venerdì 10 maggio 2013

La Settimana Social(ista) dei cattolici


di Tommaso Scandroglio

Dal 12 al 15 settembre prossimo si terrà a Torino la 47° edizione delle Settimane sociali dei cattolici, che avrà il seguente titolo: La famiglia speranza e futuro per la società italiana. Il 30 aprile scorso Mons. Arrigo Miglio, arcivescovo di Cagliari e presidente del Comitato scientifico delle Settimane, ha illustrato l’evento in una conferenza stampa. Alcune affermazioni del prelato destano se non stupore di certo curiosità. Mons. Miglio ad esempio ha messo l’accento sul fatto che il nemico numero uno della famiglia è la mancanza di lavoro: “È l’aspetto più evidente e quello che più ci sta a cuore”. Un’affermazione coraggiosa che è in contrasto con lo stesso documento introduttivo delle Settimane sociali da lui stesso sottoscritto e che pone l’interesse anche su altri fattori.

Quindi il posto di lavoro che non c’è risulta essere la patologia che più minaccia, secondo l’arcivescovo cagliaritano, la vita delle famiglie. Non le separazioni e i divorzi: un terzo dei matrimoni è andato a gambe all’aria nel 2010 secondo l’Istat. Non le convivenze: il 33% delle coppie che si sposa prima convive. Non l’aborto, la fecondazione artificiale, il rifiuto della vita tramite contraccezione usata dai coniugi, l’attentato ai principi non negoziabili da parte del governo che prima o poi approverà pacs e/o “matrimoni” gay. Niente di tutto questo: la mancanza di lavoro «è un fattore determinante distruggente per la famiglia». D’altronde per Mons. Miglio se «un pilastro del bene comune è il lavoro, altrettanto lo è la famiglia». Quindi il lavoro non è al servizio della famiglia, ma matrimonio e professione hanno ugual peso.
Si badi bene: non vogliamo certo dire che il lavoro non sia aspetto assai rilevante per la sussistenza delle famiglie, ma di certo vi sono valori ben più importanti per mamma, papà e figli.

Questi valori sono presenti nel documento introduttivo delle Settimane sociali - e sono propri della tradizione della Chiesa - ma accanto ad essi pare che abbiano un peso specifico maggiore altri di diversa natura, figli dell’età contemporanea: «Siamo chiamati - si legge nel testo - a prenderci cura e ad avvalerci delle istituzioni del vivere sociale, nei diversi ambiti: libertà di educazione, fisco giusto, educazione al lavoro e allo sviluppo, prendersi cura delle fragilità dentro la famiglia e nella società per un welfare che sia veramente tale, abitare il tempo e lo spazio trasformando la città». C’è posto per tutti nell’Arca del Comitato organizzatore delle Settimane, pure l’urbanistica, «la dipendenza da smartphone e da internet» e «la custodia del creato per una solidarietà intergenerazionale». Ovviamente si parla anche di «convivenze non di indole affettivo-sessuale», le quali potrebbero beneficiare di alcuni diritti previsti dalle nostre leggi civili.

Che cosa stona in questo documento di venticinque pagine? Il fatto che Dio è il grande assente. Attenzione: Dio in riferimento alla famiglia viene citato più volte, così come la Sacra Scrittura e il Magistero, ma unicamente in veste di Creatore e non di Salvatore. Ci spieghiamo meglio: tra tutte le soluzioni che il documento elenca per risolvere la crisi della famiglia, mai viene citata la fede. Un’assenza assordante dato che siamo nell’Anno della Fede. Forse il motivo è un frainteso ecumenismo irenista: “Non si vogliono fornire risposte o dare disposizioni - si tiene a precisare - ma stimolare una riflessione aperta, a partire dagli elementi fondamentali della famiglia e dai valori fatti propri dalla stessa Costituzione italiana”.

Figuriamoci se la Chiesa Cattolica è così superba da voler fornire risposte ai problemi, meglio tenere un profilo basso e ancor meglio chiedere alla Costituzione di darci una mano. Insomma la sensazione è che si tiri in ballo la Bibbia e Dio quasi fosse un riferimento obbligato - siamo o non siamo cattolici? - ma in realtà la vera soluzione che mette d’accordo tutti è la Costituzione. E all’articolo 1 di questa si legge che la nostra Repubblica è fondata sul lavoro. Mettere al centro il lavoro - come “aspetto che più ci sta a cuore” - è proprio di una visione marxista dell’uomo: il lavoro libera la famiglia dal suo reale male morale, cioè la mancanza di quattrini. Il Salvatore non è più Cristo, ma il sindacato o l’imprenditore che assume. Dottrina socialista della Chiesa Cattolica dunque?

Quindi, ciò che più sorprende è l’assoluta mancanza di un riferimento trascendente come via di salvezza e redenzione per l’istituto della famiglia che oggi è così tanto vilipeso e ignorato. Tutto appiattito sull’immanente, sull’hegeliano “sociale” appunto. Ma non è che la famiglia è messa così male proprio perché non si crede più?

Ci impongono di dimostrare l’evidenza


di Silvio Brachetta

È molto acuto il parlamentare europeo Luca Volontè che, in una lettera indirizzata al movimento francese per la difesa della famiglia naturale (Manif pour tous), cita lo scrittore britannico Gilbert Keith Chesterton (1874-1936): «Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Noi ci ritroveremo a difendere non solo le incredibili virtù e l’incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile, questo immenso, impossibile universo che ci fissa in volto […]». L’on. Volontè scrive a proposito delle critiche al riconoscimento del matrimonio omosessuale, approvato in via definitiva dal governo socialista francese, da parte di ampi settori del popolo di Francia (cattolici e non cattolici).
In passato la persecuzione aveva una radice puramente etica o religiosa e il malgoverno vessava il prossimo per il trionfo del vizio sulla virtù: tu hai una mandria e io te la rubo, tu non sacrifichi a Cesare e io ti ammazzo, tu hai un podere e io ti massacro di tasse e gabelle.
Oggi la vessazione del perseguitante sul perseguitato si arricchisce di un elemento insolito e specifico dei regimi a fondazione ideologica: il perseguitato deve dimostrare dinnanzi all’opinione pubblica di essere moralmente dalla parte della ragione. Deve cioè dimostrare, come dice Chesterton, che «due più due fa quattro» e che «le foglie sono verdi in estate».
Io, Stato, t’impongo di pagare le tasse per la metà dei tuoi guadagni. Oltre al danno che ti faccio, dimostrami che sbaglio. E via a dimostrare l’ovvio e cioè che l’imposta al 50% non si chiama tassazione ma usura. Io, Stato, liberalizzo l’aborto e il divorzio. Oltre al danno che ti faccio, dimostrami che sbaglio. E via a dimostrare che la società occidentale sta svanendo per infertilità fisica e razionale. Io, Stato, cambio il significato delle parole e ridefinisco il matrimonio per legge. Qui, però, la dimostrazione è più semplice, perché non siamo più nell’ambito etico, ma nella logica elementare.
Insomma, credo non sbagli l’on. Luca Volontè a scrivere che «siamo di fronte alla barbarie». E, anzi, specifica che «questa barbarie moderna» - ovvero il «progresso» - è «semplicemente un ritorno ai giorni più oscuri e decadenti dell’intera storia».

Il Card. Giovanni Battista Re a Trieste

giovedì 9 maggio 2013

Passaggio ad un “cristianesimo di scelta”



Riportiamo un articolo di Jean Madiran, noto scrittore e giornalista francese, uscito sul quotidiano “Présent” il 19 aprile 2013 (traduzione della redazione di CR).

La grande foto del Cardinale Vingt-Trois campeggia in copertina a quasi tutta pagina. È pur vero che su “La Croix” lui è di casa. E’ martedì (16 aprile). Gli sono state dedicate anche le pagine 2 e 3 con un ulteriore foto, un po’ meno grande, con una didascalia che riassume il suo pensiero: «siamo passati da un cristianesimo sociologico ad un cristianesimo di scelta».

Bisognerebbe allora sopprimere il battesimo per i bambini, che sono incapaci di compiere questa scelta? O piuttosto credere che il battesimo non sia più il sacramento per mezzo del quale noi diventiamo cristiani: che ci fa diventare figli di Dio, membri della Chiesa ed eredi del Paradiso?

Il Cardinale non sembra rimpiangere il passaggio da un cristianesimo ad un altro, al contrario. Eccolo nel suo contesto: «Noi siamo passati da un cristianesimo sociologico ad un cristianesimo di scelta. Questa mi sembra essere la trasformazione più importante, alla quale noi siamo inegualmente preparati. È certo che su questo punto bisognerà aiutare i cattolici ad evolvere…» L’espressione «cristianesimo sociologico» è evidentemente peggiorativa. Vuole arbitrariamente caricaturizzare il cristianesimo basato sulla pietà filiale, sul catechismo per bambini, sulla scuola cristiana, sulla vita liturgica. Quanto al «cristianesimo di scelta» esso non sembra essere una grande novità, anzi è sempre esistito fin dal principio; a questo proposito Gesù metteva in guardia gli apostoli dicendo: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gn. 15, 16) «Chi non accoglie il Regno di Dio come un bambino non vi entrerà» (Lc. 18, 17).

Quattro o cinque anni fa noi avevamo posto questa obiezione al Direttore ecclesiastico di “La Croix”, Michel Kubler che non cessava, anche lui (o lui per primo?), di militare in favore di un “cambiamento”, per «il cambiamento – diceva – da una Fede ereditata ad una Fede scelta». Il Padre Michel Kubler se ne è andato senza avere mai risposto, ma nella diocesi di Parigi la sua religione è rimasta.

Il “cristianesimo di scelta” ha un suo proprio empirismo disorganizzatore: «La nostra esperienza ecclesiale francese veicola una visione incosciente di una coincidenza fra la Chiesa e la società, fra la Chiesa ed il potere. Coincidenza che non è più rivendicata in maniera simmetrica, da dopo la Rivoluzione francese». Siamo noi che sottolineiamo la parola «coincidenza» perché non è la parola giusta. Al suo posto bisognerebbe inserire la parola “gerarchia”. Gerarchia naturale fra la politica e la morale. Gerarchia sovrannaturale fra il potere (politico) della società e la parola di Gesù ed i sacramenti che Egli ha dato alla sua Chiesa. Non si riesce a capire come la dottrina di Cristo-Re possa trovare spazio in questa ambigua dichiarazione del Cardinale. Dottrina abbandonata? Abbandonata da chi? In ogni caso non a partire dalla Rivoluzione Francese, semmai dopo (molto dopo) questa Rivoluzione.

La dichiarazione del Cardinale si chiude con questo ammonimento: «Il progetto per la Chiesa del XXI secolo non può essere quello di ricostituire la Chiesa del XIX Secolo». La Chiesa del XIX secolo non merita questo disprezzo. Era la Chiesa che inviava i missionari francesi nel mondo intero, mentre la Chiesa del XXI secolo avrebbe piuttosto bisogno di riceverne. Quello che conta, quello di cui noi abbiamo bisogno, non è quello che da un secolo all’altro cambia nella Chiesa, bensì quello che attraverso i secoli non è mai cambiato e non cambierà mai, malgrado tutti i tentativi di volerci far evolvere verso un altro cristianesimo.

mercoledì 8 maggio 2013

La colonizzazione della natura umana


Relazione introduttiva al Convegno di presentazione del Quarto Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa. Roma.

di S. E. Mons. Giampaolo Crepaldi

Ci ritroviamo per la presentazione dell’annuale Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo che l’Osservatorio Cardinale Van Thuân ha curato insieme ad altri cinque Istituti di ricerca internazionali. Rispetto all’edizione dell’anno scorso, presentata nell’aula Paolo VI dell’Università Lateranense, si è aggiunta alla squadra l’Area di ricerca in Dottrina sociale della Chiesa della Pontificia Università Lateranense. Era stato lo stesso Magnifico Rettore della Lateranense, S. E. Mons. Enrico Dal Covolo, a caldeggiare l’anno scorso questa collaborazione.

Vorrei ringraziare il Presidente del Movimento Cristiano Lavoratori, Carlo Costalli, per la collaborazione tra l’MCL e il nostro Osservatorio, di cui questo incontro di oggi è solo un elemento, anche se tra i più significativi. Grazie ad Andrea Tornielli, un giornalista attento alle cose del nostro Osservatorio. Un ringraziamento particolare all’Onorevole Eugenia Roccella, della quale è noto l’impegno a livello politico e legislativo a difesa della dignità della persona nelle tante situazioni drammatiche, ormai purtroppo frequenti, in cui essa è minacciata dall’ “ideologia del desiderio”

Come sapete, il Rapporto non analizza un singolo tema, ma fa una rassegna dei fatti e delle tendenze più significative nell’anno di riferimento - per questo Quarto Rapporto si tratta del 2011 - nei cinque continenti. Esso analizza anche la scena internazionale e l’attività della Santa Sede, nonché il Magistero del Santo Padre. Pur costruendo un affresco complesso e pur toccando varie tematiche nel campo della giustizia e della pace, il Rapporto si concentra su una tendenza che caratterizza l’anno in esame. Non fa solo una rassegna o una cronaca, ma tenta un discernimento, segnalando il fenomeno più importante, nel bene e nel male. Potremmo dire che indica una emergenza. Ebbene, questo Quarto Rapporto ha individuato questa emergenza nella “Colonizzazione della natura umana”, il cui processo viene documentato ampiamente con fatti e nomi.

Nel 2011, anno di riferimento del Rapporto, il caso che a livello mondiale ha fatto più scalpore è stato quello dell’Argentina. Il Rapporto lo documenta nel dettaglio in quanto uno dei Centri di ricerca che hanno collaborato con l’Osservatorio per la stesura del Rapporto è il CIES di Buenos Aires. Nel giro di un solo anno - il 2011 appunto - quel grande Paese di tradizione cattolica ha avuto una legge sulla procreazione artificiale che ha denaturalizzato la procreazione, una legge sul riconoscimento sulla “identità di genere” che ha denaturalizzato la famiglia e una modifica del Codice civile per permettere l’”utero in affitto” che ha denaturalizzato la genitorialità e la filiazione. Nel giro di un solo anno è stata rivoluzionata la base dell’intera società argentina, è stata messa da parte la nozione di “natura umana” ed è stata violentemente posta in angolo l’ispirazione della fede cattolica per la costruzione della società. Nel mio recente incontro con il Santo Padre papa Francesco, per la visita ad limina, gli ho portato una copia del Rapporto dicendogli appunto che esso si occupa molto dell’Argentina. Era molto interessato.

Perché abbiamo chiamato questo processo con il termine di “colonizzazione” - colonizzazione della natura umana - ? Perché l’ideologia che provoca questa colonizzazione è occidentale. E’ espressione di una cultura nichilista che intende ormai superare completamente il concetto di natura umana. Ed infatti è proprio qui, in Europa, che il congedo dalla natura umana sta ottenendo i risultati più inquietanti. L’Europa che diffondeva il cristianesimo e, con esso, la tutela della natura umana creata da Dio, ora esporta il superamento della natura umana verso una identità da costruirsi liberamente: maschio o femmina, madre o padre, moglie o marito… non si è, si diventa.
Non intendo ora entrare nel merito di questo argomento centrale del Rapporto, su cui interverranno il dottor Tornielli e l’onorevole Roccella. Vorrei piuttosto dedicarmi ad affrontare una premessa.

Perché la Chiesa, perché la Dottrina sociale della Chiesa, perché il nostro Osservatorio … si occupano di queste cose? Perché si interessano di sessualità e procreazione, di famiglia e genitorialità, di omosessualità e di eterosessualità, di coppie di fatto e di matrimonio? E’ a questa domanda che vorrei rispondere. Si tratta infatti della domanda principale, dalla cui risposta dipende il senso stesso di questo Rapporto e di questo incontro di oggi. Parlando di queste cose siamo noi al nostro posto? Facciamo ciò che dobbiamo fare o invadiamo campi altrui - fossero anche i campi della libertà individuale e della laicità delle leggi?

Il 22 dicembre 2008 Benedetto XVI parlò di ideologia del gender nel Discorso alla curia romana per la presentazione degli auguri natalizi.: «Poiché la fede nel Creatore è una parte essenziale del Credo cristiano, la Chiesa non può e non deve limitarsi a trasmettere ai suoi fedeli soltanto il messaggio della salvezza. Essa ha una responsabilità per il creato e deve far valere questa responsabilità anche in pubblico. E facendolo deve difendere non solo la terra, l’acqua e l’aria come doni della creazione appartenenti a tutti. Deve proteggere anche l’uomo contro la distruzione di se stesso. È necessario che ci sia qualcosa come una ecologia dell’uomo, intesa nel senso giusto. Non è una metafisica superata, se la Chiesa parla della natura dell’essere umano come uomo e donna e chiede che quest’ordine della creazione venga rispettato»).
Quando la Dottrina sociale della Chiesa e il nostro Osservatorio se ne interessano, lo fanno per fedeltà al proprio mandato.

Facciamo però un passo in avanti nel nostro ragionamento. In una società cristiana in cui la fede fosse ampiamente, anche se non completamente, diffusa il riferimento al Creatore troverebbe accoglienza. Ma la nostra società non è più così ormai da molto tempo. I non credenti o i “diversamente credenti”, come con espressione curiosa spesso si dice, non accetterebbero un discorso fondato sul Creatore. Benedetto XVI, però, e papa Francesco nei suoi interventi sulla “custodia del creato”, non parlano solo della fede nel Creatore, ma anche dell’”ordine” e del “linguaggio” del creato, e questo può essere appreso anche dal non credente. Quello che chiamiamo natura – e soprattutto quello che chiamiamo natura umana - è un discorso rivolto a noi, è una lingua, in quanto esprime un ordine tendente ad un fine.

Certo, se la natura è vista solo come un insieme di fenomeni materiali guidati dal caso o dalle necessità allora rimane muta nei nostri confronti: non ci dice nulla su di noi e sulla nostra vita. Essere maschio o femmina allora non è una parola che ci precede ma un nostro desiderio. Se nella nostra struttura sessuata non c’è un messaggio che ci dice come vivere da persone umane, allora la genitalità diventa un fatto esclusivamente tecnico. Si contesta la Chiesa di ridurre il maschio e la femmina all’aspetto genitale, mentre è proprio spogliando la identità sessuata della capacità di darci un codice di vita che si riduce l’uomo e la donna alla genitalità come pura tecnica vissuta al di fuori di qualsiasi identità, ossia al di fuori dello stesso essere uomo o donna. C’è un immenso lavoro culturale da fare per educare a questo senso della natura e della natura umana e spiace dover riconoscere che dentro la Chiesa e tra le comunità cristiane stesse l’importanza di questo punto è spesso trascurata.

Questo discorso sulla natura umana è un discorso laico, nel senso di una ragione restituita a se stessa. Spesso la ragione si perde per via. Allora è compito della fede intervenire. La fede nel Creatore aiuta la ragione a guardare meglio la natura. Ma essa lo fa con i propri strumenti, come ragione. La fede spesso aiuta la laicità ad essere tale. Viceversa: man mano che si perde la fede nel Creatore, anche la capacità della ragione di leggere la natura umana come una lingua che esprime un senso si allenta e perfino muore. Quando questo avviene, la ragione perde i lumi della ragione e non riconosce più nemmeno le proprie evidenze.

Tornando alla domanda iniziale, si può allora dire che la Chiesa ha un duplice compito rispetto al creato: riferirlo al Creatore e sostenere la ragione a vedere la natura, e la natura umana in particolare, come un messaggio circa cosa significhi essere persona umana. Per questo motivo il compito della Chiesa è un compito pubblico e non di una sétta di adepti che cercano una rassicurazione psicologica. Il riferimento al creato e alla natura umana conferisce alla Chiesa un diritto di cittadinanza a trattare di queste questioni in pubblico.

martedì 7 maggio 2013

“Fu Giulio il vero artefice del Concordato del 1984”


A Vatican Insider l’amico cardinale Silvestrini “Con quel documento l’Italia non era più un paese confessionale, ma si garantivano spazi e diritti alla Chiesa"

di Giacomo Galeazzi

"E' stato un grande statista, non si capisce la storia d'Italia del Novecento senza il ruolo fondamentale di Giulio Andreotti". A rendere omaggio al politico-simbolo della Dc è l'amico di una vita, il cardinale Achille Silvestrini, ex ministro vaticano degli Esteri e prefetto delle Chiese orientali, che per mezzo secolo è stato il più fedele referente Oltretevere del sette volte presidente del Consiglio. Un amico, un consigliere, un interlocutore, quasi una persona di famiglia. "Il mio primo pensiero oggi è stato per la carissima moglie Livia, che è stata sempre il suo angelo custode", afferma il diplomatico di lungo corso della Santa Sede.

Eminenza, chi è stato davvero Giulio Andreotti?

"Un eccellente esponente del cattolicesimo politico italiano. Un vero servitore dello Stato e un fedele figlio della Chiesa. Da quando era il braccio destro di De Gasperi e fino all'epilogo della Guerra Fredda, Andreotti ha elaborato e attuato una coerente strategia politica fondata sul senso dello Stato e la fedeltà ai valori cristiani. Mai in Vaticano sono venute meno la stima e la fiducia nei suoi confronti. E' stato l'uomo che avuto il coraggio e la forza, a cavallo tra i turbolenti anni '70 e '80, di condurre in porto il nuovo Concordato tra Stato italiano e Vaticano, il documento che ha sostituito quello del 1929, e che ha ridefinito il quadro dei rapporti tra le due sponde del Tevere".

Qual è il suo merito maggiore?

"Durante la Guerra fredda è stata determinante la sua vasta rete di contatti internazionali. Sullo scacchiere e negli annali resterà sopratutto quello che ha costruito nella storia tra Italia e Santa Sede. Ma fu molto importante anche la funzione discreta e competente svolta negli anni della ostpolitik come cerniera tra Oriente e Occidente. Conosceva personalmente tutti da Kissinger ai capi di governo dell'Europa comunista". 

Lei, come contatto-chiave nella città leonina dei governi italiani che si sono succeduti nel secondo dopoguerra, conosceva Andreotti dal 1953. Quando cominciò la vostra frequentazione?

"Nell'ultima parte del pontificato di Pio XII. Andreotti era collaboratore di De Gasperi e spesso interloquiva in Vaticano per conto del presidente del Consiglio. Io prestavo servizio in Segreteria di Stato. Da allora ci siamo sempre sentiti con regolarità e con crescente familiarità. Il suo capolavoro fu appunto la revisione del concordato, firmata il 18 febbraio del 1984. Fu decisivo il lavoro di quasi otto anni voluto tenacemente da Andreotti".

Nel post-sessantotto della legge sul divorzio e sull'aborto, il vecchio concordato appariva superato, ammuffito. Come intervenne Andreotti?

"Ha adeguato l'intesa ai tempi mutati senza stravolgerne lo spirito. Se nella forma e nel preambolo del protocollo, cadeva ogni riferimento all'Italia come Stato confessionale cattolico, nei diversi paragrafi del testo si garantiva spazi e diritti alla Chiesa e si apriva la strada al successivo accordo per il finanziamento al clero, attraverso l'otto per mille dell'Irpef. Mi vengono alla mente tanti ricordi personali che desidero tenere per me. Con il concordato del 1984, entrava in scena anche un nuovo protagonista, l'episcopato italiano, con il quale da allora lo Stato avrebbe dovuto trattare. E' merito di Andreotti aver voltato pagina. L'assoluta fiducia della Santa Sede nei suoi confronti trovò palese espressione nel pubblico abbraccio di Giovanni Paolo II durante la beatificazione di Padre Pio, quando Andreotti viveva il periodo più buio per le vicende giudiziarie poi terminate a suo favore. E, come lui stesso disse, trovò grande conforto in quel segno di vicinanza e apprezzamento del Pontefice".

Cronache dello scontro/incontro fra Islam ed Europa


Intervista al regista di “11 settembre 1683”, Renzo Martinelli

di Giuseppe Brienza

L’11 aprile è uscito nelle sale italiane “11 settembre 1683”, il film di Renzo Martinelli (Porzûs, Il mercante di pietre, Carnera) che ricostruisce la battaglia svoltasi quell’anno davanti a Vienna con la sconfitta delle forze turco-musulmane, in grande superiorità numerica, ad opera di quelle polacco-asburgico-italiane incaricate di difendere la cristianità europea. Molte sono le sequenze spettacolari che costellano il film, il quale rievoca meritoriamente un evento storico poco conosciuto ma significativo per la vicenda della civiltà occidentale.

La resistenza all’assedio di Vienna riuscì soprattutto grazie all’azione di mobilitazione del frate cappuccino Marco D’Aviano (1631-1699), al secolo Carlo Domenico Cristofori che, battagliero animatore della difesa dell’Europa cristiana seppe, nello stesso tempo, essere conciliante e rispettoso verso l’avversario. Gli islamici, invece, rappresentati dal gran visir Karà Mustafà, appaiono nel film fanaticamente orientati a perseguire a tutti i costi la vittoria finale che li avrebbe portati fino a Roma.

Quali problematiche ed incomprensioni ha dovuto affrontare per aver trattato un tema così scottante come quello del rapporto fra Islam ed Occidente. Il suo lavoro è stato criticato.

Il film mi sembra invece molto equilibrato.

Eppure altri settori della cultura cattolica hanno accolto entusiasticamente “11 settembre 1683”, per esempio lo scrittore Rino Cammilleri che, sul numero di aprile del “mensile di informazione e formazione apologetica”, "Il Timone"l’ha definito «film veramente epico, con una ricostruzione storica impeccabile».

Felice della risposta positiva da parte del mondo cattolico.

E da parte Islamica ha avuto qualche reazione o commento?

Nessuna.

Come nasce il suo interesse per padre Marco d’Aviano, il francescano cui il Papa fece ricorso nel 1683 per mettere d’accordo i principi cristiani ed affidare la difesa della capitale dell’Impero, Vienna, ad un condottiero non d’ascendenze nobiliari ma semplice montanaro come il polacco Jan Sobieskì?

L’idea è nata, dodici anni fa. Eravamo nella valle del Vajont e avevamo organizzato una insolita anteprima. Avevamo programmato di proiettare il film “ Vajont” direttamente sulla pancia della diga. Piccolo particolare: il giorno precedente la proiezione pioveva a dirotto. Io e il mio organizzatore generale, Roberto Andreucci, eravamo sotto una tenda militare e guardavamo costernati il nubifragio. Un tizio, che ancora non conoscevo, mi si era avvicinato. “ come va dott. Martinelli?” aveva chiesto. “ Non va…”avevo risposto. "Non c’è problema…” aveva replicato lui seraficamente. “Abbiamo pregato Padre Marco D’Aviano. domani spiove…”.
L’uomo si chiama Diotisalvi Perin. Grande devoto di Padre Marco D’Aviano. Incuriosito, avevo telefonato ad un mio amico storico. Era arrivato un fax: Marco D’Aviano, il difensore della cristianità alla battaglia di Vienna, il grande sacerdote cristiano che aveva salvato l’Europa dall’assalto delle truppe mussulmane, il taumaturgo che raccoglieva folle di venti, trentamila fedeli nelle piazze dove predicava. Ma, soprattutto, era arrivata una frase che aveva immediatamente acceso la mia curiosità di regista: un altro Undici Settembre. Il primo. Trecento anni fa….
Ecco. L’idea di “11 Settembre 1683” è nata quella notte. Nella valle del Vajont. Insieme alla voglia di rappresentare un mondo cristiano terribilmente simile a quello di oggi: stanco, rassegnato, diviso. Trecentomila musulmani contro settantamila cristiani.

Una curiosità, come mai ad un certo punto Marco D’Aviano predicando la difesa dell’Europa cristiana inizia a parlare in tedesco senza doppiaggio?

E’ accertato che padre Marco alternava italiano e tedesco nelle sue prediche.

venerdì 3 maggio 2013

Shanghai, diocesi forte e tribolata


Funerali di Stato per il vescovo Jin Luxian e arresti domiciliari per il suo successore Ma Daqin. Il primo onorato dal regime, il secondo accusato di ribellione alla patria. Con la Cina come agirà il nuovo papa? 

di Sandro Magister

La morte del vescovo di Shanghai Aloysius Jin Luxian (nella foto) ha riportato in primo piano il dramma della Chiesa cattolica in Cina e gli interrogativi sulla linea che adotterà il nuovo papa.
Jin era gesuita come Jorge Mario Bergoglio. È morto a 97 anni ed è stato grande protagonista della rinascita della diocesi di Shanghai dopo che il maoismo ne aveva fatto tabula rasa.

Ma solo nel 2005 si era riconciliato con Roma. A Shanghai era stato insediato come vescovo nel 1985 per volontà del partito comunista e senza l'approvazione del papa, al posto del suo eroico predecessore Ignazio Gong Pinmei, mandato in esilio dopo 33 anni di carcere e fatto cardinale da Giovanni Paolo II.
Anche Jin aveva passato molti anni in prigione e nei campi di rieducazione. Dove fu utilizzato come traduttore a servizio dello Stato, grazie alla sua padronanza delle lingue straniere.
Da giovane gesuita, infatti, Jin aveva studiato a Parigi e a Roma, aveva viaggiato in Germania e in Inghilterra. Anche per questo, uscito dal carcere, le autorità cinesi puntarono su di lui per farne un leader autorevole della Chiesa "patriottica" da esse creata in contrapposizione con Roma. E lui acconsentì.

Oggi la diocesi di Shanghai conta circa 150 mila cattolici, un centinaio di sacerdoti, numerose suore, 37 parrocchie, 140 chiese, una tipografia, una mensa per i poveri, una casa per anziani e altri servizi. Sorgono sul suo territorio il santuario mariano di Sheshan, meta di pellegrinaggi nazionali, e il principale seminario della Cina, dal quale sono usciti personalità come Giuseppe Zen Zekiun, poi divenuto vescovo di Hong Kong e cardinale, e Savio Hon Taifai, l'attuale segretario della congregazione "de Propaganda Fide".
Per ottenere tutto questo Jin si è destreggiato per decenni tra l'obbedienza alle autorità comuniste e la fedeltà alla Chiesa. I cattolici "sotterranei" non gli hanno perdonato questa doppiezza. Che invece è sempre stata additata come esemplare dai sostenitori di un compromesso col regime, un compromesso del tipo della "Ostpolitik" vaticana del dopoguerra con l'impero sovietico.

Nel 2005, quando Jin si riconciliò con Roma professando la sua obbedienza al papa, accettò un ridimensionamento del suo ruolo. La Santa Sede riconobbe come ordinario di Shanghai il vescovo "sotterraneo", non riconosciuto dal regime, Giuseppe Fan Zhongliang, anche lui gesuita, e retrocesse Jin al ruolo di ausiliare.
Essendo però entrambi molto anziani e malati, la Santa Sede assegnò loro anche un coadiutore con diritto di successione, il vescovo Giuseppe Xing Wenzhi, ordinato con l'accordo congiunto di Roma e Pechino.
Erano gli anni di un apparente disgelo. Le autorità cinesi avevano cessato di insediare dei vescovi privi del riconoscimento di Roma. E a sua volta la Santa Sede aveva moltiplicato gli sforzi per riportare all'unità le due comunità cattoliche cinesi, quella ufficiale e quella sotterranea. La "magna carta" di questa stagione fu la lettera del 2007 di Benedetto XVI ai cattolici della Cina.

Ma poi tutto è di nuovo precipitato. Oggi la situazione della Chiesa cattolica in Cina è bloccata da tre "pietre d'inciampo" che il prefetto della congregazione vaticana per l'evangelizzazione dei popoli, il cardinale Fernando Filoni, ha così descritto in un rapporto pubblicato sulla rivista "Tripod" del Holy Spirit Study Center di Hong Kong:

1. L’VIII Assemblea nazionale dei rappresentanti cattolici, organizzata dalle autorità di Pechino nel 2010, ha acuito il controllo dello Stato sulla Chiesa. In seguito c’è stato un accanimento verso il clero cosiddetto 'clandestino' perché aderisse all’Associazione patriottica, un’istituzione preposta al controllo della Chiesa in Cina al fine di renderla indipendente dalla cattolicità e dal papa. In pari tempo, la medesima Associazione ha accresciuto il proprio controllo anche sulla comunità cosiddetta 'ufficiale', cioè sui propri vescovi, clero, luoghi di culto, finanze, seminari.

2. Il controllo rigoroso sulle nomine dei vescovi ha portato alla scelta di candidati spesso discutibili, quando non moralmente e pastoralmente inaccettabili, sebbene graditi alle autorità politiche.

3. Le consacrazioni episcopali, sia legittime sia illegittime, sono state forzate attraverso l’intromissione nei riti di vescovi illegittimi, creando drammatiche crisi di coscienza, sia nei vescovi consacrati, sia nei vescovi consacranti. […] Alcuni vescovi e sacerdoti sono segregati o privati della propria libertà, come recentemente è avvenuto nel caso del vescovo Ma Daqin di Shanghai. […] Il controllo sulle persone e sulle istituzioni si è acuito e si ricorre sempre più facilmente a sessioni d’indottrinamento e a pressioni".
L'epicentro di questo riacutizzarsi della crisi tra Roma e Pechino è stata proprio la diocesi di Shanghai.

Nel 2012, inspiegabilmente, il vescovo coadiutore di Shanghai si è dimesso. Al suo posto la diocesi ha scelto un nuovo coadiutore con diritto di successione nella persona di Taddeo Ma Daqin, ordinato vescovo il 7 luglio sia col mandato del papa che con l'approvazione del governo.
Ma all'atto dell'ordinazione, Ma Daqin ha dichiarato di non voler più aderire all'Associazione patriottica, di cui faceva parte, ritenendola incompatibile col suo ministero di vescovo, secondo le indicazioni della lettera di Benedetto XVI del 2007. E per questo è stato immediatamente punito. Le autorità lo hanno confinato e isolato nel seminario di Sheshan e la sedicente conferenza episcopale cinese istituita dal regime gli ha revocato il titolo di vescovo coadiutore di Shanghai.

Ma Daqin ha resistito impavido. La Santa Sede ne ha preso fermamente le difese. Monsignor Hon, il segretario "de Propaganda Fide", ha dichiarato che "nessuna conferenza episcopale, in nessuna parte al mondo, ha il potere di cancellare il mandato pontificio. Tanto più in questo caso, in cui la 'conferenza' non è riconosciuta. Per questo rimane fermo per noi che Ma Daqin è il vescovo di Shanghai".

E dopo la morte di Jin lo sarebbe a tutti gli effetti, in quanto suo successore designato. Ma le autorità cinesi nemmeno gli hanno concesso di partecipare al funerale, lo scorso 29 aprile. Pare che nell'occasione lo abbiano trasferito in isolamento a Pechino.
Come papa Francesco si muoverà su questo terreno minato?
Confermerà la linea di fermezza adottata negli ultimi anni dalle autorità vaticane? Oppure aderirà a una linea più disposta al compromesso, come quella impersonata da Jin?

Uno dei più decisi sostenitori della linea della fermezza è il cardinale Zen. Mentre tra i fautori del compromesso c'era il cardinale Ivan Dias, predecessore del cardinale Filoni come prefetto della congregazione per l'evangelizzazione dei popoli.
Oggi in Vaticano – in congregazione come nella segreteria di Stato – prevale la linea di Zen, sia pure senza le punte battagliere tipiche di questo cardinale.
Ma anche la linea del compromesso continua ad avere i suoi fautori, prevalentemente all'esterno ma con addentellati dentro la curia.
Il cardinale Zen, in un polemico scritto pubblicato un anno fa su "Asia News", ha chiamato per nome due di questi suoi avversari, criticandoli duramente.

Il suo primo bersaglio è stato la Comunità di Sant'Egidio.
E il secondo Gianni Valente, lo specialista della Cina per "30 Giorni", una prestigiosa rivista internazionale dell'orbita di Comunione e Liberazione, che ha cessato le sue pubblicazioni la scorsa estate.
Zen accusò entrambi di voler ripristinare con la Cina la "fallimentare" diplomazia dell'Ostpolitik. Quando invece "il vero bene per la Chiesa in Cina non è di continuare a mercanteggiare con organismi non solo estranei ma chiaramente ostili alla Chiesa, ma di mobilitare vescovi e fedeli a disfarsi di questi".

Un aspetto curioso di questa polemica è che la Comunità di Sant'Egidio godeva di benevolenza e di ascolto da parte di Benedetto XVI e del suo segretario Georg Gänswein.
Mentre Gianni Valente – che oggi lavora all'agenzia "Fides" della congregazione per l'evangelizzazione di popoli – è amico da anni di Jorge Mario Bergoglio, assieme a sua moglie Stefania Falasca, anch'essa ex redattrice di "30 Giorni".
Un'amicizia così forte che Bergoglio telefonò loro la sera stessa della sua elezione a papa.

Messori: “Il Vaticano non è il posto migliore per rimanere nascosto”


di Andrea Tornielli

«Lo dico con tutta la stima e l’affetto che ho per Benedetto XVI: aveva detto di voler rimanere nascosto al mondo dopo la sua rinuncia. Ho qualche dubbio che il Vaticano sia il luogo migliore perché questo proposito si avveri...».

Lo scrittore Vittorio Messori, autore di best-seller e intervistatore di due Papi commenta così l’inedita situazione che da ieri vive il Vaticano, dove risiedono a poca distanza uno dall’altro il Pontefice regnante Francesco e il suo predecessore Benedetto XVI.

Vede all’orizzonte problemi di coabitazione?

«Non è questo che mi lascia dubbioso, sia Bergoglio che Ratzinger sono due persone umili. Ciò che già a suo tempo mi aveva sorpreso è stata la decisione di Benedetto XVI di rimanere nel “recinto di San Pietro”. Se il Papa emerito vuole rimanere “nascosto al mondo” forse non dovrebbe abitare nel luogo più visibile del mondo, cioè il Vaticano...».

È stato spiegato che c’erano ragioni di sicurezza, che così viene garantita al Papa emerito la privacy.

«Forse si poteva garantire la stessa privacy in qualche monastero lontano da Roma, con una normale sorveglianza. Ora, vista l’abitudine di Francesco di muoversi a piedi, capiterà che il Papa e il suo predecessore si incontrino, magari nei giardini vaticani».

E che problema c’è se si incontrano? Le immagini della visita di Francesco a Benedetto a Castel Gandolfo hanno mostrato due uomini a loro agio l’uno con l’altro.

«Ricordo sempre questo motto di Casa Savoia. “Qui si governa uno alla volta”. L’impressione che si può ricavare dall’esterno è che l’emerito possa in qualche modo influenzare, suo malgrado, il successore».

Non crede che Ratzinger sarà assolutamente discreto per evitare questo rischio?

«La situazione è assolutamente inedita e l’idea dell’emerito che viene considerato come il “consigliere” non mi piace, anche se so che non è nello stile di Ratzinger».

Non pensa che proprio la sistemazione nell’ex monastero in Vaticano sia garanzia di isolamento?

«Quel monastero di clausura fu voluto da Giovanni Paolo II, che desiderava avere accanto a sé delle suore che pregassero per le intenzioni del Papa, che considerava importante il loro essere lì, a due passi dall’appartamento papale. Ora, la decisione di accogliere Benedetto XVI e la sua “famiglia” in questo luogo, mettendo fine al succedersi di diverse comunità monastiche, non vorrei che facesse passare l’idea che le suore di clausura sono state fatte sloggiare per far spazio al Papa emerito».

giovedì 2 maggio 2013

I cattolici e quel buchino nella diga


di Mario Palmaro

Giustamente il direttore della Nuova Bussola Quotidiana ha espresso su queste pagine con molta chiarezza tutte le sue perplessità di fronte a una strana posizione che nel mondo cattolico italiano va facendosi strada in materia di unioni gay. Si tratta di una nuova dottrina che si può riassumere nello slogan: no al matrimonio tra omosessuali, ma sì al riconoscimento dei diritti civili e di forme di unioni diversamente denominate.

Ora, la faccenda è di notevole portata, quando si pensi che a sostenere questa posizione sono, fra gli altri, monsignor Vincenzo Paglia, monsignor Piero Marini, il quotidiano della CEI Avvenire, il portavoce della sala Stampa vaticana padre Federico Lombardi, il filosofo del diritto e presidente dell’Unione Giuristi cattolici Francesco D’Agostino.

Fino a qualche decennio fa, quando fra i cattolici qualcuno sbandava e la sparava grossa, ce la si cavava dicendo: beh, è una posizione isolata, è una voce stonata fuori dal coro. Succedeva così con i teologi ribelli, le comunità di base, i preti operai, i frate mitra, i cattocomunisti del regime sandinista, i moralisti dell’università di Nimega, eccetera eccetera. Adesso il quadro si è fatto più complicato, e di fronte alla presa di posizione che caldeggia forme di riconoscimento delle unioni diverse dal matrimonio, nessuno può più cavarsela dicendo che si tratta di sparate solitarie. Anzi: i solitari rischiano di diventare quelli che a tali posizioni aperturiste provano a opporsi.

Qui assistiamo a un fenomeno organico: dopo aver sostenuto per decenni che non c’era alcun bisogno di legiferare per tutelare le persone omosessuali o eterosessuali conviventi more uxorio – ragioni riassunte in modo cristallino da Gianfranco Amato sempre su queste pagine – tutt’a un tratto il mondo cattolico italiano ufficiale fa marcia indietro, e scopre che invece la tutela ci vuole, e che bisogna fare una legge in materia.

Era giusta la posizione precedente, o quella attuale? Il principio di non contraddizione impedisce di ammettere che siano entrambe vere, poiché sono intrinsecamente alternative e contraddittorie fra loro. Per quale ragione Avvenire e i giuristi di area cattolica prima liquidavano i Dico del Governo dei “cattolici” Prodi-Bindi come un mostro inaccettabile, e adesso invece invocano soluzioni giuridiche che ripercorrono quella strada? Che cosa è successo? Semplice: sta per essere girata una nuova puntata della telenovela cattolica dedicata al cosiddetto male minore.

Da una decina d’anni, la dottrina del male minore si è impossessata come un demone di importanti fette del mondo cattolico. In base a questa strategia, i cattolici in politica - e gli organi di informazione e formazione che li spalleggiano – non devono più “limitarsi” (sic) ad affermare i principi non negoziabili opponendosi alle iniziative legislative che li negano, ma devono assumere l’iniziativa legislativa promuovendo leggi che affermano quei principi solo in parte, ma che impediscono l’approvazione di leggi peggiori.

La madre di tutte le battaglie per il male minore è stata quella sulla fecondazione artificiale: gli esponenti dell’ex Pci – sinceramente non mi ricordo se all’epoca si chiamassero Pds, Ds, o Pd – promossero una legge che avrebbe legalizzato i bambini in provetta ammettendo sia la fivet omologa che quella eterologa, e adottando una linea estremamente permissiva. A quel punto, i cattolici produssero un documento che definiva “buona” una legge che avesse vietato la fecondazione artificiale eterologa. Tra i promotori principali di quel manifesto si segnalò il professor Antonio Maria Baggio, lo stesso intellettuale cattolico che l’altro giorno ha salutato la nomina di Emma Bonino a ministro degli Esteri dicendo: “Vorrei sottolineare, per esempio, l’inserimento della signora Bonino nel governo, posta in un luogo come gli Esteri, che lei ha sempre vissuto in chiave soprattutto di diritti umani e di diritti dei popoli piuttosto che di rapporti tra gli Stati. Anche questa, vorrei sottolineare, è una scelta che a me sembra positiva».

La conseguenza operativa di quel manifesto fu la legge 40 del 2004, che fu presentata dai mass media come “la legge cattolica sulla fecondazione artificiale”, e culturalmente divenne anche sul piano morale “la via cattolica alla provetta”. Sappiamo che la legge da allora è oggetto di un’operazione di smantellamento giudiziario, al quale il mondo cattolico si oppone con particolare tenacia. Al punto che la fivet omologa viene presentata come buona, e quella eterologa come cattiva. Con il fenomeno legge 40 si compiva una svolta epocale nel modus operandi del mondo cattolico: si accettava di lavorare a favore di leggi di compromesso, allo scopo di limitare i danni, rinunciando a combattere sul piano giuridico, politico, culturale, morale e teologico per proclamare la verità tutta intera su una questione cruciale di rilevanza pubblica. Non a caso la legge 40 fotografava la prassi clinica in atto all’ospedale “cattolico” San Raffaele, il cui comitato etico sosteneva già nel 1996 che la fivet omologa senza embrioni soprannumerari fosse conforme alla dottrina cattolica sulla procreazione. Tesi smentita – anche se non pubblicamente – dalla Congregazione per la dottrina della fede.

Una seconda puntata di quella telenovela venne girata nell’autunno del 2008, quando, sotto la spinta del caso Englaro - che avrebbe avuto il suo tragico epilogo nel febbraio del 2009 – il presidente della Conferenza Episcopale cardinale Angelo Bagnasco decise un altro cambiamento di rotta: sì al testamento biologico, ribattezzato Dichiarazioni anticipate di trattamento, le famose Dat. Ogni studioso di bioetica sa che gli autori cattolici sono sempre stati contrari all’uso di questo strumento. Quindi anche in questo caso si assisteva allo sdoganamento politico e giuridico di una soluzione – quella delle Dat – che fino a pochi giorni prima di quel discorso della Cei era totalmente osteggiato dal mondo cattolico. La legge fu sostenuta con furore dagli ambienti cattolici ufficiali, ma non passò a causa della crisi del Governo Berlusconi. Anche in questo caso, il risultato è stato che il testamento biologico viene presentato nel mondo cattolico come uno strumento buono, auspicabile, e perfino necessario.

Il caso della giravolta dottrinale sulle unioni gay si può comprendere solo dentro a questo scenario. Anche in questo caso, i cattolici temono – e hanno ragione – che la massa di deputati del Pd, di Sel, dei grillini, insieme a spezzoni dei laici del Pdl e di Scelta Civica, votino una legge sui gay del tutto simile a quella francese. Ed ecco il “colpo di genio”: prendere l’iniziativa, promuovendo una legge che riconosca alcuni diritti civili, che permetta anche di regolamentare le unioni fra persone dello stesso sesso, rimuovendo l’aspetto sessuale-affettivo del legame, e permettendo a chiunque – quindi anche ai gay – di beneficiare di tale normativa. In questo modo – pensano questi autorevoli cattolici – eviteremo che si usi a sproposito il termine matrimonio, e impediremo le adozioni da parte di persone conviventi dello stesso sesso.

Come si vede, la logica è sempre la stessa: la linea del Piave morale non è più tracciata da principi invalicabili proclamati anche con l’azione politica e giuridica. Non ci si assesta più su posizioni intransigenti, del tipo: no al divorzio, no all’aborto, no ai bambini in provetta, no all’eutanasia, no al riconoscimento dell’omosessualità come valore che genera uno status giuridico. Per carità, queste posizioni non sono apertamente negate. Semplicemente, scompaiono dal dibattito pubblico. Il politico di riferimento, al quale i cattolici hanno appaltato i temi eticamente sensibili, su questi principi tace. E diventa molto loquace nel sostenere le soluzioni di compromesso – ovviamente lodate come punto di equilibrio alto e civile – che verranno sostenute in sede parlamentare. Dunque la linea del Piave morale per i cattolici si sposta continuamente: in un certo momento coincide con il rifiuto dei matrimoni gay; in un momento successivo, arrivate le nozze gay, coincide con il rifiuto delle adozioni per i gay; in un momento ancora successivo, giunte le adozioni, il politico cattolico sposta la trincea al punto in cui si richiede che i gay siano conviventi da almeno cinque anni, e facciano la raccolta differenziata correttamente e allevino un cucciolo di cane da almeno tre. E così via.

Insomma: al mondo cattolico sta accadendo quello che succede, da sempre, ai partiti politici, in special modo di sinistra: la “linea” del comitato centrale sostituisce e si mangia la dottrina ideologica, modificandola in continuazione. Per il militante del Pci italiano, nel 1956 i carri armati sovietici in Ungheria vanno bene, nel 1968 quelli a Praga vanno già meno bene; nel 1978 i carri armati in Polonia non vanno più bene; nel 2013 il militante ex comunista dichiara: “quali carri armati?”

Ovviamente, con riferimento alla Chiesa cattolica non stiamo parlando di una ideologia, ma di una dottrina divinamente ispirata, fondata sulla Tradizione e sulla Sacra Scrittura. Il nostro è solo un ragionamento analogico, per capirci. Questa è la ragione per cui il cattolico – peggio se è un intellettuale, o un giornalista, o perfino un politico – che oggi insista a testimoniare pubblicamente la non negoziabilità di certi principi, finisce in fuorigioco, fa la fine del classico giapponese che combatte nell’isola del Pacifico una guerra che non c’è più.

Ma almeno, uno potrebbe chiedere, questa “dottrina del male minore” porta davvero dei risultati? Sì: il disastro. Quando ero bambino, mio padre mi ripeteva spesso l’apologo della diga. Per quanto grande e robusta possa essere una diga – mi diceva – se in quel cemento armato si apre un piccolo forellino, e l’acqua comincia a passarci attraverso, è solo questione di tempo, e prima o poi la diga viene giù tutta quanta. Ecco, la dottrina del male minore ignora che ogni concessione fatta pubblicamente al male e alla menzogna è un buco nella diga della verità. Prima o poi, tutto è travolto dalla logica, distruttiva, del compromesso.

La Beata Elisabetta della Trinità, lode della gloria di Dio


di Silvio Brachetta

Non è semplice interpretare e praticare quanto scrive l’Apostolo san Paolo nelle sue Lettere. Se ne accorse da subito san Pietro, ad esempio, che riscontrò in esse «alcune cose difficili da comprendere» e si lamentò di come «gli ignoranti e gli instabili» le travisassero, «al pari delle altre Scritture, per loro propria rovina» (2Pt 3, 16). Ci sono due modi, essenzialmente, per assimilare quanto insegna l’Apostolo delle genti: o affidarsi alla guida sicura del Magistero della Chiesa, o meditare sulla vita e sulla predicazione dei santi, che in san Paolo non hanno mai incontrato un ostacolo, ma piuttosto un modello per l’edificazione personale e per la sequela Christi.
Una delle interpreti paoline più credibili fu la beata carmelitana francese Élisabeth de la Trinité - suor Elisabetta della Trinità (1880-1906) - che nel suo epistolario citò diffusamente l’Apostolo. Ma lo citò perché lo comprese in profondità e riuscì ad incarnarne eroicamente la dottrina. La suora - al secolo Élisabeth Catez - sottomise se stessa alla volontà divina e, nell’accettazione decisa delle umiliazioni e delle sofferenze quotidiane, pervenne in breve alla condizione di olocausto vivente. Finché si spense, a soli ventisei anni, vittima del morbo di Addison (a quel tempo incurabile) che le aveva compromesso gravemente le funzioni metaboliche. Si tratta in genere di una morte orribile, poiché il malato, in assenza di cure adeguate e di cibo, muore di fame. Elisabetta fu beatificata il 25 novembre 1984 dal pontefice Giovanni Paolo II.

Eroicità dei sacrifici quotidiani

Il sacerdote carmelitano Juan De Bono, giunto in Italia da Malta, la scorsa estate ha diffusamente parlato della beata Elisabetta della Trinità, durante gli esercizi spirituali che l’Ordine dei carmelitani scalzi tiene annualmente presso la Casa incontri diocesana a Roverè (Verona). Padre De Bono è autore, tra l’altro, di un libro dedicato alla beata. Si tratta di una rielaborazione della sua tesi di laurea, a conclusione degli studi teologici. Durante gli studi, il padre venne a conoscenza della vicenda umana e degli scritti di suor Elisabetta. Ne restò affascinato al punto da dedicarle buona parte del proprio tempo, recandosi anche in Francia per reperire le fonti necessarie alla stesura della tesi.
La beata - è questa la sua peculiarità - realizzò in modo eccellente la “piccola Via”, proposta dalla più celebre coetanea santa Teresa di Lisieux (1873-1897), che consiste nell’accettazione eroica dei sacrifici quotidiani, per piccoli e banali possano apparire. Ma non sono per nulla banali dinnanzi a Dio, poiché per essi si giunge alla salvezza allo stesso modo in cui vi giunsero i martiri, passati in modo cruento e repentino da questo mondo alla gloria celeste. Piccoli e grandi sacrifici, immagine del supremo sacrificio del Crocifisso, richiedono in realtà una medesima virtù eroica che, in genere, è concessa dalla grazia solo ai penitenti. Questi, perseverando nella preghiera e nei sacramenti, pervengono presto o tardi alla perfezione, perché corrispondono ai doni dello Spirito Santo mediante una libera scelta della propria volontà e ottengono così dalla grazia un rafforzamento di ogni virtù, posta dalla Provvidenza nell’uomo come capacità di realizzare il volere del Padre.
Invano si cercherebbe qualcosa di sbalorditivo o miracoloso nella vicenda della beata carmelitana, perché realizzò la piccola Via” nel nascondimento e nella sottomissione al volere divino. Così come Maria Santissima, Madre di Dio, si può ben dire che ella custodì tutte le proprie esperienze «meditandole nel suo cuore» (Lc 2, 19).

Conversione della mente e del cuore

Eppure, fino all’età di sette anni, la piccola Sabette - così era chiamata Élisabeth dai familiari - non sembrava promettere nulla di particolare: padre De Bono riferisce di un carattere collerico, capriccioso, anche se riconducibile alla sua «forte sensibilità». La sorella Guite (diminutivo familiare di Marguerite) ammise, nei propri ricordi, che «Elisabetta è stata molto ardente e sensibile». E aggiunse: «lei ha avuto una natura da combattere; molto vivace, delle vere collere. Molto diabolica». Anche il Vicario parrocchiale della città francese di residenza dei Catez (Digione) affermò che Sabette, con il suo carattere, non sarebbe che potuta divenire «un angelo o un demonio».
Optò decisamente per il paradiso dopo la morte del padre, Joseph Catez, che gli spirò tra le braccia. Un infarto improvviso troncò l’affetto paterno e recise pure in lei la convinzione infantile che la realtà possa essere manipolata a piacimento dai nostri capricci. La forte volontà della bimba, per nulla fiaccata dall’episodio, mutò però bruscamente orientamento: con «determinata determinazione» - virtù, ad esempio, di santa Teresa d’Avila riformatrice del Carmelo, come pure di altri grandi santi - dirottò il proprio affetto su Gesù Cristo che, da allora, considerò come il suo «amato Sposo e Signore».

Musicista di Dio e seguace paolina

Durante l’adolescenza Elisabetta avrebbe volentieri abbandonato il mondo per entrare in clausura al convento carmelitano di Digione. Ma la madre, Marie Rolland, aveva per lei ben altri progetti: il matrimonio - senz’altro - e un avvenire da musicista. Per questo la giovane fu iscritta al Conservatorio cittadino e rivelò ben presto doti musicali non comuni. Non solo, ma tramite la disciplina del solfeggio e la comprensione profonda degli Autori, ella riuscì a «trasformare poi il contenuto» degli spartiti «in prassi di vita». «Lei è morta da musicista» - precisa Padre De Bono - «nel senso che trasformò se stessa in musica e quello che suonava era Dio». La sensibilità musicale pervase l’intera vita della beata carmelitana, tanto nelle vicende quotidiane, quanto in ciò che lasciò per iscritto: «un po’ come si dice di Vivaldi» - riflette in un suo libro mons. Mariano Magrassi, altro grande studioso della beata - Elisabetta «ha scritto la stessa musica, sempre con note diverse».
E a proposito degli scritti (epistole, in gran parte), Padre De Bono ce li presenta infarciti di citazioni bibliche, delle quali poco meno della metà riportano passi delle Lettere di san Paolo. Suor Élisabeth scrive ed incarna l’insegnamento paolino nelle tematiche più importanti. L’ispirazione maggiore - a parere di Juan De Bono - giunse a suor Elisabetta dal passo paolino di Ef 1, 11-12: «In lui [in Cristo, ndr] siamo stati fatti anche eredi […] perché noi fossimo a lode della sua gloria […]». A lode della sua gloria, in laudem gloriæ ipsius. Ebbene, questa vocazione - la vocazione di essere la lode della gloria di Gesù Cristo - «coincide perfettamente con l’aspirazione più profonda» dell’ideale della beata, dice padre De Bono. Tanto che Elisabetta, a partire dai due anni prima della morte, firmerà spesso lettere e poesie proprio con lo pseudonimo “laudem gloriæ”. Non si tratta di parole retoriche, poiché ella «non scrive dei veri trattati spirituali, ma racconta esperienze di vita».

“I miei Tre”

Nel 1901, al compimento del ventunesimo anno di età, Elisabetta finalmente riesce ad ottenere dalla mamma il consenso di poter accedere al Carmelo di Digione. La superiora del convento, madre Germana di Gesù, le fu di grande aiuto per l’itinerario spirituale, sia durante il noviziato che nell’ultimo triennio da suora effettiva. Elisabetta riesce anche a diventare confidente di suor Anna Maria del Bambino Gesù, «considerata dalle consorelle come una psicopatica e un’amante della vita comoda». Proprio dal forte legame con madre Germana e suor Anna Maria, Elisabetta seppe sviluppare una «concezione trinitaria dei rapporti» con le persone. Citando un testo del teologo Antonio Maria Sicari, padre De Bono conferma la convinzione di suor Élisabeth, secondo cui «la vera lode di gloria della Trinità viene cantata sulla terra quando tra persone coinvolte nello stesso desiderio, si realizzano legami di tipo trinitario» e, dunque, tra le tre carmelitane «si è riprodotto sulla terra» il «mistero dei Tre». E così anche nella preghiera, la beata Elisabetta si rivolgeva a Dio chiamandolo «i miei Tre», alludendo appunto al mistero della Trinità. Per tutto il tempo che rimase al Carmelo - quindi fino alla morte - la beata offrì ogni sua sofferenza o mortificazione come olocausto a Dio, immolandosi assieme a Gesù Crocifisso. Confessò quindi e seppe realizzare l’esperienza di san Paolo: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2, 20). Nell’agonia volle offrirsi al Padre come un’ostia - conclude don Juan - e pervenne al mistero della «predestinazione»: non per la salvezza o per la dannazione, ma per «essere conforme al Figlio» (Rm 8, 29). L’ultimo scritto suor Elisabetta lo redasse per l’amata priora, madre Germana. Le disse, tra l’altro: «[…] la piccola ‘lode di gloria’ non canterà più sulla terra […] Il Signore la ama enormemente. Non le dice come a Pietro “Mi ami più di costoro?” (Gv 21, 15) Madre ascolti quello che le dice: “Lasciati amare”! “Lasciati amare più di costoro”: questa è la sua vocazione».


Per approfondire:
Elisabetta della Trinità, Scritti, OCD 2006
De Bono Juan, Elisabetta della Trinità, LEV 2002