lunedì 15 aprile 2013

La Francia si desta contro la dittatura del non senso


Stralci dall’Omelia di Padre Bernard Domini della Famiglia missionaria di Nostra Signora, in occasione della S. Messa d’apertura dell’Assemblea generale di “Choisir la vie” (“Scegliere la vita”), un’associazione francese per la difesa della vita - 6 aprile 2013.

[…] Circa l’attuale dittatura del relativismo e la nostra lotta per la difesa della famiglia, dell’amore onesto e della vita, m’è sembrato assai importante riattivarmi ancora una volta. Ho partecipato a diverse marce per la vita e ho apprezzato l’ardore e l’energia di Cecilia [Edel, figlia del fondatore, ndr] che ha parlato alto e forte contro la Legge Veil (1975), la quale ha liberalizzato l’aborto in Francia e che oggi, praticamente, nessun politico vuole rimettere in discussione.
Pertanto, questa legge è iniqua: essa ha reso legale il massacro di più di otto milioni di bambini in Francia e di quasi un miliardo e quattrocento milioni in tutto il mondo. Viviamo forse la più grande guerra mondiale di tutti i tempi? 

C’è qualcuno che osa alzare la voce? Giovanni Paolo II, Madre Teresa e il professor Jérôme Lejeune sono stati coraggiosi a denunciare questi crimini contro l’umanità. Il vostro fondatore Michel Raoult, il papà di Cecilia, fu anche lui molto coraggioso.
Non l’ho incontrato che una sola volta, al tempo del [mio] viaggio in aereo da Parigi a Roma e del successivo spostamento in autobus nella Città Eterna, in occasione del Giubileo delle Famiglie, nell’anno 2000. Non l’ho più dimenticato e per questo sono qui con voi, in questo primo sabato d’aprile.

Vorrei rispondere, in quest’ottava di Pasqua, a una questione che sembra fondamentale: quale vita dovremmo mai scegliere? La Parola di Dio ci dà gli elementi essenziali per la risposta corretta. In questo tempo pasquale Dio, per mezzo della Chiesa, ci rivela che la vita umana non è [stata costituita] in vista della morte eterna, ma della vita eterna, attraverso la partecipazione alla risurrezione di Gesù, il Vivente! […]
La risurrezione di Gesù rivela che tutta la vita umana, dall’eternità, è richiamata da Dio a partecipare alla vita di Gesù risorto e alla vita eterna in Dio. Tutta la vita umana è sacra, dunque, poiché è dono di Dio e si compie in Dio! Scegliere la vita, significa allora optare per promuovere e difendere la dignità di ogni essere umano, dal concepimento alla sua fine naturale. […]

Gli scienziati non sono affatto - non più - i creatori della vita umana. Essi possono certamente manipolarla, ma poi non rispettano la Legge naturale, tentando così di occupare il posto di Dio, il Creatore, il Signore della vita! I due gameti, l’ovulo e lo spermatozoo, assolutamente necessari per il concepimento d’una nuova persona umana, non possono essere prodotti né dall’uomo o dalla donna, né dagli scienziati. Essi fanno parte della natura umana: è un’evidenza scientifica. Chi è all’origine di questa natura? La filosofia realista che si somma alla realtà lo indica con certezza: Dio!

Il dottor Pierre Simon, nel suo libro La vita innanzi tutto [De la vie avant toute chose, Mazarine, Parigi 1979], ha rivelato chiaramente la natura della sua battaglia ideologica: la vita non è più sacra, Dio non ne è il Signore, ma è una produzione umana. Questa ideologia, assai pericolosa, mostra che l’odierna battaglia in Francia non riguarda soltanto il matrimonio omosessuale, ma l’intera Legge naturale e il suo ultimo fondamento: Dio. Le culture del relativismo combattono la Verità - che è Dio - e la Chiesa, che trasmette tale Verità. Esse vogliono imporre alla Francia e alle Nazioni europee un’ideologia contraria alle loro radici cristiane.
Noi non abbiamo il diritto di rimanere in silenzio, perché c’è di mezzo il futuro della Francia, dell’Europa e del mondo. Se le leggi nazionali europee si emanciperanno completamente dalla Legge naturale, l’Europa sarà perduta. Rigettare la Legge naturale è rigettare Dio, rigettare il Cristo, rigettare le vere fondamenta dei Diritti umani. Significa pure rendere impossibile l’edificazione della civiltà dell’amore, che non può fondarsi se non sulla verità, la giustizia, la libertà, la pace, l’amore e il perdono.
[…]

Non ci vergognamo di Cristo, non abbiamo paura di essere cristiani. La religione cristiana non è nemica della democrazia, né della ragione. Essa non è il problema delle democrazie europee, ma la soluzione. La ragione e la fede - disse Giovanni Paolo II - «sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità» [Enciclica Fides et ratio, 1998].

La “Dea Ragione” è oggi sostituita da un’altra divinità del rinato paganesimo: il “non senso”, che vuole imporre a tutti la schiavitù della carne. Ma, grazie a Giovanni Paolo II e a Benedetto XVI, la fede viene in soccorso alla ragione. Le generazioni di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI si destano. Il risveglio della Francia è cominciato […].

(traduzione dal francese a cura di Silvio Brachetta)

sabato 13 aprile 2013

Carteggio sull’omosessualità

Che Dio lo perdoni [Giovanni Testori, ndr] e lo abbia in gloria, ma come si fa a dire che l’omosessualità è una colpa? Può essere sentita come una sofferenza, un peso, una tortura, una condanna, ecco una condanna senza averne colpa. Non ritengo che l’omosessualità sia solo questo, naturalmente, ma ci può essere anche questo.

La colpa non la capisco e ragionare così mi sembra al livello di quelle tribù africane che uccidono o condannano all'isolamento chi ha la “colpa” di nascere albino. Può essere sentita come una disgrazia per la solitudine e l'impossibilità di ave una famiglia, dei figli, ma una colpa? Colpa di che? Di esser nati? C’è una poesia di Borges che parla della colpa “de haber nacido”, di esser nati. È di questo che dobbiamo incolpare gli omosessuali?

Anonimo

***

Urgono alcune precisazioni magisteriali della Chiesa (reperibili dai catechismi, dalle encicliche, dai concili, ecc...).

L’unica causa della malattia umana, della sofferenza, del dolore e della morte è il peccato. Quello adamitico, quanto alla corruzione della natura umana, quello attuale, quanto ad alcune delle pene che ogni giorno la Provvidenza ci commina a nostra salvezza. È del tutto evidente poi che non ci può essere condanna senza colpa, altrimenti Dio sarebbe un sadico, che distribuisce a capriccio pene e castighi.

Nel peccato Dio non ha parte alcuna, perché è legato alla libera scelta dell’uomo (arbitrio). Tantomeno Dio è responsabile delle conseguenze del peccato (dolore, vecchiaia, tristezza, morte), avendo creato l’uomo immortale, bello, sano, sapiente e felice.

Gli omosessuali, come tutti, non sono esenti dalla colpa adamitica, da quella attuale e dalle relative conseguenze che, in genere, sono appannaggio di ognuno (i summenzionati dolore, vecchiaia, tristezza e morte). Gli omosessuali non costituiscono, cioè, una categoria a parte di gaudenti privilegiati - figurarsi! - esenti da colpe o responsabilità, santi belli e buoni. Tutti colpevoli dinnanzi a Dio, dunque. Omosessuali inclusi.

Ma l’omosessualità è una pena? Per l’Antico e per il Nuovo Testamento certamente sì. È, anzi, un abominio. San Paolo specifica meglio: tutti i peccati sono esterni alla carne, eccetto quelli legati alla lussuria e alla libidine. Questi sono interni e disonorano la persona in modo speciale. L’Apostolo vi ritorna in più passi.

Sull’omosessualità, come pena, san Paolo è molto chiaro, ad esempio in Rom 1, 24-28.32: «Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che s’addiceva al loro traviamento. E poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balìa d’una intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno. [...] E pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa».

Su questi insegnamenti il Catechismo della Chiesa Cattolica così si esprime: «Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, la Tradizione ha sempre dichiarato che “gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati”. Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati». (n.2357)

Dunque le relazioni omosessuali - così insegna la Chiesa - sono «gravi depravazioni». Non parla di malattia. Non la dichiara e non la esclude, perché «la sua genesi psichica [dell’omosessualità] rimane in gran parte inspiegabile» (n.2357). In ogni caso la depravazione è sinonimo di pervertimento (Dizionario Devoto-Oli) e cioè di «capovolgimento parziale o totale dell’ordine naturale, morale, estetico» (sempre Devoto-Oli). Non una cosetta da nulla.

Nel passo precedente - lo sottolineo - san Paolo parla dell’omosessualità come di «rapporti contro natura», «passioni infami», «atti ignominiosi», «traviamento». Si può accusare san Paolo di tutto, tranne di non essere stato chiaro. L’Apostolo parla, inoltre, di «punizione» e la punizione è conseguenza di una colpa, a meno che Dio non si diverta a distribuire sofferenze a casaccio.

Bisogna rassegnarsi e farsene una ragione: non tutti pendono dalle labbra di Borges, preferendo magari qualcuno un tantino più autorevole, come non tutti gli omosessuali prendono famiglia e adottano figli, mentendo prima di tutto a se stessi.

Silvio Brachetta

venerdì 12 aprile 2013

Una storia clerical-pop


di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro

E così, nell’Orbe cattolico è scoppiata la pace. Salvo qualche fisiologico bastian contrario, l’elezione di papa Francesco I pare aver messo d’accordo tutti e sopito ogni sentimento di disfida. Un evento unico in duemila anni di storia della Chiesa, se si pensa che il bello dell’essere appassionatamente cattolici, ammesso che si possa ancora dire, è sempre stato il picchiarsi martellate teologiche in testa tra scuola e scuola, tra ordine e ordine, tra carisma e carisma.

Dal 13 marzo 2013, il popolo cattolico, con grande concorso di mondo, ha messo da parte diversità, contese e rancori per partecipare a una interminabile ola da concerto pop in onore del nuovo papa. Tutti protagonisti di un grande happening in cui, come in ogni evento del genere, domina la voglia di sentirsi uguali, di identificarsi in qualcosa e in qualcuno, dimentichi di ciò che si era fino a un secondo prima di aver comprato il biglietto.
Tanto basta perché ognuno si senta in diritto di profetare radiosi orizzonti della “Chiesa di papa Frascesco”. Senza un briciolo di memoria per i drammi che, fino a poc’anzi, pesavano sulla barca di Pietro minacciando di affondarla. Pedofilia, affarismo, immoralità, lotte di potere e tutto quanto avrebbe costretto alle dimissioni Benedetto XVI è sparito dalle prime pagine dei giornali e dai pettegolezzi di sacrestia: non esistono più. Basta azzardare un semplice “Speriamo…” in coda dal pizzicagnolo, dove naturalmente anche il più anticlericale degli avventori spiega quanto gli piace questo nuovo papa, per passare per pericolosi deviazionisti. Quei puntini di sospensione dopo il timido e precauzionale “Speriamo” non vanno proprio giù e ci vuole un niente per finire sul banco degli imputati, senza possibilità di appello, in nome di una misericordia e di una tenerezza che il mondo cattolico pare aver scoperto solo ora.

Ma questa voglia di misericordia e di tenerezza così intransigente e intollerante non suona contraddittoria a nessuno. E’ la dura legge del pop, verrebbe da dire parafrasando Max Pezzali i vecchi 883. Anzi, vista l’unanime attitudine a leggere questo inizio di pontificato all’insegna di contraddizioni che non infastidiscono neppure quei cervelli cattolici che regnante Benedetto XVI tanto amavano il rigore della ragione, forse è giunto il momento di parlare della dura legge del clerical-pop. Un fenomeno nuovo di zecca che, quanto a sberleffi al principio di non-contraddizione, non è secondo ad altri. Per fare solo un esempio, basta pensare a quella folta schiera di conservatori che nel 2005 si sentirono al settimo cielo perché era stato eletto Joseph Ratzinger al posto di Jorge Maria Bergoglio e ora sono al settimo cielo perché c’è Jorge Maria Bergoglio al posto di Joseph Ratzinger.

E se qualcuno fa tanto di analizzare l’inedito unanimismo che presiede a tali contraddizioni gli viene subito opposto l’inossidabile argomento dell’assistenza dello Spirito Santo durante il conclave. Che però, brandito così malamente e senza giudizio, non spiega perché tale unanimismo sia, appunto, inedito. Per capire le stranezze del mondo d’oggi, persino di quello cattolico, non basta aver orecchiato distrattamente qualche lezione di teologia dogmatica, servirebbe avere almeno un po’ di pratica di Max Pezzali.

Ammesso che prima si viaggiasse tre metri sopra il cielo, bisogna scendere qualche gradino, avendo pazienza di arrivare fino al livello degli uomini. Qui giunti, sporcandosi le mani con giornali, siti internet, televisioni, radio, chiacchiere da bar, da ufficio, da navata centrale di cattedrale o da cappelletta fuori mano, si scopre che cattolici e non cattolici hanno negli occhi le stesse immagini e sulla bocca le stesse parole d’ordine. Poche, semplici e indiscutibili come si conviene a ciò che forma l’immaginario collettivo. Cibo fresco per l’ingordigia dei media, ai quali non può essere imputato di svolgere diligentemente il loro compito. Quando si alimentano questi mostri insaziabili, magari con l’illusione di servirsene, si finisce per venirne divorati, ruminati e rigettati così come pare a loro, sotto altre spoglie e in altra natura.

Negli anni Settanta, Marshal McLuhan aveva un bell’avvertire che “il mondo disincarnato in cui ci troviamo a vivere è una minaccia formidabile alla Chiesa incarnata”. O che il mondo creato dai media elettronici è una “un ragionevole facsimle del Corpo Mistico, un’assordante manifestazione dell’anticristo. Dopo tutto, il principe di questo mondo è un grandissimo ingegnere elettronico”. Ma nessuno lo ha ascoltato. “I teologi” diceva “non si sono ancora nemmeno degnati di gettare uno sguardo su un simile problema”.

Così l’immagine religiosa si è fatta sempre più immaginario collettivo sino a presentarsi in una sorta di indefinita e indefinibile aspirazione universale in perfetto stile pop. L’icona esemplare di questo esito è l’immagine dei due papi, Francesco e Benedetto, uno accanto all’altro. Un frammento visivo così straniante da sembrare un quadro di Andy Warhol, una replica dei celebri ritratti multipli di Marilyn Monroe o di Mao. D’altra parte, Warhol era molto religioso, un parrocchiano così fervoroso e diligente da riuscire incontrare papa Giovanni Paolo II nel lontano 1980.

Al di là del merito, di pertinenza di storici e teologi, sul piano formale del linguaggio la visione dei due papi insieme è l’architrave dell’inedito unanimismo che aleggia attorno a Francesco I. In purissimo spirito pop-art, le due figure possono essere lette simultaneamente secondo criteri diversi. Possono essere sovrapposte l’una all’altra, interpretate una come il negativo dell’altra, oppure una come l’attenuazione o il rafforzamento dell’altra, ma anche come sfumature diverse di una possibile terza figura e via di questo passo. È chiaro che, a questo punto, si è innescato un meccanismo irreversibile di repliche e di rimandi di cui finisce per godere i frutti l’immagine dominante. Non a caso si dice immagine, poiché qui giunti poco conta che cosa sia veramente la realtà.

L’effetto più interessante di tale fenomeno sta nella corsa affannosa ad attribuire un proprio significato ai gesti e alle parole di papa Francesco illudendosi di escludere tutte quelle antagoniste. Ma in tal modo, poiché si lavora solo sull’immagine e non sulla realtà, si sta solo partecipando alla realizzazione di un’opera collettiva. Chi pensa di fornire una propria esclusiva interpretazione del fenomeno pop per appropriarsene non fa altro che aggiungere la propria pennellata di colore a un’immagine ben più forte della somma di tutte le pennellate. Tanto forte che potrebbe persino fare a meno anche del più piccolo segno colorato. Da questo punto di vista è genialmente funzionale la rinuncia del nuovo papa ai paramenti tradizionali che richiamerebbero forme a cui ripugna la pennellata pop. Molto meglio quel bianco sotto cui si intravvedono in controluce i pantaloni neri, così apparentemente privo di personalità da indurre al tentativo di appropriarsene senza capire di esserne assorbiti.

Attribuire un proprio significato a ciò che ha detto, ma soprattutto fatto, sinora Francesco I non è altro che esercitare a vuoto l’intelligenza per il semplice motivo che i piani su cui ci si muove sono diversi. Scrive Lucio Spaziante in un saggio che, a dispetto di un titolo come Sociosemiotica del pop, si mostra di grande godibilità e intelligenza: “La cultura pop si contraddistingue come una cultura del fare piuttosto che del sapere, dove per lasciare spazio alla spontaneità si preferisce non sapere, dove la pratica conta più della teoria. Chi ascolta rock sa che in quel mondo è per la prima volta padrone di un territorio. Non ci sono professori, non ci sono migliaia di libri da leggere, la cultura e la politica da capire. Basta amare un cantante, a volte imitarlo, indossare gli stessi abiti mentali e fisici e ‘ci si auto genera socialmente’. Nel pop non c’è un reale sforzo di teorizzazione. I contenuti, per essere esplicitati, devono essere estratti”. E poi ancora “Il pop riesce a sfondare, in Italia come altrove, nonostante la barriera linguistica dell’inglese. Il motivo risiede probabilmente nel fatto che il senso della parola è l’ultima cosa che si coglie”.

Questa dismissione del senso della parola spiega quel desiderio di identificarsi nella pop star di turno che domina attualmente nel mondo cattolico. Una breve indagine tra parrocchie, oratori, associazioni e movimenti mostrerebbe che ogni singolo fedele ha una propria immagine del papa. E, se si andasse in fondo, si scoprirebbe che il collante di questa grande ola è un vago sentimento, poco più che elementare, molto, troppo, anteriore a fede, dottrina e morale.
Eppure, la pratica del cattolicesimo ha sempre richiesto l’esercizio dell’intelletto e della volontà. È con questa esigentissima ascesi della ragione, assieme alla preghiera e al sangue dei martiri che la Chiesa ha cresciuto i propri figli e convertito il mondo: non andando nell’arena per un concerto, ma per affrontare i leoni in nome del Logos. “La culla della Chiesa” scriveva McLuhan “è stato l’alfabeto greco-romano, che non è stato preparato dall’uomo, ma disegnato dalla Provvidenza. Il fatto che la cultura greco-romana abbia contraddistinto da sempre la maggior parte dell’umanità, poi divenuta cristiana, non è mai stato messo in discussione. Si dà per scontato che i missionari abbiano probabilmente ricevuto la fede dalla parola scritta”.

Era la metà degli anni Settanta, quando lo studioso canadese scriveva queste note. Era il periodo d’oro del pop che il mondo cattolico si avvia drammaticamente a sposare con i soliti quattro o cinque decenni di ritardo. Il pontefice era un fior di intellettuale come Paolo VI e perciò suona tanto più profetico tagliente quanto lo McLuhan aggiungeva a conclusione del suoi discorso: “Vorrei che la gerarchia parlasse di più della nascita della Chiesa nella culla dell’alfabeto greco-romano. Questa eredità culturale è indispensabile. Il problema è che essi stessi non conoscono la risposta: proprio non lo sanno. Non c’è nessuno nella gerarchia, Papa incluso, che sappia queste cose. Nessuno”.

Precisazione su Giovanni Testori, omosessuale ma pentito


«Testori era un uomo veramente solo. Era inviso a tutti: non stava bene alla sinistra, non stava bene alla Chiesa, non stava bene alla destra, non stava bene manco agli omosessuali, perché per lui l’omosessualità era una colpa. Io, nella mia vita, non ho mai conosciuto un uomo così slegato da qualunque tipo di potere […]».

giovedì 11 aprile 2013

Per uscire dalla crisi: ristabilire il non primato dell’economia


di Piero Vassallo

La ripetizione di flebili invocazioni della soluzione miracolista e di disperate, tragiche fughe dal malessere economico/esistenziale, sono sintomi della fragilità generata dalla dismissione delle virtù, che animarono le vincenti reazioni degli italiani alle gravi e incubose sciagure del loro passato prossimo o remoto.
Rende testimonianza alle virtù di un popolo saggio, temperante e laborioso la miracolosa ricostruzione attuata dagli italiani in uscita dalla guerra sfortunata e sanguinaria, che aveva imposto severissime diete e insegnato arti povere - il rovesciamento di abiti e soprabiti lisi, l’allevamento delle galline nei giardini e nei terrazzi di città, il riscaldamento al fuoco di vecchi giornali trasformati in palle combustibili ecc…

Non l’economia ma le virtù risolvono i problemi dei popoli. La sede storica del vero benessere - propriamente detto letizia - non è la pancia ma l’anima immortale. Una società la cui anima è oscurata dal culto della ricchezza è destinata al regresso e all’infelicità.
Nel 1974, Michele Federico Sciacca osò sfidare la prevalente cultura materialista/edonista, urlante nelle radunate di conio sessantottino, affermando che i problemi economici non sono fondanti: “Sono invece radicali i problemi metafisico e ontologico, morale e religioso, quelli che pone l’essere dell’uomo, che dell’uomo stesso è la verità e il bene, i quali non possono ricevere una risposta esauriente dall’economia e dalla politica, ma dall'ontologia e dalla metafisica, cioè un’indagine sull'essere dall’essere” (“Prospettive sulla metafisica di San Tommaso”, Marzorati, Milano 1974).

Al seguito di Sciacca, anche gli eminenti studiosi intervenuti al convegno indetto dalla Fondazione Gioacchino Volpe per contestare il primato dell’economia, si trovarono d’accordo sulla necessità di resistere alla dittatura del fatto economico, pur senza nulla concedere alla tentazione di fuggire nei vicoli ciechi dell’eco-pauperismo.
Giovanni Volpe, al proposito, scriveva: “consapevoli che questo [negare il primato dell'economia] significava prendere una posizione chiaramente antimarxista, demitizzare la critica marxista basata sul dogma di quel primato ed insieme, per uscire dalla negatività della sola critica, avviare la ricerca di una nuova scala di valori in cui religione e morale, politica ed economia, scienza ed arte siano presenti in un ordine equilibrato ed aderente alle necessità profonde e complesse dell’anima e della città” (cfr.: “Il non primato dell’economia Sesto incontro romano 1978”, Premessa editoriale, Edizioni Volpe, Roma 1979).

La lezione di Sciacca e quella degli studiosi radunati da Giovanni Volpe, è stata purtroppo dimenticata dagli esponenti di una destra che professa con irremovibile ottusità la perdente fede liberista. Una scelta talmente sciocca da meritare l'articolo al vetriolo, pubblicato da Alberto Rosselli nella rivista “Storia verità”, per domandare quando i politici di destra impareranno a leggere gli atti della loro cultura.
Proveniente dal vertice della speculazione bancaria, la crisi attuale segna, infatti, il fallimento delle mitologie intorno alla mano magica del mercato e alla strategia del desiderio e ultimamente rilancia la cultura della destra tradizionale.
L’idea economicista del paradiso in terra si rovescia nella dolorosa riduzione della spesa fatua, nella collera impotente, nelle squillanti dietrologie e nella tragica decisione di suicidare.
Il rifiuto di chiudere gli occhi davanti alla desolante realtà permette di comprendere che la crisi ha origine dalla folle esorbitanza del desiderio di beni materiali.

L’incontrollato desiderio di ricchezza e di beni futili ha generato e potenziato gli invincibili motori della crisi: il vampirismo e l'avventurismo dei banchieri, la stupida e scandalosa avidità dei politicanti, l’asservimento dell'industria alla logica dello scialo consumistico, il culto dell’oggetto di prestigio e dello status symbol, il disprezzo salottiero della temperanza e della parsimonia e la parodia della solidarietà messa in scena dal palazzo.
Il sollievo alle vittime della follia economicista è offerto dalla misericordia cattolica, unico rifugio offerto alle vittime di un sistema senza bussola di ragione e senza pietà di cuore.

Solo dalla magistrale lezione impartita dalla vivente Carità cattolica e solo da essa i professori, che chiacchierano di economia da pulpiti traballanti, inutili e soporiferi, possono conoscere la via da percorrere in direzione di un'uscita dalla miseria morale e materiale del presente.
Fuori dalla Chiesa pullula l’aspettazione miscredente della cravattara beneficenza esercitata dal mitico Godot.

mercoledì 10 aprile 2013

Tolleranza zero contro la pedofilia. Anche contro la sodomia?


di Roberto de Mattei

Lo scorso 5 aprile le agenzie di stampa hanno riportato la notizia che Papa Francesco ha ribadito la linea di tolleranza zero di Benedetto XVI contro la pedofilia. Il tema è stato affrontato dal pontefice nell’udienza con mons. Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. In particolare, il Papa ha chiesto massima fermezza su misure di protezione dei minori, aiuto alle vittime, procedimenti contro i colpevoli e impegno delle conferenze episcopali per formulare e attuare le direttive in un campo tanto importante per la credibilità della Chiesa.

Nella Lettera ai cattolici di Irlanda del 19 marzo 2010, e in molte altre dichiarazioni, Benedetto XVI si era già espresso per una linea di estremo rigore contro gli abusi del clero, sottolineando l’urgenza di una riforma morale della Chiesa. Questa posizione ha suscitato, come è logico, un immediato consenso da parte dell’opinione pubblica e dei mass-media. Per le leggi e per il sentire comune di larga parte dei Paesi occidentali, la pedofilia è considerata, come lo stupro, un infamante delitto, non però a causa dell’immoralità dell’atto in sé, ma per la violazione che questi crimini comportano dei diritti, in un caso dei bambini e nell’altro caso delle donne. L’omosessualità viene invece considerata un diritto che perfino i bambini dovrebbero essere educati a rispettare, in nome della assoluta libertà che essi avrebbero di poter scegliere il proprio “orientamento” sessuale.

Nulla viene dalla natura, tutto si fonda sull’autodeterminazione dell’uomo, e l’unico peccato consiste, secondo questa logica, nell’impedire all’individuo di seguire i propri istinti e le proprie tendenze. Nella prospettiva cristiana, al contrario, esiste una legge naturale, impressa a fuoco da Dio nella coscienza di ogni uomo. La violazione di questa legge naturale e divina costituisce un grave peccato, ovvero un allontanamento dell’uomo da Dio destinato ad avere catastrofiche conseguenze. Tutti i peccati mortali infatti, secondo il Catechismo della Chiesa, se non sono seguiti dal pentimento e dalla confessione, portano l’anima all’inferno, che è il luogo di ogni sofferenza eterna, a cominciare dalla più terribile, che è la privazione di Dio.

Per la morale cattolica l’omosessualità è un peccato altrettanto grave dello stupro e della pedofilia e alla pedofilia apre talvolta la strada. Il 12 aprile 2010, in una conferenza in Cile, riferendosi agli abusi imputati al clero, il Segretario di Stato Vaticano Tarcisio Bertone aveva sottolineato l’esistenza di un legame tra omosessualità e pedofilia, precisando successivamente come ciò che viene chiamato pedofilia sia più spesso “efebofilia”, o “pederastia”, cioè l’attrazione omosessuale non verso i bambini, ma verso gli adolescenti. Il confine tra omosessualità, efebofilia e pedofilia, è insomma labile, per quanto le lobby omosessualiste respingano con sdegno l’accostamento tra pedofilia e omosessualità. Di certo, dal punto di vista della morale cristiana, la tolleranza zero va estesa anche alla omosessualità o sodomia, termine che indica, in senso lato, l’unione sessuale tra persone dello stesso sesso e che prende il nome dalla città biblica di Sodoma che venne distrutta da Dio per la perversione morale suoi abitanti (Genesi 18, 20; 19, 12-13; 19, 24-28).

Oggi, anche all’interno della Chiesa cattolica, si è diffusa una cultura relativista ed edonista ed esistono diocesi, seminari, collegi, istituti religiosi, in cui l’omosessualità, o almeno una tendenza omosessuale, è considerata come irrilevante dal punto di vista morale e pacificamente tollerata. La situazione della diocesi di Roma portata alla luce da “Corrispodenza romana” è tristemente esemplare (http://www.corrispondenzaromana.it/category/chiesa-cattolica/).

Qualcuno obietta che portare alla luce i peccati di sodomia del clero può produrre scandalo, gettare fango nella Chiesa, alimentare maldicenze e giudizi temerari e dunque, anche chi sa, è opportuno che taccia. Questa politica del silenzio può avere un significato quando il peccato rappresenta un’eccezione, non certo quando esso diventa una piaga sociale. Il Catechismo della Chiesa cattolica distingue i peccati personali dalle «strutture di peccato», espressione ed effetto dei peccati personali. Esse inducono le loro vittime a commettere, a loro volta, il male e costituiscono, in senso analogico un «peccato sociale» (n. 1869). Il Catechismo precisa inoltre che abbiamo una responsabilità nei peccati commessi dagli altri, quando vi cooperiamo: a) prendendovi parte direttamente e volontariamente; b) comandandoli, consigliandoli, lodandoli o approvandoli; c) ma anche non denunciandoli o non impedendoli, quando si è tenuti a farlo; d) e proteggendo coloro che commettono il male (n. 1868).

Quando ci si trova di fronte a «strutture di peccato», il silenzio non è ammissibile, ma è doveroso squarciare il velo dell’ipocrisia, testimoniare la verità, denunciare il male ovunque si annida e individuare i suoi complici, a tutti i livelli. La rettitudine, la trasparenza, la denuncia pubblica dell’immoralità non sono prerogativa di fustigatori laici della morale come Marco Travaglio e Roberto Saviano, ma spettano soprattutto ai cattolici. Nel caso della “mafia”, ad esempio, esiste un reato di “favoreggiamento personale”, e dunque di complicità, da parte non solo di chi collabora con i criminali, ma di chi li asseconda e, nei fatti, li favorisce. Lo stesso vale per la pedofilia. Perché la Chiesa non dovrebbe comportarsi allo stesso modo nei confronti del peccato della sodomia che alligna tra i suoi membri?

L’esempio dei grandi santi riformatori, ci è di conforto. San Pier Damiani (1007-1072), nel suo celebre Liber Gomorrhanus, scritto verso il 1051 per Papa san Leone IX, denuncia tale piaga con queste parole: «Si va diffondendo dalle nostre parti un vizio così gravemente nefasto e ignominioso, che se non vi si opporrà al più presto uno zelante intervento punitore, di certo la spada dell’ira divina infierirà enormemente annientando molti. (…) Questa turpitudine viene giustamente considerato il peggiore fra i crimini, poiché sta scritto che l’onnipotente Iddio l’ebbe in odio sempre ed allo stesso modo, tanto che mentre per gli altri vizi stabilì dei freni mediante il precetto legale, questo vizio volle condannarlo con la punizione della più rigorosa vendetta. Non si può nascondere infatti che Egli distrusse le due famigerate città di Somoda e Gomorra, e tutte le zone confinanti, inviando dal cielo la pioggia di fuoco e zolfo. (…)

Questo vizio non va affatto considerato come un vizio ordinario, perché supera per gravità tutti gli altri vizi. Esso infatti uccide il corpo, rovina l’anima, contamina la carne, estingue la luce dell’intelletto, scaccia lo Spirito Santo dal tempio dell’anima, vi introduce il demonio istigatore della lussuria, induce nell’errore, svelle in radice la verità dalla mente ingannata, prepara insidie al viatore, lo getta in un abisso, ve lo chiude per non farlo più uscire, gli apre l’Inferno, gli serra la porta del Paradiso, lo trasforma da cittadino della celeste Gerusalemme in erede dell’infernale Babilonia, da stella del cielo in paglia destinata al fuoco eterno, lo separa dalla comunione della Chiesa e lo getta nel vorace e ribollente fuoco infernale. (…)

Non appena dunque uno cade in quest’abisso di estrema rovina, egli viene esiliato dalla Patria celeste, separato dal Corpo di Cristo, confutato dall’autorità della Chiesa universale, condannato dal giudizio dei santi Padri, disprezzato dagli uomini e respinto dalla comunione dei santi. (…) Come dice Mosé, ‘Se c’è qualcuno che sta dalla parte di Dio, si unisca a me!’ (Es. 32). Se cioè qualcuno si riconosce come soldato di Dio, si accinga con fervore a confondere questo vizio, non trascuri di annientarlo con tutte le sue forze; e dovunque lo si sarà scoperto, si scagli contro di esso per trapassarlo ed eliminarlo con la acutissime frecce della parola» (San Pier Damiani o.s.b., Liber Gomorrhanus, in Patrologia Latina, a cura di J. P. Migne, vol. 145, coll. 159-190). Cos’altro aggiungere?

Il Distributismo contro la crisi

Belloc e Chesterton

di Fabio Trevisan

A Bergamo, presso la Biblioteca Centrale Caversazzi di Via Tasso,è stata allestita una mostra sul Distributismo, visibile al pubblico dal 16 marzo al 15 aprile 2013. Il Movimento Distributista Italiano ha accompagnato la mostra con un ciclo di conferenze e workshop collaterali, culminato con l’intervento di John Medaille, Professore di Distributismo presso l’Università di Dallas (Texas).

La conferenza di Medaille ha condensato nel titolo: “Distributismo: una proposta ragionevole per uscire dalla crisi” l’intenzione del Presidente del Movimento Distributista Italiano, Dr. Matteo Mazzariol, di indicare una via d’uscita dalla crisi attraverso la ragionevolezza e il senso comune. Con questo intento, come ha sostenuto lo stesso Presidente, va colta l’opportunità di leggere, a breve, la traduzione di un significativo saggio di Medaille: “Towards a truly free market (Verso un vero mercato libero)” che il Movimento Distributista Italiano si sta apprestando a completare. Dinanzi ad un sempre più drammatico scenario in cui la finanza sta fagocitando l’economia reale ed in cui la persona e la famiglia si trovano ad affrontare crescenti e insostenibili difficoltà, non solo dal punto di vista economico, ma anche giuridico, educativo, etico, la proposta di riflettere sul decentramento dei poteri e sulla distribuzione della piccola proprietà assume un significativo ruolo di ripensamento del modello sociale di sviluppo della cosiddetta “società del benessere”.

Attraverso i 19 pannelli della mostra, con la consulenza artistica di Domenico Masotti, non a caso sono stati posti all’inizio una ruota ed un albero, ai quali sono stati appesi dei foglietti che testimoniano i frutti del Distributismo: bene comune (vero fine della politica), equità, piccola proprietà, famiglia, sovranità (politica e monetaria). Il primo pannello riassume infatti l’urgenza di una risposta (non solo economica) ai bisogni profondi del cuore e della mente dell’uomo attraverso una riscoperta della realtà non solo attraverso una dimensione del “fare”, ma soprattutto attraverso una pienezza di vita, di una qualità della vita attenta ai bisogni naturali dell’essere.
La critica del realismo e della ragionevolezza della proposta distributista ai modelli utopistici e ideologici della modernità e post-modernità si radica nella fermezza di alcuni principi intangibili (da qui la consonanza con i “principi non negoziabili”) a tutela dell’autentica libertà nella verità della persona. I padri fondatori del Distributismo (Gilbert Keith Chesterton, Hilaire Belloc e Padre Vincent McNabb) erano cattolici che, pur non nascondendo la propria fede, desideravano porre le questioni della dignità della persona, della tutela della famiglia, della salvaguardia e diffusione della piccola proprietà, del ruolo dello Stato e delle relazioni umane e sociali all’attenzione di tutti.
Per questo motivo avevano auspicato, un secolo fa, un ripensamento ed una discussione profonda del modello capitalistico e di tutte le sue conseguenze brutali e disumane che appaiono visibilmente ora nella loro drammatica evidenza. A distanza di un secolo le loro analisi non sono state ancora prese in considerazione, nonostante si possano riscontrare i deleteri effetti del sistema liberal-capitalista in modo sempre più drammatico.

Come ha sostenuto lo stesso Prof. Medaille, co-redattore della Distributist Review, è necessario evitare un approccio estetico o romantico al Distributismo, in quanto impedirebbe di collocarlo in un orizzonte di possibilità pratiche di sviluppo. In un’intervista di qualche tempo fa, Medaille criticava i due principali assunti dell’economia moderna: ovvero che l’economia fosse una scienza fisica anziché una scienza umana (quindi che non implicasse questioni etiche) e che fosse contrapposta alla giustizia (da qui la sollecitazione alla giustizia distributiva). Se si abbandona la giustizia economica, secondo le parole autorevoli di John Medaille, non è possibile raggiungere l’equilibrio. Anche attraverso i testi dei pannelli della mostra è possibile constatare quanto, nei sistemi capitalisti e socialisti che hanno imperversato nell’Occidente, si sia prodotta un’ingiustizia globale ed un commercio cronicamente squilibrato che ha prodotto il fallimento ed il caos sociale.

Un modello distributista, alternativo alla concentrazione della proprietà e delle libertà nelle mani di pochi, specifico dei sistemi capitalisti e socialisti testé evocati, renderebbe uno stesso Stato più snello con poteri maggiormente distribuiti a diversi livelli della società. Se la concentrazione della proprietà e del potere in poche mani conduce infatti al servilismo (emblematica l’opera in tal senso di Hilaire Belloc: “Lo Stato servile”), al contrario la distribuzione e la diffusione del potere porterebbe alla libertà e responsabilità anche sociale. I principi fondamentali del Distributismo (sussidiarietà e solidarietà) non sono che principi riscontrati nella dottrina sociale della chiesa e che questi autori cattolici hanno voluto portare alla riflessione di credenti e non credenti, purtroppo con scarsa attenzione anche dello stesso mondo cattolico. Nel quinto pannello della mostra si sintetizza la critica del Distributismo al capitalismo soprattutto per la separazione perniciosa tra capitale e lavoro, facendo sì che il capitale (come accade oggi) sia sempre in una situazione di forza e di vantaggio rispetto al lavoro. Al contempo, nei testi dei pannelli, la posizione distributista sostiene un giusto ruolo perequativo dello Stato in funzione di tutela dell’equa distribuzione delle risorse e a salvaguardia della dignità della persona e delle famiglie.

Anche il sistema social-comunista (imploso nel 1989, ma non ancora definitivamente sconfitto) è analizzato nel sesto pannello e ritenuto incompatibile alla natura dell’uomo tanto da produrre, come è sostenuto nel pannello successivo, una consonanza insospettabile con il capitalismo: la concentrazione del potere nelle mani di pochi. Se per il capitalismo i “pochi” sono rappresentati dall’elite finanziaria, nel sistema social-comunista i cosiddetti “pochi” sono rappresentati dall’elite burocratico-politica. Un’immagine agghiacciante proposta dal consulente artistico della mostra, Domenico Masotti, ovvero il grande condominio dell’impero sovietico assume così una caratteristica fisica assomigliante ad un coccodrillo che divora e spappola la vita e la libertà delle persone. L’alleanza tra capitalismo e social-comunismo è rappresentata efficacemente ancora dalla fotografia che evidenzia sullo stesso piano l’immagine di Lenin ed un fast food McDonald’s.

Nel nono pannello ed in altri pannelli successivi si evidenzia la necessità di una sovranità monetaria, ovvero il diritto alla proprietà di una moneta a servizio del bene comune. Ribadendo che, già dal 1971, la moneta non è più legata in alcun modo ad una riserva d’oro e che il denaro sia stato“creato dal nulla” solo ed esclusivamente a debito di Stati e cittadini verso il sistema bancario, si sollecita, nell’intento dei curatori della mostra, a ripensare a quell’indebitamento che tanto (e giustamente) fa travagliare l’intera umanità. Un tale indebitamento pubblico (in Italia dicono che abbia raggiunto la cifra superiore ai duemila miliardi di euro) genera fondamentalmente una drastica riduzione delle spese (ed anche dei servizi offerti ai cittadini) ed un aumento delle tasse.
Non essendo più lo Stato proprietario della sua stessa moneta (significativa l’immagine proposta nella mostra della Lira scritta efficacemente come “L,ira dimenticata”) si pagano le tasse ad uno Stato che, non essendo più sovrano, non può fornirci dei reali servizi. Nonostante i mezzi tecnici della mostra testimonino un’arte “povera” (cartoncini, fotografie, ruote di bicicletta) consona tuttavia ai tempi di magra che stiamo vivendo, le sollecitazioni ad un approfondimento della crisi proposte sono di assoluto interesse e di stimolo all’intelligenza e alla riflessione oculata.

Alcune immagini vigorose attestano in modo palese il cosiddetto “bombardamento monetario a tappeto” in atto, proposto con degli obiettivi di tipo militare caratteristico di una guerra armata. Contro questa crisi dirompente e permeante tutto il tessuto sociale, economico e familiare, la mostra ha il pregio di offrire delle valide alternative in linea con un richiamo alla vigilanza da parte di tutti. Il richiamo ad un sistema più partecipativo ad una diversa organizzazione del lavoro e della vita sociale non può prescindere da un coinvolgimento reale di tutti quei corpi intermedi (dai Comuni alle associazioni, dalle corporazioni di arti e mestieri alle confraternite religiose) che hanno permesso uno sviluppo delle varie attività umane, dal lavoro alla cultura, dalla fede alla socialità.

La mostra sul Distributismo (prima nel genere in Italia) ha il fine di proporre non solo una critica ai sistemi imperanti ed iniqui ricordati in precedenza, ma di lasciare una traccia molto concreta su cui indirizzare gli sforzi comuni. Ad esempio il controllo e la qualità dei servizi e beni fruibili deve essere posto al vaglio del cittadino e non imposto da un monopolio e da una concentrazione commerciale a danno dei piccoli produttori. Anche le tariffe minime e massime dei servizi, l’importo e la redistribuzione del prelievo fiscale devono essere conformi all’autonomia ed alla libertà delle singole persone e della centralità della famiglia. Negli ultimi pannelli della mostra si è voluto infine evidenziare quanto il Distributismo non sia un’invenzione utopistica ed arbitraria tipica degli apparati ideologici della modernità, ma come esso sia sempre esistito anche se sovente non riconosciuto. Fino all’avvento della rivoluzione industriale la congiunzione (e non la separazione) tra capitale e lavoro era pressoché considerata normalmente acquisita.

Nella fase delicata in cui stiamo vivendo, la mostra sul Distributismo ha quindi il pregio di additare, attraverso un recupero del pensiero e delle tradizioni antiche, le possibili vie d’uscita da una crisi che sembra totale ed irreversibile. I punti programmatici concreti proposti dal Movimento Distributista Italiano ed esposti a corollario della Mostra dovrebbero stimolare tutti ad una meditazione attenta.
L’alienazione del lavoro non può essere esclusivo tema dell’interpretazione marxista dei mali del capitalismo (che, come si è visto,sono falsamente contrapposti e rappresentano invece due facce illiberali della stessa medaglia), ma piuttosto l’esplicazione di una deleteria divisione tra lavoro e mezzi di produzione che hanno negato la dimensione totalmente umana del lavoro stesso mortificandone la libertà, l’originalità e l’inventiva tipica della natura dell’uomo.

Le caratteristiche salienti del Distributismo, ovvero il mutuo soccorso ed il reciproco impedimento, impediscono la proletarizzazione e la miseria di una parte consistente del corpo sociale da un lato, e l’arricchimento iniquo di pochi eletti dall’altra parte. I principi del Distributismo, affini e contigui ai “principi non negoziabili” non rappresentano, a mio avviso, che uno sviluppo della dottrina sociale della chiesa tracciata dai Padri fondatori, ai quali è dedicata giustamente un’ampia sezione personale delle opere e del coraggioso loro tributo all’edificazione di una civiltà che affonda le sue radici nella tradizione cristiana.

martedì 9 aprile 2013

“Il mondo permette tutto, ma non perdona niente”


di Silvio Brachetta

C’è del vero nel detto secondo cui «nella chiesa non tutto è permesso ma tutto è perdonato, mentre il mondo permette tutto ma non ti perdona niente», riportato dal Padre Cédric Burgun, prete della Diocesi di Metz, in una sua riflessione. Don Burgun è membro della Comunità dell’Emanuele e docente presso la Facoltà di Diritto canonico dell’Istituto cattolico di Parigi (Icp). È inoltre un convinto promotore della causa di beatificazione del politico francese Robert Schuman (1886-1963), uno tra i padri fondatori dell’Unione europea.
Lo stesso metro di giudizio, secondo il Padre è applicato nelle pene da comminare: la Chiesa - dice - «condanna gli atti, mai le persone», ma il mondo «se ne frega perché, se un atto è malvagio, tutta la persona deve pagare e cadere».
Padre Cédric non può che fare riferimento al paradosso etico-morale che cova sotto le proposte del governo socialista di François Hollande. Da una parte c’è la martellante attuazione del «liberalismo a oltranza», che sta distruggendo l’istituzione del matrimonio e della famiglia (con la mozione sul matrimonio omosessuale) e liberalizzando senza criterio ogni ambito economico e sociale. E, contemporaneamente, le persone vengono bacchettate senza pietà, com’è accaduto all’ex Ministro del Bilancio Jérôme Cahuzac, travolto da un’«ondata di rabbia, bugie, insulti» a seguito al suo coinvolgimento nella recente vicenda legata al riciclaggio di denaro e alla frode fiscale.
In realtà è l’intera gestione Hollande che sta lentamente implodendo su se stessa. Almeno dal punto di vista economico, il premier è coinvolto in prima persona, secondo quanto riporta il periodico tedesco “Handelsblatt”: «Hollande voleva debellare la corruzione e gli intrighi, ma non c’è riuscito. Scioccato, parla ormai di ‘oltraggio alla Repubblica’ e di ‘violazione alla morale repubblicana’. Tuttavia prima, e per mesi, aveva preso le difese del suo ministro [Jérôme Cahuzac], un’incoerenza che l’opposizione gli rimprovera ormai senza pietà. Il partito conservatore, l’Ump, ha già dichiarato quanto sia difficile credere che Hollande non fosse al corrente di nulla. Il presidente dovrà spiegare perché malgrado i sospetti abbia difeso Cahuzac così a lungo» (tr. dal tedesco a cura di cafebabel.com).
E comunque don Cédric Burgun, nonostante tutto, si mette dalla parte del peccatore Jérôme Cahuzac e ne parla come d’un capro espiatorio, punito da una società carica d’odio che, «da un lato, difende quotidianamente la libertà di ogni cittadino, eleggendo l’individualismo come primario e, dall’altro, condanna pubblicamente e senza misericordia qualsiasi peccatore».
La società francese è dedita, più delle altre, alla pubblica lapidazione? Sembrerebbe di sì, per certi aspetti - «écrasez l’infâme», «schiacciate [la religione] infame», gridava Voltaire ai danni dei credenti, da lui ritenuti intolleranti. Ma Voltaire fu parziale. Se infatti, a volte, la religione rigurgita intolleranza e fanatismo, fanatici di certo furono quei laici che condannarono l’innocente Alfred Dreyfus (1859-1935) per alto tradimento, perché ebreo. Il cattolico Charles Péguy, in quell’occasione, prese pubblicamente le parti di Dreyfus, scrivendo un saggio (nel 1896) sul clamoroso errore giudiziario.
In ogni caso, non solo la Francia, ma il mondo intero lapida il prossimo con facilità e cerca capri espiatori in ogni dove. Sia pure quando l’oligarchia al potere s’illude d’imporre legalmente liberalità e tolleranza.

Thatcher, nostalgia di un leader


di Riccardo Cascioli

“I russi dicono che sono una lady di ferro… E hanno ragione. La Gran Bretagna ha bisogno di una lady di ferro”. Ripercorrendo qualcuno dei suoi più celebri interventi, si capisce con chiarezza quale impatto possa avere avuto Margaret Thatcher, morta ieri a 87 anni, per la Gran Bretagna e nelle relazioni internazionali. Non fosse stata di ferro, non sarebbe riuscita ad emergere in un ambiente - come quello del Parlamento inglese - quasi esclusivamente maschile. Lo era nel 1979, quando andò al governo, lo era ancora nel 1990 quando fu costretta a lasciarlo.
Alcuni dicono che abbia spianato la strada per le donne a capo del governo: c'è da dubitarne, lei è stata un caso unico, tanto è vero che in questi ventitré anni dalla sua uscita di scena nessun’altra donna si è neanche avvicinata a quella posizione.

Risentire oggi alcuni suoi discorsi fa riscoprire una determinazione, una chiarezza di giudizio, una forza di volontà assolutamente eccezionali, e non solo per una donna. Tanto è vero che nessun uomo politico riusciva a tenerle testa in un dibattito, né in patria né fuori. E’ così che ha cambiato profondamente la Gran Bretagna, riconvertendo la mentalità inglese dallo statalismo alla responsabilizzazione dell’individuo. Ha spaccato il Paese per questo: di violenze e contestazioni di piazza nei suoi undici anni di governo ce ne sono state come mai prima, la più famosa di tutte quel braccio di ferro tra il 1984 e il 1985 con il potentissimo sindacato dei minatori che ella riuscì clamorosamente a schiacciare.

E mentre “rifaceva” la Gran Bretagna, passava con la stessa decisione e determinazione attraverso le crisi internazionali più gravi: la guerra contro l’Argentina per il possesso delle isole Falkland/Malvinas, il terrorismo nord-irlandese, il bombardamento della Libia, la Guerra Fredda. Tutte battaglie vinte o comunque condotte senza cedere di un passo davanti al nemico. Anche quando questo si chiamava Comunità europea o Moneta unica. Si è sempre opposta fieramente alla cessione di anche solo un dito di sovranità.
In ogni circostanza ha difeso la patria, i valori occidentali, la democrazia contro ogni tentazione socialista, e incentivato le capacità e responsabilità delle singole persone.

Il che non vuol dire che abbia fatto tutto bene o che le sue scelte non siano criticabili. Tutt’altro: molte sue decisioni sono ancora discusse. Come quelle economiche, ad esempio: il suo piano accelerato di privatizzazioni ha imposto, come conseguenza, dei pesanti costi su parte della popolazione, vedi il caso dei 200mila minatori che hanno visto chiudere la loro attività. Per alcuni esperti le misure furono drastiche ma necessarie: la Gran Bretagna sarebbe morta sotto la pesante cappa dello statalismo se non si fosse intervenuti. Altri invece sostengono che non seppe guardare al lungo periodo, alle conseguenze di quelle scelte: bene le privatizzazioni, ma troppo veloci e senza prevedere la deindustrializzazione e la delocalizzazione che ne sarebbe seguita, e pericoloso dirottamento dell’economia verso la finanza. Così pure la scelta di restare fuori dall’Euro viene periodicamente rimessa in discussione.

Ma non solo l’economia: il patriottismo e il nazionalismo guidarono anche la guerra con l’Argentina che, seppure vinta, continua a suscitare dibattito, non ultimo per il “trucco” con cui fu giustificato l’attacco alla nave argentina Belgrano, quindi, l’avvio della battaglia. Né si può dimenticare che fu proprio lei a trasformare in argomento politico la questione del riscaldamento globale per motivi interni e internazionali (vedi R. Cascioli - A. Gaspari, Che tempo farà, Piemme 2008, pp.112-118): è stata proprio lei a riconoscere nel suo ultimo libro le conseguenze nefaste e non volute di quella scelta, l’ascesa dei movimenti ecologisti dalle tendenze chiaramente socialiste.

Resta però la coerenza con cui ha difeso i valori in cui credeva e che - almeno come principio - sono comuni alla civiltà occidentale. Certamente, si può pensare, fosse stata al governo oggi non l’avremmo vista sbracare davanti alla dittatura del relativismo e del politicamente corretto, dalle pretese islamiche all’imposizione della cultura omosessualista, come invece sta facendo l’attuale premier conservatore David Cameron.

E soprattutto, rileggendo la sua storia, riascoltando i suoi interventi non si può fare a meno di provare un po’ di nostalgia per un vero capo di governo, facendo il confronto con l’Europa di oggi, guidata da nani politici (e non per statura fisica) incapaci di una visione del mondo e del destino del proprio paese che vada oltre le proprie fortune e il prossimo appuntamento elettorale. Si deve tristemente riconoscere che dopo la Thatcher ed Helmut Kohl in Germania, di statisti degni di questo nome in Europa non si è più visto nessuno. E quando poi abbiamo sentito ieri l’ex presidente del Consiglio e aspirante Presidente della Repubblica Romano Prodi, parlare della Thatcher con senso di superiorità attribuendole la responsabilità dell’attuale crisi economica dell’Europa, abbiamo capito in che abisso il nostro Paese sta precipitando.

lunedì 8 aprile 2013

No alla Bonino al Quirinale


di Stefano Fontana

E’ ormai da tempo che tra i papabili ad essere eletti alla Presidenza della Repubblica circola il nome di Emma Bonino. Ora, per una serie di contingenze politiche la cosa si sta facendo ancora più insistente. E preoccupa.
Sulla prossime elezioni del sostituto di Napolitano si gioca un’importante partita politica. Anzi, la vera partita politica. Tutto il resto ne dipende, compreso il futuro governo. Tutti lo sanno ed è per questo che la tattica e il surplace hanno la meglio.

Il Pd ha due spinte interne. Una è la tentazione di Bersani di eleggere Romano Prodi con il “metodo Grasso”, ossia alla chetichella, senza accordi previ di natura organica. In questo modo si eleggerebbe un Presidente “di parte” e non rappresentativo della maggioranza degli italiani. Dal punto di vista di Bersani ne varrebbe la pena, però, perché così facendo si metterebbe in angolo Berlusconi e lo si accerchierebbe definitivamente con un Presidente a lui ostile. Certo, una “occupazione” di tutte le cariche istituzionali dopo aver “pareggiato” le elezioni comporterebbe, a lungo andare, molte conseguenze negative, ma nell’immediato potrebbe dare dei frutti. L’altra tendenza interna al Pd vuole scegliere un Presidente non di “parte” e quindi gradito anche al Pdl, come base per un successivo governo di unità nazionale con dentro anche il partito di Berlusconi.

In questo quadro è possibile che si trovi una convergenza proprio sul nome della Bonino. Mara Carfagna, del Pdl, l’ha indicata, seppure a titolo personale, come una persona gradita. Il segretario del Partito socialista Nencini l’ha proposta. Sta montando sui media la campagna pro Bonino. Lo scorso 4 aprile Il TG2 ha dedicato un lungo servizio sulle donne in politica che terminava con la Bonino. “Io voglio Emma Bonino Presidente” è il manifesto lanciato dai Radicali nella loro pagina face book. Il 5 aprile è uscito il solito sondaggio SWG secondo il quale Emma Bonino sarebbe al primo posto anche nel gradimento degli italiani. In precedenza era uscito un analogo sondaggio secondo cui tra i Grillini Emma Bonino, insieme a Rodotà e a Zagrebelski, era ai primi posti. Insomma: la consueta macchina propagandistica è iniziata alla grande. I deputati cattolici nel frattempo tacciono (o quasi), come pure il mondo cattolico in quanto tale, che sembra ormai pronto ad accettare tutto (o quasi) dopo aver deciso di poter votare tutto (senza quasi).

L’elezione alla Presidenza della Repubblica di Emma Bonino sarebbe un fatto gravissimo per l’Italia. Lei rappresenta una cultura radicale fatta di etica libertaria ed esasperato individualismo. In questi decenni Emma Bonino e i Radicali hanno decostruito tutti i principali valori su cui si era retta la società italiana. Non sono stati gli unici, naturalmente, in quanto di numero esiguo, ma ne sono stati l’avanguardia e la Bonino ne è il simbolo. Le cosiddette battaglie per “i diritti civili” hanno portato in Italia le leggi sull’aborto e sul divorzio, che la Bonino considera ora troppo restrittive. La sua linea è per la depenalizzazione delle droghe, per l’apertura ad ogni “tipo” di famiglia, per la completa autodeterminazione circa il fine vita, per il suicidio assistito. In tema di fecondazione artificiale la Bonino è per l’abolizione della legge 40, o la sua definitiva apertura, a favore di un completo “fai da te” in tutta questa delicata problematica. La Bonino è per l’ideologia del gender, per la distribuzione senza limiti della cosiddetta “contraccezione d’emergenza” a carattere abortivo, per il mercato della banche del seme, per l’utero in affitto. La Bonino è per liberalizzare tutto, individualizzare completamente l’etica sociale, superare definitivamente la natura. E’ liberista sfrenata in economia ed è libertaria sfrenata in etica sociale. Rappresenta l’ideologia della borghesia moderna allo stato puro, che è un’ideologia nichilista. Quando parla – e ne parla spesso – di legalità e di diritto, li intende in modo assolutamente contrattualistico, senza il minimo riferimento ad una eventuale e remota legge di natura, nemmeno nelle forme aggiornate a cui hanno approdato alcuni intellettuali laici.

Con lei al Quirinale avremmo una interpretazione puramente formalistica, più che positivistica, e non sostanziale della Costituzione, senza riferimento ad un suo retroterra culturale e antropologico. Emma Bonino non rappresenta gli italiani. Sarebbe un Presidente non condiviso e non condivisibile. Esporrebbe la massima carica della Repubblica all’obiezione di coscienza. Toglierebbe alla nostra Costituzione la terra sotto i piedi.
La storia di Emma Bonino - chi è veramente e cosa vuole la leader radicale - vale la pena essere conosciuta. Per questo vi suggeriamo di acquistare il libro di Danilo Quinto a lei dedicato "Emma Bonino dagli aborti al Quirinale?", direttamente dal nostro sito (clicca qui)

Psicanalisi breve della sinistra italiana che soccombe al successo


di Umberto Silva

L’angoscia attanaglia il Pd. Dopo essersi brillantemente fottuto nelle ultime elezioni, a quelle di giugno grazie a Renzi potrebbe stravincere e il suicidio a quel punto diverrebbe difficile, molto difficile; occorrerà inventarsi qualcosa di estremo, che so, una scissione perlomeno, sempre che non si punti all’autoimmolazione buddista. Che angoscia! Fin da ora i capi storici del partito si stanno chiedendo come fare per perdere la posta senza perdere la faccia. E’ inutile che la menino con il solito ritornello che la loro missione è quella di risanare l’Italia e quindi il sacrificio bla bla, non è vero, non hanno sanato un accidenti. Ma non è vero nemmeno quel che dice la destra, che l’unico pensiero della sinistra è di far fuori il Cavaliere. Fosse così ci sarebbe riuscita, ha avuto mille occasioni ma ha preferito erotizzarsi con le Minetti e amiche, erotismo di seconda mano, la prima l’ha passata il Cav. La vera, unica, vocazione della sinistra è il suicidio, sempre e comunque, in un modo o nell’altro.

Ai tempi dei Padri Fondatori il suicidio andava a braccetto con l’omicidio, nessuno ha ammazzato tanti comunisti quanto Stalin; divenuto borghese e democratico, il comunismo ha abbandonato l’omicidio suicida optando per il puro suicidio, non plateale ma indolore, alla chetichella, salvando le apparenze: “Noi ce l’abbiamo messa tutta, ma è accaduto l’imprevedibile”, che puntualmente li beffa. Imprevedibile per la sinistra è che gli avversari siano vivi; invece è proprio così: saranno pure mascalzoni ma sono vivi e pertanto imprevedibili, mentre la sinistra è del tutto prevedibile e prevista grazie alla scia di noia che si porta dietro e di cui fa bella mostra; noia che è il fiore all’occhiello della paranoia, la presunzione di sapere come sono fatte le cose e come vanno, nel disprezzo dell’altro, un imbecille. Paranoia è pensare che si può fare qualsiasi cazzata che tanto funziona e sarà premiata, e così si spacciano le primarie per resurrezione quando invece sono sepoltura, e così ci si sforza di credere che Bersani e Renzi siano la stessa persona e che la gente non se ne accorga, laddove persino il loro storico e istituzionale riferimento, lui sì desideroso di vita, Napolitano, è disgustato da tanta voglia di morte e decisamente attratto dal Cavaliere, dapprima come rivale con cui scambiare violenti colpi di fioretto, poi come interlocutore, infine come partner, chissà.

Appena si accorge di poter vivere, la sinistra si affretta a morire. V’è in lei quello che Ivan Morris attribuì ai kamikaze, l’idea della “nobiltà della sconfitta”. L’antica accusa alla ricchezza si è progressivamente spostata nell’accusa alla vittoria, considerata qualcosa di prepotente, arbitrario, sporco, demoniaco. Una proiezione: storicamente i comunisti sono stati prepotenti e satanici, ora del potere hanno timore e l’allontanano, non lo tollerano, preferiscono regalarlo a quel padre onnipotente che un tempo era l’amato Stalin e nel presente, nell’inversione allucinatoria, è identificato nell’odiato Cavaliere. Costui sarebbe il freudiano “padre dell’orda”, dedito solo al proprio sadico godimento. La vittoria per la sinistra si riduce così a una masturbazione che non può tradursi nel reale. Ne parla Freud in “Coloro che soccombono al successo”: quando stanno per raggiungerlo o addirittura lo colgono, vi si sottraggono rifugiandosi in inconscie espiazioni di antichi delitti.

Tuttavia con l’allontanarsi nel tempo dello spettro dell’infame Padre Fondatore, il senso di colpa che scaturisce dall’idea di averlo amato ma anche ucciso, abbandonato, evapora, trasformandosi in qualcosa di più sedato che però la rievoca: la rivendicazione. Tuonano gli ex comunisti contro i faccendieri e i nullafacenti, ma sono loro a vivere di rendita, altro che Unipol e Monte dei Paschi è l’arroganza la loro inesauribile banca. Gli ex comunisti rivendicano quel che pensano spetti loro di diritto, il potere, perché sono i migliori, i più degni in tutto; e poiché di diritto tutto loro spetta non fanno granché per procurarselo, attendono che la signora Etica e sua sorella Estetica glielo offrano su un piatto d’argento, meglio se liberty, possibilmente dello squisito Philippe Wolfers. Disdegnano le furbate e i colpi bassi; disdegnano anche quelli alti, disdegnano tutto, anzi, per ostentare quanto sono sicuri del loro diritto e quanto ciecamente confidino nella giustizia della Storia e dell’Etica, si premurano di dare dei vantaggi all’avversario, a sostare nell’ozio ridendo di lui. Giocano senza portiere e apposta sbagliano i rigori. Quando però l’arbitro fischia il pareggio s’incazzano come bestie, dicono che è stato tutto uno scherzo. La vittoria, sostengono, non è dei numeri ma della virtù, e loro ne hanno da vendere mentre gli avversari sono fatti fugacemente, e un giorno il Padre dell’Orda li fa un altro li disfa, sono burattini ipnotizzati, telecomandati. Di marmo, invece, sono fatti gli uomini della sinistra, eredi della filosofia classica tedesca con un pizzico di Heidegger che fa tanto chic, giusto per romperci i coglioni quasi ogni giorno sui massimi quotidiani nazionali. Pubblicate piuttosto i libriccini di Amélie Nothomb, lo strepitoso “Barbablù” appena uscito nelle edizioni Voland, sulfurea disintossicazione da tutte le filosofie dello spirito.

Ebbene sì, per il Pd la sconfitta è la migliore vittoria. Gli avversari li guardano un po’ stupiti, un po’ preoccupati: “Che si fa con un simile partito? Se andiamo insieme al governo, il giorno dopo ci tocca fargli la respirazione bocca a bocca. Tant’è. Papa Francesco dà esempio di carità estrema e sebbene non siamo proprio dei santi non possiamo tirarci indietro. Ma non è che quelli tutt’a un tratto s’intirizziscono nel rigor mortis e ci mozzano la lingua?”.

mercoledì 3 aprile 2013

Il vero inventore degli assegni familiari


Gli assegni familiari: statali?
(articolo su “Daoudal Hebdo”, n.112, pp. 2,3)

di Yves Daoudal *

Gli assegni familiari non sono stati inventati dal Governo di Vichy [1940-1944, ndr], né da un altro Governo. Si tratta di un’iniziativa privata. Sono stati inventati da un uomo di nome Emile Romanet, uno dei più grandi nomi del cristianesimo sociale. Per la precisione, com’è opportuno su tali questioni, bisogna però risalire all’industriale cattolico Léon Harmel.
Nel 1891, Léon Harmel fu uno dei primi lettori dell’Enciclica Rerum novarum di Leone XIII. Infatti, egli dotò la propria attività imprenditoriale [una filatoria ereditata dal padre, ndr] di diverse strutture, inclusi i fondi di mutuo soccorso che anticiparono (e ispirarono) l’Enciclica.
Nel 1891, per soddisfare i desideri di Papa Leone XIII sul giusto salario, decise d’istituire per l’azienda un “extrastipendio familiare”: un’indennità aggiuntiva, cioè, per i lavoratori con figli piccoli a carico. Stabilì, in sostanza, gli assegni familiari all’interno della propria azienda. Léon Harmel fu dunque molto influente negli ambienti cattolici che ragionavano sui vari aspetti della Dottrina sociale della Chiesa in gestazione, compresa la questione del salario familiare.
Durante quegli anni, un giovane impiegato d’un’impresa di caldaie a Grenoble - Emile Romanet - frequentava il Circolo Saint-Bruno [per gli studi cattolici sulle questioni sociali, ndr]. Qui esaminò l’Enciclica di Leone XIII e s’interessò, in particolare, della questione della famiglia e dell’equo salario. Romanet giunse alla conclusione che il salario dev’essere computato in funzione dei gravami familiari.
Nel 1897 divenne co-proprietario dell’impresa. Le sue idee fecero strada e nel 1915 indisse un sondaggio per stabilire quali fossero le esigenze delle famiglie in rapporto al numero dei figli. Nel 1916, d’accordo con l’altro co-proprietario (erede del fondatore), introdusse in azienda gli assegni familiari.
Poi convinse i sindacati dei muratori, dei meccanici, dei calderai e dei fonditori dell’Isère a fare lo stesso: il 29 aprile 1918 fu creato un “fondo di compensazione”. Così nacquero gli assegni familiari.

* giornalista e scrittore francese, fondatore del settimanale Daoudal Hebdo

(traduzione dal francese a cura di Silvio Brachetta)