venerdì 3 maggio 2013

Messori: “Il Vaticano non è il posto migliore per rimanere nascosto”


di Andrea Tornielli

«Lo dico con tutta la stima e l’affetto che ho per Benedetto XVI: aveva detto di voler rimanere nascosto al mondo dopo la sua rinuncia. Ho qualche dubbio che il Vaticano sia il luogo migliore perché questo proposito si avveri...».

Lo scrittore Vittorio Messori, autore di best-seller e intervistatore di due Papi commenta così l’inedita situazione che da ieri vive il Vaticano, dove risiedono a poca distanza uno dall’altro il Pontefice regnante Francesco e il suo predecessore Benedetto XVI.

Vede all’orizzonte problemi di coabitazione?

«Non è questo che mi lascia dubbioso, sia Bergoglio che Ratzinger sono due persone umili. Ciò che già a suo tempo mi aveva sorpreso è stata la decisione di Benedetto XVI di rimanere nel “recinto di San Pietro”. Se il Papa emerito vuole rimanere “nascosto al mondo” forse non dovrebbe abitare nel luogo più visibile del mondo, cioè il Vaticano...».

È stato spiegato che c’erano ragioni di sicurezza, che così viene garantita al Papa emerito la privacy.

«Forse si poteva garantire la stessa privacy in qualche monastero lontano da Roma, con una normale sorveglianza. Ora, vista l’abitudine di Francesco di muoversi a piedi, capiterà che il Papa e il suo predecessore si incontrino, magari nei giardini vaticani».

E che problema c’è se si incontrano? Le immagini della visita di Francesco a Benedetto a Castel Gandolfo hanno mostrato due uomini a loro agio l’uno con l’altro.

«Ricordo sempre questo motto di Casa Savoia. “Qui si governa uno alla volta”. L’impressione che si può ricavare dall’esterno è che l’emerito possa in qualche modo influenzare, suo malgrado, il successore».

Non crede che Ratzinger sarà assolutamente discreto per evitare questo rischio?

«La situazione è assolutamente inedita e l’idea dell’emerito che viene considerato come il “consigliere” non mi piace, anche se so che non è nello stile di Ratzinger».

Non pensa che proprio la sistemazione nell’ex monastero in Vaticano sia garanzia di isolamento?

«Quel monastero di clausura fu voluto da Giovanni Paolo II, che desiderava avere accanto a sé delle suore che pregassero per le intenzioni del Papa, che considerava importante il loro essere lì, a due passi dall’appartamento papale. Ora, la decisione di accogliere Benedetto XVI e la sua “famiglia” in questo luogo, mettendo fine al succedersi di diverse comunità monastiche, non vorrei che facesse passare l’idea che le suore di clausura sono state fatte sloggiare per far spazio al Papa emerito».

giovedì 2 maggio 2013

I cattolici e quel buchino nella diga


di Mario Palmaro

Giustamente il direttore della Nuova Bussola Quotidiana ha espresso su queste pagine con molta chiarezza tutte le sue perplessità di fronte a una strana posizione che nel mondo cattolico italiano va facendosi strada in materia di unioni gay. Si tratta di una nuova dottrina che si può riassumere nello slogan: no al matrimonio tra omosessuali, ma sì al riconoscimento dei diritti civili e di forme di unioni diversamente denominate.

Ora, la faccenda è di notevole portata, quando si pensi che a sostenere questa posizione sono, fra gli altri, monsignor Vincenzo Paglia, monsignor Piero Marini, il quotidiano della CEI Avvenire, il portavoce della sala Stampa vaticana padre Federico Lombardi, il filosofo del diritto e presidente dell’Unione Giuristi cattolici Francesco D’Agostino.

Fino a qualche decennio fa, quando fra i cattolici qualcuno sbandava e la sparava grossa, ce la si cavava dicendo: beh, è una posizione isolata, è una voce stonata fuori dal coro. Succedeva così con i teologi ribelli, le comunità di base, i preti operai, i frate mitra, i cattocomunisti del regime sandinista, i moralisti dell’università di Nimega, eccetera eccetera. Adesso il quadro si è fatto più complicato, e di fronte alla presa di posizione che caldeggia forme di riconoscimento delle unioni diverse dal matrimonio, nessuno può più cavarsela dicendo che si tratta di sparate solitarie. Anzi: i solitari rischiano di diventare quelli che a tali posizioni aperturiste provano a opporsi.

Qui assistiamo a un fenomeno organico: dopo aver sostenuto per decenni che non c’era alcun bisogno di legiferare per tutelare le persone omosessuali o eterosessuali conviventi more uxorio – ragioni riassunte in modo cristallino da Gianfranco Amato sempre su queste pagine – tutt’a un tratto il mondo cattolico italiano ufficiale fa marcia indietro, e scopre che invece la tutela ci vuole, e che bisogna fare una legge in materia.

Era giusta la posizione precedente, o quella attuale? Il principio di non contraddizione impedisce di ammettere che siano entrambe vere, poiché sono intrinsecamente alternative e contraddittorie fra loro. Per quale ragione Avvenire e i giuristi di area cattolica prima liquidavano i Dico del Governo dei “cattolici” Prodi-Bindi come un mostro inaccettabile, e adesso invece invocano soluzioni giuridiche che ripercorrono quella strada? Che cosa è successo? Semplice: sta per essere girata una nuova puntata della telenovela cattolica dedicata al cosiddetto male minore.

Da una decina d’anni, la dottrina del male minore si è impossessata come un demone di importanti fette del mondo cattolico. In base a questa strategia, i cattolici in politica - e gli organi di informazione e formazione che li spalleggiano – non devono più “limitarsi” (sic) ad affermare i principi non negoziabili opponendosi alle iniziative legislative che li negano, ma devono assumere l’iniziativa legislativa promuovendo leggi che affermano quei principi solo in parte, ma che impediscono l’approvazione di leggi peggiori.

La madre di tutte le battaglie per il male minore è stata quella sulla fecondazione artificiale: gli esponenti dell’ex Pci – sinceramente non mi ricordo se all’epoca si chiamassero Pds, Ds, o Pd – promossero una legge che avrebbe legalizzato i bambini in provetta ammettendo sia la fivet omologa che quella eterologa, e adottando una linea estremamente permissiva. A quel punto, i cattolici produssero un documento che definiva “buona” una legge che avesse vietato la fecondazione artificiale eterologa. Tra i promotori principali di quel manifesto si segnalò il professor Antonio Maria Baggio, lo stesso intellettuale cattolico che l’altro giorno ha salutato la nomina di Emma Bonino a ministro degli Esteri dicendo: “Vorrei sottolineare, per esempio, l’inserimento della signora Bonino nel governo, posta in un luogo come gli Esteri, che lei ha sempre vissuto in chiave soprattutto di diritti umani e di diritti dei popoli piuttosto che di rapporti tra gli Stati. Anche questa, vorrei sottolineare, è una scelta che a me sembra positiva».

La conseguenza operativa di quel manifesto fu la legge 40 del 2004, che fu presentata dai mass media come “la legge cattolica sulla fecondazione artificiale”, e culturalmente divenne anche sul piano morale “la via cattolica alla provetta”. Sappiamo che la legge da allora è oggetto di un’operazione di smantellamento giudiziario, al quale il mondo cattolico si oppone con particolare tenacia. Al punto che la fivet omologa viene presentata come buona, e quella eterologa come cattiva. Con il fenomeno legge 40 si compiva una svolta epocale nel modus operandi del mondo cattolico: si accettava di lavorare a favore di leggi di compromesso, allo scopo di limitare i danni, rinunciando a combattere sul piano giuridico, politico, culturale, morale e teologico per proclamare la verità tutta intera su una questione cruciale di rilevanza pubblica. Non a caso la legge 40 fotografava la prassi clinica in atto all’ospedale “cattolico” San Raffaele, il cui comitato etico sosteneva già nel 1996 che la fivet omologa senza embrioni soprannumerari fosse conforme alla dottrina cattolica sulla procreazione. Tesi smentita – anche se non pubblicamente – dalla Congregazione per la dottrina della fede.

Una seconda puntata di quella telenovela venne girata nell’autunno del 2008, quando, sotto la spinta del caso Englaro - che avrebbe avuto il suo tragico epilogo nel febbraio del 2009 – il presidente della Conferenza Episcopale cardinale Angelo Bagnasco decise un altro cambiamento di rotta: sì al testamento biologico, ribattezzato Dichiarazioni anticipate di trattamento, le famose Dat. Ogni studioso di bioetica sa che gli autori cattolici sono sempre stati contrari all’uso di questo strumento. Quindi anche in questo caso si assisteva allo sdoganamento politico e giuridico di una soluzione – quella delle Dat – che fino a pochi giorni prima di quel discorso della Cei era totalmente osteggiato dal mondo cattolico. La legge fu sostenuta con furore dagli ambienti cattolici ufficiali, ma non passò a causa della crisi del Governo Berlusconi. Anche in questo caso, il risultato è stato che il testamento biologico viene presentato nel mondo cattolico come uno strumento buono, auspicabile, e perfino necessario.

Il caso della giravolta dottrinale sulle unioni gay si può comprendere solo dentro a questo scenario. Anche in questo caso, i cattolici temono – e hanno ragione – che la massa di deputati del Pd, di Sel, dei grillini, insieme a spezzoni dei laici del Pdl e di Scelta Civica, votino una legge sui gay del tutto simile a quella francese. Ed ecco il “colpo di genio”: prendere l’iniziativa, promuovendo una legge che riconosca alcuni diritti civili, che permetta anche di regolamentare le unioni fra persone dello stesso sesso, rimuovendo l’aspetto sessuale-affettivo del legame, e permettendo a chiunque – quindi anche ai gay – di beneficiare di tale normativa. In questo modo – pensano questi autorevoli cattolici – eviteremo che si usi a sproposito il termine matrimonio, e impediremo le adozioni da parte di persone conviventi dello stesso sesso.

Come si vede, la logica è sempre la stessa: la linea del Piave morale non è più tracciata da principi invalicabili proclamati anche con l’azione politica e giuridica. Non ci si assesta più su posizioni intransigenti, del tipo: no al divorzio, no all’aborto, no ai bambini in provetta, no all’eutanasia, no al riconoscimento dell’omosessualità come valore che genera uno status giuridico. Per carità, queste posizioni non sono apertamente negate. Semplicemente, scompaiono dal dibattito pubblico. Il politico di riferimento, al quale i cattolici hanno appaltato i temi eticamente sensibili, su questi principi tace. E diventa molto loquace nel sostenere le soluzioni di compromesso – ovviamente lodate come punto di equilibrio alto e civile – che verranno sostenute in sede parlamentare. Dunque la linea del Piave morale per i cattolici si sposta continuamente: in un certo momento coincide con il rifiuto dei matrimoni gay; in un momento successivo, arrivate le nozze gay, coincide con il rifiuto delle adozioni per i gay; in un momento ancora successivo, giunte le adozioni, il politico cattolico sposta la trincea al punto in cui si richiede che i gay siano conviventi da almeno cinque anni, e facciano la raccolta differenziata correttamente e allevino un cucciolo di cane da almeno tre. E così via.

Insomma: al mondo cattolico sta accadendo quello che succede, da sempre, ai partiti politici, in special modo di sinistra: la “linea” del comitato centrale sostituisce e si mangia la dottrina ideologica, modificandola in continuazione. Per il militante del Pci italiano, nel 1956 i carri armati sovietici in Ungheria vanno bene, nel 1968 quelli a Praga vanno già meno bene; nel 1978 i carri armati in Polonia non vanno più bene; nel 2013 il militante ex comunista dichiara: “quali carri armati?”

Ovviamente, con riferimento alla Chiesa cattolica non stiamo parlando di una ideologia, ma di una dottrina divinamente ispirata, fondata sulla Tradizione e sulla Sacra Scrittura. Il nostro è solo un ragionamento analogico, per capirci. Questa è la ragione per cui il cattolico – peggio se è un intellettuale, o un giornalista, o perfino un politico – che oggi insista a testimoniare pubblicamente la non negoziabilità di certi principi, finisce in fuorigioco, fa la fine del classico giapponese che combatte nell’isola del Pacifico una guerra che non c’è più.

Ma almeno, uno potrebbe chiedere, questa “dottrina del male minore” porta davvero dei risultati? Sì: il disastro. Quando ero bambino, mio padre mi ripeteva spesso l’apologo della diga. Per quanto grande e robusta possa essere una diga – mi diceva – se in quel cemento armato si apre un piccolo forellino, e l’acqua comincia a passarci attraverso, è solo questione di tempo, e prima o poi la diga viene giù tutta quanta. Ecco, la dottrina del male minore ignora che ogni concessione fatta pubblicamente al male e alla menzogna è un buco nella diga della verità. Prima o poi, tutto è travolto dalla logica, distruttiva, del compromesso.

La Beata Elisabetta della Trinità, lode della gloria di Dio


di Silvio Brachetta

Non è semplice interpretare e praticare quanto scrive l’Apostolo san Paolo nelle sue Lettere. Se ne accorse da subito san Pietro, ad esempio, che riscontrò in esse «alcune cose difficili da comprendere» e si lamentò di come «gli ignoranti e gli instabili» le travisassero, «al pari delle altre Scritture, per loro propria rovina» (2Pt 3, 16). Ci sono due modi, essenzialmente, per assimilare quanto insegna l’Apostolo delle genti: o affidarsi alla guida sicura del Magistero della Chiesa, o meditare sulla vita e sulla predicazione dei santi, che in san Paolo non hanno mai incontrato un ostacolo, ma piuttosto un modello per l’edificazione personale e per la sequela Christi.
Una delle interpreti paoline più credibili fu la beata carmelitana francese Élisabeth de la Trinité - suor Elisabetta della Trinità (1880-1906) - che nel suo epistolario citò diffusamente l’Apostolo. Ma lo citò perché lo comprese in profondità e riuscì ad incarnarne eroicamente la dottrina. La suora - al secolo Élisabeth Catez - sottomise se stessa alla volontà divina e, nell’accettazione decisa delle umiliazioni e delle sofferenze quotidiane, pervenne in breve alla condizione di olocausto vivente. Finché si spense, a soli ventisei anni, vittima del morbo di Addison (a quel tempo incurabile) che le aveva compromesso gravemente le funzioni metaboliche. Si tratta in genere di una morte orribile, poiché il malato, in assenza di cure adeguate e di cibo, muore di fame. Elisabetta fu beatificata il 25 novembre 1984 dal pontefice Giovanni Paolo II.

Eroicità dei sacrifici quotidiani

Il sacerdote carmelitano Juan De Bono, giunto in Italia da Malta, la scorsa estate ha diffusamente parlato della beata Elisabetta della Trinità, durante gli esercizi spirituali che l’Ordine dei carmelitani scalzi tiene annualmente presso la Casa incontri diocesana a Roverè (Verona). Padre De Bono è autore, tra l’altro, di un libro dedicato alla beata. Si tratta di una rielaborazione della sua tesi di laurea, a conclusione degli studi teologici. Durante gli studi, il padre venne a conoscenza della vicenda umana e degli scritti di suor Elisabetta. Ne restò affascinato al punto da dedicarle buona parte del proprio tempo, recandosi anche in Francia per reperire le fonti necessarie alla stesura della tesi.
La beata - è questa la sua peculiarità - realizzò in modo eccellente la “piccola Via”, proposta dalla più celebre coetanea santa Teresa di Lisieux (1873-1897), che consiste nell’accettazione eroica dei sacrifici quotidiani, per piccoli e banali possano apparire. Ma non sono per nulla banali dinnanzi a Dio, poiché per essi si giunge alla salvezza allo stesso modo in cui vi giunsero i martiri, passati in modo cruento e repentino da questo mondo alla gloria celeste. Piccoli e grandi sacrifici, immagine del supremo sacrificio del Crocifisso, richiedono in realtà una medesima virtù eroica che, in genere, è concessa dalla grazia solo ai penitenti. Questi, perseverando nella preghiera e nei sacramenti, pervengono presto o tardi alla perfezione, perché corrispondono ai doni dello Spirito Santo mediante una libera scelta della propria volontà e ottengono così dalla grazia un rafforzamento di ogni virtù, posta dalla Provvidenza nell’uomo come capacità di realizzare il volere del Padre.
Invano si cercherebbe qualcosa di sbalorditivo o miracoloso nella vicenda della beata carmelitana, perché realizzò la piccola Via” nel nascondimento e nella sottomissione al volere divino. Così come Maria Santissima, Madre di Dio, si può ben dire che ella custodì tutte le proprie esperienze «meditandole nel suo cuore» (Lc 2, 19).

Conversione della mente e del cuore

Eppure, fino all’età di sette anni, la piccola Sabette - così era chiamata Élisabeth dai familiari - non sembrava promettere nulla di particolare: padre De Bono riferisce di un carattere collerico, capriccioso, anche se riconducibile alla sua «forte sensibilità». La sorella Guite (diminutivo familiare di Marguerite) ammise, nei propri ricordi, che «Elisabetta è stata molto ardente e sensibile». E aggiunse: «lei ha avuto una natura da combattere; molto vivace, delle vere collere. Molto diabolica». Anche il Vicario parrocchiale della città francese di residenza dei Catez (Digione) affermò che Sabette, con il suo carattere, non sarebbe che potuta divenire «un angelo o un demonio».
Optò decisamente per il paradiso dopo la morte del padre, Joseph Catez, che gli spirò tra le braccia. Un infarto improvviso troncò l’affetto paterno e recise pure in lei la convinzione infantile che la realtà possa essere manipolata a piacimento dai nostri capricci. La forte volontà della bimba, per nulla fiaccata dall’episodio, mutò però bruscamente orientamento: con «determinata determinazione» - virtù, ad esempio, di santa Teresa d’Avila riformatrice del Carmelo, come pure di altri grandi santi - dirottò il proprio affetto su Gesù Cristo che, da allora, considerò come il suo «amato Sposo e Signore».

Musicista di Dio e seguace paolina

Durante l’adolescenza Elisabetta avrebbe volentieri abbandonato il mondo per entrare in clausura al convento carmelitano di Digione. Ma la madre, Marie Rolland, aveva per lei ben altri progetti: il matrimonio - senz’altro - e un avvenire da musicista. Per questo la giovane fu iscritta al Conservatorio cittadino e rivelò ben presto doti musicali non comuni. Non solo, ma tramite la disciplina del solfeggio e la comprensione profonda degli Autori, ella riuscì a «trasformare poi il contenuto» degli spartiti «in prassi di vita». «Lei è morta da musicista» - precisa Padre De Bono - «nel senso che trasformò se stessa in musica e quello che suonava era Dio». La sensibilità musicale pervase l’intera vita della beata carmelitana, tanto nelle vicende quotidiane, quanto in ciò che lasciò per iscritto: «un po’ come si dice di Vivaldi» - riflette in un suo libro mons. Mariano Magrassi, altro grande studioso della beata - Elisabetta «ha scritto la stessa musica, sempre con note diverse».
E a proposito degli scritti (epistole, in gran parte), Padre De Bono ce li presenta infarciti di citazioni bibliche, delle quali poco meno della metà riportano passi delle Lettere di san Paolo. Suor Élisabeth scrive ed incarna l’insegnamento paolino nelle tematiche più importanti. L’ispirazione maggiore - a parere di Juan De Bono - giunse a suor Elisabetta dal passo paolino di Ef 1, 11-12: «In lui [in Cristo, ndr] siamo stati fatti anche eredi […] perché noi fossimo a lode della sua gloria […]». A lode della sua gloria, in laudem gloriæ ipsius. Ebbene, questa vocazione - la vocazione di essere la lode della gloria di Gesù Cristo - «coincide perfettamente con l’aspirazione più profonda» dell’ideale della beata, dice padre De Bono. Tanto che Elisabetta, a partire dai due anni prima della morte, firmerà spesso lettere e poesie proprio con lo pseudonimo “laudem gloriæ”. Non si tratta di parole retoriche, poiché ella «non scrive dei veri trattati spirituali, ma racconta esperienze di vita».

“I miei Tre”

Nel 1901, al compimento del ventunesimo anno di età, Elisabetta finalmente riesce ad ottenere dalla mamma il consenso di poter accedere al Carmelo di Digione. La superiora del convento, madre Germana di Gesù, le fu di grande aiuto per l’itinerario spirituale, sia durante il noviziato che nell’ultimo triennio da suora effettiva. Elisabetta riesce anche a diventare confidente di suor Anna Maria del Bambino Gesù, «considerata dalle consorelle come una psicopatica e un’amante della vita comoda». Proprio dal forte legame con madre Germana e suor Anna Maria, Elisabetta seppe sviluppare una «concezione trinitaria dei rapporti» con le persone. Citando un testo del teologo Antonio Maria Sicari, padre De Bono conferma la convinzione di suor Élisabeth, secondo cui «la vera lode di gloria della Trinità viene cantata sulla terra quando tra persone coinvolte nello stesso desiderio, si realizzano legami di tipo trinitario» e, dunque, tra le tre carmelitane «si è riprodotto sulla terra» il «mistero dei Tre». E così anche nella preghiera, la beata Elisabetta si rivolgeva a Dio chiamandolo «i miei Tre», alludendo appunto al mistero della Trinità. Per tutto il tempo che rimase al Carmelo - quindi fino alla morte - la beata offrì ogni sua sofferenza o mortificazione come olocausto a Dio, immolandosi assieme a Gesù Crocifisso. Confessò quindi e seppe realizzare l’esperienza di san Paolo: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2, 20). Nell’agonia volle offrirsi al Padre come un’ostia - conclude don Juan - e pervenne al mistero della «predestinazione»: non per la salvezza o per la dannazione, ma per «essere conforme al Figlio» (Rm 8, 29). L’ultimo scritto suor Elisabetta lo redasse per l’amata priora, madre Germana. Le disse, tra l’altro: «[…] la piccola ‘lode di gloria’ non canterà più sulla terra […] Il Signore la ama enormemente. Non le dice come a Pietro “Mi ami più di costoro?” (Gv 21, 15) Madre ascolti quello che le dice: “Lasciati amare”! “Lasciati amare più di costoro”: questa è la sua vocazione».


Per approfondire:
Elisabetta della Trinità, Scritti, OCD 2006
De Bono Juan, Elisabetta della Trinità, LEV 2002

Il fallimento obbligato del governo Napolitano-Letta


di Roberto de Mattei

Può darsi che, se si vuole evitare ad ogni costo il ritorno alle urne, il nuovo esecutivo sia, come ha dichiarato il Presidente Napolitano, «l’unico governo possibile». Ma, d’altra parte, il fallimento di questo governo, malgrado il vasto consenso parlamentare e mediatico che lo sostiene, appare più che possibile, certo. La prima ragione di questo fallimento obbligato è politica.
Il governo Napolitano-Letta si ispira alla stessa filosofia del governo Napolitano-Monti che lo ha preceduto e non può che conoscere un’analoga débacle. Il primo si presentava come un governo di tecnici, sostenuto, dai voti dei due principali partiti di opposizione; il secondo è un governo non tecnico, ma tecnocratico, in cui i due partiti, obbligandosi ad uno spurio compromesso, entrano a far parte della medesima compagine governativa e seguono la stessa agenda, dettata dalla Banca Centrale Europea e dai custodi dell’utopia europeista, come Angela Merkel.

La democrazia rappresentativa è fondata sul rapporto dialettico tra il governo, espressione della maggioranza dei cittadini, e l’opposizione, che rappresenta coloro che nel governo non si riconoscono. La tradizione rappresentativa occidentale non nasce tuttavia con le democrazie moderne, ma è un prodotto tipico del Medioevo, e ha le sue radici nei rapporti politici e sociali del sistema feudale e corporativo, distrutto dalla Rivoluzione francese. La democrazia del XIX e del XX secolo è invece evoluta in senso anti-rappresentativo, per divenire una democrazia totalitaria, che fa tabula rasa non solo dei principi che trascendono la politica, ma delle stesse categorie di maggioranza e di opposizione che dovrebbero costituire l’essenza del regime parlamentare.

Lo Stato italiano, fin dalla sua nascita, nel 1861, conobbe la degenerazione del sistema parlamentare, contro cui sorse il fascismo, un regime la cui vocazione totalitaria fu frenata dalle presenza istituzionale della Chiesa e della Monarchia. Dopo la caduta del fascismo, si formò tra il 1943 e il 1944 un governo di “unità antifascista”, fondato sull’elevazione a concetto metafisico di un fatto storico, la Resistenza. Negli anni ‘60 il Concilio Vaticano II fu inteso da molti come l’inizio di quella purificazione che avrebbe dovuto preludere all’incontro fra cattolici e comunisti.
Proprio in nome della Resistenza e dell’“unità nazionale” nacque il progetto gramsciano-berlingueriano di compromesso storico, abortito nel 1978 per il rapimento e la morte di Aldo Moro. Il mito dell’“unità nazionale” continuò però ad aleggiare, mentre i successivi tentativi della sinistra comunista e postcomunista di conquistare il potere si infransero contro nuovi ostacoli, a cominciare dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi, nel 1994. Da allora il vero problema della sinistra italiana non è stato tanto di arrivare al governo, ma di riuscire a mantenere il potere. La sinistra non è riuscita ad abbattere Berlusconi né per via politica né per via giudiziaria, ma è dovuta ricorrere ai poteri forti extra e sovranazionali, intervenuti in nome di un crisi economica da essi stessi artificialmente alimentata, prima che la situazione precipitasse realmente, proprio a causa della disastrosa politica finanziaria del governo Monti.

Nelle elezioni del febbraio 2013, Berlusconi è ritornato in campo e il novanta per cento degli italiani si è espresso contro il salvatore della patria Mario Monti, la cui “Scelta civica” ha ottenuto alla Camera solo il 10,5% dei voti. La situazione di ingovernabilità che è seguita avrebbe dovuto portare alle elezioni anticipate e non certo alla riedizione di un governo di “larghe intese” che oggi ingloba quelle stesse forze politiche che avevano sostenuto Mario Monti.
Il governo Napolitano-Letta è una riedizione del precedente, spogliata di qualche clamoroso errore come l’imposizione dell’IMU. Enrico Letta segue attentamente le indicazioni del suo padrino Giorgio Napolitano e su tutti vigilano con attenzione i poteri forti europei. Il cambiamento di parola d’ordine, da “austerità” a “sviluppo”, segue le indicazioni ricevute da Bruxelles e da Francoforte. Che sia così, lo conferma la scelta come premier dello stesso Letta, proveniente dall’ala tecnocratica della sinistra democristiana e la consegna del ministero chiave dell’Economia e delle Finanze a Fabrizio Saccomanni, direttore generale della Banca d’Italia, e uomo di fiducia della BCE.

La terza “icona” dell’esecutivo, dopo Letta e Saccomanni, è Emma Bonino, che garantisce con la sua presenza al Ministero degli Esteri, la amoralità, più ancora che l’immoralità del nuovo governo. La Bonino non proporrà i matrimoni omosessuali, lasciando che a farlo provvedano i gruppi parlamentari, ma sarà il volto ufficiale dell’Italia all’Estero: quell’Italia laica e libertaria, che dal 1978 ad oggi ha ucciso quasi sei milioni di bimbi, un decimo della sua popolazione, e che si è data come missione la dissacrazione di tutti i princìpi e le istituzioni tradizionali su cui, nel corso dei secoli, si è costruita la nostra nazione.
E che le tre “icone”, Letta, Saccomanno, Bonino, abbiano più di qualcosa in comune ce lo conferma un comunicato stampa dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), che formula «al premier Enrico Letta e ai ministri degli Esteri Emma Bonino e dell’economia Fabrizio Saccomanni, tutti e tre membri del Consiglio direttivo dello IAI l’augurio di buon lavoro dell’Istituto, con l’auspicio di riuscire a interpretare le istanze di cambiamento italiane ed europee e a rafforzare la credibilità dell’Italia nell’Ue e il processo di integrazione». (http://www.iai.it/index_it.asp)

Lo IAI, fondato nel 1965, sul modello dei think tank anglosassoni, dall’eurocrate comunista Altiero Spinelli, è la filiazione italiana di istituzioni mondialiste come il “Council on Foreign Relations” americano. Tra i suoi esponenti di punta fu l’ex governatore della Banca d’Italia Guido Carli, firmatario italiano, nel 1992, del Trattato di Maastricht, come Ministero degli Esteri nel settimo governo Andreotti. Il salvataggio dell’euro e dell’Unione Europea resta un obiettivo primario del nuovo governo tecnocratico Napolitano-Letta, che per sopravvivere ha bisogno del mito totalitario dell’unità nazionale.

A chi si illude sul possibile buon esito di questa ricetta bisogna ricordare che il bene comune di una nazione è sempre, prima di tutto, morale e che le nazioni, come gli uomini hanno un’anima che le sostiene.L’Italia per rinascere sul piano economico e politico, non ha bisogno di ridurre il suo debito, ma innanzitutto di ritrovare la propria identità spirituale e morale. Non c’è altra “emergenza” al di fuori di questa.

martedì 30 aprile 2013

Quanto ci costerà la Bonino


di Danilo Quinto

Accantoniamo per un momento come Emma Bonino, neo-ministro degli Esteri, ha costruito la sua carriera politica. Chi la promuove a icona della modernità, può documentarsi, sempre che desideri farlo. Accantoniamo anche l’enfasi con la quale Marco Pannella ha accolto la nomina della sua leader, con tanto di ringraziamenti a questo e a quello e giurando che sarà “l’ultimo giapponese” di un Governo che ha tutti i connotati per compiacere le lobby internazionali e le stanze segrete del potere, massoniche e mondialiste. Non la smetterà di certo, il guru radicale – nonostante la nomina – ad agitare lo spettro dei suoi digiuni “gandhiani” contro la partitocrazia che ora osanna. Ça va sans dire.

Occupiamoci, invece, di altri aspetti. Il primo riguarda quale sarà la posizione dell’Italia in campo europeo e internazionale su quei temi definiti “sensibili” o “principi non negoziabili”, che ci stanno a cuore ma che - come dice Benedetto XVI - “sono scritti nell’anima di ogni essere umano”, precedono qualsiasi legge statuale e valgono per tutti, credenti e non credenti.

L’angolo di visuale del nuovo ministro degli Esteri è quello di voler affermare un diritto solo perché avverti un desiderio individualistico, al fine di vestire la libertà dell’autorevolezza del dovere, della responsabilità, di una sua necessità antropologica, che dovrebbe riguardare perfino l’evoluzione dell’essere umano e quindi il corso della storia. Così, il diritto umano alla vita, si trasforma nel “diritto civile” di garantire alla donna di essere proprietaria del proprio corpo, di disporne quando e come vuole. Il diritto umano a considerare la vita un dono, degno di essere vissuto con dignità fino all’ultimo respiro, si tramuta nel “diritto civile” che riguarderebbe ogni essere umano di decidere se e come por fine alla propria esistenza, con l’eutanasia o con il suicidio assistito.

Il diritto umano alla degna sepoltura dei bambini non nati a causa dell’aborto, viene negato, cosi come viene definito “eccessivo” il numero dei medici obiettori, che impedirebbero il diritto all’aborto. Il diritto umano al matrimonio tra un maschio e una femmina, si riduce al “diritto civile” di riconoscere la possibilità, attraverso l’ideologia omosessualista, che due uomini o due donne si possano sposare ed anche adottare bambini. Il diritto umano di preservare la vita dal flagello della droga, lascia il campo al “diritto civile” di distribuirla libera nei supermercati e nelle farmacie. Il diritto umano di considerare l’embrione una persona, lascia lo spazio ad un lessico che lo definisce “grumo di cellule” o “escrescenza della carne”, che serve per contrapporre la propria visione “libertaria” all’antropologia, così come la conosciamo da millenni a questa parte.

E’ questa l’ideologia anti-umana del nuovo ministro degli Esteri e queste saranno le posizioni che esprimerà l’Italia in sede europea e internazionale. E’ questa la sua “religione laica”, che connota il suo progetto egemonico su una società secolarizzata. “Io posso essere un’ammiratrice di quel cristianesimo delle origini, il cristianesimo costantiniano – scrive Emma Bonino ne ‘I doveri della libertà’, Laterza Editore, 2012 - perché esso ha costruito, piaccia o no, l’edificio dell’Europa; non è l’unico linguaggio, ma certamente è uno dei linguaggi fondanti della nostra eredità.
Credo però che oggi questo cristianesimo abbia esaurito la sua carica vitale, storica”. Da queste convinzioni deriva anche la forsennata battaglia della Bonino e dei radicali sui beni di proprietà della Chiesa, svolta a livello europeo, in perfetta sintonia di tempi e d’intenti con le dichiarazioni espresse dal Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani, attraverso il suo Gran Maestro, Gustavo Raffi.

Nel 2007, quando “Il Sole 24 Ore” dà notizia dell’apertura di un dossier della Commissione europea su «certi vantaggi fiscali delle Chiese italiane», la Bonino è ministro del Governo Prodi per le Politiche Comunitarie e si limita a dichiarare candidamente che «il Governo esaminerà le ulteriori richieste quando arriveranno». In realtà, sono proprio i radicali, e lei in particolare, ad aver agito nei confronti della Commissione europea e ad avviare un’iniziativa demagogica, capziosa e strumentale.
Analoga a quella che i radicali stanno conducendo con il quesito referendario sull’abrogazione di una parte della legge sull’8 per mille, depositato in Cassazione nelle stesse ore in cui padre Federico Lombardi ha accolto nella sede di Radio Vaticana Marco Pannella, in un colloquio definito “storico” dal leader radicale.

Emma Bonino - ed è questa la seconda considerazione da fare - riceverà il sostegno concreto di tutto l’apparato burocratico della Farnesina e delle immense risorse economiche a disposizione. Nel mondo, non solo in Italia. I radicali sono dei maestri in questo. Con le loro associazioni, già perseguono progetti finanziati dall’Unione europea e dal Ministero degli Esteri. Basta scorrere i siti radicali, che documentano le alleanze, i sostegni e i finanziamenti. Figuriamoci ora cosa accadrà. Si è concessa la possibilità che la “roba” sia tanta e al servizio delle loro idee, dei loro progetti e del potere, così come si concede da decenni - anche attraverso la complicità di decine e decine di parlamentari cosiddetti cattolici - che la loro radio riceva dieci milioni di euro dallo Stato per un servizio che potrebbe svolgere gratis la Rai-Tv.

Un’ultima considerazione riguarda i legami che Emma Bonino ha da più di vent’anni con il “filantropo” George Soros, l’uomo che fece saltare nel 1992 la Banca d’Inghilterra e che concorse alla svalutazione della lira. Soros, che è iscritto al Partito Radicale e che ha dato sostegno finanziario in vari modi alle attività dei radicali, è uno tra i maggiori ideologi di quel Nuovo Ordine Mondiale che vuole dominare il mondo. Oltre a finanziare progetti che hanno riguardato la democrazia dell’est europeo e ad intervenire allo stesso modo nei confronti delle “primavere arabe”, Soros è impegnato da decenni nel “Program of Reproductive Health and Rights”, che dedica i suoi sforzi alla causa del “diritto all’aborto”.

In linea con questa prospettiva, Emma Bonino, che “copre” la sua forsennata ideologia abortiva con il lancio di campagne che hanno l’obiettivo di dipingerla come eroina dei diritti umani nel mondo, come quella sulle mutilazioni genitali femminili o quella per l’abolizione della pena di morte o quella per la creazione del Tribunale Penale Internazionale per i crimini contro l’umanità, afferma: “Il nocciolo è la bomba demografica. Ogni giorno ci sono 80mila nuovi nati.
Nel contempo la vita media si allunga. Aggiungiamoci il miglioramento della qualità della vita in vaste aree, tipo Cina e India, e diventa chiaro che siamo di fronte a una crescita demografica destinata a destabilizzare sempre più la situazione. Noi proponiamo un rientro dolce della bomba demografica" (“Quotidiano Nazionale”, 27 aprile 2008).

Questa balla della bomba demografica - propugnata sin dagli anni ’70 dal Club di Roma di Aurelio Peccei e dai programmi abortivi promossi dal sistema delle Nazioni Unite da decenni - un’idea eugenetica e malthusiana, si inquadra proprio nel contesto di un nuovo ordine mondiale. Quello perseguito, ad esempio, dalla “Comunità delle Democrazie” (UNDC). Questa nasce come emanazione della “Democracy Coalition Project”, nata su iniziativa dell’”Open Society Institute” di George Soros.
È un’organizzazione non governativa che svolge attività di ricerca e di promozione della democrazia e dei diritti umani a livello internazionale, in particolare attraverso le Nazioni Unite, il Consiglio dei diritti dell’uomo e altri organi multilaterali. Monitora la politica estera dei governi sui diritti umani e sulla promozione della democrazia.
Dell’Advisory Board dell’organizzazione fa parte Emma Bonino.

Sta di fatto che Gruppo Bildeberg, Trilaterale e tutte le organizzazioni operanti nel mondo che hanno come obiettivo quello di determinare politiche economiche e sociali per la realizzazione di disegni di pochi – e senza il beneplacito delle quali, da qualche tempo in Italia sembra non si possano costituire governi - vanno considerate in base a quanto affermava Papa Leone XIII nell’Enciclica Humanum Genus, dedicata in particolare all’azione della Massoneria nella società del tempo: «L’ultimo e il principale dei suoi intenti è quello di distruggere dalle fondamenta tutto l’ordine religioso e sociale nato dalle istituzioni cristiane e creare un nuovo ordine».

lunedì 29 aprile 2013

“Trovare Gesù fuori dalla Chiesa non è possibile”


di Silvio Brachetta

Nell’omelia tenuta nel giorno del proprio onomastico - 23 aprile, san Giorgio - Papa Francesco (Jorge Mario Bergoglio) riafferma la verità secondo cui è una «dicotomia assurda» dividere Gesù Cristo dalla sua Chiesa, come già ricordava Paolo VI nel 1975: «C’è dunque un legame profondo tra il Cristo, la Chiesa e l’evangelizzazione. […] È bene accennare a un momento come questo, quando avviene di sentire, non senza dolore, persone, che vogliamo credere ben intenzionate, ma certamente disorientate nel loro spirito, ripetere che esse desiderano amare il Cristo, ma non la Chiesa, ascoltare il Cristo, ma non la Chiesa, appartenere al Cristo, ma al di fuori della Chiesa. L’assurdo di questa dicotomia appare nettamente in queste parole del Vangelo: “Chi respinge voi, respinge me”» (Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, n.16).
In particolare il Papa osserva come l’opera di evangelizzazione dei primi cristiani non rafforzasse soltanto, nei convertiti, il legame con Dio ma, allo stesso tempo, si cementava il senso di appartenenza ad un’unica Chiesa Madre, fuori dalla quale ci si sarebbe smarriti. La Chiesa - dice il Pontefice - «diventa Madre, sempre di più, Madre che ci dà la fede, Madre che ci dà l’identità. Ma l’identità cristiana non è una carta d’identità. L’identità cristiana è un’appartenenza alla Chiesa». E infatti - precisa - «trovare Gesù fuori dalla Chiesa non è possibile».
Sono riflessioni, queste, d’immensa portata ecclesiologica, poiché attraverso di esse si chiarifica maggiormente il mistero della Chiesa e del suo legame insopprimibile con Gesù Cristo. E ancora il Papa si sofferma su un altro tema, spesso dimenticato o rimosso dall’omiletica contemporanea: l’incompatibilità sostanziale tra la mentalità di Dio e la mentalità del mondo. Nella Chiesa c’è infatti la persecuzione. O, per meglio dire, Papa Francesco cita direttamente l’insegnamento di sant’Agostino: la «Chiesa va avanti fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni del Signore» (cfr S. Agostino, De Civitate Dei, 18,51,2: PL 41, 614). Come Gesù, i cristiani sono invitati a seguirLo sulla Via della Croce che, solo in un primo momento, dà una «tristezza grande», perché questa Via inevitabilmente «finisce con la gioia» (come sempre attestano i santi).
Quindi, alla fine, nella Chiesa c’è una sicura e intramontabile «consolazione». Non però come la dà il mondo: «se noi cerchiamo soltanto la consolazione - afferma il Santo Padre -, sarà una consolazione superficiale, non quella del Signore, sarà una consolazione umana». Con il mondo, insomma, non bisogna «negoziare», ma è preferibile affidarsi alla santa Chiesa. Se appunto - continua il Papa - «noi vogliamo andare sulla strada della mondanità, negoziando con il mondo - come volevano fare i Maccabei, che erano tentati in quel tempo - mai avremo la consolazione del Signore».
Qua dunque Papa Francesco dà l’autentico significato al dialogo con il mondo, che non deve mai essere il pretesto per negoziare con esso né, tantomeno, per perdere la propria identità.

Se il panico attacca e divora la vita


Frascella racconta con garbo l'alienazione e la solitudine del disagio psichico. Spesso incompreso

di Massimiliano Parente

Quando qualcuno dichiara di essere depresso l'interlocutore di norma gli domanda «perché?», mentre nessuno lo chiede se ti senti felice, anche perché hai paura di sentirti dire cose che ti deprimono.
È anche per questo che l'infelicità genera romanzi interessanti, la felicità solo stronzate: è facile immaginare un genio depresso, difficile immaginarne uno felice. Nella depressione oltretutto spesso il mondo appare senza veli, lo spiegava bene già Leopardi: la lucidità è impossibile da sostenere, abbiamo un costante bisogno di illusioni. Condizione confermata dalle odierne neuroscienze e dalla biologia evolutiva: il nostro cervello produce continuamente finzioni, per proteggerci da una visione troppo oggettiva delle cose.

Confesso che ero molto sospettoso del nuovo romanzo di Christian Frascella, dedicato agli attacchi di panico dell'omonimo protagonista, che lavora in fabbrica, a Torino, alla catena di montaggio della Fiat. Poiché ci sono due tipi di luoghi comuni sulle patologie mentali: sono la malattia dei ricchi, oppure sono la malattia dei poveri, nei Paesi ricchi. Tra l'altro è un libro targato Einaudi, bellissima e storica casa editrice ma con inguaribili tendenze sociologiche per quanto riguarda la narrativa italiana, e temevo che Frascella la buttasse sul panico da crisi economica.
E invece un cavolo: Frascella è il nuovo Giuseppe Berto, e Il panico quotidiano è il degno upgrading de Il male oscuro. Tra l'altro, probabilmente per coincidenza, come nel romanzo di Berto anche nel romanzo di Frascella il padre del narratore è malato di cancro all'intestino. Ma il parallelismo a Berto è solo un richiamo obbligato: piuttosto c'è un senso esistenzialmente kafkiano nell'insorgere improvviso della malattia.

Come Gregor Samsa si risveglia scarafaggio, Frascella si ritrova da un momento all'altro nell'essere in preda a una paura senza nome, incomprensibile, un mostro che lo divora dall'interno e che raccoglie scarsa solidarietà: nessuno ti capisce. È sentirsi la morte addosso, dentro, ovunque, un buio che ti inghiotte, ti toglie il respiro. Inoltre il panico genera panico: «La parte peggiore non erano tanto le crisi di panico, quanto l'attesa dell'eventualità che si verificassero. Il che generava una continua confusione, perché l'attesa del panico era già una forma di panico. Come il cane che si morde la coda, se non ti curavi continuavi a girare su te stesso: paura, paura della paura, paura della paura della paura». Così Christian in breve tempo si trasforma in un'altra persona. Isolato sul posto di lavoro, dipendente da psicotici e benzodiazepine, rinchiuso in casa, sarà lasciato solo anche dalla fidanzata: chi soffre di attacchi di panico fa un po' rabbia, quasi fosse colpa sua. È come con la depressione: perché sei depresso? Idem per l'attacco di panico: di cosa hai paura?

È in fondo un'altra delle grandi illusioni della nostra coscienza: avere il pieno controllo delle proprio stato mentale, rifiutare la realtà organica, materiale, meccanica, del nostro cervello. Che per la maggior parte lavora a nostra insaputa, sotto i pochi millimetri della neocorteccia prefrontale. Talvolta, come racconta Frascella, scatta addirittura la paura del contagio, e il malato viene trattato da appestato: «Appena accennavo al mio problema, ecco che l'atteggiamento nei miei confronti cambiava radicalmente. Subentrava la diffidenza, avevano paura che il mio problema li intaccasse, sporcasse, rovinasse - che, frequentandomi, si esponessero al rischio. Loro e chi gli stava vicino». Un terrore della contaminazione sintomatico proprio di una mancanza di consapevolezza popolare sugli equilibri chimico-fisici alla base dei nostri stati d'animo, quasi che la malattia mentale potesse insorgere per suggestione.

Invece basterebbe pensare a cosa sarebbero perfino l'amore e il sesso senza l'attivazione dei neurotrasmettitori giusti; la depressione e gli attacchi di panico sono l'altra faccia di una medaglia neurologica molto complicata. Io non soffro di attacchi di panico ma, dopo aver letto questo bel romanzo di Frascella così magistralmente in bilico tra la commedia e la tragedia, sono corso ai ripari e ho detto al mio medico: se non puoi darmi Selvaggia Lucarelli, dammi almeno un po' di dopamina.

venerdì 26 aprile 2013

Bravo Basaglia, hai fatto proprio bene a chiudere i manicomi.

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Il Concilio, vittima di opposte fazioni


Riscoprire il Concilio vedendolo dentro la tradizione della Chiesa. Questa l'intenzione di Stefano Fontana, autore di un'indagine sul Vaticano II dal titolo “Il Concilio restituito alla Chiesa” (La Fontana di Siloe, Torino 2013). La Nuova Bussola Quotidiana lo ha intervistato.

di Benedetta Cortese

Dottor Fontana, siamo nel pieno dell’Anno del Concilio Vaticano II, voluto da Benedetto XVI come complemento dell’Anno della Fede. Come stanno andando le cose secondo lei?

Non mi sembra che questo Anno del Concilio stia aiutando molto a capire il Concilio. Molte pubblicazioni hanno spesso riproposto le note posizioni, senza nessun passo in avanti.
Le varie realtà, a seconda del loro orientamento sul Vaticano II, chiamano questo o quel relatore a conferma di una tesi piuttosto di un’altra. È lo stesso schema rigido che si ripropone. Mi aspettavo di meglio e di più.

Benedetto XVI, nel famoso discorso del 22 dicembre 2005, aveva tracciato le linee per la giusta ermeneutica del Concilio. Non ne è rimasto niente?

Già allora le due tendenze principali avevano interpretato il discorso del Papa come una conferma delle proprie posizioni. In seguito hanno continuato così, come se il Papa non avesse parlato.
La commemorazione del Vaticano II è avvenuta spesso a suon di slogan e di frasi fatte. Continua a fare presa un Concilio inesistente e irreale, ma che ormai si è imposto come a-priori collettivo. Una vulgata del Concilio che non percepisce nemmeno lontanamente i problemi che stanno dietro il Concilio.
Non si onora il Concilio facendone un'enfatica apoteosi, ma comprendendolo nella linea indicata da Benedetto XVI e dagli altri Pontefici prima di lui.

Lei ha pubblicato un libro sul Concilio. Con che intenzione?

Con l’intenzione di capire il Concilio, ossia di collocarlo al suo posto. Senza questo chiarimento la Chiesa non può stare. Fingere che il problema non ci sia significa di fatto accettare due chiese. Il Concilio è un problema che non si può eludere.

Un problema il Concilio o un problema il post Concilio?

È stato un problema l’applicazione del Concilio, ma lo è stato anche il Concilio. Ciò non significa né che il Concilio non sia autorevole e non meriti obbedienza, meno che meno che esso contenga degli errori, né che esso sia un Concilio “minore”.

Allora in cosa consiste il problema Concilio?

Consiste nella sua indole pastorale. Sembra un paradosso, ma è così. L’indole pastorale del Concilio doveva essere la soluzione dei problemi ed invece è diventata il problema.

In che senso?

Elenco brevemente alcuni nodi problematici connessi con l’indole pastorale del Vaticano II. I precedenti Concili non erano anche pastorali? Erano Concili dogmatici, ma il dogma non c’entra nulla con la pastorale? È possibile un Concilio solo pastorale che non ripensi anche la dottrina? Paolo VI aveva chiaramente in testa che no. Quindi il Vaticano II ripensò anche la dottrina.
Allora fu anche dottrinale, pur se non dogmatico. La dottrina fissata dal Vaticano II che valore ha, dato che il Concilio pretese per sé la qualifica di pastorale? Il Vaticano II non voleva primariamente ripensare la dottrina, ma interrogarsi sulla pastorale, però le esigenze pastorali richiedevano di ripensare tutta la dottrina e in questo modo si ebbe un Concilio pastorale che ripensò tutta la dottrina, forse più dei precedenti Concili che si pronunciarono solo su singoli argomenti dottrinali. Questi sono solo alcuni esempi.

Benedetto XVI disse che il Concilio non è un superdogma, ma quando fu eletto Papa disse subito di voler realizzare il Concilio. Nel suo libro come viene affrontata questa questione?

Il Concilio è spesso diventato un superdogma. Altro paradosso: un Concilio pastorale che diviene superdogmatico. Sembra che quanto la Chiesa aveva fatto prima fosse tutto sbagliato. La celebrazione della messa con rito antico fu considerata la principale eresia, ed era quanto la Chiesa aveva sempre celebrato.
Il catechismo di Pio X fu di fatto considerato eretico. Qualsiasi contestatore del magistero fu canonizzato come “anticipatore” del Concilio. Come si fa ad evitare queste interpretazioni fazione e forzose? Realizzando il Concilio, come disse Benedetto XVI. Ma per realizzarlo bisogna comprenderlo nella sua vera realtà. Non vedo quindi nessuna contraddizione tra le due frasi di Benedetto XVI.

Lei dice “comprenderlo nella sua vera realtà”. Il suo libro si intitola “Il Concilio restituito alla Chiesa”: è questo il significato?

Sì, è questo. Del Concilio si è spesso impadronito il mondo. La Chiesa lo deve recuperare a se stessa, ricollocarlo nella propria tradizione. Superando però i nominalismi. Tutti si dicono d’accordo con questa affermazione, ma poi hanno della tradizione concezioni diverse e allora l’equivoco torna da capo.

Quali sono le principali concezioni della tradizione in campo?

Direi quella di Ratzinger e quella di Rahner. Secondo la prima c’è un nucleo di verità immutabili che vengono trasmesse pur nella storicità della tradizione. Nel secondo caso l’interpretazione e la ricezione della tradizione fanno parte integrante del messaggio stesso. Nel primo caso assume il primato la dottrina, nel secondo la pastorale.

Questo significa che il Vaticano II ha proclamato il primato della pastorale sulla dottrina?

Di fatto oggi la pastorale ha preso il sopravvento sulla dottrina fino a farla sparire in molti casi. In alcuni capitoli del mio libro descrivo molti comportamenti ecclesiali che lo testimoniano ampiamente. Il problema è stabilire se questo primato della pastorale fosse presente nel Vaticano II stesso o se sia dovuto a difetti di applicazione.
La tesi che espongo nel libro è che nel Vaticano II ci furono delle “fessure” attraverso le quali la tesi del primato della pastorale in seguito penetrò nella Chiesa. Fessure non volute, ma fessure. Non era intenzione dei Papi né dei Padri conciliari anche se, storicamente, si può provare che alcuni Padri conciliari avrebbero voluto introdurre forme di modernismo nella dottrina della Chiesa cattolica. Ma ciò non avvenne, per la sorveglianza dottrinale e pastorale dei Pontefici e l’assistenza dello Spirito Santo.

Negli anni Sessanta tutte le teologie di moda proclamavano il primato della prassi sulla teoria…

In effetti è così. Né Giovanni XXIII né Paolo VI volevano questo. Però l’insistenza sull’indole pastorale poteva prestarsi anche a queste interpretazioni.
Faccio un esempio. Nei confronti del mondo, il Concilio espresse più apprezzamento che condanna, per esplicita indicazione di Giovanni XXIII. Le teologie del tempo dicevano che Cristo ama il mondo e non la Chiesa, annullando con ciò la missione salvifica della Chiesa rispetto al mondo. Le due cose sono incompatibili, ma nel clima degli anni Sessanta la cosiddetta “apertura al mondo” fornì delle fessure anche a queste interpretazioni distorte, che hanno dato frutti amari fino ai nostri giorni.

Secondo lei, il Concilio volle esprimere una completa dottrina sul rapporto con il mondo?

Ecco un altro problema che va messo al suo posto e restituito alla Chiesa. Il Concilio non volle esporre tutta la dottrina cattolica. Per questo bisogna ricorre al Catechismo. Ciò significa che, per esempio, la Gaudium et spes non pretese di esporre tutta la dottrina circa il rapporto Chiesa-mondo.
Nella Costituzione pastorale non si parla del comunismo. È possibile impostare dottrinalmente in modo completo il rapporto con il mondo moderno senza parlare del comunismo? La scelta aveva scopi pastorali. Però comportò anche conseguenze dottrinali. Ma chi concludesse, su queste basi, che il comunismo non era più un problema della Chiesa solo perché la Chiesa non ne parlava, fraintenderebbe le cose. Sarebbe come dire che il diavolo non è un problema della Chiesa perché nel Vaticano II non se ne parla. Ma se ne parla nel Catechismo.
È molto dannoso attribuire al Vaticano II la volontà di esprimere in toto la fede della Chiesa, ciò lo costituirebbe come superdogma superiore anche al catechismo e alla tradizione apostolica. Inutile negare, però, che questo è stato fatto e si continua a fare.

Nel suo libro, lei tratta a fondo il problema del linguaggio dei documenti del Vaticano II. Può dirci qualcosa?

Il Vaticano II non fu un Concilio dogmatico, quindi non adoperò il linguaggio definitorio, ma un linguaggio che qualcuno definisce narrativo. È quindi spesso difficile capire con precisione i suoi insegnamenti. Una frase di un documento bisogna per forza collegarla con altre frasi dello stesso e spesso bisogna completare il quadro con riferimento ad altri documenti del Concilio.
Spesso nemmeno in questo caso si ha una completa panoramica dell’argomento. Tanto è vero che il magistero ha in seguito precisato mote cose. Se tutto fosse stato chiaro non ce ne sarebbe stato bisogno.
La famosa prima frase della Gaudium et spes, sempre citata da tutti, anche da coloro che del Concilio non hanno letto altro, non trasmette nessun preciso significato teologico, ha bisogno di essere completata da altre frasi del documento e di altri documenti. Spesso, invece, il Concilio si cita per frasi ad effetto, fermandosi ad esse e facendone una definizione di fede.

Benedetto XVI è stato definito anticonciliarista. Cosa ne pensa?

I Papi non sono né conciliaristi né anticonciliaristi, ossia né dogmatizzano il Vaticano II ponendolo al di sopra della fede insegnata dagli Apostoli, né lo liquidano come un incidente di percorso. Il Concilio si inserisce nella tradizione della Chiesa da cui trae luce.

Cosa fare, allora?

Il lavoro da fare è lungo. Passerà molto tempo. Benedetto XVI ha tracciato la linea. Del Concilio bisogna parlare, ma non a partire dalle proprie posizioni ideologiche incancrenite o dalle frasi fatte di cui ci si riempie la bocca.
Benedetto XVI ha indicato una strada: un movimento che dal basso, e con la guida del Papa, riscopra il Concilio vedendolo dentro la tradizione della Chiesa e non in contrasto con essa. Una riscoperta non nel segno della rottura, ma della riforma nella continuità, lenta e progressiva, sempre più consapevole e diffusa. A questo mi auguro possa servire anche il mio libro.

giovedì 25 aprile 2013

La disputa su monsignor Tonino Bello


di Giuseppe Brienza

Venerdì prossimo, 26 aprile, Congresso nazionale di “Pax Christi” sul controverso vescovo

Il 20 aprile 1993 si spegneva a Molfetta monsignor Antonio Bello, conosciuto come “don Tonino”, vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi, presidente di Pax Christi Italia dal 1985 al 1993.
Mons. Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea conosciuto per le sue posizioni progressiste e amate dalle sinistre, ne rievocherà la figura venerdì prossimo, 26 aprile, presso l’Istituto Seraphicum di Roma, in occasione del prossimo Congresso nazionale di “Pax Christi”- Italia.

La figura del vescovo pugliese sarà al centro di una tavola rotonda enfaticamente intitolata: “E’ l’ora della nonviolenza. Per una chiesa del grembiule in un Paese casa di tutti”. Mons. Bettazzi ha dedicato a mons. Bello anche una biografia, intitolata semplicemente Don Tonino Bello [San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2001], e avrà la pars maior nel prossimo congresso nazionale di “Pax Christi”, almeno per le iniziative pensate per commemorarlo nel ventesimo anniversario della sua scomparsa, che comprenderanno anche la proiezione, nella giornata di sabato 27 (a partire dalle 19) del film biografico “Don Tonino Bello. L’anima attesa” (cfr. “E’ l’ora della nonviolenza”. Congresso nazionale di Pax Christi Italia, in “Zenit”, 16 Aprile 2013).

Per riprendere provocatoriamente il titolo della tavola rotonda di “Pax Christi”, ci si può chiedere: ma di quale “grembiule” stiamo parlando trattando di mons. Bello? Del grembiule del “servizio”, che Gesù indossò al momento della lavanda dei piedi di cui parla a suo riguardo Bettazzi, o di quello massonico che, ad avviso di alcuni osservatori, pare abbia caratterizzato la mentalità e gli scritti del vescovo pugliese?

Un acuto studioso ed esperto di pensiero e di storia massonica come padre Paolo M. Siano FI, ha infatti recentemente espresso in un corposo e documentato saggio pubblicato sulla rivista della congregazione religiosa alla quale appartiene, i Francescani dell’Immacolata, una profonda perplessità per la causa di beatificazione avviata alcuni anni orsono in favore di mons. Bello, intrapresa a suo avviso con imprudenza e superficialità. Dopo aver letto il suo studio intitolato Alcune note sul “magistero” episcopale del Servo di Dio Mons. Antonio (“Don Tonino”) Bello (1935-1993). Un contributo critico [cfr. Fides Catholica. Rivista di apologetica teologica, anno VII, n. 2, Frigento (AV) luglio-dicembre 2012, pp. 27-94], devo dire di poter condividere sostanzialmente il suo giudizio.

Fino all’ultima conferenza tenuta ad Assisi nell’agosto 1992, infatti, mons. Bello ha manifestato idee e pensieri che mi paiono davvero poco in linea con il Magistero perenne della Chiesa. Posso citare l’iper-conciliarismo conseguente ad una sua visione distorta del Concilio Vaticano II, l’antropologismo teologico di tipo esistenzialistico, il linguaggio omiletico di tipo “secolarista”, per non parlare del “filo-socialismo” che emerge da alcuni dei suoi proclami sociali. Inoltre, c’è anche quel “pacifismo assoluto” che sembra connotare un “magistero” episcopale “dontoninobellista”, come lo chiama p. Siano, eccentrico e caratterizzato da una mal dissimulata disistima verso il Sacro e verso i Dogmi, per non parlare della sensualità e del femminismo del suo “discorso sulla donna”.

A conclusione del suo studio il padre Francescano dell’Immacolata auspica quindi che un Pastore di tal fatta non sia presentato come modello per coloro che devono essere maestri e custodi della Fede Cattolica di sempre. Mentre mons. Bettazzi vede il “magistero per i poveri” del vescovo pugliese in parallelo con quello di Papa Bergoglio, con dichiarazioni tipo: «Sento vicini don Tonino Bello, che fu criticato per questi atteggiamenti, e Francesco. Il Papa sta rivalutando questo atteggiamento di servizio e solidarietà» (cit. in Don Tonino Bello nel ricordo di monsignor Luigi Bettazzi, in “Zenit”, 18 Aprile 2013). E la Caritas Italiana gli viene dietro considerando “Don Tonino” uno dei maggiori Personaggi del XX secolo, perché una sua biografia è stata inserita nella collana omonima realizzata dalla stessa Caritas per la San Paolo (il profilo è uscito per i tipi dell’editrice dei paolini giusto l’anno scorso).

© Formiche