l'uso dei lacrimogeni “per disperdere 100-200 persone che cercavano di forzare i blocchi”.
I manifestanti hanno chiesto al governo di ritirare il provvedimento e di sottoporlo a referendum.
La Francia del «no», comunque, sembra più determinata che mai. I leader della Manif pour tous (Manifestazione per tutti) sono convinti che al Senato, dove la bozza sarà discussa a partire dal 4 aprile e dove la maggioranza di sinistra è minima, il “fattore coscienza” potrebbe davvero risultare decisivo.
All’Assemblée, c’erano già stati dei franchi tiratori e nelle ultime ore i segnali incoraggianti non mancano.

Sembrano intanto aprirsi nuove brecce nel bunker politico attorno alla contestatissima bozza.
La guardasigilli Christiane Taubira, l’ex attivista originaria della Guyana che ha coordinato la redazione della bozza, continua ad assicurare che il dossier «sarà chiuso entro l’estate». Ma sembra una previsione funzionale soprattutto a contrastare i dubbi profondi che già serpeggiano alla Camera alta, dove certi senatori parlano apertamente di «bozza raffazzonata» e dove soprattutto è circolata una nota giuridica confidenziale sul forte sospetto d’incostituzionalità del cosiddetto «matrimonio per tutti».
Ai senatori, in proposito, è appena giunta una vibrante lettera aperta di 170 fra i più noti docenti universitari di diritto pubblico, costituzionale, privato e di storia del diritto. L’invito a bocciare la bozza in toto non potrebbe essere espresso in modo più chiaro e acceso. I senatori devono assumere le loro responsabilità di fronte alla storia poiché occorre «proteggere le donne e i bambini contro un testo che, sotto l’apparenza di buone intenzioni, si rivela quello della schiavitù moderna delle donne e della nuova tratta dei bambini!», gridano alto e forte i 170 guardiani del diritto usciti allo scoperto.

Sono parole pesanti come macigni e che ricalcano in gran parte la stessa identica posizione difesa fin dalla scorsa estate dalla Chiesa cattolica, affiancata in seguito vieppiù anche dai rappresentanti di tutte le altre principali confessioni religiose. Intanto, nelle ultime ore, 4 vescovi – i monsignori Jean-Pierre Cattenoz (Avignone), Marc Aillet (Bayonne), Dominique Rey (Tolone) e Raymont Centène (Vannes) – hanno apertamente invitato i fedeli a recarsi a Parigi per protestare. Inoltre, sui senatori, scelti in modo indiretto da “grandi elettori” che sono in gran parte dei sindaci, pesa sempre più proprio la pressione degli amministratori locali.
Il “Collettivo dei sindaci per l’Infanzia”, frontalmente opposto alla bozza Taubira, continua a registrare nuove adesioni, giunte ormai a quota 20mila. E un fortissimo segnale è giunto a Parigi pure dai popolosi territori e dipartimenti dell’Oltremare, decisivi meno di un anno fa nell’affermazione presidenziale del socialista François Hollande.

Se in generale, secondo un sondaggio Ifop, solo il 39% dei francesi preferisce la bozza alle altre ipotesi (senza adozioni gay) discusse nel dibattito, nelle popolose Antille solo il 12% degli intervistati è favorevole (sondaggio Harris). La Taubira viene fra l’altro massicciamente bocciata dai suoi stessi elettori della Guyana, dove i favorevoli sono appena il 33%. Nonostante un residuo clima di silenzio assecondato da molti media fra i più influenti, tutti questi fattori peseranno di certo al Senato, accanto alla sempre più diffusa ondata di delusione verso l’esecutivo socialista, divenuto in pochi mesi il più impopolare della Quinta repubblica. «La maschera sta per cadere», sussurrano fiduciosi tanti militanti.

martedì 26 marzo 2013

Guida delle anime non psicanalisi


di Inos Biffi

Ai sette sacramenti istituiti da Cristo appartiene la riconciliazione del peccatore pentito che riceve il perdono divino mediante il ministero della Chiesa, che ha assunto diverse modalità nel variare dei tempi, la più evidente delle quali è stata il passaggio dalla forma pubblica della penitenza a quella privata. della penitenza a quella privata.
In realtà le componenti essenziali del sacramento non sono mutate: il pentimento per la colpa grave, il proposito di evitarla, l’impegno di ripararla, quindi l’assoluzione della Chiesa e la rinnovata e piena comunione ecclesiale. Ma se questi sono i termini del sacramento, il suo esercizio, specialmente con la penitenza privata, ha portato con il ministro del sacramento un tipo di rapporto non riducibile alla semplice assoluzione preceduta dalla confessione. Facilmente l’ambito della confessione segna il luogo e l’occasione tra penitente e confessore di un dialogo e di un confronto preziosi e insieme estremamente delicati, rientranti d’altra parte nel compito della «cura d’anime», per usare l’espressione della Regula pastoralis di Gregorio Magno, che definisce «la guida delle anime» «l’arte delle arti» (I, 1).
Senza dubbio, la riconciliazione sacramentale non va confusa con una seduta psicanalitica, così come va nettamente distinta la figura del confessore rispetto a quella dello psicologo. Il primo è chiamato a essere il ministro della grazia divina per il penitente; il secondo si propone di guarire lo spirito malato di un paziente. Com’è noto, la tradizione cristiana e non solo cristiana conosce la figura della guida spirituale. Una volta si parlava di “direttore ”spirituale; oggi sembra sia diventato affatto sconveniente parlare di direttore, perché equivarrebbe ad ammettere una specie di dominio che compromette dall’esterno la libertà all’anima.
È senza dubbio possibile un’ingerenza indebita e si può anche riconoscere che questo sia avvenuto; in ogni caso, il pensiero va non solo ai grandi direttori e maestri di spirito che hanno illustrato la storia della Chiesa, che furono guide sapienti di anime eccezionali, ma anche ai tanti illuminati confessori che hanno indirizzato e sostenuto il cammino interiore di numerosi fedeli. Anche al riguardo, vanno chiaramente distinti il ministero dell’assoluzione della colpa e il carisma della direzione spirituale. E, d’altra parte, lo stesso incontro sacramentale si accompagna normalmente nel confessore all’esercizio di alcune delle opere di misericordia spirituale, come il consiglio, l’insegnamento, l’ammonizione, il conforto, miranti a rinfrancare e a illuminare il penitente, e con cui, per usare ancora le parole di Gregorio Magno, si assolve l’impegno della «cura delle anime».
Ma a questo punto appare chiaro che, se per l’assoluzione basta che il confessore ne abbia la facoltà, per que-sta cura d’anime occorre che egli sia provveduto di un corredo di capacità e di doti che non s’improvvisano e che possiamo ravvisare nella maturità di giudizio, nella prudenza, nella preparazione dottrinale, nella discrezione, nell’affidabilità, nel senso di responsabilità, e anche nella pazienza, che sa attendere e che si guarda dal caricare il penitente di un peso che al momento non potrebbe portare. Ovviamente, senza cedere per ciò a nessuna forma di relativismo dottrinale. Il farlo sarebbe un inganno per la coscienza del penitente stesso. Vien da dire, allora, che non è sufficiente la santità personale. Secondo san Tommaso, quando si tratta di affidare la prelatura, non si deve considerare unicamente la santità: «È possibile, egli scrive, che a colui che è più perfetto riguardo alla carità, manchino diverse qualità che sono invece richieste perché si sia dei prelati idonei, e che si trovano invece in chi possiede minor carità, come la scienza, l’operosità, l’energia, e altre doti del genere» (Quaestiones quodlibetales, 4, c).
Analogamente si può dire di chi, nel ministero del perdono, si fa guida con l’esercizio delle opere di misericordia spirituale. Da qui la necessità di un’accurata e seria formazione, e forse selezione, della figura del confessore, perché sia in grado di edificare la comunità cristiana, certo fermo restante che l’insostituibile maestro interiore delle anime è pur sempre lo Spirito Santo.