lunedì 22 aprile 2013

Il programma sublime


di Giorgio Masiero

Nella “Critica del giudizio” (1790), Immanuel Kant esamina i problemi dell’ordine e del fine in Natura, distinguendo nel giudizio estetico il bello dal sublime. Noi percepiamo il bello quando uno spettacolo della Natura ci si presenta in armonia con la nostra sete di libertà: allora ci compiacciamo in un sentimento che esprime l’incontro felice del sensibile col razionale. Esistono però alcuni fenomeni (la violenza d’un uragano, l’immensità del deserto o dell’oceano o del cielo, la profondità d’un abisso, l’energia d’una grande cascata, ecc.) davanti ai quali sentiamo l’impossibilità dell’intelletto ad adeguarsi alle cose. Siamo allora in presenza del sublime, dal latino sub limine, oltre la soglia (del portabile umano). Mentre nella contemplazione serena del bello il piacere è connesso alla qualità dell’oggetto ammirato, nella vertigine estatica del sublime il sentimento ci proviene dalla sua quantità illimitata.

Davanti al sublime, la nostra ragione si sente impotente a cogliere il significato profondo della Natura e si apre all’infinito e all’assoluto. Questa apertura è un’emozione estetica, non un predicato razionale, ma ci dà l’intuizione di trovarci possibilmente di fronte all’indecidibile. Nel sublime anche, dopo la percezione della nostra piccolezza con sensi di smarrimento e frustrazione, in un sussulto di razionalità ci riconosciamo comunque superiori al resto della Natura, stante il nostro essere umani, cioè le uniche creature dotate di autocoscienza e capaci così di trascendere la Natura ed ogni sua potenza.

Da giorni medito sul genoma con “giudizi riflettenti” (direbbe ancora Kant), ovvero non puramente razionali, ma tendenti a stabilire un accordo tra il razionale ed il sensibile. Ti confesso, lettore, che più mi addentro in questo fenomeno della Natura vivente, che interseca la biologia con la chimica e la cibernetica, più provo nelle viscere la consapevolezza di stare in presenza del sublime, per la complessità terrificante dell’oggetto che sembra annullarmi come essere razionale.

La necessità razionale dell’esistenza del programma genetico

Cominciamo con chiederci: esiste davvero un programma informatico contenuto da qualche parte negli organismi (vegetali, animali e umani), simile ad un programma lineare digitale della cibernetica, dove esso controlla l’azione di macchine? Pongo la domanda perché da qualche tempo, forse per lo sforzo persistentemente vano a trovare un modello dell’abiogenesi, si alzano voci dubitative o almeno riduttive nel composito campo darwinista. Ebbene, se non si crede che il pero nasce dal seme della pera per caso, e così il gattino dall’ovulo fecondato della gatta e il bambino dalla donna, essendo solo una fortunata serie di eventi ciechi a selezionare di seguito per settimane i 10 ^24÷10^25 atomi che compongono la struttura ordinata dell’individuo biologico; se non si può razionalmente credere ciò, si deve ritenere necessario razionalmente, prima ancora che da ricercare scientificamente, che nel seme o nell’ovulo fecondato d’una specie esistono già le istruzioni e il macchinario iniziale per il montaggio d’un individuo della stessa specie, a partire da un’estrazione selettiva programmata dall’ambiente della materia e dell’energia necessarie.

Questa intuizione appartiene alla filosofia classica. Tommaso d’Aquino usa il termine “seminalis ratio”, che è l’antica idea stoica del “logos spermatikos”, e ricorda che fu Agostino ad introdurre per primo il concetto nel pensiero cristiano: “È evidente che i principi attivi e passivi della generazione delle cose viventi sono i semi da cui si generano le cose viventi. Perciò Agostino opportunamente ha dato il nome di ‘cause seminali’ (seminales rationes) a tutti i principi attivi e passivi che presiedono alla generazione naturale e allo sviluppo [degli organismi viventi]” (Summa Theologiae, I, q. 115).

Non che il dottore angelico conoscesse il DNA, ovviamente: non c’erano allora gli strumenti tecnici d’indagine. Ma egli sapeva dell’esistenza d’una successione prestabilita e ordinata di forze che partendo da Dio, creatore degli enti e permanente garante della loro non ricaduta nel nulla, si esprime nella generazione di ogni vivente. Alla catena causale partecipa la Natura, tramite forze successive di cui Dio Si serve per lo sviluppo progredente nel tempo del Suo progetto mondano. Tommaso non dice quali siano le cause naturali, ma dice che ci sono e le ordina: “Le cause possono essere considerate a diversi livelli. Al primo livello […] sono principalmente e originariamente nella parola di Dio, come ‘idee prototipali’. Al secondo, esse sono in Natura, dove sono state tutte insieme create all’inizio, come ‘cause universali’. Al terzo, esse agiscono come ‘cause particolari’ in quelle cose che nel tempo sono prodotte dalle cause universali, per esempio in questa pianta e in quell’animale. Al quarto livello, sono nei semi prodotti da animali e piante. E come le cause primordiali universali produssero i primi effetti, così i semi producono gli effetti particolari attuali” (ibid.). Se il primo livello appartiene alla teologia, alla scienza naturale appartengono i livelli successivi di causazione.

Per la fisica, le “cause universali” sono il campo elettromagnetico, la gravità, le forze nucleari debole e forte: dal Big Bang, sono a monte dell’embriogenesi chimica delle diverse specie di ogni tempo. Ai livelli “terzo” e “quarto”, dove regolano lo sviluppo e prima ancora generano le unità viventi, Tommaso intendeva letteralmente 8 secoli fa quello che noi oggi chiamiamo “programma genetico”.
L’esistenza d’un programma genetico è dunque una necessità di ragione compresa fin dagli albori del pensiero occidentale.

Che cosa significa programma genetico

Stava alla scienza sperimentale individuare la base fisico-chimica del programma, e ciò è avvenuto 60 anni fa per merito di Francis Crick e James Watson con la scoperta della funzione del DNA, come ho ricordato in un altro articolo. In fondo, l’esistenza d’un programma genetico è un segno distintivo della vita rispetto alla materia inanimata. Ad una conferenza internazionale svoltasi a Modena nel 2000 sui fondamentali della vita, per prima cosa fu richiesto ai partecipanti (tutti docenti universitari) di proporre la loro personale definizione di “vita”. Anche se nessuna definizione risultò uguale ad un’altra, si poterono suddividere le risposte in due classi. Una classe risultò composta delle definizioni più disparate, come: il possesso di una certa stabilità genetica, ma allo stesso tempo di una sufficiente mutabilità, così da permettere evoluzione e adattabilità; oppure una reattività efficace agli stimoli ambientali, così da supportare la sopravvivenza e la riproduzione; ancora, la capacità di catturare, trasformare ed immagazzinare l’energia per il proprio utilizzo; ecc., ecc.

L’altra classe comprendeva invece definizioni aventi un elemento comune: la presenza d’un programma informativo. L’evidenza che nel mondo inanimato non sia mai stata osservata una sequenza di reazioni chimiche e trasformazioni fisiche, guidata da un programma d’istruzioni crittate in un codice, era già stata fatta da Ernst Mayr (uno dei padri della Sintesi Moderna) nel 1988, portandolo a definire come criterio di separazione tra organismi viventi e materia inanimata l’esistenza o l’assenza d’un codice genetico. La proposta di Mayr sanciva il riconoscimento in tutta la biologia del cosiddetto Dogma della biologia molecolare, “DNA → RNA → proteine”, che non era stato un’invenzione di creazionisti, ma l’assioma fondante della genetica moderna, così come concepita da Crick, Monod, Dobzhansky, ecc.

Trovare un modello di come un tale programma possa essersi generato per cause naturali (ovvero, risolvere l’abiogenesi) è un compito immane, forse gödelianamente indecidibile dalla ragione umana: c’è infatti una discontinuità tra la chimica di un pianeta privo di vita qual era la Terra 4 miliardi di anni fa, dopo l’LHB (l’intenso bombardamento tardivo, meteoritico), e la biochimica di appena 200 milioni di anni dopo, con la comparsa combinata
1) di un metabolismo cellulare fondato sulla chimica del carbonio;
2) d’un programma per realizzarlo istanziato in un polimero, l’enzima RNA polimerasi per la produzione di mRNA, destinato ad esser traslato in proteine;
3) di un sotto-linguaggio algoritmico, istanziato in un altro polimero, il DNA, contenente le sequenze di basi chimiche che forniscono le istruzioni iniziali all’RNA;
4) di un sistema cibernetico (le reti degli organelli della struttura cellulare), capace di eseguire le traslazioni di programma e la proteinogenesi finale.

Anche se la nostra comprensione del genoma è lungi dall’essere completa, a cominciare dall’individuazione di tutte le sub-routine (con i geni e le loro reti), lo stato dell’arte ci permette di sapere che il programma genetico è costituito di algoritmi digitali lineari, uguali a quelli che si studiano in scienza dell’informazione.

L’informazione del DNA

Il DNA umano (tutto, compreso ciò che la nostra ignoranza attuale chiama “spazzatura”) è un polimero costituito di k = 4 nucleotidi, ripetuti N = 3,2 miliardi di volte. Il numero di disposizioni con ripetizioni di N elementi su k dati è k^N, che in questo caso diviene k^N = 4^3.200.000.000 = 2^6.400.000.000. Dunque l’informazione sintattica d’un intero genoma è pari a 6,4 miliardi di bit, equivalenti a 800 MB. Davanti ai calcoli, ho cominciato a sentire un formicolio nello stomaco: era il giudizio riflettente estetico che mi stava penetrando ed avrebbe finito per soverchiarmi…

Certo, il primo moto è stato di stupore che tanta informazione risultasse concentrata in una molecola. I dispositivi convenzionali di memoria di massa hanno oggi capacità di qualche TB (1 TB ~ 10^6 MB) distribuita in ~100 cmc. Gli 800 MB del DNA sono concentrati in ~10^(-11) cmc. Il rapporto delle densità d’informazione è quindi 10^10 a favore dell’hardware al carbonio del DNA, rispetto a quello al vetro o alla ceramica dei nostri gingilli high-tech, con un gap strutturalmente incolmabile. Nessuna meraviglia che, all’insaputa degli ideologi della biologia che non hanno mai messo piede in un laboratorio e la cui fantasia narra i miti del cattivo lavoro e degli scherzi del caso, il DNA (batterico) sia studiato per essere impiegato come una scheda di memoria riscrivibile; e sia copiato nelle nanotecnologie per le sue proprietà di riconoscimento molecolare che lo rendono capace di auto-assemblarsi in strutture bidimensionali o poliedriche di complessità inarrivabile. Tali assemblati sono utilizzati con funzioni essenzialmente strutturali, per l’informazione organizzata in modo ottimale che contengono, e non come vettori d’informazione biologica. Per la sua compattezza, il DNA serve da modello anche in crittografia, nella costituzione e nell’utilizzo efficiente di cifrari sicuri.

Certo, è stato stupefacente per me scoprire la rarefazione della semantica salvata in sporadiche,preziose configurazioni del polimero. Infatti, delle k^N stringhe diverse, solo un’estrema minoranza è DNA d’un uomo, d’un animale o d’una pianta: ognuna di queste poche, sparse “frasi utili” rispecchia una differente disposizione con ripetizioni dei nucleotidi e questa sequenza detta quali proteine comporranno l’essere vivente, se l’organismo nel suo sviluppo metabolico produrrà squame o foglie, quattro gambe o due gambe, o un gambo… La stragrande maggioranza delle disposizioni sono frasi senza senso, programmi “hackerati” che non funzionano: pure chimere! Al livello primario delle relazioni atomiche, la scelta “utile” tra una specie e l’altra e tra un individuo e l’altro nella stessa specie (cioè la selezione del genotipo) avviene nella formazione dei (forti) legami 3’5’ fosfodiesterici lungo la sequenza degli acidi nucleici. Qui, chimicamente, i monomeri polimerizzano in ordine; e qui, ciberneticamente, sta la selezione del programma in quanto determinazione di una sequenza ordinata di istruzioni tra tutte le sequenze possibili. A priori solo improbabilissimamente un legame fosfodiesterico collaborerà alla semantica funzionale dell’intera sequenza integrandosi prima con le altre istruzioni agli altri nodi della sua sub-routine genica per la produzione d’una proteina e poi con le altre sub-routine del polimero per la sintesi successiva di biofunzioni concorrenti allo sviluppo d’un organismo vivente. Piuttosto, quasi sempre, una sequenza casuale darà luogo ad un crash del programma, ad un “aborto” biologico.

Nell’universo delle k^N sequenze sintattiche, le rarissime sequenze semantiche sono anche topologicamente isolate tra loro. Qualcuno potrebbe pensare di cambiare un aminoacido alla volta sperando in questo modo di passare da una sequenza utile ad un’altra. Ma accadrebbe invece, quasi inevitabilmente, che l’enzima smetterebbe di svolgere le sue precedenti funzioni, prima d’imparare ad adempiere ai suoi nuovi “doveri”, e cesserebbe di esistere…, insieme a tutto l’organismo! Il principio selettore delle poche sequenze vitali dalla turba infinita di quelle senza senso è l’enigma nel mistero dell’abiogenesi. Qui selezione naturale e caso sono impotenti. Sul legame fosfodiesterico infatti, un effetto della selezione naturale è impossibile, perché la selezione agisce solo dopo l’esecuzione del programma, sui fenotipi già sintetizzati, privilegiando tautologicamente quelli che meglio si adattano all’habitat. Anche l’effetto del caso è nullo sul legame fosfodiesterico, se consideriamo che i 200 milioni di anni in cui è precipitata l’abiogenesi equivalgono a 10^59 tempi di Planck, un periodo nel quale non possono essere avvenute in un pianeta di 10^50 atomi più di 10^109 reazioni chimiche: che sono zero rispetto alle 4^580.000 ~ 10^349.000 sequenze diverse da esplorare del batterio più semplice (come il Mycoplasma genitalium, che ha appena 580.000 coppie di basi e mezzo migliaio di geni). Nell’ipotesi panspermica, di vita proveniente da un meteorite LHB, il massimante delle reazioni chimiche sale a 10^143, ancora infinitesimo rispetto a 10^349.000.

En passant, l’isolamento delle stringhe vitali è anche una confutazione chimica della Sintesi Moderna: la fiducia neodarwiniana che, una volta calato dal cielo un progenitore ancestrale, le mutazioni casuali e la selezione naturale possano spiegare la speciazione asincrona coincide infatti con la congettura – recentemente smentita anche da un’analisi matematica del genoma di due specie diverse del genere Mus – dell’esistenza di un cammino “continuo” che, per cambi di singoli bit, trasformi il DNA di una specie in quello di ogni altra, passando sempre per applicazioni funzionanti, ovvero per specie viventi e fertili.

Ancora, ho ammirato l’estrema efficienza del sistema operativo dell’RNA, capace d’interpretare l’informazione utile alla costruzione d’un uomo da soli 800 MB di sintassi. Che cosa sono oggi 800 MB in un pc basato su Mac OS, o MS Windows, o Unix, o qualsiasi altro sistema operativo? L’album d’un centinaio di foto o la raccolta d’una decina di canzoni. 800 MB sono una stringa già corta per l’informatica da casa, sono il peso dell’applicativo Office (interpretato da Windows) che utilizzo come word processor per scrivere questo articolo. Nell’industria, 800 MB non controllerebbero un tornio a fabbricare un chiodo! Invece, la cibernetica nucleica che, dal momento del concepimento, guida i ribosomi nel citoplasma a fare un uomo si accontenta della quantità di sintassi d’un album di canzonette.

E ancora, ho preso atto con stupore che sintassi, linguaggi, sistema operativo e cibernetica sono uguali per tutte le specie viventi dei regni vegetale ed animale. Le major dell’I&CT, il cui campo è dominato per logiche di mercato dall’anarchia di decine di linguaggi e sistemi operativi non comunicanti, tutti allegramente in lotta contro l’interoperabilità reciproca, sono servite…
Sarebbero felici di apprendere tali meraviglie gli antichi filosofi, che alla seminalis ratio erano arrivati con la ragion pura molti secoli fa. Anche agli scienziati contemporanei il genoma appare meraviglioso:
“Se una particolare sequenza di aminoacidi fu selezionata a caso, quanto raro potrebbe essere un tale evento? […] La gran parte delle sequenze non potrà mai essere sintetizzata del tutto, in nessun tempo” (F. Crick, “Life Itself: Its Origin and Nature”, 1981).
Quando però mi volgo a contemplare altre due caratteristiche del genoma, la meraviglia non nomina più adeguatamente ciò ch’io provo, perché esso mi diventa inafferrabile, sublime. Queste caratteristiche sono la sua ridondanza ottimale e la sua circolarità simbolica.

La ridondanza ottimale del programma genetico

Tutti conosciamo un dizionario bilingue. Metà del libro ha una prima colonna occupata dalle parole d’una lingua ordinate alfabeticamente, e una seconda colonna occupata dalle loro corrispondenti nell’altra lingua; l’altra metà del libro inverte i posti delle due lingue. Traduzione diretta e inversa. La corrispondenza tra le due colonne non è biunivoca, perché tutte le lingue parlate sono ridondanti di sinonimi e omonimi.
In informatica una tabella di crittazione/decrittazione è un dizionario tra due programmi concatenati e consiste in una corrispondenza tra i loro simboli alfanumerici. Nel codice genetico la corrispondenza tra i 4^3 = 64 codoni dell’RNA ed i 20 aminoacidi (che concorrono alla sintesi proteica) non è biunivoca: codoni diversi codificano lo stesso aminoacido. Per es., 6 triplette diverse codificano la leucina. Questa ridondanza si chiama tecnicamente una “degenerazione” del codice.

Nei programmi artificiali ogni ridondanza origina code che occupano memoria crescente con l’uso, rallentando l’esecuzione degli algoritmi, fino a rendere inutilizzabile il programma e richiedere formattazioni e reinstallazioni. Perciò ogni programmatore cerca di ridurre al minimo le ridondanze. Quando la loro riduzione diventa un aspetto critico, per es. nelle telecomunicazioni dove la larghezza di banda non è mai abbastanza, si utilizzano tecniche approssimative di compressione dei dati, che quasi sempre comportano parziali perdite d’informazione.
A prescindere dalle ridondanze, tutti i sistemi cibernetici avanzano inesorabilmente verso il nonsenso, la disfunzione e il fallimento. La fatale causa del deterioramento graduale del loro funzionamento sta nel secondo Principio della termodinamica, che dà la freccia del tempo a tutti i moti di Natura: in complesso, dall’ordine al disordine. Così, ogni forma di energia degrada in calore inutilizzabile.

Nei sistemi industriali a controllo numerico, il tempo e l’uso logorano, oltre ai robot, i supporti fisici dove sono salvate le informazioni. Quando i simboli istanziati, i commutatori ai nodi di controllo e i circuiti elettronici si deteriorano, le istruzioni formali istanziate perdono affidabilità semantica. In una striscia di trilioni di 0 e 1, basta lo scambio d’un simbolo ad arrestare la robotica. La termodinamica evidentemente non ha effetto sui formalismi astratti progettuali, ma soltanto sui materiali della loro istanziazione; tuttavia è proprio questa entropia a causare il declino delle funzioni cibernetiche degli impianti reali, che solo dall’intervento intenzionale di un agente formale (cioè: un operatore umano) possono essere ripristinate.

A differenza dell’industria però, il codice genetico degli organismi viventi istanziato nei due polimeri non ha agenti intenzionali costantemente all’opera per riparare ogni mutazione casuale,di per sé negativamente efficace solo a deteriorare i metabolismi. Ecco allora, inaspettata, la ridondanza nella corrispondenza non biunivoca tra triplette e aminoacidi a sopperire, rafforzando il codice con un’ottimizzazione algoritmica! All’analisi informatica, la tabella delle corrispondenze è risultata un sistema di codificazione a ridondanza apparentemente pianificata a rallentare l’inquinamento genetico che l’ambiente altrimenti produrrebbe, minimizzando gli errori di traslazione nell’mRNA tra i codoni e l’inserimento degli aminoacidi durante la sintesi proteica. (Si noti: l’inquinamento è rallentato dalla ridondanza, non è azzerato: l’entropia condanna comunque la vita individuale alla morte, con buona pace delle utopie transumanistiche, nonché le specie ad una lenta involuzione; così come, comunque, consente nelle ere l’insorgenza saltuaria di quelle modifiche elementari, adattative all’ambiente ex post per selezione naturale, che sono le evoluzioni intraspecifiche).

Sorge allora la domanda: se l’alleanza del caso e del tempo può solo congiurare negativamente al livello (primo) del genotipo; se la selezione naturale può solo agire sul fenotipo, che però in quanto prodotto finito (ultimo) della programmazione risulta inefficace a migliorare gli algoritmi degli acidi nucleici; quale necessità ha pianificato e ottimizzato la ridondanza, rendendola una garante basica dell’omeostasi ed una barriera logica contro due agenti (il caso ed il tempo) incessantemente al lavoro nel genoma per l’involuzione delle specie e la loro scomparsa?

La scalata alla vetta della (relativa) stabilità non esibisce l’evidenza di uno zig zag di sentieri evolutivi usciti da una procedura per tentativi ed errori sviluppatasi casualmente in un tempo lungo generoso, ma piuttosto quella di una corsa intelligente contro un tempo ostile resa possibile da una mappa matematica iscritta in una necessità (ancora) celata. Se la biologia non è una scienza naturale “autonoma”; se, dopo Galileo, la necessità nelle scienze naturali è data dalle leggi della fisica, la tabella ridondante di traslazione RNA → aminoacidi suscita in me la vertigine di un abisso infinito. Non vedo tra i 4 campi della fisica nessun meccanismo candidabile a far da sorgente.

Gli ideologi della biologia, che non hanno mai visto un business plan e la cui immaginazione narra di geni egoisti ed autoreferenziali, saranno forse sorpresi di apprendere che la ridondanza ottimizzata del codice genetico è utilizzata in industria e in finanza per risolvere problemi non computabili, che nulla hanno a che fare con la biologia. Abbiamo visto prima che la compressione è normalmente riduttiva d’informazione. Esiste però una compressione datalossless, che non riduce l’informazione veicolata. Anche questo tipo di zippaggio purtroppo, è ottenuto in industria con tecniche approssimative, solo parzialmente soddisfacenti, perché la scelta di un codice che azzeri le ridondanze è forse un problema di complessità non computabile. Ebbene, oggi la compressione datalossless che troviamo realizzata a livello ottimale nel DNA viene utilizzata per simulare la soluzione di problemi che ci risulterebbero altrimenti insolvibili. Così, si è scoperto che l’organizzazione assemblativa delle componenti del DNA è matematicamente ottimizzata non solo in termini di spazio, ma anche di compressione logica! L’osservazione del DNA è risultata più vantaggiosa del calcolo tradizionale approssimativo via computer, sia dal punto di vista dell’energia consumata che dello spazio utilizzato.

La circolarità simbolica del programma genetico

In informatica, la progettazione dell’algoritmo (che consiste nella successione dei passi logici elementari, risolutivi di una classe di problemi) è distinta dalla stesura delle istruzioni in un qualche linguaggio, la programmazione; e questa è distinta dalla scelta del metalinguaggio che interpreta quelle istruzioni, e dal meta-metalinguaggio eventuale che interpreta le istruzioni traslate…; infine, queste operazioni sono distinte dalle tabelle di crittazione e decrittazione associate a coppie di linguaggi concatenati e dal sistema operativo usato, fino alla cibernetica finale che nel nostro caso è la sintesi proteica. Nella divulgazione si confonde ingenuamente il genoma con il sistema dei geni, ma le cose sono più complesse.
Come sa bene chi fa programmazione anche solo a livello di scuola media, la progettazione astratta (rappresentata nel diagramma di flusso) non sceglie i linguaggi informatici, per es. Pascal o Perl, dove formalizzarsi; e questi non scelgono i linguaggi interpreti, intermedi e di controllo dell’hardware, via via fino al linguaggio-macchina che compila finalmente la catena in istruzioni eseguibili fisicamente. Dato un diagramma di flusso, non c’è nulla di più gratuito, nel senso di appartenente al mondo umano della libertà e della volontà, d’ideare una catena di linguaggi informativi e di sistemi operativi (con le loro regole di traslazione reciproca) che esegua il diagramma. Questa gratuità si tocca con mano nella pletora anarchica di programmi e sistemi che competono nel mercato di applicazioni e device.

Prima ancora dell’ottimizzazione della ridondanza, le traslazioni DNA → RNA → aminoacidi pongono il problema della loro stessa esistenza simbolica. Alcuni milioni di robot per cellula (i ribosomi) leggono le molecole di mRNA (che sono la traduzione nel linguaggio dell’RNA delle sub-routine geniche del DNA) e le trascrivono in aminoacidi secondo le regole d’una (seconda) traduzione, quelle della tabella ridondante; gli aminoacidi, al ritmo di due al secondo, vengono agganciati nella costituenda proteina. Tutto perfetto, ma… i ribosomi necessari alla proteinogenesi sono macchine controllate, già bell’e pronte e ordinatamente disposte ad una catena di montaggio, ciascuna macchina essendo ingegnerizzata con una cinquantina di proteine, già bell’e pronte e ordinatamente disposte nel sotto-sistema dei singoli robot!

Alla conquista dell’abiogenesi sono stati concepiti svariati modelli, basati sull’autocatalisi di molecole organiche a sofisticazione crescente, fino alla formazione spontanea di composti capaci di riproduzione ed ereditarietà. Ma nessuno di questi modelli affronta, a mio giudizio, il nocciolo del problema, che è formale prima che chimico: poiché non esiste un nesso fisico unidirezionale (nel senso di rapporto tra causa efficiente al tempo t ed effetto misurabile al tempo t’ > t) tra la sequenza nucleotidica (programmata) e la sequenza aminoacida (funzionale), come si possono scientificamente spiegare il simbolismo e la circolarità della catena chiusa (DNA → RNA → proteine → DNA) di corrispondenze e trascrizioni? Le cause materiali ed efficienti, cui si auto-disciplina il metodo scientifico, non hanno la capacità dei programmatori umani di concettualizzare un sistema chiuso, che impiega diversi livelli collegati di rappresentazione simbolica, perché il simbolo appartiene solo all’umano. Le triplette codoniche acquisiscono un significato funzionale nella cibernetica dell’organismo vivente solo quando gli aminoacidi che esse prescrivono sono collegati in un certo ordine, che usa due linguaggi diversi.

Ma come può auto-organizzarsi un sistema olistico operativo e traslativo? I 4 campi della fisica non hanno nulla da dire sul fenomeno della traslazione linguistica. Il rompicapo logico dell’uovo e della gallina resta lì, in piedi, suscitando le vertigini dell’inconoscibile.
La computer science applicata ha molto da imparare dalla chimica degli acidi nucleici. Tratti del DNA sono dispositivi computazionali, in quanto processano input chimici che generano output come risultanti da una sequenza di operatori logici. La chimica lascia trasparire una concettualizzazione informatica, che il successo della vita dimostra essere infinitamente più avanzata della nostra grezza, basata sulla fisica dei semiconduttori. Tutti gli operatori logici (OR, AND, ecc.) e le loro composizioni, che in elettronica simuliamo con circuiti appositi, sono risultati replicabili all’interno di reazioni e fenomeni chimici. E, a un certo livello d’integrazione, la chimica perviene al processo computazionale della programmazione vera e propria. Questi polimeri logici allora, si prestano a riconfigurazioni convenienti, con applicazioni brillanti in medicina, dove la loro dimensione molecolare è un vantaggio competitivo rispetto alle controparti convenzionali a semiconduttore. Così, la logica molecolare è utilizzata nella rilevazione chimica (in particolare intracellulare) di piccoli composti e nella diagnostica “intelligente”.

Conclusioni

Senza tirare in ballo l’alterità psichica dell’Io e il mind-body problem, che sono i problemi (scientifici?) in cima all’albero della vita, già a partire dall’origine di un batterio alcuni scienziati parlano d’indecidibilità, considerandone irriducibile la complessità dell’organizzazione. Niels Bohrgiudicava “la vita consistente con la fisica e la chimica, ma da esse indecidibile” e che “l’esistenza della vita deve essere considerata come un fatto elementare (un assioma) che non può essere spiegato, ma che può solo essere preso come un punto di partenza in biologia” (“Light and Life”, Nature, 1933). Dello stesso parere Jacques Monod (in “Caso e necessità”, 1970) ed Ernst Mayr (in “Is Biology an Autonomous Science?”, 1988). Francis Crick, disperato, preferì buttarsi sulla panspermia.

Anche Stuart Kauffman, che alla ricerca dei meccanismi della vita ha dedicato il suo genio, riconosce nell’ora del ritiro che i suoi modelli fondati su complessità e confini del caos sono solo in minima parte esplicativi, e forse esclusivamente metaforici:
“L’evoluzione della biosfera supera tutte le leggi fondate sulle simmetrie [le leggi della fisica, NdR] e costruisce uno ‘spazio delle fasi’ o delle possibilità che non possiamo pre-determinare” (“The Re-Enchantment of Humanity”, 2011).

Se la fisica può studiare la materia inanimata in spazi di fase predeterminati (come, dopo la classica, fa anche la meccanica quantistica), questo non si può fare secondo Kauffman per la vita. Perché la biosfera costruisce oltre le leggi della fisica “oltre lo stesso Darwin, ed oltre anche ogni principio di ragion sufficiente, in ogni tempo la nicchia adiacente in cui evolverà. Come l’economia, la cultura e la storia umane. Noi siamo oltre Newton, Einstein, Darwin e anche Schrödinger, poiché il divenire della biosfera è fatto solo parzialmente di mutazioni quantistiche a-causali, e tuttavia non è casuale. […] Il mondo è nuovo e […] noi viviamo in un magico incanto” (ibid., grassetto mio).

Una conclusione tanto poetica quanto amara da parte di chi aveva puntato tutto sul rigore matematico per superare le narrazioni ad hoc darwiniane. Di queste aveva detto un tempo:
“L’evoluzione è piena di queste just-so story, o plausibili scenari senza alcuna evidenza empirica, storielle che amiamo raccontarci, ma su cui non dovremmo riporre alcun affidamento razionale” (S. Kauffman, At Home in the Universe, 1995)

Ed ora si ritrova ad aver raccontato altre storie, solo in un diverso stilema…

Io non condivido la perentorietà del giudizio d’indecidibilità sull’abiogenesi. Davanti alla gratuita organizzazione della vita e all’evidenza sperimentale (infalsificata) che la vita nasce solo da vita pre-esistente, provo come Kauffman un “magico incanto”. Però, con Kant (e Galileo prima di lui) distinguo il “giudizio determinante”, proprio della fredda attività razionale, dal “giudizio riflettente” che postula un’unità della Natura con i mondi umani del sentimento e della libertà e così si rifugia tra le calde braccia della teleologia. Una cosa è affermare che esistono problemi indecidibili: questa è una verità dimostrata dal primo teorema di Gödel; altro è affermare che uno specifico problema P è indecidibile: per il momento, noi conosciamo per indecidibili con certezza ben poche questioni (l’ipotesi del continuo di Cantor, il problema della tassellatura di Wang, ecc.). Per l’abiogenesi io non vedo né tocco una verità, perché nulla è stato (ancora) dimostrato con la ragion pura e nulla di determinante può essere partorito dal giudizio estetico.

Si continui dunque lo studio dei fenomeni biologici nel rispetto del metodo scientifico, senza immaginare di superare gli stalli persistenti (in primis: la precipitazione dell’abiogenesi e la speciazione asincrona) con il contrabbando del punto di vista teleologico, o fantasticando di “autonomia della biologia” (E. Mayr) dalle altre scienze (nostalgia del vitalismo?), quando all’opposto le soluzioni possono dipendere solo da una maggiore interdisciplinarità.

sabato 20 aprile 2013

È sempre Cristo che battezza


di Inos Biffi

Col suo sottrarsi alla visione sensibile dei discepoli, il Signore Gesù non si allontana da loro; così come, oltrepassando la condizione della vita terrena, non abbandona il mondo attuale. La gloria non lo pone fuori della storia. Al contrario, è proprio la gloria a renderlo ancora più potentemente e intimamente presente e operante nell’umanità e nell’universo.

Non c’è luogo o tempo, ormai, che non sia sovrastato e compreso dal Risorto. Lo stato glorioso non è un prolungarsi del tempo all’indefinito; è, invece, il superamento della dimensione scandita dai ritmi temporali, che si trovano ora interamente inclusi e attratti dal Cristo asceso al cielo, al quale appartiene «ogni potere in cielo e sulla terra» (Matteo 28, 18).
Da questa ascensione di Gesù al cielo viene la possibilità dei sacramenti, dove si ritrova e si dispiega una delle forme più intense e forti della sua presenza. L’economia sacramentale è tutta pervasa dall’attuale signoria di Gesù, unico e universale principio di salvezza. I santi segni sono efficaci di grazia perché egli invisibilmente ne è l’“attuale” e principale celebrante.

Sia Ambrogio, sia Agostino e poi Tommaso d’Aquino insistono su questa interiore presenza di Cristo che conferisce valore ai sacramenti. Ambrogio in una notte pasquale affermava: «A battezzare non sono stati né Damaso né Pietro né Ambrogio né Gregorio [Nazianzeno, ri-spettivamente vescovi di Roma, Alessandria, Milano e Costantinopoli]: nostro è il servizio, tuoi sono, o Signore, i sacramenti» (De Spiritu Sancto, 1, prol., 17). Ossia: sei tu a conferire ai nostri gesti esteriori un intimo valore sacramentale, efficace di grazia.
Agostino parla del «Cristo che battezza non con un ministero visibile, ma con la grazia occulta, con occulta potenza nello Spirito Santo» (Contra litteras Petiliani, 3, 49, 59), e afferma: «Siano Pietro, o Paolo, o Giuda a battezzare, in realtà colui che battezza è sempre Cristo» (cfr. In Iohannis euangelium tractatus, 6, 7).

Tommaso scrive: «È Cristo che principalmente e interiormente battezza» (Super 1 ad Corinthios, 1, 2, n. 28), così come - il testo è attinto dallo pseudo Crisostomo - nell’Eucaristia «è ora presente anche Cristo: colui che ha ornato la mensa [del cenacolo], è lo stesso che consacra anche questa mensa» (Catena aurea in Marcum, cap. 14, lectio: 6).
«Autore di questo sacramento è Cristo; infatti, benché sia il sacerdote a consacrare, è Cristo stesso che conferisce efficacia al sacramento, dal momento che il medesimo sacerdote consacra in rappresentanza (in persona) di Cristo» (Super euangelium Iohannis reportatio, cap. 6, lectio 6, n. 961).

Possiamo, infine, ricordare il perspicuo testo della Sacrosanctum concilium: «Cristo è presente con la sua potenza nei sacramenti, di modo che, quando uno battezza, è Cristo stesso che battezza» (n. 7). Né per questo l’opera della Chiesa è solo estrinseca o puramente “occasionale”. Al contrario: l’azione di Cristo si compie attraverso il gesto sacramentale della Chiesa, la quale, celebrando, manifesta l’obbedienza al suo Signore e l’amorosa fedeltà al suo Sposo.
I segni rituali esprimono la sua comunione con lui: essi sono come lo spazio che il Risorto colma della sua presenza e della sua grazia. Più che la Chiesa ad andare a Cristo, è Cristo che viene alla sua Chiesa che ne fa memoria e, prim’ancora, che suscita e tiene vivo in lei il desiderio. Ma, proprio perché Cristo è esaltato nella gloria (cfr. Filippesi 2, 9), e gli appartiene ogni potere in cielo e sulla terra (cfr. Matteo 28, 18), la sua opera non è circoscritta, né circoscrivibile, nei confini di un tempo determinato o di un luogo delimitato; come non è demarcabile nei termini inoltrepassabili e imprescindibili di un gesto specifico.

Al suo nome e alla sua signoria si piega «ogni ginocchio, nei cieli, sulla terra e sotto terra» (cfr. Filippesi 2, 10). E, infatti, ripete Tommaso d’Aquino, «Dio non ha legato la sua potestà ai sacramenti, così da non poter raggiungere l’effetto dei sacramenti senza i sacramenti stessi» (Summa theologiae, III, 64, 7, c; cfr. In Jeremiam prophetam expositio, cap. 1, sectio 3). Ed enuncia il principio: «Si può conseguire la “realtà ”di un sacramento, prima della recezione del sacramento, in virtù del desiderio di riceverlo» (Summa theologiae III, 70, c).
Si può ottenere l’effetto - cioè la “realtà”(res) - per esempio dell’Eucaristia (come anche del Battesimo) quando ne sia vivo il desiderio, e ci si trovi nella condizione di non poter ricevere il sacramento. Si ha in tal caso la “manducazione spirituale”, che significa non una sostituzione o una lontana imitazione della comunione eucaristica, ma l’assunzione dell’effetto o del frutto del sacramento stesso, che è la carità o l’unione con Cristo e con il suo corpo mistico che è la Chiesa; in altre parole, la riuscita del sacramento.

All’origine di tutto questo sta l’incombenza sulla storia di Gesù risuscitato, che colma l’intenzione e il cuore di chi sinceramente vuole essere unito a lui e non può passare attraverso il segno sacramentale.
Ma osserviamo che, anche in tal caso, non si prescinde dalla Chiesa, dal momento che l’esito di quel desiderio è la partecipazione all’unità ecclesiale, che è esattamente il frutto dell’Eucaristia: «La realtà del sacramento è l’unità del Corpo mistico, senza la quale non ci può essere salvezza: a nessuno, infatti, è aperta la porta della salvezza fuori dalla Chiesa, come fuori dall’arca, che significa la Chiesa, nel caso del diluvio» (Summa theologiae, III, 73, 3).
Non si prescinde, inoltre, dalla Chiesa, perché lo stesso Cristo opera sempre in intima comunione con la Chiesa, sua Sposa.

venerdì 19 aprile 2013

Il silenzio dei vescovi nella sfida del colle. Con Bergoglio finisce l’“interventismo”


di Paolo Rodari

Le ultime parole, pronunciate ieri, disegnano un profilo vago: «Per il Quirinale serve una persona di grande livello, di grande onestà, riconosciuta a livello nazionale e internazionale».

Qualche giorno fa, un accenno ugualmente timido. «Vede la possibilità di una donna al Quirinale?», gli hanno chiesto a margine di un convegno a Genova. «Perché no? L’importante è il livello, la capacità personale, il profilo intellettuale e morale», ha risposto il capo della Conferenza episcopale italiana pensando alle uniche due candidate al Colle che non dispiacciono alla Chiesa, il ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri e la guardasigilli Paola Severino.

Per il resto silenzio. La volontà di restare fuori dalla mischia. E di alzare la voce soltanto per chiedere che il Paese si dia in fretta un governo che permetta di uscire dall’«incomprensibile stallo».

Una posizione prudente che riflette però anche un certo timore di sbagliare, di andare oltre il consentito soprattutto agli occhi di Papa Francesco che ancora, rispetto alla Cei, non ha sciolto le riserve: cosa intende fare il nuovo Papa del titolo di “primate d’Italia” che gli permette di indirizzare a suo modo la politica dell’intero episcopato? Quale Cei nascerà nell’era Bergoglio? Si tornerà alla Chiesa di Ruini che, battendo sui valori, restava al centro di un quadro di sostanziale pluralismo politico? Si adotterà il modello del segretario di Stato Bertone nel quale – con Berlusconi premier grazie al lavoro di Gianni Letta, con Monti grazie al supporto di Federico Toniato – la cosa importante era stringere legami con chi aveva il potere per dare, e soprattutto per ricevere, benefici? Oppure nascerà qualcosa di diverso, una Cei il cui capo, come ha auspicato ieri il cardinale Coccopalmerio, non sarà più eletto dal Papa ma dai vescovi stessi?

La risposta ancora non c’è. Ed è per questo che nessuno, nella Chiesa italiana, si sbilancia. E così in Vaticano dove, dicono, la candidatura del cattolico adulto Romano Prodi non è vista dal segretario di Stato Bertone, ma anche da Bagnasco, come il massimo dei sogni possibili. Ma quanto contano oggi Bertone e Bagnasco?

Di certo non come una volta. Sono lontani, infatti, i tempi degli editoriali dell’Osservatore Romano (era il 2008) che spiegavano ai fedeli come i «due colli del Quirinale e del Vaticano» fossero «molto vicini». O quelli in cui lo stesso quotidiano (era il 2006), nel giorno in cui si aprivano le votazioni per il Quirinale, addirittura si spinse a tracciare un identikit del candidato ideale che costituiva una clamorosa bocciatura di Massimo D’Alema e l’indicazione esplicita di una figura in tutto identica a Giorgio Napolitano. Ora tutto questo non c’è più.
Tanto che se è vero che la stessa Cancellieri è stata invitata a Messa nella residenza Santa Marta da Papa Francesco, ciò non costituisce un’indicazione preferenziale da parte del Pontefice che, fra l’altro, si è limitato a porre al Ministro un breve saluto.

Bagnasco conosce Cancellieri dai tempi in cui il ministro era prefetto a Genova. «Sicuramente aiuterà anche Bologna», disse non a caso il porporato nel 2010 quando Cancellieri divenne commissario prefettizio sotto le due torri.
Ma la realtà è che come Cancellieri, anche altri possono vantare solide entrature nei sacri palazzi. Oltre a Severino, avvocato dello Ior, Giuliano Amato può contare su forti legami con maggiorenti di curia che risalgono addirittura agli anni nei quali fu la mente della revisione del Concordato.

E poi il costituzionalista Sabino Cassese, stimato e in più occasioni consultato oltre Tevere per questioni giuridiche controverse in virtù della sua specializzazione di internazionalista. Nomi, dunque, apprezzati e che scavalcano quei due canali istituzionali – dalla Cei alla Segreteria di Stato – che mai come oggi paiono fuori dalla grande partita per il Quirinale.

Non così nei tempi passati. Ricorda Gianni Gennari – teologo romano alle cui messe negli anni ’70, i tempi del compromesso storico, partecipavano tutte le domeniche Franco Rodano e Tonino Tatò – che nel ’78 il Pci di Berlinguer propose Pertini per il Quirinale e che Benigno Zaccagnini, segretario della Dc, era rammaricato del fatto che i Dc non lo volevano votare, e incontrandolo quasi per caso, data la loro amicizia e vicinanza nel periodo della tragedia Moro, gli chiese cosa si pensasse di Pertini in Vaticano.

La risposta fu che era considerato un galantuomo, anche se non credente, e che godeva simpatie negli ambienti della Segreteria di Stato del cardinale Casaroli. Zaccagnini dunque volle insistere, e quasi impose alla Dc il voto favorevole. Infatti, il giorno dopo quel colloquio, Pertini fu Presidente della Repubblica.

Il Concilio restituito alla Chiesa


Nell’Anno della Fede un libro chiede di interpretare correttamente il Vaticano II e restituirlo pienamente alla Chiesa

di Giuseppe Brienza

Il ricordo e l’approfondimento del Concilio Vaticano II nell’Anno della Fede che, fra l’altro, è stato nel 2012 proclamato da Benedetto XVI anche per celebrarne il 50° anniversario della sua apertura, non possono essere staccati dall’impegno della Chiesa ad interpretarlo. Non si può infatti attuarlo senza prima averlo adeguatamente interpretato. Ecco l’aspetto principale di questo “anno del Concilio” inserito nell’ambito dell’Anno della fede 2012-2013.

L’interpretazione del Concilio, infatti, non è ancora finita e durerà probabilmente a lungo. C’è poi la questione del rapporto tra Concilio e post-concilio, che è pure tuttora aperta, soprattutto perché essa dipende dalla esatta interpretazione dei testi emanati dalla grande assise ecumenica.

Intanto esperti ed osservatori continuano a questionare su ricchezze, limiti e sfide del Magistero conciliare e, come scrive il saggista e giornalista cattolico Stefano Fontana nel suo recentissimo libro “Il Concilio restituito alla Chiesa. Dieci domande sul Vaticano II” (con una Prefazione di S.E. Mons. Giampaolo Crepaldi, Arcivescovo-vescovo di Trieste, “La Fontana di Silone”, Torino 2013, pp. 192, Euro 18, www.lafontanadisiloe.it), «Sembra che si tratti di una interminabile disputa accademica per gli addetti ai lavori. Invece, comprendere cosa è veramente stato il Concilio è importante per ogni fedele e per tutta la Chiesa. Con una incertezza così grande alle spalle è difficile procedere spediti».

Il volume di Fontana, che è direttore dell’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa (DSC) e del settimanale diocesano di Trieste «Vita Nuova», si raccomanda innanzitutto perché è scritto nell’ottica dei “non addetti ai lavori”, sebbene l’Autore sia un riconosciuto esperto di DSC. Il libro pone infatti una serie di domande molto semplici a cui fornisce delle risposte altrettanto chiare. Domande del tipo: “Esiste veramente un problema Concilio?”, “Che rapporto c’è tra il Concilio e gli anni ’60?”, “Il carattere pastorale del Concilio è la soluzione o il problema?”, “Il Concilio ha detto qualcosa di nuovo?”, “Ha detto qualcosa di sbagliato?”, “Se il Vaticano II afferma sulla libertà religiosa cose diverse dal Sillabo di Pio IX a quale dei due bisogna dare ascolto?”, “Cosa vuol dire interpretare il Concilio e chi lo deve fare?”.

Insomma, si tratta di uno studio che, riprendendo il tradizionale metodo del “domanda e risposta”, diffuso soprattutto a seguito del famoso “Catechismo di san Pio X”, apporta un contributo molto utile nel tentare di sbrigliare le matasse create da molti studioso e chierici che, non di rado, come scrive Fontana, «ingarbugliano le cose e l’impressione finale è spesso quella di un labirinto».

giovedì 18 aprile 2013

"Avrò cura di te" di padre Serafino Lanzetta


di Cristina Siccardi

Ma come si è ridotto a vivere e a morire l’uomo del nostro tempo? Vive morendo e muore vivendo: è un omicidio continuo, attraverso l’aborto; attraverso la strage della ragione e l’annientamento della fede; attraverso l’eutanasia.

Perversità e vizio sono diventati i pilastri di questa civiltà che, rinnegando la sua matrice cristiana, si va autodistruggendo. Abbandonato Dio, l’uomo è in balia del grande Tentatore, che si contorna di depravazione, corruzione e dissolutezza, dando in pasto le sue vittime al caos e alla disperazione. Dove «si andrà se continua a predominare il soddisfacimento di sé, la ricerca di sé e del proprio appagamento, checché ne deriva agli altri e soprattutto ai più indifesi come i bambini?», una cultura siffatta genera una «guerra tra il soddisfacimento senza futuro e la voglia di vivere per soddisfarmi ancora. Una divisione interna alla persona è alla radice d’ogni altra oppressione» (pp. 21-22), parole amare, parole crude, parole sagge che leggiamo nel bel libro di Padre Serafino Lanzetta F.I. dal titolo Avrò cura di te. Custodire la vita per costruire il futuro (pp. 140, € 12.00); un libro che rientra nella importante collana di Fede & Cultura «I libri del ritorno all’ordine», diretta da Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro.

Il corpo è idolatrato, ma nel contempo viene soppresso prima del suo iniziale vagito al mondo. Siamo nell’era delle più assurde ed illogiche contraddizioni, dove le azioni politiche hanno la volontà di sovvertire ciò che è secondo natura: «Le politiche non hanno più niente di politico e gli obiettivi più caldeggiati sono appunto quelli della sfera dei valori morali della persona. Perché? Si desidera una rivoluzione non delle sfere dell’amministrazione del bene pubblico ma del concetto stesso di bene e di male, un suo ridisegnamento» (p. 27). L’obiettivo è quello di ribaltare i principi fondamentali della vita e della convivenza: molti figli di questa ideologia, per esempio, non dovranno più avere un padre ed una madre come da normalità, ma un genitore A ed un genitore B, come il copione di un film dell’horror.

Può essere ben fiera la rivoluzione culturale sessantottina: i suoi risultati sono andati ben oltre le sue stesse aspirazioni. Dal canto suo la Chiesa non è più riuscita ad incidere sulla cultura e sulle coscienze: con il “dialogo” e l’“aggiornamento” ha sempre più inseguito il consenso mediatico e virtuale, perdendo di vista la sua reale identità. La persona non è più fatta a immagine e somiglianza di Dio, ma ad imitazione del demonio; si ribella, dunque, al Creatore e con la superbia si fa beffe dell’Amore Infinito e della salvezza della propria anima. Con la superbia Lucifero scelse di perdere amore, bontà, bellezza; oggi, con la superbia, l’uomo sceglie di essere divorato dalle fauci del peccato a tutti i costi, chiamandolo «diritto» e «dignità». Ma come destare l’umanità occidentale da questo immane inganno? «Bisogna ripartire (…) dalla verità. Altrimenti ci autodeterminiamo a essere sterili, a vedere una Chiesa che si autocondanna a prendere il primo posto nei dibattiti pubblici ma che ha smarrito la sua identità. Dobbiamo ripartire da questa consapevolezza: la verità è per ognuno e il Vangelo è la salvezza di tutti gli uomini» (p. 33).

Non c’è altro metodo, per condurre questa folle e peccaminosa società del XXI secolo al rinsavimento e alla salvezza, che la volontà missionaria, quella che vestirono i primi Apostoli sul comando di Cristo. Si parla di «nuova evangelizzazione»; ma essa, in questi tempi di dissoluzione e decomposizione, deve essere eroica, altrimenti sarebbe vanificata. Ha detto nell’omelia papa Francesco il 14 aprile scorso nella basilica di San Paolo fuori le mura: «Non si può pascere il gregge di Dio se non si accetta di essere portati anche dove non vorremmo, senza riserve, senza calcoli, a volte anche a prezzo della nostra vita».

mercoledì 17 aprile 2013

Cultura a destra? Viva e vegeta nonostante il Pdl

Furio Jesi

Il Popolo della libertà vuole ripartire dalle idee. Giustissimo: le ha trascurate troppo a lungo...

di Alessandro Gnocchi

Sul Giornale, nei giorni scorsi, esponenti di spicco del Popolo della libertà quali Fabrizio Cicchitto e Mariastella Gelmini hanno avviato una discussione interessante: il centrodestra, per ripartire, avrebbe bisogno di una iniezione di cultura. È un auspicio tanto giusto quanto sorprendente perché il partito non ha dato l'impressione, nell'azione politica degli ultimi anni, di fare tesoro delle energie sprigionate da aree culturali non riconducibili alla sinistra.
Senza troppi giri di parole: la cultura di destra, dal 1994 a oggi, ha offerto tanto ma i politici di destra, con le dovute eccezioni, non parevano sempre interessati. Nella gestione della Rai, dei ministeri chiave in campo culturale, delle istituzioni cittadine, s'è visto assai poco ispirato alla «cultura di destra». Spesso le buone intenzioni di partenza sono rimaste lettera morta, in questa sede non conta dire perché. Anche gli intellettuali sbarcati a Roma, dal compianto Piero Melograni a Marcello Pera, non sembrano nel complesso aver ricoperto un ruolo decisivo.

Liberali, cattolici, post-missini: fuori dal Parlamento c'è una enorme concentrazione di forze con proposte forti ma chi le sta a sentire? Sono senza interlocutori politici al punto che c'è gente (di destra) che sostiene che tutto sommato, quando c'è qualche progetto concreto in ballo, sia meglio cercarsi interlocutori istituzionali di sinistra. Almeno c'è qualcuno con cui parlare anche se poi ti dirà di «no». Dall'altra parte, la nostra, invece ti attende il nulla.
Il Pdl avrebbe un bacino inesauribile di idee a cui attingere, se lo volesse. Salvo rare eccezioni, nessuna delle persone che qui saranno nominate è etichettabile come «di partito»; qualcuna non si definisce neppure di centrodestra; tutte attribuiscono un valore fondamentale alla propria autonomia. Non vogliamo certo arruolare nessuno. Vogliamo piuttosto segnalare intellettuali accomunati da un lavoro serio che va in una direzione diversa (se non propria opposta) rispetto alla sinistra. Intellettuali che quindi dovrebbero «interessare» al Popolo della libertà all'improvviso affamato di cultura.

L'Istituto Bruno Leoni è un punto di riferimento imprescindibile per chiunque, sia pure con sfumature diverse, appartenga all'universo liberale e libertario. Produce paper, convegni, corsi di studio, libri e seminari. Dalla cultura, all'economia, passando per l'ambiente e l'urbanistica: non c'è settore che sia scoperto. Nel suo organico ci sono fuoriclasse come Carlo Lottieri, Alberto Mingardi, Carlo Stagnaro, Filippo Cavazzoni, Serena Sileoni. Il «padre spirituale», oltre a Leoni, è Sergio Ricossa.

Dopo decenni di silenzio, ora vi sono due editori coraggiosi che hanno portato i classici del liberalismo austriaco e non solo dalle nostre parti: Liberilibri di Aldo Canovari e Rubbettino di Florindo Rubbettino sono colonne portanti della cultura liberale italiana. A cui di recente si è aggiunta, con titoli inattesi e fortissimi, la Marsilio di Cesare De Michelis. Il «giro» di autori, collaboratori, curatori, prefatori di questi «piccoli» (in realtà grandissimi) editori è di per sé una mappa del pensiero storico-filosofico non dogmatico: Giuseppe Bedeschi, Lorenzo Infantino, Raimondo Cubeddu, Dario Antiseri, Luigi Marco Bassani, Eugenio Di Rienzo, Giovanni Orsina, Fabio Grassi Orsini, Alessandro Orsini...
Un po' più a destra, l'editore Bietti propone una delle migliori riviste italiane, Antarès, fucina di talenti coltivati da Gianfranco De Turris, ove si può leggere di letteratura, economia, polemiche culturali fuori dagli schemi.

Le associazioni cattoliche sono sempre state ben organizzate: svolgono un lavoro incredibile sull'istruzione paritaria dal punto di vista legale, divulgativo, economico, culturale offrendo una mole di dati impressionante e proposte concretissime per incentivare la libertà di scelta delle famiglie. Che dire poi di editorialisti e scrittori come Antonio Socci, Camillo Langone, Luca Doninelli, Davide Rondoni, Luca Negri e tutte le altre penne affilate che guardano alla Chiesa come punto di riferimento; del gruppo combattivo che fa capo a Riccardo Cascioli e al rinato quotidiano on line La Bussola; del lavoro sempre coerente di editori come Lindau, Cantagalli, San Paolo, Ares?

Quotidiani. Il Foglio di Giuliano Ferrara è nato per offrire un solido retroterra culturale al neonato centrodestra, e ha fatto un lavoro esemplare. Ha fatto conoscere i valori di un partito liberale di massa, ha dialogato col mondo cattolico, ha lanciato talenti in grande numero, ha valorizzato e fatto esplodere geniacci inclassificabili come Pietrangelo Buttafuoco. Del Giornale non tocca a me dire. Però voglio ricordare chi combatte o ha combattuto, di recente e con posizioni variegate, la sua battaglia culturale sulle nostre colonne: Luca Beatrice, Beatrice Buscaroli, Giampietro Berti, Roberto Chiarini, Dino Cofrancesco, Francesco Forte, Giordano Bruno Guerri, Giorgio Israel, Luca Nannipieri, Fiamma Nirenstein, Massimiliano Parente, Francesco Perfetti, Claudio Risé, Vittorio Sgarbi, Stenio Solinas, Marcello Veneziani, Stefano Zecchi.

Internet? Social Network? Il mondo dei blogger «di destra» è da sempre all'avanguardia grazie a pionieri come Andrea Mancia fondatore, fra le altre cose, di Tocqueville.it. Mancia, Bressan, Missiroli e altri hanno saputo aggregare nella rete le forze conservatrici-liberali, prima della sinistra, ricavandone una miniera di sapere sul web.
Questo elenco è parzialissimo, chiedo scusa ai moltissimi che nell'impeto ho certamente dimenticato e ai tanti «cani sciolti» che dell'assoluto individualismo hanno fatto una religione. D'altronde non serve un elenco completo: questo è solo un piccolo esempio di cosa si agita fuori dai palazzi romani. La cultura c'è. Il partito può dire altrettanto?

martedì 16 aprile 2013

Ancora due articoli su Giovanni Testori


Di colui cioè - il Cielo lo abbia in gloria - che sentì la colpa della propria omosessualità.

Per favore, ridateci Giovanni Testori

Ritratto dell'intellettuale anticonformista e senza mezze misure scomparso 20 anni fa

di Vittorio Sgarbi

Non fui suo allievo. Non fui suo seguace né, forse, in senso letterale, neppure suo amico. Ma gli piacqui come giovane studioso e come giovane. Era il 1978, lui aveva 55 anni, io 25. Era arrivato a Castelfranco Veneto non per parlare di Giorgione (durante i festeggiamenti per il quinto centenario della nascita del grande pittore) ma per vedere le mostre che si erano allestite per quell’occasione; e arrivò in coincidenza con un convegno al quale io, giovanissimo studioso, e ispettore della soprintendenza, ero stato chiamato a partecipare. Sono ancora convinto del mio pensiero d’allora, ma il mio intervento era certamente provocatorio. Al ristretto corpus delle opere del pittore proponevo di sottrarre anche il celebre fregio di Casa Pellizzari a Castelfranco. Quale che fosse la bontà dei miei argomenti, Giovanni Testori ne apprezzò la passione e ne diede notizia sul Corriere della sera.

Due anni dopo venne in visita a Vicenza per una mostra importante da me curata: Palladio e la Maniera. Gli piacque molto e ne scrisse una lunga recensione in terza pagina del Corriere. Quell’articolo fu determinante per darmi una piena consapevolezza del mio lavoro proiettandolo dalla dimensione locale a quella nazionale. In riferimento ai miei comportamenti e ricordando di essere stato denominato, in giovinezza, "Angelo biondo" mi definì "Pipistrello biondo". Di lì, fino alla sua morte 13 anni dopo, iniziò il nostro rapporto fatto di ammirazione e di condivisione.

Il mondo dell’arte contemporanea era dominato da cattivi maestri e da artisti alla moda. Testori, dopo i contemporanei Ennio Morlotti, Franco Francese e Gianfranco Ferroni, iniziò un lungo viaggio alla scoperta di giovani, senza ossequi e pregiudizi, e affiancato da due mercanti d’arte, Max Rabino e Alain Toubas, animatori della Compagnia del disegno, preparò, promosse e sostenne decine di mostre di artisti sui quali non era mai scesa l’attenzione della critica. Così iniziammo a guardare Willy Varlin, erede naturale di Soutine, con i suoi ritratti vibranti e dolenti; e imparammo a conoscere lo scultore capace di cuocere la terra come il pane per le sue umanissime terrecotte: Ilario Fioravanti. E vedemmo, con emozione, il commovente e intimistico Paolo Vallorz.

Poi toccò ai giovani italiani, tedeschi e austriaci. E all’orizzonte si videro i volti e i corpi di Giovanni Frangi, di Aurelio Bertoni, di Velasco Vitali, di Fausto Faini, di Alessandro Verdi, di Luca Crocicchi, di Andrea Martinelli; e di Rainer Fetting, di Hermann Albert, di Peter Chevalier, di Klaus Karl Mehrkens; e, ancora, di Hubert Scheibl, di Ludwig Meidner, di Bernd Koberling, di Karl Horst Hödicke, di Herbert Brandl, di Bernd Zimmer, di Gunter Damisch.

Negli anni 80 e 90 con Testori si respirò aria nuova, in assoluta indipendenza di giudizio. E, con le scoperte, vennero le stroncature, come quella memorabile a Gae Aulenti per la sua macchinosa Gare d’Orsay.
Testori, con spirito originale e polemico, ma con profonde radici cristiane, aveva occupato nella cultura italiana il posto lasciato da Pier Paolo Pasolini, con editoriali spesso scandalosi in prima pagina del Corriere. Fu, in quegli anni, l’unico intellettuale italiano autonomo dal dominante pensiero unico, contrapponendosi agli scrittori e pensatori di regime che trovarono il loro organo nel quotidiano La Repubblica.

Testori, che aveva scandalizzato con le sue opere letterarie e teatrali negli anni 50 e 60, fino ad approdare per le sue rappresentazioni al Pier Lombardo con le intense interpretazioni di Franco Parenti e le amorose regie di Andrée Ruth Shammah, si era dichiarato vicino a don Luigi Giussani, al movimento Comunione e liberazione, al settimanale Il Sabato, indisponibile a ogni manifestazione di conformismo culturale e profondamente convinto della malattia mortale della società laica e del relativismo. Potevamo essere certi che le sue posizioni non avrebbero mostrato alcuna acquiescenza verso gli asseriti valori della cultura dominante. In molte occasioni mi ritrovai a condividere le sue posizioni e le sue scelte, applicandomi allo studio degli stessi artisti.

Avanzando negli anni e nell’esperienza, Testori si sentiva sempre più attratto dalla contemporaneità. Ma la sua visione era integrale ed era nutrita da una rara conoscenza dell’arte antica sempre meno frequente, già ai tempi suoi, nella formazione dei critici d’arte contemporanea. Testori era stato, con Mina Gregori, il più importante allievo di Roberto Longhi, condividendo con lui la passione per la grande arte lombarda e padana. Toccò a Testori rivalutare i grandi pittori lombardi dei Sacri monti, a partire da Gaudenzio Ferrari, a Varallo. Così a lui si deve l’illustrazione del gran teatro montano con gli affreschi e le sculture di Tanzio da Varallo, del Morazzone, del Cerano, del Procaccini, riscoperti e ristudiati per la grande mostra sul Seicento lombardo in Palazzo Reale a Milano.

Testori, più di Pasolini, che era stato pure allievo di Longhi, fu poeta, romanziere, drammaturgo, storico dell’arte, critico d’arte, saggista, con una multiforme versatilità che lo ha reso indispensabile e inevitabile per almeno tre decenni.
Dimenticarlo è colpevole.



Solo Testori ci può salvare dai buoni sentimenti

Esce l'ultimo volume delle Opere dello scrittore lombardo, con alcuni dei suoi testi più dirompenti. Un autore ancora oggi contro il pensiero unico

di Luca Doninelli

È finalmente in uscita per Bompiani il terzo, attesissimo volume delle Opere di Giovanni Testori, duemilacinquecento pagine che raccolgono gli scritti datati tra il 1978 e il 1993, anno della morte.

Sono stati gli anni della mia amicizia con lui, quelli del suo discusso sodalizio con Cl, quelli della sua amicizia con Don Giussani, e poi quelli del suo allontanamento da Cl, con cui mantenne alcune grandi amicizie personali: con lo stesso Fondatore, con Emanuele Banterle, con Riccardo Bonacina, con Franco Branciaroli - sua ultima musa - e anche con il sottoscritto. Sono gli anni che vanno da Conversazione con la Morte e Interrogatorio a Maria, testo affidato a una compagnia di ragazzi, alla nascita della Compagnia de «Gli Incamminati», fino al capolavoro estremo Tre lai, scritto nel periodo dell'infermità e trasformato cinque anni dopo la morte del maestro in un memorabile spettacolo firmato da Sandro Lombardi e Federico Tiezzi.

Naturalmente gli amici di Testori, anche in questo periodo molto particolare della sua storia, furono moltissimi, e non bisogna pensare che le svolte (anche ideologiche) che inflisse ai suoi ammiratori cancellassero le passioni trascorse: Testori non ha mai rinnegato nulla del suo passato, che continuò a essere per lui presente, presentissimo anche dopo tutte le «svolte» e tutte le presunte conversioni. Testori ha rappresentato una luce nel buio per tante persone completamente diverse tra loro, da André Ruth Shammah a Vittorio Sgarbi fino a Giovanni Agosti. E il suo linguaggio teatrale, dalla sua morte e sempre più fittamente col passare degli anni, ha interrogato e affascinato drammaturghi (come Franco Scaldati e Antonio Tarantino) e praticamente tutti i nomi più significativi della nuova scena teatrale italiana, da Valter Malosti a Maria Paiato, da Arianna Scommegna a Maurizio Donadoni.

Già queste poche notizie fanno capire al lettore quanto sia difficile produrre un bilancio della fortuna e dell'influenza di Testori sulla cultura del XX secolo e oltre. Testori era work in progress quand'era in vita e continua a esserlo a vent'anni dalla morte. I morti sono sempre meno docili, diceva il titolo di un vecchio romanzo latinoamericano. Per Testori è senz'altro così. Premi, tesi di laurea e di dottorato, saggi critici, spettacoli ispirati a lui si aggiungono, si può dire tutti i giorni, al lungo elenco delle produzioni teatrali sui suoi testi.
Testori ha accettato con fede la morte, e quindi la tomba, nella sua Novate. Ma niente mausolei. Come disse una volta Vittorio Sgarbi, Testori è grande proprio perché sta fuori dalle antologie, fuori dalle storie della letteratura. La sua grandezza risiede non diciamo in un'espulsione (nessuno ha mai espulso Testori da nulla) ma in una diversità radicale che non coincide né col suo stile né col dettato del suo pensiero. Si può essere benissimo testoriani senza approvare le sue scelte stilistiche e senza condividere il suo pensiero, come notò Giovanni Agosti nel suo insuperabile articolo post-mortem.

Qual è, val la pensa domandarsi, il quid che lega alla figura di Testori un numero sempre crescente di persone interessate a tutti gli aspetti della sua opera (pittore, critico d'arte, poeta, romanziere, autore teatrale, polemista)?
Per rispondere, bisogna osservare come la sua posizione rispetto al Novecento abbia trovato sempre di più, dopo la sua morte e dopo la fine del secolo, la sua chiarezza. Se, cioè, Testori poteva apparire «oscuro» o «barocco» anche solo pochi anni prima di morire, oggi la luce che lo investe è più forte. La prima osservazione da fare è che Testori appartiene al Novecento secondo una linea «lombarda» che lo collega, attraverso Gadda, ad Alessandro Manzoni: ma non il Manzoni dei profili storici e delle antologie scolastiche, bensì quello dimesso e dismesso dalla Letteratura con la L maiuscola, in quanto reo d'aver fotografato «così spietatamente le magagne di casa» e d'aver interpretato «acutamente, ai fini d'un ammonimento sublime, i fatti che sogliono ricevere un'espressione nella retorica del giorno».

Io credo che Giovanni Testori ci abbia aiutati come nessun altro a salvarci (o perlomeno a guardarci) dalla «retorica del giorno», che in ogni tempo assume la sua forma effimera «ch'or vien quinci or vien quindi» e oggi ha la faccia delle opinioni politically correct e del cosiddetto Pensiero Unico. I turbamenti del cuore, le contraddizioni, il magone, la necessità di un segno per poter vivere, il grido lacerante del cuore, che è forse la salvezza dalla vera disperazione e dal suicidio, rischiano nel nostro tempo di perdere le parole, di ripiombare nel silenzio, senza più nemmeno l'odio contro i padri e il Padre, senza più preghiere né bestemmie, senza più nemmeno il conforto di una brioscina. Solo buoni sentimenti corretti, moderni, solo pensieri impeccabili. Il nostro profeta è Fabio Fazio, onore a lui.

La crisi in cui versa il Romanzo oggi - sede di un'interminabile ripetizione - ci avvicina al cuore della crisi umana, dell'indicibile che si celebra in forme condannate a non diventare adulte (penso all'hip-hop delle nostre periferie urbane, al graffitismo ecc.). A quell'indicibile, che la cultura vorrebbe far tacere (Testori contrappose sempre la «cultura», portatrice di ideologia, all'«arte», fiotto creaturale anche se spesso demente), il grande maestro novatese cercò di dare delle parole, appoggiandosi ai silenzi eloquenti dei suoi amati artisti - da Fra Galgario a Géricault a Bacon.

Quando morì mio padre, Giovanni mi telefonò chiedendomi come stavo. Non ci sono parole, risposi. No, replicò lui con inattesa veemenza: le parole ci devono essere, è tuo dovere trovarle. Oggi, molto più di venti e trent'anni fa, questa sua guerra al silenzio ipocrita che inghiotte la parte più bella e vera dell'uomo mi pare la sede definitiva della sua opera e della sua vita.

Fogazzaro “profeta”? Non scherziamo


di Giovanni Fighera

In questi giorni leggendo i giornali e guardando i notiziari tv si ha la sensazione che la novità del Papa Francesco sia spesso esaltata per denunciare l’arretratezza del passato.
La settimana scorsa, nelle lettere al Direttore di Avvenire, quotidiano a cui sono abbonato e molto affezionato, ho letto che la novità di Papa Francesco era già stata profetizzata da Fogazzaro e dal suo libro Il Santo (1905), che sarebbe stato condannato dalla Chiesa poco tempo dopo la pubblicazione. Una volta ancora, mi sembra che l’esaltazione di Papa Francesco possa diventare, in maniera surrettizia, l’occasione per attaccare la Chiesa, quella Chiesa che ha preso posizione storicamente nei confronti dell’opera di Fogazzaro e del Modernismo. Ripeto, non si vuole qui difendere ad ogni costo qualsiasi operato della Chiesa, ma si vuole sottolineare come i cattolici alla fine, coscienti o non coscienti, possano rendere un cattivo servizio nei confronti della propria Madre Chiesa.

Chi legge la lettera inviata al quotidiano e la risposta del Direttore, più che spalancarsi alla domanda e alla ricerca su quanto accaduto, potrebbe percepire un giudizio sull’arretratezza e la chiusura della Chiesa, che conferma quei tanti luoghi comuni che la propaganda anticlericale e anticristiana ha promosso negli ultimi secoli. E allora domandiamoci: che cos’era il Modernismo? Perché la Chiesa prende posizione nei suoi confronti e nei confronti del romanzo di Fogazzaro?

Nell’Enciclica Pascendi Dominici gregis (1907) San Pio X scrive: «Per costoro (i Modernisti) è fisso e determinato che la scienza e la storia debbano esser atee; entro l'àmbito di esse non vi è luogo se non per fenomeni, sbanditone in tutto Iddio e quanto sa di divino. Dalla quale dottrina assurdissima vedrem bentosto che cosa siasi costretti di ammettere intorno alla persona augusta di Gesù Cristo, intorno ai misteri della Sua vita e della Sua morte, intorno alla Sua risurrezione ed ascensione al Cielo. Vero è che l'agnosticismo non costituisce nella dottrina dei modernisti se non la parte negativa; la positiva sta tutta nell'immanenza vitale. […] Queste cose, o Venerabili Fratelli, abbiam creduto di scrivervi per salute di ogni credente. I nemici della Chiesa certamente ne abuseranno per ribadire la vecchia accusa, per cui siamo fatti passare come avversi alla scienza ed al progresso della civiltà. […] Tali accuse […] trovano smentita in ogni pagina della storia della Chiesa». Il Modernismo riduce la fede a fatto intimistico, dipendente dalla coscienza dell’individuo, non dalla Rivelazione, riduce il valore dei sacramenti, dei dogmi, del Magistero della Chiesa, della Bibbia, separa il Gesù della fede dal personaggio storico. Non ci si può qui addentrare nella complessità della questione, anche se penso che risultino chiare le ragioni per cui il Papa Pio X sentisse la serie preoccupazione di prendersi cura del popolo di Cristo e di metterlo in guardia dalle nuove dottrine moderniste che, con la scusa del compromesso con le nuove discipline scientifiche, svuotavano di fatto il cristianesimo.

Ora, questo Papa che in maniera categorica, senza paure e compromessi mette in guardia il suo popolo dal prurito di udire cose nuove (per dirla con san Paolo), è presentato nel romanzo di Fogazzaro di due anni prima Il Santo (1905) a colloquio con Benedetto (che sarebbe il Santo) in questo modo: «Figlio mio, disse Sua Santità: alcune di queste cose il Signore le ha dette da gran tempo anche nel cuore mio. Tu, Dio ti benedica, te la intendi col Signore solo; io devo intendermela anche cogli uomini che il Signore ha posto intorno a me perché io mi governi con essi secondo carità e prudenza; e devo sovratutto misurare i miei consigli, i miei comandi, alle capacità diverse, alle mentalità diverse di tanti milioni di uomini. Io sono un povero maestro di scuola che di settanta scolari ne ha venti meno che mediocri, quaranta mediocri e dieci soli buoni. Egli non può governare la scuola per i soli dieci buoni e io non posso governare la Chiesa soltanto per te e per quelli che somigliano a te. […] E poi sono vecchio, sono stanco, i cardinali non sanno chi hanno messo qui, non volevo. Sono anche ammalato, ho certi segni di dover presto comparire davanti al mio Giudice. Sento, figlio mio, che tu hai lo spirito buono ma il Signore non può volere da un poveruomo come me le cose che tu dici, cose a cui non basterebbe neppure un Pontefice giovine e valido. Però vi sono cose che anch’io, con il Suo aiuto, potrò fare; se non le cose grandi, almeno altre cose. Le cose grandi preghiamo il Signore che susciti chi a loro tempo le sappia fare e chi sappia bene aiutare a farle».

Orbene, ma qual è questa modernità, questo cambiamento di cui si deve far portavoce la Chiesa? Se studiamo l’epoca, i maggiori rappresentanti del Modernismo, troviamo alcune risposte. Sentiamo uno degli autori più significativi del Modernismo, Alfred Loisy, che Fogazzaro aveva letto e apprezzato: «Non ammettevo che Cristo avesse fondato la Chiesa né i sacramenti; professavo che i dogmi si erano formati gradualmente e che non erano immutabili; analoghe considerazioni esprimevo in merito all'autorità ecclesiastica, alla quale attribuivo la funzione di un apostolato d'educazione umana, senza riconoscerle in alcun modo un diritto assoluto, illimitato, sull'intelligenza e sulla coscienza dei credenti. Non mi limitavo dunque a criticare Harnack, ma insinuavo pure con discrezione, ma con efficacia, una riforma essenziale dell'esegesi ricevuta, della teologia ufficiale, del governo ecclesiastico in generale» (Mémoires).

Orbene, in Italia il romanzo Il Santo veniva regalato ai preti perché si formassero, ebbe un successo incredibile, promosse come nessuna altra opera il Modernismo nel nostro paese.
Non intendo aprire qui la questione complessa sulla religiosità di Fogazzaro, studiata e trattata in tante opere. So bene che già qualche anno fa è stata promossa la riapertura del caso Fogazzaro. Non intendo certo qui prendere posizione su tale problema. Voglio solo ribadire che la Chiesa a livello storico aveva ragioni ben chiare per prendere posizione nei confronti del Modernismo. La novità che Fogazzaro auspicava era questa apertura al mondo, alle sue mode e al suo credo? Quando Papa Francesco afferma che si deve andare nel mondo non intende dire che bisogna diventare del mondo. Il Modernismo non è morto, ha solo cambiato nome e può essere senz’altro inserito nell’ambito più generale del relativismo. Non spiegare cosa fosse il Modernismo, l’incompatibilità con la posizione della fede cattolica, la necessità di dare un giudizio da parte della Chiesa e parlare del povero Papa Pio X (san Pio X) che non poteva piegarsi alle istanze di rinnovamento (leggasi Modernismo), perché solo, è operazione antistorica, che toglie valore all’operato storico della Chiesa.