mercoledì 10 aprile 2013

Il Distributismo contro la crisi

Belloc e Chesterton

di Fabio Trevisan

A Bergamo, presso la Biblioteca Centrale Caversazzi di Via Tasso,è stata allestita una mostra sul Distributismo, visibile al pubblico dal 16 marzo al 15 aprile 2013. Il Movimento Distributista Italiano ha accompagnato la mostra con un ciclo di conferenze e workshop collaterali, culminato con l’intervento di John Medaille, Professore di Distributismo presso l’Università di Dallas (Texas).

La conferenza di Medaille ha condensato nel titolo: “Distributismo: una proposta ragionevole per uscire dalla crisi” l’intenzione del Presidente del Movimento Distributista Italiano, Dr. Matteo Mazzariol, di indicare una via d’uscita dalla crisi attraverso la ragionevolezza e il senso comune. Con questo intento, come ha sostenuto lo stesso Presidente, va colta l’opportunità di leggere, a breve, la traduzione di un significativo saggio di Medaille: “Towards a truly free market (Verso un vero mercato libero)” che il Movimento Distributista Italiano si sta apprestando a completare. Dinanzi ad un sempre più drammatico scenario in cui la finanza sta fagocitando l’economia reale ed in cui la persona e la famiglia si trovano ad affrontare crescenti e insostenibili difficoltà, non solo dal punto di vista economico, ma anche giuridico, educativo, etico, la proposta di riflettere sul decentramento dei poteri e sulla distribuzione della piccola proprietà assume un significativo ruolo di ripensamento del modello sociale di sviluppo della cosiddetta “società del benessere”.

Attraverso i 19 pannelli della mostra, con la consulenza artistica di Domenico Masotti, non a caso sono stati posti all’inizio una ruota ed un albero, ai quali sono stati appesi dei foglietti che testimoniano i frutti del Distributismo: bene comune (vero fine della politica), equità, piccola proprietà, famiglia, sovranità (politica e monetaria). Il primo pannello riassume infatti l’urgenza di una risposta (non solo economica) ai bisogni profondi del cuore e della mente dell’uomo attraverso una riscoperta della realtà non solo attraverso una dimensione del “fare”, ma soprattutto attraverso una pienezza di vita, di una qualità della vita attenta ai bisogni naturali dell’essere.
La critica del realismo e della ragionevolezza della proposta distributista ai modelli utopistici e ideologici della modernità e post-modernità si radica nella fermezza di alcuni principi intangibili (da qui la consonanza con i “principi non negoziabili”) a tutela dell’autentica libertà nella verità della persona. I padri fondatori del Distributismo (Gilbert Keith Chesterton, Hilaire Belloc e Padre Vincent McNabb) erano cattolici che, pur non nascondendo la propria fede, desideravano porre le questioni della dignità della persona, della tutela della famiglia, della salvaguardia e diffusione della piccola proprietà, del ruolo dello Stato e delle relazioni umane e sociali all’attenzione di tutti.
Per questo motivo avevano auspicato, un secolo fa, un ripensamento ed una discussione profonda del modello capitalistico e di tutte le sue conseguenze brutali e disumane che appaiono visibilmente ora nella loro drammatica evidenza. A distanza di un secolo le loro analisi non sono state ancora prese in considerazione, nonostante si possano riscontrare i deleteri effetti del sistema liberal-capitalista in modo sempre più drammatico.

Come ha sostenuto lo stesso Prof. Medaille, co-redattore della Distributist Review, è necessario evitare un approccio estetico o romantico al Distributismo, in quanto impedirebbe di collocarlo in un orizzonte di possibilità pratiche di sviluppo. In un’intervista di qualche tempo fa, Medaille criticava i due principali assunti dell’economia moderna: ovvero che l’economia fosse una scienza fisica anziché una scienza umana (quindi che non implicasse questioni etiche) e che fosse contrapposta alla giustizia (da qui la sollecitazione alla giustizia distributiva). Se si abbandona la giustizia economica, secondo le parole autorevoli di John Medaille, non è possibile raggiungere l’equilibrio. Anche attraverso i testi dei pannelli della mostra è possibile constatare quanto, nei sistemi capitalisti e socialisti che hanno imperversato nell’Occidente, si sia prodotta un’ingiustizia globale ed un commercio cronicamente squilibrato che ha prodotto il fallimento ed il caos sociale.

Un modello distributista, alternativo alla concentrazione della proprietà e delle libertà nelle mani di pochi, specifico dei sistemi capitalisti e socialisti testé evocati, renderebbe uno stesso Stato più snello con poteri maggiormente distribuiti a diversi livelli della società. Se la concentrazione della proprietà e del potere in poche mani conduce infatti al servilismo (emblematica l’opera in tal senso di Hilaire Belloc: “Lo Stato servile”), al contrario la distribuzione e la diffusione del potere porterebbe alla libertà e responsabilità anche sociale. I principi fondamentali del Distributismo (sussidiarietà e solidarietà) non sono che principi riscontrati nella dottrina sociale della chiesa e che questi autori cattolici hanno voluto portare alla riflessione di credenti e non credenti, purtroppo con scarsa attenzione anche dello stesso mondo cattolico. Nel quinto pannello della mostra si sintetizza la critica del Distributismo al capitalismo soprattutto per la separazione perniciosa tra capitale e lavoro, facendo sì che il capitale (come accade oggi) sia sempre in una situazione di forza e di vantaggio rispetto al lavoro. Al contempo, nei testi dei pannelli, la posizione distributista sostiene un giusto ruolo perequativo dello Stato in funzione di tutela dell’equa distribuzione delle risorse e a salvaguardia della dignità della persona e delle famiglie.

Anche il sistema social-comunista (imploso nel 1989, ma non ancora definitivamente sconfitto) è analizzato nel sesto pannello e ritenuto incompatibile alla natura dell’uomo tanto da produrre, come è sostenuto nel pannello successivo, una consonanza insospettabile con il capitalismo: la concentrazione del potere nelle mani di pochi. Se per il capitalismo i “pochi” sono rappresentati dall’elite finanziaria, nel sistema social-comunista i cosiddetti “pochi” sono rappresentati dall’elite burocratico-politica. Un’immagine agghiacciante proposta dal consulente artistico della mostra, Domenico Masotti, ovvero il grande condominio dell’impero sovietico assume così una caratteristica fisica assomigliante ad un coccodrillo che divora e spappola la vita e la libertà delle persone. L’alleanza tra capitalismo e social-comunismo è rappresentata efficacemente ancora dalla fotografia che evidenzia sullo stesso piano l’immagine di Lenin ed un fast food McDonald’s.

Nel nono pannello ed in altri pannelli successivi si evidenzia la necessità di una sovranità monetaria, ovvero il diritto alla proprietà di una moneta a servizio del bene comune. Ribadendo che, già dal 1971, la moneta non è più legata in alcun modo ad una riserva d’oro e che il denaro sia stato“creato dal nulla” solo ed esclusivamente a debito di Stati e cittadini verso il sistema bancario, si sollecita, nell’intento dei curatori della mostra, a ripensare a quell’indebitamento che tanto (e giustamente) fa travagliare l’intera umanità. Un tale indebitamento pubblico (in Italia dicono che abbia raggiunto la cifra superiore ai duemila miliardi di euro) genera fondamentalmente una drastica riduzione delle spese (ed anche dei servizi offerti ai cittadini) ed un aumento delle tasse.
Non essendo più lo Stato proprietario della sua stessa moneta (significativa l’immagine proposta nella mostra della Lira scritta efficacemente come “L,ira dimenticata”) si pagano le tasse ad uno Stato che, non essendo più sovrano, non può fornirci dei reali servizi. Nonostante i mezzi tecnici della mostra testimonino un’arte “povera” (cartoncini, fotografie, ruote di bicicletta) consona tuttavia ai tempi di magra che stiamo vivendo, le sollecitazioni ad un approfondimento della crisi proposte sono di assoluto interesse e di stimolo all’intelligenza e alla riflessione oculata.

Alcune immagini vigorose attestano in modo palese il cosiddetto “bombardamento monetario a tappeto” in atto, proposto con degli obiettivi di tipo militare caratteristico di una guerra armata. Contro questa crisi dirompente e permeante tutto il tessuto sociale, economico e familiare, la mostra ha il pregio di offrire delle valide alternative in linea con un richiamo alla vigilanza da parte di tutti. Il richiamo ad un sistema più partecipativo ad una diversa organizzazione del lavoro e della vita sociale non può prescindere da un coinvolgimento reale di tutti quei corpi intermedi (dai Comuni alle associazioni, dalle corporazioni di arti e mestieri alle confraternite religiose) che hanno permesso uno sviluppo delle varie attività umane, dal lavoro alla cultura, dalla fede alla socialità.

La mostra sul Distributismo (prima nel genere in Italia) ha il fine di proporre non solo una critica ai sistemi imperanti ed iniqui ricordati in precedenza, ma di lasciare una traccia molto concreta su cui indirizzare gli sforzi comuni. Ad esempio il controllo e la qualità dei servizi e beni fruibili deve essere posto al vaglio del cittadino e non imposto da un monopolio e da una concentrazione commerciale a danno dei piccoli produttori. Anche le tariffe minime e massime dei servizi, l’importo e la redistribuzione del prelievo fiscale devono essere conformi all’autonomia ed alla libertà delle singole persone e della centralità della famiglia. Negli ultimi pannelli della mostra si è voluto infine evidenziare quanto il Distributismo non sia un’invenzione utopistica ed arbitraria tipica degli apparati ideologici della modernità, ma come esso sia sempre esistito anche se sovente non riconosciuto. Fino all’avvento della rivoluzione industriale la congiunzione (e non la separazione) tra capitale e lavoro era pressoché considerata normalmente acquisita.

Nella fase delicata in cui stiamo vivendo, la mostra sul Distributismo ha quindi il pregio di additare, attraverso un recupero del pensiero e delle tradizioni antiche, le possibili vie d’uscita da una crisi che sembra totale ed irreversibile. I punti programmatici concreti proposti dal Movimento Distributista Italiano ed esposti a corollario della Mostra dovrebbero stimolare tutti ad una meditazione attenta.
L’alienazione del lavoro non può essere esclusivo tema dell’interpretazione marxista dei mali del capitalismo (che, come si è visto,sono falsamente contrapposti e rappresentano invece due facce illiberali della stessa medaglia), ma piuttosto l’esplicazione di una deleteria divisione tra lavoro e mezzi di produzione che hanno negato la dimensione totalmente umana del lavoro stesso mortificandone la libertà, l’originalità e l’inventiva tipica della natura dell’uomo.

Le caratteristiche salienti del Distributismo, ovvero il mutuo soccorso ed il reciproco impedimento, impediscono la proletarizzazione e la miseria di una parte consistente del corpo sociale da un lato, e l’arricchimento iniquo di pochi eletti dall’altra parte. I principi del Distributismo, affini e contigui ai “principi non negoziabili” non rappresentano, a mio avviso, che uno sviluppo della dottrina sociale della chiesa tracciata dai Padri fondatori, ai quali è dedicata giustamente un’ampia sezione personale delle opere e del coraggioso loro tributo all’edificazione di una civiltà che affonda le sue radici nella tradizione cristiana.

martedì 9 aprile 2013

“Il mondo permette tutto, ma non perdona niente”


di Silvio Brachetta

C’è del vero nel detto secondo cui «nella chiesa non tutto è permesso ma tutto è perdonato, mentre il mondo permette tutto ma non ti perdona niente», riportato dal Padre Cédric Burgun, prete della Diocesi di Metz, in una sua riflessione. Don Burgun è membro della Comunità dell’Emanuele e docente presso la Facoltà di Diritto canonico dell’Istituto cattolico di Parigi (Icp). È inoltre un convinto promotore della causa di beatificazione del politico francese Robert Schuman (1886-1963), uno tra i padri fondatori dell’Unione europea.
Lo stesso metro di giudizio, secondo il Padre è applicato nelle pene da comminare: la Chiesa - dice - «condanna gli atti, mai le persone», ma il mondo «se ne frega perché, se un atto è malvagio, tutta la persona deve pagare e cadere».
Padre Cédric non può che fare riferimento al paradosso etico-morale che cova sotto le proposte del governo socialista di François Hollande. Da una parte c’è la martellante attuazione del «liberalismo a oltranza», che sta distruggendo l’istituzione del matrimonio e della famiglia (con la mozione sul matrimonio omosessuale) e liberalizzando senza criterio ogni ambito economico e sociale. E, contemporaneamente, le persone vengono bacchettate senza pietà, com’è accaduto all’ex Ministro del Bilancio Jérôme Cahuzac, travolto da un’«ondata di rabbia, bugie, insulti» a seguito al suo coinvolgimento nella recente vicenda legata al riciclaggio di denaro e alla frode fiscale.
In realtà è l’intera gestione Hollande che sta lentamente implodendo su se stessa. Almeno dal punto di vista economico, il premier è coinvolto in prima persona, secondo quanto riporta il periodico tedesco “Handelsblatt”: «Hollande voleva debellare la corruzione e gli intrighi, ma non c’è riuscito. Scioccato, parla ormai di ‘oltraggio alla Repubblica’ e di ‘violazione alla morale repubblicana’. Tuttavia prima, e per mesi, aveva preso le difese del suo ministro [Jérôme Cahuzac], un’incoerenza che l’opposizione gli rimprovera ormai senza pietà. Il partito conservatore, l’Ump, ha già dichiarato quanto sia difficile credere che Hollande non fosse al corrente di nulla. Il presidente dovrà spiegare perché malgrado i sospetti abbia difeso Cahuzac così a lungo» (tr. dal tedesco a cura di cafebabel.com).
E comunque don Cédric Burgun, nonostante tutto, si mette dalla parte del peccatore Jérôme Cahuzac e ne parla come d’un capro espiatorio, punito da una società carica d’odio che, «da un lato, difende quotidianamente la libertà di ogni cittadino, eleggendo l’individualismo come primario e, dall’altro, condanna pubblicamente e senza misericordia qualsiasi peccatore».
La società francese è dedita, più delle altre, alla pubblica lapidazione? Sembrerebbe di sì, per certi aspetti - «écrasez l’infâme», «schiacciate [la religione] infame», gridava Voltaire ai danni dei credenti, da lui ritenuti intolleranti. Ma Voltaire fu parziale. Se infatti, a volte, la religione rigurgita intolleranza e fanatismo, fanatici di certo furono quei laici che condannarono l’innocente Alfred Dreyfus (1859-1935) per alto tradimento, perché ebreo. Il cattolico Charles Péguy, in quell’occasione, prese pubblicamente le parti di Dreyfus, scrivendo un saggio (nel 1896) sul clamoroso errore giudiziario.
In ogni caso, non solo la Francia, ma il mondo intero lapida il prossimo con facilità e cerca capri espiatori in ogni dove. Sia pure quando l’oligarchia al potere s’illude d’imporre legalmente liberalità e tolleranza.

Thatcher, nostalgia di un leader


di Riccardo Cascioli

“I russi dicono che sono una lady di ferro… E hanno ragione. La Gran Bretagna ha bisogno di una lady di ferro”. Ripercorrendo qualcuno dei suoi più celebri interventi, si capisce con chiarezza quale impatto possa avere avuto Margaret Thatcher, morta ieri a 87 anni, per la Gran Bretagna e nelle relazioni internazionali. Non fosse stata di ferro, non sarebbe riuscita ad emergere in un ambiente - come quello del Parlamento inglese - quasi esclusivamente maschile. Lo era nel 1979, quando andò al governo, lo era ancora nel 1990 quando fu costretta a lasciarlo.
Alcuni dicono che abbia spianato la strada per le donne a capo del governo: c'è da dubitarne, lei è stata un caso unico, tanto è vero che in questi ventitré anni dalla sua uscita di scena nessun’altra donna si è neanche avvicinata a quella posizione.

Risentire oggi alcuni suoi discorsi fa riscoprire una determinazione, una chiarezza di giudizio, una forza di volontà assolutamente eccezionali, e non solo per una donna. Tanto è vero che nessun uomo politico riusciva a tenerle testa in un dibattito, né in patria né fuori. E’ così che ha cambiato profondamente la Gran Bretagna, riconvertendo la mentalità inglese dallo statalismo alla responsabilizzazione dell’individuo. Ha spaccato il Paese per questo: di violenze e contestazioni di piazza nei suoi undici anni di governo ce ne sono state come mai prima, la più famosa di tutte quel braccio di ferro tra il 1984 e il 1985 con il potentissimo sindacato dei minatori che ella riuscì clamorosamente a schiacciare.

E mentre “rifaceva” la Gran Bretagna, passava con la stessa decisione e determinazione attraverso le crisi internazionali più gravi: la guerra contro l’Argentina per il possesso delle isole Falkland/Malvinas, il terrorismo nord-irlandese, il bombardamento della Libia, la Guerra Fredda. Tutte battaglie vinte o comunque condotte senza cedere di un passo davanti al nemico. Anche quando questo si chiamava Comunità europea o Moneta unica. Si è sempre opposta fieramente alla cessione di anche solo un dito di sovranità.
In ogni circostanza ha difeso la patria, i valori occidentali, la democrazia contro ogni tentazione socialista, e incentivato le capacità e responsabilità delle singole persone.

Il che non vuol dire che abbia fatto tutto bene o che le sue scelte non siano criticabili. Tutt’altro: molte sue decisioni sono ancora discusse. Come quelle economiche, ad esempio: il suo piano accelerato di privatizzazioni ha imposto, come conseguenza, dei pesanti costi su parte della popolazione, vedi il caso dei 200mila minatori che hanno visto chiudere la loro attività. Per alcuni esperti le misure furono drastiche ma necessarie: la Gran Bretagna sarebbe morta sotto la pesante cappa dello statalismo se non si fosse intervenuti. Altri invece sostengono che non seppe guardare al lungo periodo, alle conseguenze di quelle scelte: bene le privatizzazioni, ma troppo veloci e senza prevedere la deindustrializzazione e la delocalizzazione che ne sarebbe seguita, e pericoloso dirottamento dell’economia verso la finanza. Così pure la scelta di restare fuori dall’Euro viene periodicamente rimessa in discussione.

Ma non solo l’economia: il patriottismo e il nazionalismo guidarono anche la guerra con l’Argentina che, seppure vinta, continua a suscitare dibattito, non ultimo per il “trucco” con cui fu giustificato l’attacco alla nave argentina Belgrano, quindi, l’avvio della battaglia. Né si può dimenticare che fu proprio lei a trasformare in argomento politico la questione del riscaldamento globale per motivi interni e internazionali (vedi R. Cascioli - A. Gaspari, Che tempo farà, Piemme 2008, pp.112-118): è stata proprio lei a riconoscere nel suo ultimo libro le conseguenze nefaste e non volute di quella scelta, l’ascesa dei movimenti ecologisti dalle tendenze chiaramente socialiste.

Resta però la coerenza con cui ha difeso i valori in cui credeva e che - almeno come principio - sono comuni alla civiltà occidentale. Certamente, si può pensare, fosse stata al governo oggi non l’avremmo vista sbracare davanti alla dittatura del relativismo e del politicamente corretto, dalle pretese islamiche all’imposizione della cultura omosessualista, come invece sta facendo l’attuale premier conservatore David Cameron.

E soprattutto, rileggendo la sua storia, riascoltando i suoi interventi non si può fare a meno di provare un po’ di nostalgia per un vero capo di governo, facendo il confronto con l’Europa di oggi, guidata da nani politici (e non per statura fisica) incapaci di una visione del mondo e del destino del proprio paese che vada oltre le proprie fortune e il prossimo appuntamento elettorale. Si deve tristemente riconoscere che dopo la Thatcher ed Helmut Kohl in Germania, di statisti degni di questo nome in Europa non si è più visto nessuno. E quando poi abbiamo sentito ieri l’ex presidente del Consiglio e aspirante Presidente della Repubblica Romano Prodi, parlare della Thatcher con senso di superiorità attribuendole la responsabilità dell’attuale crisi economica dell’Europa, abbiamo capito in che abisso il nostro Paese sta precipitando.

lunedì 8 aprile 2013

No alla Bonino al Quirinale


di Stefano Fontana

E’ ormai da tempo che tra i papabili ad essere eletti alla Presidenza della Repubblica circola il nome di Emma Bonino. Ora, per una serie di contingenze politiche la cosa si sta facendo ancora più insistente. E preoccupa.
Sulla prossime elezioni del sostituto di Napolitano si gioca un’importante partita politica. Anzi, la vera partita politica. Tutto il resto ne dipende, compreso il futuro governo. Tutti lo sanno ed è per questo che la tattica e il surplace hanno la meglio.

Il Pd ha due spinte interne. Una è la tentazione di Bersani di eleggere Romano Prodi con il “metodo Grasso”, ossia alla chetichella, senza accordi previ di natura organica. In questo modo si eleggerebbe un Presidente “di parte” e non rappresentativo della maggioranza degli italiani. Dal punto di vista di Bersani ne varrebbe la pena, però, perché così facendo si metterebbe in angolo Berlusconi e lo si accerchierebbe definitivamente con un Presidente a lui ostile. Certo, una “occupazione” di tutte le cariche istituzionali dopo aver “pareggiato” le elezioni comporterebbe, a lungo andare, molte conseguenze negative, ma nell’immediato potrebbe dare dei frutti. L’altra tendenza interna al Pd vuole scegliere un Presidente non di “parte” e quindi gradito anche al Pdl, come base per un successivo governo di unità nazionale con dentro anche il partito di Berlusconi.

In questo quadro è possibile che si trovi una convergenza proprio sul nome della Bonino. Mara Carfagna, del Pdl, l’ha indicata, seppure a titolo personale, come una persona gradita. Il segretario del Partito socialista Nencini l’ha proposta. Sta montando sui media la campagna pro Bonino. Lo scorso 4 aprile Il TG2 ha dedicato un lungo servizio sulle donne in politica che terminava con la Bonino. “Io voglio Emma Bonino Presidente” è il manifesto lanciato dai Radicali nella loro pagina face book. Il 5 aprile è uscito il solito sondaggio SWG secondo il quale Emma Bonino sarebbe al primo posto anche nel gradimento degli italiani. In precedenza era uscito un analogo sondaggio secondo cui tra i Grillini Emma Bonino, insieme a Rodotà e a Zagrebelski, era ai primi posti. Insomma: la consueta macchina propagandistica è iniziata alla grande. I deputati cattolici nel frattempo tacciono (o quasi), come pure il mondo cattolico in quanto tale, che sembra ormai pronto ad accettare tutto (o quasi) dopo aver deciso di poter votare tutto (senza quasi).

L’elezione alla Presidenza della Repubblica di Emma Bonino sarebbe un fatto gravissimo per l’Italia. Lei rappresenta una cultura radicale fatta di etica libertaria ed esasperato individualismo. In questi decenni Emma Bonino e i Radicali hanno decostruito tutti i principali valori su cui si era retta la società italiana. Non sono stati gli unici, naturalmente, in quanto di numero esiguo, ma ne sono stati l’avanguardia e la Bonino ne è il simbolo. Le cosiddette battaglie per “i diritti civili” hanno portato in Italia le leggi sull’aborto e sul divorzio, che la Bonino considera ora troppo restrittive. La sua linea è per la depenalizzazione delle droghe, per l’apertura ad ogni “tipo” di famiglia, per la completa autodeterminazione circa il fine vita, per il suicidio assistito. In tema di fecondazione artificiale la Bonino è per l’abolizione della legge 40, o la sua definitiva apertura, a favore di un completo “fai da te” in tutta questa delicata problematica. La Bonino è per l’ideologia del gender, per la distribuzione senza limiti della cosiddetta “contraccezione d’emergenza” a carattere abortivo, per il mercato della banche del seme, per l’utero in affitto. La Bonino è per liberalizzare tutto, individualizzare completamente l’etica sociale, superare definitivamente la natura. E’ liberista sfrenata in economia ed è libertaria sfrenata in etica sociale. Rappresenta l’ideologia della borghesia moderna allo stato puro, che è un’ideologia nichilista. Quando parla – e ne parla spesso – di legalità e di diritto, li intende in modo assolutamente contrattualistico, senza il minimo riferimento ad una eventuale e remota legge di natura, nemmeno nelle forme aggiornate a cui hanno approdato alcuni intellettuali laici.

Con lei al Quirinale avremmo una interpretazione puramente formalistica, più che positivistica, e non sostanziale della Costituzione, senza riferimento ad un suo retroterra culturale e antropologico. Emma Bonino non rappresenta gli italiani. Sarebbe un Presidente non condiviso e non condivisibile. Esporrebbe la massima carica della Repubblica all’obiezione di coscienza. Toglierebbe alla nostra Costituzione la terra sotto i piedi.
La storia di Emma Bonino - chi è veramente e cosa vuole la leader radicale - vale la pena essere conosciuta. Per questo vi suggeriamo di acquistare il libro di Danilo Quinto a lei dedicato "Emma Bonino dagli aborti al Quirinale?", direttamente dal nostro sito (clicca qui)

Psicanalisi breve della sinistra italiana che soccombe al successo


di Umberto Silva

L’angoscia attanaglia il Pd. Dopo essersi brillantemente fottuto nelle ultime elezioni, a quelle di giugno grazie a Renzi potrebbe stravincere e il suicidio a quel punto diverrebbe difficile, molto difficile; occorrerà inventarsi qualcosa di estremo, che so, una scissione perlomeno, sempre che non si punti all’autoimmolazione buddista. Che angoscia! Fin da ora i capi storici del partito si stanno chiedendo come fare per perdere la posta senza perdere la faccia. E’ inutile che la menino con il solito ritornello che la loro missione è quella di risanare l’Italia e quindi il sacrificio bla bla, non è vero, non hanno sanato un accidenti. Ma non è vero nemmeno quel che dice la destra, che l’unico pensiero della sinistra è di far fuori il Cavaliere. Fosse così ci sarebbe riuscita, ha avuto mille occasioni ma ha preferito erotizzarsi con le Minetti e amiche, erotismo di seconda mano, la prima l’ha passata il Cav. La vera, unica, vocazione della sinistra è il suicidio, sempre e comunque, in un modo o nell’altro.

Ai tempi dei Padri Fondatori il suicidio andava a braccetto con l’omicidio, nessuno ha ammazzato tanti comunisti quanto Stalin; divenuto borghese e democratico, il comunismo ha abbandonato l’omicidio suicida optando per il puro suicidio, non plateale ma indolore, alla chetichella, salvando le apparenze: “Noi ce l’abbiamo messa tutta, ma è accaduto l’imprevedibile”, che puntualmente li beffa. Imprevedibile per la sinistra è che gli avversari siano vivi; invece è proprio così: saranno pure mascalzoni ma sono vivi e pertanto imprevedibili, mentre la sinistra è del tutto prevedibile e prevista grazie alla scia di noia che si porta dietro e di cui fa bella mostra; noia che è il fiore all’occhiello della paranoia, la presunzione di sapere come sono fatte le cose e come vanno, nel disprezzo dell’altro, un imbecille. Paranoia è pensare che si può fare qualsiasi cazzata che tanto funziona e sarà premiata, e così si spacciano le primarie per resurrezione quando invece sono sepoltura, e così ci si sforza di credere che Bersani e Renzi siano la stessa persona e che la gente non se ne accorga, laddove persino il loro storico e istituzionale riferimento, lui sì desideroso di vita, Napolitano, è disgustato da tanta voglia di morte e decisamente attratto dal Cavaliere, dapprima come rivale con cui scambiare violenti colpi di fioretto, poi come interlocutore, infine come partner, chissà.

Appena si accorge di poter vivere, la sinistra si affretta a morire. V’è in lei quello che Ivan Morris attribuì ai kamikaze, l’idea della “nobiltà della sconfitta”. L’antica accusa alla ricchezza si è progressivamente spostata nell’accusa alla vittoria, considerata qualcosa di prepotente, arbitrario, sporco, demoniaco. Una proiezione: storicamente i comunisti sono stati prepotenti e satanici, ora del potere hanno timore e l’allontanano, non lo tollerano, preferiscono regalarlo a quel padre onnipotente che un tempo era l’amato Stalin e nel presente, nell’inversione allucinatoria, è identificato nell’odiato Cavaliere. Costui sarebbe il freudiano “padre dell’orda”, dedito solo al proprio sadico godimento. La vittoria per la sinistra si riduce così a una masturbazione che non può tradursi nel reale. Ne parla Freud in “Coloro che soccombono al successo”: quando stanno per raggiungerlo o addirittura lo colgono, vi si sottraggono rifugiandosi in inconscie espiazioni di antichi delitti.

Tuttavia con l’allontanarsi nel tempo dello spettro dell’infame Padre Fondatore, il senso di colpa che scaturisce dall’idea di averlo amato ma anche ucciso, abbandonato, evapora, trasformandosi in qualcosa di più sedato che però la rievoca: la rivendicazione. Tuonano gli ex comunisti contro i faccendieri e i nullafacenti, ma sono loro a vivere di rendita, altro che Unipol e Monte dei Paschi è l’arroganza la loro inesauribile banca. Gli ex comunisti rivendicano quel che pensano spetti loro di diritto, il potere, perché sono i migliori, i più degni in tutto; e poiché di diritto tutto loro spetta non fanno granché per procurarselo, attendono che la signora Etica e sua sorella Estetica glielo offrano su un piatto d’argento, meglio se liberty, possibilmente dello squisito Philippe Wolfers. Disdegnano le furbate e i colpi bassi; disdegnano anche quelli alti, disdegnano tutto, anzi, per ostentare quanto sono sicuri del loro diritto e quanto ciecamente confidino nella giustizia della Storia e dell’Etica, si premurano di dare dei vantaggi all’avversario, a sostare nell’ozio ridendo di lui. Giocano senza portiere e apposta sbagliano i rigori. Quando però l’arbitro fischia il pareggio s’incazzano come bestie, dicono che è stato tutto uno scherzo. La vittoria, sostengono, non è dei numeri ma della virtù, e loro ne hanno da vendere mentre gli avversari sono fatti fugacemente, e un giorno il Padre dell’Orda li fa un altro li disfa, sono burattini ipnotizzati, telecomandati. Di marmo, invece, sono fatti gli uomini della sinistra, eredi della filosofia classica tedesca con un pizzico di Heidegger che fa tanto chic, giusto per romperci i coglioni quasi ogni giorno sui massimi quotidiani nazionali. Pubblicate piuttosto i libriccini di Amélie Nothomb, lo strepitoso “Barbablù” appena uscito nelle edizioni Voland, sulfurea disintossicazione da tutte le filosofie dello spirito.

Ebbene sì, per il Pd la sconfitta è la migliore vittoria. Gli avversari li guardano un po’ stupiti, un po’ preoccupati: “Che si fa con un simile partito? Se andiamo insieme al governo, il giorno dopo ci tocca fargli la respirazione bocca a bocca. Tant’è. Papa Francesco dà esempio di carità estrema e sebbene non siamo proprio dei santi non possiamo tirarci indietro. Ma non è che quelli tutt’a un tratto s’intirizziscono nel rigor mortis e ci mozzano la lingua?”.

mercoledì 3 aprile 2013

Il vero inventore degli assegni familiari


Gli assegni familiari: statali?
(articolo su “Daoudal Hebdo”, n.112, pp. 2,3)

di Yves Daoudal *

Gli assegni familiari non sono stati inventati dal Governo di Vichy [1940-1944, ndr], né da un altro Governo. Si tratta di un’iniziativa privata. Sono stati inventati da un uomo di nome Emile Romanet, uno dei più grandi nomi del cristianesimo sociale. Per la precisione, com’è opportuno su tali questioni, bisogna però risalire all’industriale cattolico Léon Harmel.
Nel 1891, Léon Harmel fu uno dei primi lettori dell’Enciclica Rerum novarum di Leone XIII. Infatti, egli dotò la propria attività imprenditoriale [una filatoria ereditata dal padre, ndr] di diverse strutture, inclusi i fondi di mutuo soccorso che anticiparono (e ispirarono) l’Enciclica.
Nel 1891, per soddisfare i desideri di Papa Leone XIII sul giusto salario, decise d’istituire per l’azienda un “extrastipendio familiare”: un’indennità aggiuntiva, cioè, per i lavoratori con figli piccoli a carico. Stabilì, in sostanza, gli assegni familiari all’interno della propria azienda. Léon Harmel fu dunque molto influente negli ambienti cattolici che ragionavano sui vari aspetti della Dottrina sociale della Chiesa in gestazione, compresa la questione del salario familiare.
Durante quegli anni, un giovane impiegato d’un’impresa di caldaie a Grenoble - Emile Romanet - frequentava il Circolo Saint-Bruno [per gli studi cattolici sulle questioni sociali, ndr]. Qui esaminò l’Enciclica di Leone XIII e s’interessò, in particolare, della questione della famiglia e dell’equo salario. Romanet giunse alla conclusione che il salario dev’essere computato in funzione dei gravami familiari.
Nel 1897 divenne co-proprietario dell’impresa. Le sue idee fecero strada e nel 1915 indisse un sondaggio per stabilire quali fossero le esigenze delle famiglie in rapporto al numero dei figli. Nel 1916, d’accordo con l’altro co-proprietario (erede del fondatore), introdusse in azienda gli assegni familiari.
Poi convinse i sindacati dei muratori, dei meccanici, dei calderai e dei fonditori dell’Isère a fare lo stesso: il 29 aprile 1918 fu creato un “fondo di compensazione”. Così nacquero gli assegni familiari.

* giornalista e scrittore francese, fondatore del settimanale Daoudal Hebdo

(traduzione dal francese a cura di Silvio Brachetta)

martedì 2 aprile 2013

Antropologia cristiana e Salvezza del mondo


di S. E. Mons. Giampaolo Crepaldi

Relazione al convegno “Il rinnovamento della Chiesa passa anche attraverso la testimonianza offerta dalla vita dei credenti” (Porta Fidei n. 6). Un Contributo dello Studium Generale Marcianum all' Anno della Fede (11 ottobre 2012- 24 novembre 2013).

Premessa

A leggere il titolo di questo mio intervento sono andate crescendo in me due domande. La prima: non è eccessivo mettere in relazione l’antropologia (pur se cristiana) con la salvezza? Il piano antropologico ha bisogno di salvezza, infatti, e quindi non può essere esso stesso a produrla. Giunge poi la seconda domanda: per salvezza del mondo intendiamo la salvezza del mondo “in quanto mondo”, ossia nella sua mondanità? Ma a questo livello, quello della mondanità del mondo, non può esserci salvezza, almeno nella pienezza di significato del termine.
Queste due domande, che immediatamente ci raggiungono appena letto il titolo, ci dicono che il livello in cui esso pone la questione non è l’ultimo livello, ma uno intermedio, che non può essere affrontato da solo, ma presuppone altro. La prima parte della frase – l’antropologia cristiana - presuppone Gesù Cristo, Creatore e Salvatore del mondo, e nella seconda parte – la salvezza del mondo - presuppone la ricapitolazione escatologica di tutte le cose in Cristo, fine della storia e del cosmo. Gesù Cristo sta quindi all’inizio e alla fine.
In altri termini, l’antropologia cristiana e la salvezza del mondo non possono essere poste in relazione tra loro in quanto tali, ma in riferimento ad un “di più” che il titolo non esprime ma che presuppone.

Il minimalismo cattolico

Mi sono attardato in questa premessa perché è in atto ormai da tempo un certo minimalismo cattolico, molto concentrato sull’uomo e sul mondo. La centralità assunta dall’antropologia ne è un esempio. L’intento è di far passare meglio l’annuncio cristiano nella società moderna e secolarizzata, incentrandolo appunto sull’uomo. L’esito però è spesso proprio l’opposto. Solo alcuni esempi. Dal minimalismo teologicoderiva una specie di minimalismo antropologico, sicché quello che si voleva valorizzare – l’uomo – viene alla fine sminuito. Dal minimalismo mariano non è derivato granché in termini di autentica valorizzazione della donna. Dal minimalismo liturgico non è arrivato granché in termini di consapevolezza del significato del culto cattolico. Dal minimalismo epistemologico, con l’abbandono di un approccio metafisico alla verità[1], sostituito da un apparentemente più umile approccio ermeneutico, non è derivata una ripresa della ricerca della verità quanto piuttosto una stanchezza e quasi una estenuazione nei confronti del vero. Per dirla in termini ancora più netti: mentre ci siamo concentrati sull’antropologia, nella cultura vissuta di oggi si è perso interesse per cosa significhi essere uomo, e non ce ne siamo accorti. Il concetto stesso di natura umana è non solo messo in discussione, ma in certi casi completamente messo da parte, sicché certi sviluppi dell’ideologia del gender per esempio portano direttamente alla perdita di ogni confine tra l’uomo, l’animale e la macchina, come hanno ben spiegato di recente i Vescovi spagnoli[2]. Mentre noi ci impegnavamo ad incontrare la libertà umana e a dialogare con essa, l’uomo perdeva interesse ad essere libero[3].
Il Magistero ci segnala da tempo che la crisi della società contemporanea è in fondo una crisi “antropologica”[4]. Ora, la risposta ad una crisi antropologica non può essere antropologica. Scendendo al semplice livello antropologico si perdono di vista i veri motivi per cui l’antropologia è in crisi. Ogni realtà, diceva Romano Guardini, è sempre più di se stessa[5]. Quindi, aggiungo io, non può essere essa stessa né la causa né la soluzione di una sua crisi. La stessa presa di coscienza della crisi, per non parlare poi della sua soluzione, deve partire da un punto di vista diverso e più alto. Ecco perché a mio parere la crisi antropologica è in realtà una crisi teologica. Ed ecco perché alla crisi antropologica si potrà rispondere solo con la “centralità di Dio” piuttosto che con la centralità dell’uomo.

Una strategia tardiva?

Al minimalismo cattolico fa da compagno il riduzionismo. I due concetti sono differenti. Il primo è teologico, il secondo è filosofico. Il riduzionismo è proprio della ragione che, come ci ha insegnato Joseph Ratzinger, si autolimita[6], vale a dire riduce per scelta l’ambito di verità di sua pertinenza. Qualcuno dice che tutta la modernità è un lungo processo di autoriduzione della ragione. L’origine è razionalistica, anche se può sembrare un controsenso. Il razionalismo è l’esaltazione della ragione. Ma proprio questa esaltazione è all’origine del riduzionismo perché l’assolutezza che la ragione pretende per sé può essere conquistata solo eliminando ciò che va oltre la ragione stessa. L’eliminazione di ciò-che-va-oltre impedisce alla ragione di andare “oltre”: in questo consiste l’autolimitazione. Questa chiusura di orizzonti aumenta progressivamente l’ambito dell’irrazionale. E’ il prezzo da pagare da una ragione assoluta che non vuole lasciare nulla fuori di sé e che per fare questo si riduce a nulla.
Sul piano antropologico, oggi questo processo è particolarmente evidente nel campo dell'ideologia ecologista da un lato e dell’ideologia del gender dall’altro: le due maggiori sfide, a mio parere, che riguardano l’antropologia cristiana.
In un primo momento sembrava che l’ideologia ecologista portasse con sé solo il limite di separare ecologia ambientale ed ecologia umana[7]. La dimensione naturale dell’ecologia veniva limitata all’ecologia ambientale: la natura ridotta ad ambiente. Emergeva così la grave discrepanza dei movimenti ecologisti, che difendevano la sopravvivenza delle foche e non dei feti o degli embrioni umani. In questa fase, la ragione ecologista poteva ancora essere colta in contraddizione con se stessa e richiamata ad un criterio di verità. Procedendo, però, ci si è accorti che l’ideologia ecologista aveva fatto nel frattempo dei passi ben più radicali: l’uomo stesso veniva inserito nell’ambiente, annebbiandosi la consapevolezza della sua diversità qualitativa rispetto alle altre creature. Nascono nuove forme di panteismo, di animalismo e di naturalismo neopagano che i Lumi pensavano aver dissolto e che invece proprio essi hanno alla lunga e paradossalmente prodotto.
Questa diluizione della persona nella natura fa coppia con il contrario, ossia l’artificializzazione della vita e dell’identità umana. Questo è particolarmente evidente nella cosiddetta ideologia del gender[8]. In questa tendenza di pensiero ormai ampiamente diffusa, l’identità personale è completamente denaturalizzata in quanto l’orientamento sessuale è considerato un'operazione culturale. In questo modo la costruzione di sé è fatta completamente dipendere dalla libertà, mentre nel naturalismo ecologistico di cui parlavo prima l’identità di sé era sottomessa ai ritmi biologici del tutto. L’ideologia del gender è anche la de-naturalizzazione della società, oltre che della persona, in quanto le relazioni familiari, e quindi sociali, vengono frammentate e moltiplicate in un sistema a rete componibile e scomponibile, astratto ed individualistico.
Le due tendenze che ho presentato – il naturalismo ecologista e l’ideologia del gender – sono apparentemente contrapposte. La prima, infatti, “naturalizza” la persona e le sue relazioni, mentre la seconda la “denaturalizza”. Però, a ben vedere, sono anche convergenti. Infatti nel naturalismo ecologista la natura ha perso il suo carattere finalistico, ossia la capacità di indicare un dover essere. Parallelamente, l’ideologia del gender ha completamente abolito il dover essere frutto di una identità naturale, consegnandosi completamente alla sola volontà del soggetto.
Questo è il panorama di oggi. Il cristianesimo fa spesso dell’antropologia il perno nella propria proposta per la salvezza del mondo. Contemporaneamente il naturalismo ecologista e l’ideologia del gender ci hanno già congedato da tempo dall’antropologia, attuando quanto alcuni visionari, Nietzsche in testa, avevano previsto già molto tempo fa. Ecco perché la strategia della svolta antropologica si rivela, quantomeno, tardiva.

Salvare l’antropologia cristiana

L’antropologia cristiana non potrà salvare alcunché se prima non accetta di essere salvata e se non si presenta come tale, come salvata. L’antropologia cristiana non è semplice antropologia, è l’antropologia dell’uomo salvato. La fede cristiana vissuta nella Chiesa presenta l’uomo non in quanto tale, ma l’uomo salvato da nostro Signore Gesù Cristo. L’antropologia cristiana non è prima antropologia e poi cristiana, ma l’aggettivo “cristiana” la sostanzia, in quanto la presenta come la visione dell’uomo salvato. In questo caso l’aggettivo è più importante del sostantivo. 
C’è oggi una tendenza, anche pastorale oltre che teologica, a presentare il cristianesimo in chiave quasi esclusivamente antropologica: “Cristo, uno di noi”. Come se la sua pertinenza con l’uomo fosse la sua principale caratteristica di verità. Ma quale uomo? L’uomo caduto o l’uomo redento? L’uomo come peccatore o l’uomo come risorsa? Il cristianesimo punta sull’uomo come risorsa, ma non cessa realisticamente di vedere anche l’uomo come peccatore[9]. E nel mentre ci si illudeva che il cristianesimo potesse collimare con un uomo astratto, né caduto né redento, e si riduceva il cristianesimo a misura d’uomo, era proprio l’uomo a venire meno sotto i colpi del nichilismo. Oggi la pastorale si accorge che manca l’umano ed è difficile annunciare Cristo perché manca l’attesa umana, i presupposti umani di desiderio di verità e di libertà. Per questo non è più possibile partire dalla semplice antropologia, bisogna piuttosto ricostruire l’umano non partendo da esso ma da Cristo, alla cui luce l’uomo capisce chi era, chi è e chi sarà.
La Chiesa non ama il mondo per lasciarlo così come è, ma per salvarlo. Per fare questo essa mostra al mondo il mondo salvato. Così è strumento di salvezza. Mostra il mondo salvato mostrando il Salvatore e il Volto della salvezza. Solo dei cristiani veramente rinati ad una nuova antropologia potranno portare salvezza nel mondo. Non si creda che il cristianesimo debba ridursi ad antropologia per salvare il mondo. Deve piuttosto mostrare all’antropologia la nuova creazione, ossia una rinnovata antropologia. L’uomo nuovo, la nuova creatura è l’uomo vecchio salvato. Salvato da se stesso prima di tutto, dalla chiusura nei propri superbi limiti, e salvato dalla propria presunzione di salvarsi da solo.
Ho così un po’ rovesciato il titolo della relazione: antropologia cristiana e salvezza del mondo. La prima a dover essere salvata è l’antropologia, affinché possa essere salvifica per il mondo. Infatti solo se l’antropologia rivela altro e non se stessa è veramente cristiana e può veicolare una salvezza. L’uomo è la via della Chiesa, diceva la Redemptor hominis, ma perché Cristo è la via della Chiesa.
L’antropologia cristiana viene salvata se viene ribadita la centralità di Dio e se la promozione dell’uomo serve ad aprire un posto per Dio nel mondo. Il Magistero di Benedetto XVI, in continuità con i precedenti pontefici, non ha concesso niente ad un cristianesimo inteso come generico umanesimo. Vorrei fare a questo proposito una osservazione sul Concilio Vaticano II. E’ stato detto che il Concilio avrebbe attuato una “svolta antropologica”. Credo però che la lettura corretta del Concilio sia quella proposta dal Cardinale Ratzinger nel 2000, quando ebbe a dire che, secondo lui, il tema centrale che i Padri conciliari si erano proposti era la “centralità di Dio”[10]. Quella della centralità dell’uomo appartiene alle letture non sempre corrette del post Concilio. 

Il nodo della prassi

Se osserviamo come vanno le cose nel nostro tempo veniamo colpiti dalla importanza assunta dalla prassi. Vorrei spiegare questa mia idea, per non correre il rischio di essere equivocato.
Il rapporto teoria-prassi era una questione molto dibattuta qualche decennio fa, quando la filosofia marxista e lo storicismo in genere erano ancora ascoltati. Negli anni Sessanta e Settanta sono stati scritti fiumi di inchiostro su questi argomenti. L’emergenza della prassi era stata evidenziata soprattutto da J. B. Metz, di scuola rahneriana, ed era stata variamente declinata fino alla interpretazione della teologia della liberazione ed oltre. L’accusa alla teologia europea in quanto astratta e deduttiva era allora un luogo comune e alimentava la deellenizzazione del cristianesimo, che Benedetto XVI ha definitivamente criticato a Regensburg e altrove. Pur con le tante difficoltà create da questi percorsi teologici, non si può negare che il problema esistesse.
Torniamo al naturalismo ecologista e all’ideologia del gender di cui ho parlato sopra. Queste ideologie, a ben vedere, non si stanno imponendo con convegni di esperti e con libri di specialisti ma con atteggiamenti, comportamenti, mode e stili di vita. Facendo fare alla gente delle cose. Mettendo nelle loro mani la possibilità tecnica di fare qualcosa. La teoria viene fatta passare imponendo un tipo di abbigliamento, un modo di atteggiarsi in pubblico o di trascorrere il tempo libero, oppure forme di vita socialmente riconoscibili ed apprezzabili. In questo modo si fa passare una nuova comprensione di sé delle persone. L’invenzione della minigonna negli anni Sessanta, della pillola anticoncezionale o della fecondazione artificiale dal 1978, hanno avuto un impatto sulla comprensione della propria identità personale e relazionale molto maggiore di tanti convegni accademici. Se l’ideologia del gender non avesse potuto usufruire della fecondazione artificiale, scoperta nel 1978 con la nascita di Luise Brown, sarebbe rimasta solo una teoria. Così invece è passata attraverso l’agire di tante coppie che, senza approfondire teoricamente le questioni connesse con quella scelta, hanno agito in quel modo. Il modo con cui oggi si inducono i nostri giovani a divertirsi al venerdì o al sabato sera produce una trasformazione antropologica senz’altro maggiore di tanti nostri convegni per esperti. Come si vede da questi pochi esempi, oggi tante forme di negazione della natura umana o addirittura di riformulazione dell’umano passano attraverso modi di vivere e di agire e non mediante l’esposizione di teorie.
Nel post Concilio, come ricordavo, alcune correnti della teologia cattolica hanno cercato di assumere la concretezza storica in tutta la sua importanza, fino a partire metodologicamente da un primato della prassi. Così facendo, però, hanno corso il rischio di cadere nello storicismo. Il primato della prassi, infatti, elimina il concetto di natura e di natura umana e presenta l’uomo come prodotto storico e sociale. Emergeva così il grave problema di tener conto del fatto che la storia, specialmente la storia moderna, presenta l’aspetto importante della prassi, senza tuttavia perdere di vista che la fede cattolica si fonda su uno “stare” e che senza uno “stare” la storia e la prassi stesse non sarebbero più possibili senza cadere nello storicismo: solo ciò che non è storia può illuminare la storia.
Oggi nella Chiesa si parla spesso di stili di vita[11]. E’ un segno di attenzione alla prassi. Nel concreto, però, si finisce spesso per adottare una «visione irenica e ideologica … dimenticando la complessità delle ragioni in questione»[12], assumendo forme di vita secolarizzate, atteggiamenti dal significato antropologico poco chiaro o addirittura contrario alla visione cristiana. In questi casi l’attenzione alla prassi non è adeguatamente compensata da una consapevolezza di ciò che nella vita cristiana “sta” e  non muta.
Certamente la fede è incontro con Cristo che cambia la vita personale e comunitaria. L’antropologia cristiana non è una teoria, ma l’incontro vivo e vitale con la Persona di Gesù il Cristo, come Benedetto XVI ci ha molte volte ricordato. E tuttavia, non si tratta solo di un atteggiamento, perché Gesù Cristo è anche il il Logos, la Sapienza Creatrice. Egli è la Verità, che non muta.
Ritengo che questo complesso di problemi che ruotano attorno al nesso teoria-prassi sia un aspetto della antropologia cristiana da approfondire.

Approccio metafisico ed approccio ermeneutico

La sostituzione dell’approccio metafisico al problema della verità con quello ermeneutico è un modo per affrontare il problema che ho ora evidenziato. Si ritiene che l’approccio metafisico sia astratto e statico in quanto improntato alla natura, mentre la storia è incentrata sulla prassi.
L’approccio metafisico è considerato poco capace di sintonizzarsi sulle esigenze della storia e della prassi; da qui la sua sostituzione con l’approccio ermeneutico.  Quest’ultimo si fonda su tre convinzioni. La prima è l’idea che il messaggio, qualsiasi esso sia, quindi anche il kerigma cristiano, non è mai separato dalla testimonianza e dall’interpretazione che se ne dà. La seconda è che il nostro agire non è mai solo un agire bensì anche una produzione di senso: noi, agendo, produciamo nuova teoria. La terza è che ogni nostro dire non è mai solo informativo ma anche performativo, ossia implica un cambiamento di atteggiamento verso il mondo.
Come valutare questo approccio ermeneutico? Per dirla con molta schiettezza: se l’antropologia cristiana si affida completamente a questa impostazione diventa veramente difficile per essa portare salvezza al mondo. Infatti l’approccio ermeneutico colloca il messaggio dentro il mondo ma, come ho già fatto osservare sopra, la salvezza non può che derivare da un piano trascendente[13].
Rimane fondamentale l’approccio metafisico, che fonda la possibilità di attingere alla verità avente i caratteri della trascendenza. Per questo l’antropologia non può affidarsi solo all’ermeneutica ma deve riprendersi nella metafisica. Però la sfida della storia e della prassi cui ho accennato rimangono e sono sfide vere e reali. Quindi anche l’approccio metafisico all’antropologia cristiana deve fare un passo in avanti. Indico qui in estrema sintesi una via percorribile che, a mio parere, può essere promettente.
C’è un passo della Caritas in veritate che apre la possibilità di questo tipo di ricerca e nello stesso tempo la richiede. Mi riferisco al paragrafo 53 dell’enciclica. Qui, Benedetto XVI, dopo aver richiamato l’osservazione di Paolo VI nella Populorum progressio secondo cui «il mondo soffre per mancanza di pensiero», indica al pensiero la strada di un nuovo sviluppo. Lo fa riprendendo l’origine trinitaria della categoria della relazione, che il cardinale Ratzinger aveva individuato già nella sua opera “Introduzione al cristianesimo”[14], auspicando lo sviluppo di una «metafisica della relazione tra le persone»[15].
La relazionalità delle Persone Divine illumina anche la relazionalità della persona umana. La teologia della Trinità svela un nuovo piano dell’essere, un piano in cui la relazione non è più accidente ma appartiene alla sostanza. Questo comporta che nella relazione le persone si costruiscano ontologicamente e comunitariamente. Siamo qui in un nuovo piano dell’essere, né solo naturale e statico né solo storico e processuale. Non c’è più solo la sostanza, fissa nella sua staticità, né l’uomo è completamente immerso nella prassi sociale. La persona è costruzione relazionale. I due esempi proposti da Benedetto XVI nel paragrafo 53 della Caritas in veritate sono molto esplicativi. Si tratta della comunità familiare e della comunità ecclesiale, in cui la persona fa l’esperienza vitale di entrare in una comunità relazionale non accidentale a cui non sacrifica la propria natura, quanto piuttosto la valorizza incontrandosi con gli altri in una dimensione costruttiva del sé e del noi. Mi sembra che questa sia la strada che l’antropologia cristiana deve sviluppare per essere salvata e per essere salvifica per il mondo.  
Cenni conclusivi
Le riflessioni di questi due ultimi paragrafi si ricollegano a quanto avevo detto all’inizio. L’antropologia cristiana deve esprimere più di se stessa. Sarà salvifica se sarà salvata. Questi spunti finali indicano una via affinché questo possa avvenire, mediante un investimento adeguato del pensiero. La “metafisica della relazionalità costruttiva”, così chiamerei le indicazioni che nascono dai passi della Caritas in veritate che ho utilizzato,  è radicata nell’essere e nello stesso tempo nella storia, senza cadere in forme di immanentismo, che ogni primato della prassi nasconde dentro di sé.

Note

[1] Se ne lamentava Giovanni Paolo II in Fides et ratio n. 61.
[2] Cf Conferencia Episcopal Española, "La verdad del amor humano. Orientaciones sobre el amor conyugal, la ideología de género y la legislación familiar", nn. 52-65. 
[3] Uno dei pensatori della modernità illuminista con cui la teologia cattolica ha avuto modo di discutere è senz’altro Jürgen Habermas. Massimo Borghesi valuta positivamente il notevole percorso fatto da Habermas, che è giunto ad affermare che il riconoscimento della natura è condizione per l’esercizio della libertà.  Ma siamo sicuri, si chiede Borghesi, che oggi si sia ancora interessati ad essere liberi? Non è che gli esiti della modernità illuminista siano ormai sfuggiti di mano? Può essere che la modernità sia andata già oltre Habermas, oltre al dialogo sull’uomo e la sua libertà mostrando un sostanziale disinteresse per esso (Cf M. Borghesi, I presupposti naturali del poter-essere-se-stessi. La polarità natura-libertà di Jürgen Habermas, in F. Russo (a cura di), Natura cultura libertà, Armando, Roma 2010, pp. 65-98).
[4] Benedetto XVI, Lett. Enc. Caritas in veritate, n. 75.
[5] «Ogni essere è più che se stesso; ogni avvenimento significa più che non il suo stretto compiersi. Tutto si riferisce a qualcosa che sta al di sopra o al di là. E solo a partire da là riceve la sua pienezza. Se esso scompare le cose e  le situazioni si svuotano di senso» (R. Guardini, La fine dell’epoca moderna,Morcelliana, Brescia 19938, p. 97).
[6] Cf Benedetto XVI, Discorso nell’aula magna dell’Università di Regensburg  (12 settembre 2006), in Benedetto XVI, Chi crede non è mai solo. Viaggio in Baviera. Tutte le parole del Papa, Cantagalli, Siena 2006, p. 25.
[7] Cf. G. Crepaldi-P. Togni, Ecologia ambientale ed ecologia umana. Politiche dell’ambiente e Dottrina sociale della Chiesa, Cantagalli, Siena 2007.
[8] Cf Benedetto XVI, Discorso alla Curia romana per la presentazione degli auguri natalizi, 21 dicembre 2012. Cf anche E. Montfort, Il concetto di genere nelle nostre società postmoderne, in G. Crepaldi e S. Fontana, Quarto Rapporto sulla Dottrina  sociale della Chiesa nel mondo, Cantagalli, Siena 2012, pp. 133-155.
[9] «L’uomo tende verso il bene ma è pure capace di male, può trascendere il suo interesse immediato e, tuttavia, rimanere ad esso legato (Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Centesimus annus, n. 25).
[10] J. Card. Ratzinger, Intervento sull’ecclesiologia della Costituzione “Lumen Gentium” al convegno internazionale sull’attuazione del Concilio ecumenico Vaticano II promosso dal comitato del Grande Giubileo dell’anno 2000, 27 febbraio 2000.
[11] Cf Benedetto XVI, Lett. Enc. Caritas in veritate, n. 51.
[12] Congregazione per la Dottrina della Fede, Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita pubblica, 24 Novembre 2002, n. 4..
[13] «Tutto quanto è in grado di sussistere unicamente grazie all’interpretazione, in realtà ha bell’e finito di sussistere» (J. Ratzinger, Introduzione al Cristianesimo. Lezioni sul simbolo apostolico, Queriniana, Brescia 200312, p. 102); ma per fortuna «l’uomo non è prigioniero della stanza degli specchi delle interpretazioni; egli può e deve cercare il pertugio verso il vero che sta sotto le parole e che in esse e attraverso esse si mostra» (J. Ratzinger, Fede, verità e cultura. Riflessioni in relazione all’enciclica Fides et ratio, Madrid, 16 febbraio 2000, supplemento a “Tracce”, marzo 2000, p. 11).
[14] Cf J. Ratzinger, Introduzione al cristianesimo. Lezioni sul Simbolo apostolico, Queriniana, Brescia 200312, pp. 121-148.
[15]  Cf le osservazioni di S. Fontana, “Metafisica della relazione tra persone”.  Note su un possibile itinerario di ricerca, in F. Carderi – M. Mantovani – G. Perillo (a cura di), Momenti del Logos, Ricerche del Progetto LERS (Logos, Episteme, Ratio, Scientia) in memoria di Marilena Amerise e di Marco Arosio, Edizioni Nuova Cultura, Roma 2012.

lunedì 1 aprile 2013

Fra Vaticano e Quirinale: la sorprendente vitalità della Chiesa


di Vittorio Messori

Sin dalla prima riunione generale in vista del Conclave, i Cardinali si erano posto un obiettivo inderogabile: dare alla città di Roma un vescovo - e, dunque, dare un papa alla Chiesa - prima della Pasqua. Non sembrava ammissibile che si fosse ancora in regime di Sede Vacante quando la liturgia raggiunge il suo culmine, e al contempo il suo inizio, celebrando quella risurrezione di Gesù su cui tutta la fede si basa. Obiettivo non solo raggiunto ma largamente superato: stamani il successore di Benedetto XVI dà la sua benedizione “all’Urbe e all’Orbe”, avendo potuto condurre con doverosa calma anche tutte le celebrazioni previste per la Settimana Santa. Altrettanto hanno potuto fare i suoi elettori della Sistina, molti dei quali arcivescovi delle maggiori città del mondo, diocesi che non potevano essere disertate dai loro Pastori proprio nel tempo più importante del ciclo liturgico.

Una tentazione istintiva porterebbe al raffronto con le istituzioni italiane, incapaci di dare un governo al Paese e probabilmente anche di eleggere un Presidente della Repubblica. Uno stallo per il quale non si vede una via d’uscita, neppure ripetendo le elezioni che potrebbero ricreare la stessa situazione di blocco insuperabile. Naturalmente, il confronto è improponibile (da un lato l’ultima monarchia davvero assoluta, dall’altro una democrazia parlamentare) ma può almeno servire per comprendere qualcosa in più della Chiesa. Il suo corpo elettorale, infatti, ha esso pure un primato nel globo: è il più ristretto e al contempo il più cosmopolita, venendo i votanti, letteralmente, da tutti e cinque i Continenti. Molti non si conoscono tra loro, si incontrano a Roma, per la prima volta, nelle riunioni che precedono il Conclave e lì solo hanno modo di vedersi in volto e di confrontarsi. In quegli incontri (sia detto en passant) da tempo la lingua franca non è più il latino ma l’italiano, spesso eccellente poiché tutti, o quasi, i sacerdoti che nella Chiesa raggiungono posti elevati hanno nei loro curricula lauree o, almeno, specializzazioni negli atenei pontifici romani. Coloro che collezionano motivi di rancore che il nostro Paese dovrebbe nutrire verso “il Vaticano”, dimenticano che è proprio grazie ad esso se il mondo cattolico è il solo in cui l’italiano sia lingua internazionale.

Parliamo qui, anche per esperienza personale: ovunque, nel mondo, non solo vescovi ma anche teologi e laici studiosi di questioni cristiane, conoscono e praticano il nostro idioma. Il quale, tra l’altro, deve al Papato anche il suo sviluppo come mezzo col quale i diversi popoli della Penisola potessero intendersi tra loro. In effetti, nell’Italia spezzettata in molti stati, soltanto nella grande Curia romana lavoravano - a centinaia se non migliaia - funzionari e addetti alla funzioni più diverse, provenienti da ogni angolo tra le Alpi e la Sicilia. E’ anche grazie a loro che il volgare toscano divenne la lingua quotidiana che ancora pratichiamo. Nelle Congregazioni, i “ministeri“ vaticani, si scriveva in latino ma si parlava – unico ambito nella penisola – in una lingua che via via si adattava alla vita concreta, da idioma quasi solo letterario che era. Era ciò che il cattolico Alessandro Manzoni tentava di ricordare al massone Francesco De Sanctis, patriottico inventore dello schema di una letteratura “nazionale“ che ancora seguiamo, ma che sembrò dimenticare il ruolo decisivo della Corte e del Governo papale nella creazione dell’idioma in cui quella letteratura si esprime.

Ovviamente, la lingua è essenziale per comprendersi ma, per accordarsi su una persona da eleggere a Capo della Chiesa intera, occorre soprattutto un concordia di intenti che sembrerebbe utopica in una istituzione sparsa sulla terra intera e dove tutte le culture e le situazioni sociali sono rappresentate. Ma è necessario accordarsi, per giunta, adeguandosi a una legge che esige per l’elezione una maggioranza di ben due terzi dei votanti. Eppure, anche questa volta ciò che sembrava improbabile si è realizzato presto e bene: pochissime votazioni, meno di due giorni di conclave ed ecco la fumata bianca, ecco che la Chiesa aveva il suo nuovo papa, ecco la fila dei Grandi Elettori passare uno ad uno davanti al non più arcivescovo di Buenos Aires per giurargli obbedienza. Ecco, stamane, il già monsignor Bergoglio, ora papa Francesco, rinnovare il lieto annunzio della Risurrezione, a nome di tutta la Chiesa e in tutte le lingue del mondo. La rapidità di questa elezione (alla pari, peraltro, di quella di molti conclavi precedenti) è un buon segno, per il credente: è una conferma che, malgrado ogni crisi, la fede che quegli uomini condividono, costituisce un legame che opera al di là di ogni umana divisione. Discordi, i cardinali, non solo per origine ma anche, spesso, per prospettive sulla organizzazione della istituzione ecclesiale: eppure, saldamenti uniti sul Credo, base di ogni scelta, e sulla indicazione di chi, tra loro, dia speranze ragionevoli e fondate di meglio viverlo e difenderlo.

Ma ci sono altri pensieri che suscita la prima Pasqua del primo sudamericano divenuto Pontefice con una simile rapidità di elezione. Dalle finestre del Palazzo Apostolico da cui oggi Francesco dà la sua benedizione, si vede benissimo un altro palazzo, quello del Quirinale, dove i papi avevano abitato per secoli e la cui serratura fu scassinata una sera di settembre del 1870 da un paio di bersaglieri del Genio militare italiano, su ordine del generale Raffaele Cadorna. Bisognava far presto, sgombrare tutti quegli altari, sostituire i troppi quadri religiosi, esorcizzare la sacralità: quella doveva divenire la nuova reggia del re d’Italia, Vittorio Emanuele II. Il papato era ormai un fantasma, nessun potenza pur formalmente “cattolica” si era scomodata per difenderlo, da Porta Pia aveva fatto irruzione, a suon di cannonate, la modernità. Il decrepito, anacronistico pontefice avrebbe potuto andarsene in esilio (l’Inghilterra anglicana offriva, un po’ beffarda, ospitalità a Malta per quella reliquia del Medio Evo) ma, anche se fosse restato in Vaticano, non avrebbe disturbato più di tanto: la Chiesa non aveva futuro, nessuna persona colta ed aggiornata poteva più prenderla sul serio.

Ma proprio nella Torino dei Savoia un prete, tal don Giovanni Bosco, scuoteva il capo, ricordando ai suoi giovani una profezia che aveva sentito da qualche parte: «La dinastia di chi ruba alla Chiesa di Dio, non giunge alla quarta generazione». Guarda caso, proprio una sera di un otto di settembre – la grande festa popolare della Natività di Maria - il terzo rappresentante di quella dinastia che si era installata al Quirinale scardinando il portone, scappava tra paura e caos, mentre la “Nuova Italia” si disfaceva e i generali scappavano, travestiti in borghese, lasciando i soldati al loro destino. Nella Roma abbandonata, solo il Papa restava al suo posto e non a caso, nel luglio dell’anno seguente, tutta la città, spontaneamente, correva acclamante in piazza San Pietro. Oggi, grazie a Dio, la situazione è ben diversa, ma ancora una volta l’Italia – proprio in quel Quirinale - è bloccata, incapace di uscire dalla sua crisi, mentre la Chiesa che i nostri avi davano per spacciata è in crisi anch’essa, ma ha reagito con prontezza all’imprevisto di una inedita “rinuncia“ di un Papa, ha eletto prontamente un successore ed è di nuovo pronta ad affrontare le sfide del futuro.

Ma sì, ne siamo consapevoli: sembrano pensieri curiosi in un giorno di Pasqua, ma proprio l’istituzione che oggi celebra la Risurrezione del Cristo è quella che ha la più lunga storia alle spalle. In fondo, è naturale che susciti riflessioni del genere in chi della storia è curioso. Quel papa dall’inedito nome di Francesco, che stiamo imparando a conoscere e che benedice stamani il mondo, non è che l’ultimo anello di una catena ininterrotta, destinata ad allungarsi quanto l’intera vicenda umana.

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San Camillo de Lellis: l’inventore degli ospedali


Il grande ruolo del fondatore dei Camilliani nella “grande storia della carità” italiana

di Giuseppe Brienza

Nella ricorrenza del 400° anniversario della morte di San Camillo de Lellis (1550-1614), un nuovo libro da’ conto del ruolo importantissimo avuto dal Fondatore dei Padri Camilliani nell’istituzione e diffusione degli ospedali in Italia. Si tratta de “La grande storia della carità” (Cantagalli, Siena 2013, pp. 215), l’ultimo saggio del giornalista del “Foglio” Francesco Agnoli che, nel capitolo dedicato a “San Camillo de Lellis e San Giovanni di Dio” (pp. 114-126), spiega come le compagnie di “chierici regolari” fondata da entrambi i santi, nel tardo Cinquecento, si fecero interpreti della volontà di “riforma cattolica” nel campo ospedaliero, assumendosi il carico della specifica assistenza ai malati degli ospedali. Nel 1746 sono stati entrambi proclamati santi da papa Benedetto XIV e, insieme, patroni universali dei malati, degli infermieri e degli ospedali.

Da soldato ferito, il santo di Bucchianico (CH) finì a Napoli dove, «tra il desiderio di cambiar vita, il ritorno alle vecchie abitudini e, soprattutto, la permanenza in vari ospedali per curare la sua piaga, iniziò a convincersi, anche per l’insistenza di San Filippo Neri, che il suo posto fosse, essendo lui infermo, accanto ai malati»
Qui si convinse della necessità di creare una nuova figura di infermiere: «Amore ci vuole – diceva – non basta il salario! Solo l’amore può risollevare queste povere membra di Cristo. Voglio organizzare una compagnia di uomini pii e da bene, che non per mercede, ma volontariamente e per amor di Dio, servano gli infermi, con la carità e l’amorevolezza che hanno le madri per i propri figli infermi». Anche per la previsione iniziale di una loro specifica formazione, si può ad avviso di Agnoli affermare che Camillo fu il vero inventore della figura dell’infermiere moderno.

Il santo decise quindi di organizzare una compagnia di uomini che si dedicassero esclusivamente al servizio degli infermi, lavorando «per il puro amor di Dio, come una madre che assiste il suo unico figlio infermo». Iniziò con cinque compagni, ritrovandosi in un piccolo oratorio ricavato in una stanzetta di un ospedale e, il 26 maggio 1584, nella basilica lateranense, ricevette l’ordinazione sacerdotale, avendo compiuto da un giorno 34 anni.

I camilliani, anche dopo la morte del fondatore, furono sempre in prima linea nel far fronte alle pestilenze e alle epidemie: morirono in grandi quantità nei lazzaretti, durante la peste del 1624, soprattutto a Palermo, e del 1630. Inoltre i figli di S. Camillo, come quelli di S. Giovanni di Dio, si prodigarono nel sovvenire i feriti e nel seppellire i morti sui campi di battaglia, durante l’assedio di Vienna, nel 1683, e in numerose altre occasioni. La loro opera, dunque, anticipò di tre secoli la nascita della Croce Rossa Internazionale, creata nel 1863 dall’imprenditore ginevrino Henry Dunant.

Con l’occasione dell’anniversario della morte la Città di Torino ha recentemente deciso di intitolare una via a san Camillo, cambiando il nome al tratto di via Mercanti compreso fra via Santa Teresa e via Pietro Micca, in segno di omaggio al fondatore dei padri Camilliani che, proprio al civico 28 dello stesso tratto, hanno la loro sede storica. Il 29 aprile prossimo, alle ore 21, al Teatro Regio di Torino si esibirà poi Paolo Conte per un concerto di beneficienza, il cui ricavato sarà destinato alla costruzione dell’Ospedale per la cura delle lesioni cutanee Saint Camille di Jérémie ad Haiti. Dal 16 marzo scorso, poi, l’insigne del “Cuore di San Camillo de Lellis”, dalla Casa generalizia dei Ministri degli Infermi a Roma ha raggiunto la Provincia Piemontese nella quale è esposta in molte occasioni ai fedeli (http://www.camillodelellis.org/).