martedì 29 aprile 2008

Euro-pa, ovvero il Paese dell’Euro

Tempi duri per questa parodia dell’Europa - anticristiana, antiumana o disumana - che ha le proprie fondamenta legislative sul danaro e su un inconsistente pensiero tardo illuminista.
Ovvero sul nulla, sull’hebel, sul vapore.
Ufficialmente viviamo in una Comunitàeconomica” - non sociale, non culturale, ma economica - che è l’evento fondante. L’aggettivo “europea” definisce ormai solo il nome di una zona geografica, non va dimenticato. [leggi tutto]
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silvio

lunedì 28 aprile 2008

Un Santo da “toccare”. Come si conviene ai semplici

Ricevo da Sebastiano Mallia - blog Labre e sito Et-Et - la consueta segnalazione di un articolo di Vittorio Messori.
Lo pubblico qui di seguito:

«Comprendo bene lo sconcerto, se non la repulsione, di molti laici e increduli davanti a un santo come padre Pio e alle forme e ai modi del suo culto.
Dirò di più: mi sentirei solidale con loro, quelle sensazioni di stupore infastidito sarebbero anche le mie, se le vicende della vita non mi avessero portato ad una prospettiva cristiana. Anzi, cattolica: in effetti, una simile devozione può essere compresa dalle Chiese greco-slave, seppur con sfumature diverse, ma è aborrita dalle confessioni cristiane che si richiamano alla Riforma
.» [leggi tutto]
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silvio

domenica 27 aprile 2008

I diritti umani basati sulla legge naturale

«I diritti umani sono sempre più presentati come linguaggio comune e sostrato etico delle relazioni internazionali. Allo stesso tempo, l'universalità, l'indivisibilità e l'interdipendenza dei diritti umani servono tutte quali garanzie per la salvaguardia della dignità umana. È evidente, tuttavia, che i diritti riconosciuti e delineati nella Dichiarazione si applicano ad ognuno in virtù della comune origine della persona, la quale rimane il punto più alto del disegno creatore di Dio per il mondo e per la storia. Tali diritti sono basati sulla legge naturale iscritta nel cuore dell'uomo e presente nelle diverse culture e civiltà. Rimuovere i diritti umani da questo contesto significherebbe restringere il loro ambito e cedere ad una concezione relativistica, secondo la quale il significato e l'interpretazione dei diritti potrebbero variare e la loro universalità verrebbe negata in nome di contesti culturali, persino religiosi differenti.»
Benedetto XVI
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roberto

Chiesa in Cina


意大利全国华人天主教会
第一届大会与聚会祈祷邀请函
五月二十四日普世教会为中国祈祷日2008年

1ª CONVOCAZIONE DEI CATTOLICI CINESI
Giornata di preghiera per la Chiesa in Cina

Roma 24-25 maggio 2008

© Centro Italia-Cina

sabato 26 aprile 2008

Pensiero della Domenica - 42

A cura del sito “Vie dello Spirito

VI^ dopo Pasqua - 27/04/2008

Osservate i miei comandamenti...

Siamo già alla VI^ domenica di Pasqua; si avvicina ormai la partenza definitiva di Gesù che ritorna al Padre (4 Maggio p.v) e questi ultimi giorni vengono impiegati dal Maestro per confermare nella fede i suoi amici, gli Apostoli.
Ora sono convinti che Lui non è un fantasma. Lo hanno toccato, hanno mangiato insieme. [leggi tutto]
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Don Lucio Luzzi

venerdì 25 aprile 2008

Il “cemento” dell’amore

Il Professor Vito Piepoli ci fa dono di un’altra sua riflessione, pubblicata su “Rinascimento Popolare” (n.2, Aprile - Giugno 2007), periodico del Centro Internazionale Studi Sturzo.
Si tratta di un ragionare sull’amore umano, certamente, ma scrutando le pieghe del “Mistero”.
Il “Mistero” dell’amore, beninteso, che per essere anche solo investigato non può non riferirsi al soprannaturale - al “Maestro” dell’amore, il Cristo.
Di seguito l’articolo:

«E’ possibile amarsi per tutta la vita?
L’amore è eterno? Dura nel tempo o è nell’istante che è l’unica eternità che ci è dato di sperimentare?Si vorrebbe parlare di amore vero non di quello che si trova spesso in giro che è tutto finto, contraffatto. La spinta che ti toglie la ragione e che non controlliamo, che però ti accende tutte le tue percezioni facendoti diventare un sensore dell’universo, potrebbe durare.» [leggi tutto]

giovedì 24 aprile 2008

Un testimone del XX secolo

È deceduto, all’età di 89 anni, il teologo gesuita belga Jean Galot.
L’Osservatore romano ne fa un breve ritratto.
Per dare un’idea dello spessore intellettuale dello studioso, riporto un’intervista che concesse a Gianni Valente per 30 Giorni (luglio/agosto 2000, p. 62-66).
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silvio

Contrappasso

«Al direttore - I comunisti sono spariti, se li saranno mangiati i bambini. Saluti.»
Modesto Celia, Il Foglio (a. XIII, n.109, p.4)

mercoledì 23 aprile 2008

Laicità e amanuensi

Segnalo due articoli de L’Osservatore romano di oggi.
Il primo dà un’idea dell’origine e del significato della parola “laico”.
Il secondo riguarda proprio noi amanuensi - informatici sì, ma pur sempre amanuensi. Anche noialtri, aihmè, abbiamo un “diavoletto” protettore, di nome Titivillus.
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silvio

Eucaristia pane di vita

Videopensiero a cura di don Lucio Luzzi


martedì 22 aprile 2008

Ruini e le Comunicazioni sociali

A proposito della “laurea honoris causa” in Comunicazione sociale, conferita al cardinal Camillo Ruini, sono da ricordare alcune riflessioni contenute nella “Lectio magistralis”, pronunciata dal neo-dottore.

Ruini si accorse - tra pochi - che la Chiesa dei primi anni ’80 del secolo scorso avrebbe dovuto «migliorare e sviluppare le proprie capacità di essere presente nel mondo dei media».
Sarebbe stato, cioè, opportuno realizzare quel particolare settore del Magistero (specialmente petrino), che si occupa della comunicazione sociale e, in particolare, dei mezzi di comunicazione (media).
Tale magistero trovò una formulazione autorevole nel documento conciliare Inter mirifica. [continua a leggere]
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silvio

lunedì 21 aprile 2008

Il cardinal Trujillo, onore della Colombia e della Chiesa

È morto - per modo di dire - il cardinale colombiano Alfonso López Trujillo, Presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia.
Lascia la Chiesa militante per quella trionfante - per questo speriamo e preghiamo il Signore con certa fiducia.

Il nome di Trujillo è divenuto abbastanza noto (vogliamo dire epico?) per lo zelo dimostrato nel difendere la dottrina morale della Chiesa. In altre parole, il cardinale ha difeso la causa della vita umana e della famiglia, tanto care alla predicazione apostolica di ogni tempo.
Il suo programma pastorale può essere riassunto in queste parole: «
La vita è un dono sacro di Dio! Nessuno può infliggere la morte a chi è amato e chiamato alla vita da Dio stesso.» (Manila, gennaio 2003).
Per approfondimenti, consiglio di dare un’occhiata
qui, qui, qui e qui.
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silvio

Grazie

I fratelli del sito Vie dello Spirito ci hanno fatto dono di una videopresentazione di Sivan.
Non riuscendo adeguatamente ad esprimere la nostra gratitudine - per il tempo del quale si sono privati a nostro beneficio - affidiamo loro e l'opera loro alla benedizione di Dio.


domenica 20 aprile 2008

Pensiero della Domenica - 41

A cura del sito “Vie dello Spirito

V^ dopo Pasqua - 20/04/2008

Non sia turbato il vostro cuore

Stiamo percorrendo i quaranta giorni che ci portano, con l’Ascensione, alla definitiva partenza di Gesù, che ritornerà, terminata la sua missione, al Padre.
Gli Apostoli sono ormai quasi del tutto convinti che il Maestro è risorto ed ha sconfitto la morte. Ma aumentano le perplessità. Perché Gesù non si ferma a fervorini di incoraggiamento, ma indica chiaramente la missione che i suoi discepoli devono compiere. [continua a leggere]
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Don Lucio Luzzi

venerdì 18 aprile 2008

“Caro Ferrara, hai già fatto un miracolo”

Stefano Lorenzetto, da Il Giornale del 17/04/2008

«Caro Giuliano, fratello mio. Non fa niente. Va bene anche così.
Hai combattuto la buona battaglia, hai terminato la tua corsa, hai conservato la fede anche di chi, come me, ne ha davvero poca. Tu, un non credente.
Sei riuscito a ottenere più di quanto potessero sperare i 135.578 che ti hanno votato: rimettere al centro della scena i diritti di chi non ha voce. Sarai ricordato, per questo.
Mi sei sembrato la reincarnazione del Peppone di Gino Cervi, in quella posa studiatamente facinorosa del comiziante che restituisce i pomodori dal palco di Bologna: il gesto eroico da fromboliere, il labbro arricciato. [continua a leggere]

venerdì 11 aprile 2008

Pensiero della Domenica - 40

A cura del sito “Vie dello Spirito

IV^ dopo Pasqua - 13/04/2008

“Eravate erranti come pecore...”

Gesù, nel suo insegnamento, si è servito per spiegare grandi ed eccelse verità di esempi comprensibili a tutti, come le parabole, ed ha portato similitudini dove Lui si impersona in figure identificabili per gran parte della gente.
La pastorizia era molto diffusa in Palestina. Vaste torme di pecore pascolavano sui dossi delle colline e durante la notte venivano rinchiuse in recinti circondati da un basso muricciolo di pietre a secco. [continua a leggere]
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Don Lucio Luzzi

“Manuductio ad conversionem Mahumetanorum”

Interessante la recensione del libro dello storico Emanuele Colombo, che ne fa Camillo Langone su Il Giornale del 03/04/08.
Si tratta del tomo “Convertire i musulmani. L’esperienza di un gesuita spagnolo del Seicento”, Mondadori, 2007.

Il gesuita spagnolo è Thyrso Gonzàlez de Santalla (1624-1705), che per la verità è noto soprattutto per le sue tesi contro il “probabilismo” etico, nel campo della Teologia morale.
Teologo, dunque, ma anche predicatore, tanto che volle riassumere la propria esperienza nel “Manuale per convertire i maomettani”.
Il testo - sepolto nella polvere del tempo, di uno scaffale della biblioteca di Brera - è stato fortunosamente (o provvidenzialmente) rinvenuto da Emanuele Colombo, che ne ha curato l’edizione antologica.

Di seguito, la recensione di Langone: [continua a leggere]
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silvio

giovedì 10 aprile 2008

Mistero trinitario nell'Antico Testamento

Prologo

Se la prima attenzione del fedele non può che concentrarsi sulla figura di Cristo che completa e conclude la Rivelazione - o svelamento della verità salvifica - comunicandoci il mistero della realtà trinitaria, è opportuno chiedersi se e dove la Scrittura relativa alla prima Alleanza ha presentato Dio e la sua azione quale Trinità, sia pure in modo velato.Se lo chiede, ad esempio, S. Agostino nel “De Trinitate” concludendo che scoprire la Trinità dietro le teofanie veterotestamentarie è compito non facile. [continua a leggere]
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silvio

lunedì 7 aprile 2008

Moratoria contro l’aborto - 05

Attenti che questi vi tirano le uova.
Pieni di soldi (di papà), investono nella realtà virtuale. Immaginano di essere proletari per riempire qualche pomeriggio.
E poi… via!: su campi da sci in tuta borghese e in piscina, la Domenica.
E di nuovo i feriali lunedì a giocare con le uova, durante le loro eterne vacanze.

«Comunque meglio ricevere disumanamente inumane uova frantumate che disumanamente frantumare umanissime uova fecondate».
Massimo Losito, Il Foglio (p. XII, a. XIII, n. 90 del 05-04-08)
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silvio

Il segreto dell`Europa

Massimo Introvigne, Il segreto dell’Europa. Guida alla riscoperta delle radici cristiane, Sugarco Edizioni, Milano 2008, 220 pp.

Recensione-intervista di Emanuele Rebuffini (Il Nostro Tempo, 16 marzo 2008)

Si intitola “Il segreto dell’Europa. Guida alla riscoperta delle radici cristiane” (Sugarco Edizioni, pp. 220, euro 16,00) l’ultimo saggio del sociologo Massimo Introvigne, dirigente di Alleanza cattolica e direttore del Cesnur (Centro studi sulle nuove religioni). Al centro della riflessione troviamo il discorso di Ratisbona pronunciato da Benedetto XVI il 12 settembre 2006: un discorso programmatico da cui lasciarsi guidare per riscoprire quelle radici cristiane negate dal relativismo e dal laicismo, da quel processo che il Papa chiama “deellenizzazione”, ovvero la negazione del patrimonio greco come parte integrante della fede cristiana. Per il Pontefice l’Europa “sembra essere stanca, sembra volersi congedare dalla storia”. [continua a leggere]
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roberto

domenica 6 aprile 2008

Equivoci laicisti

Il buon Fabio su La Stampa del 6 aprile ("Quanto è laico il P.D.") si complimenta con Veltroni: [...mai sino ad oggi, prima di Walter Veltroni, nessuno concretamente ci era riuscito...] a fare che cosa? unire diavolo e acquasanta ovviamente.

Si sacrifichi la libertà di coscienza del parlamentare per consentire l’esercizio della nostra: la laicità, in quanto tale, deve permettere ai cittadini elettori tutte le possibili opzioni (divorziare o no, abortire o no, eccetera). E gli eletti devono consentire questa pluralità di opzioni, impegnandosi a non impedirne l’esercizio. Sacrificando la propria «libertà di coscienza». Solo così è ammissibile una serena e rispettosa convivenza all’interno di un grande partito. Questo sacrificio potrebbe, se sancito, risolvere una volta per tutte il cosiddetto problema della laicità e probabilmente convincere molti degli indecisi ad avere fiducia nella novità che il Pd rappresenta. (fabio fazio).
E' la solita scelta drammatica del laicista tra bene e male, invece la vera scelta laica dovrebbe essere tra bene e bene maggiore

«Divorzio e aborto sono scelte di natura certo differente, talvolta maturate in circostanze difficili e drammatiche, che comportano spesso traumi e sono fonte di profonde sofferenze in chi le compie», ha aggiunto il Papa, secondo il quale esse sono «colpe gravi» ma, nei confronti di chi se ne macchia, la Chiesa deve «accostarsi con amore e delicatezza, con premura e attenzione materna». (BenedettoXVI)
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roberto

Pensiero della Domenica - 39

A cura del sito “Vie dello Spirito

III^ dopo Pasqua - 06/04/2008

Gesù verso Emmaus

Negli ultimi quaranta giorni di permanenza su questa terra, Gesù, con un paziente lavoro, deve gradualmente rafforzare la fede dei suoi amici, convincendoli, che Lui è veramente risorto.
Non è facile per gli Apostoli credere in qualcosa che va razionalmente contro corrente. D’ altra parte sono uomini semplici, senza nessuna istruzione, e quindi con limitata capacità di analisi approfondite.
Hanno vissuto questi anni con il Maestro, in un alternarsi sconcertante di periodi di entusiasmo, intravedendo un futuro soprattutto di benessere materiale; sensazioni puntualmente represse da altri motivi di titubanza,scoraggiamento, delusioni.

Compito arduo perché si è parlato molto del triste epilogo della sua vita, con rimpianto e delusione; è il corpo glorioso che crea perplessità, perché viene paragonato ad un fantasma.

E’ lo stesso stato d’animo dei due discepoli in viaggio verso Emmaus ai quali si unisce il Risorto; parla con loro; raccontano i tristi fatti a questo straniero che sembra non sapere niente. E arrivano insieme ad Emmaus, un villaggio a qualche decina di chilometri a nord ovest di Gerusalemme. E’stato un francescano italiano, P. Bagatti, a scoprire i ruderi di questa località , oggi tanto ammirata dai pellegrini.

I due ascoltatori si erano appassionati dalle parole del misterioso viandante.
Per una volta il Salvatore finse di voler andare oltre, cioè di voler proseguire il cammino.
Chissà dove intendeva andare a quell’ora?
Non era per niente consigliabile avventurarsi di notte, per quelle campagne con sciacalli, banditi, pattuglie di legionari romani... E glielo sconsigliarono apertamente: “Resta con noi signore; già si fa sera e il giorno declina...”.

Lo chiamano "Signore" perché i due non sanno ancora che colui è il Maestro risorto.
Lo sconosciuto entrò con loro nel villaggio e accettò di prendere alloggio in una locanda; e presero porto a tavola per mangiare. ”… Ed avvenne che mentre era sdraiato con loro a mensa, prese il pane e lo benedisse e lo porse loro… si aprirono i loro occhi e lo riconobbero”.
Gesù non consacrò quel pane, come aveva fatto qualche giorno prima al cenacolo, ma si adattò semplicemente al modo di mettersi a tavola, in uso tra i giudei.

I due lo riconobbero solo attraverso un “dono pasquale”.
Quanto mi raffiguro con i due di Emmaus; anche io con i miei dubbi, la mia sfiducia, la mia incredulità; sempre alla ricerca di qualcosa di eclatante, straordinario, miracoloso...
Posso trovare il Cristo reale nella Eucaristia, e fare ogni volta la mia adorazione!
Signore rafforza la nostra fede! Quando ci nutriamo del tuo corpo, facci sentire realmente dentro di noi, la tua presenza che può trasformare la nostra esistenza.
Aiutami Signore a ripetere con vera fede: o pane vivo, memoriale della passione del Signore, fa che io gusti quanto è soave di te vivere, in te sperare. Nell’onda pura del tuo sangue immergimi o mio Redentore; fa che io contempli un giorno il tuo volto, nella patria beata del cielo…
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Don Lucio Luzzi

venerdì 4 aprile 2008

Conversioni

Sembra quasi che un po’ tutti si convertano, oggigiorno.
Magdi Cristiano Allam comprende l’eterna alleanza tra fede e ragione.
Giuliano Ferrara l’ha compresa già da qualche anno.
Tony Blair ironizza sul laicismo ateo e dichiara che «la fede è un credere vivo […] che si muove con la ragione».
Mikhail Gorbaciov viene pescato a pregare in ginocchio nella Basilica di San Francesco, ad Assisi.
Il gladiatore Russell Crowe chiede il battesimo, sull’esempio di Mel Gibson.
Et cetera.

Beninteso: sono conversioni al Dio di Gesù Cristo, non generiche apologie della trascendenza.
I succitati, cioè, sono affascinati dai sacramenti, temono la dannazione, sperano nella verità dell’amore e studiano il Magistero del Papa.
Non che tutti abbiano smesso gli abiti civili e indossino, tonsi, il sacco della penitenza.
No, perché il messaggio che la Provvidenza vuole dare al nostro secolo è più focalizzato: la fede non è la ragione, ma senza la ragione non può esserci alcuna fede.
Quindi, conversione "di cervello", prima che "di cuore". Culturale, prima che sentimentale.

Si può certo ammettere che Dio non abbia scelto dei campioni di acume o simpatia particolari.
Può un Russell Crowe incarnare la credibilità? E Tony Blair l’umiltà?
Posso io medesimo dare l’idea della sapienza?
Siamo, insomma, inadeguati per ogni apostolato.
Ma bisogna sempre ricordare che «
Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti» (1 Cor 1, 27).
San Paolo lo spiega bene: «
ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini» (1 Cor 1, 25).
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silvio

Laico dell'anno 2007

Il post precedente, inviatoci dal prof. Piepoli (che ringraziamo) e se ne vede l'urgenza, è la migliore risposta all'articolo del prof. Rusconi , apparso su la Stampa del 3 aprile u.s. con titolo "Laicita',valore non negoziabile", sottotitolo: Chiesa ed etica pubblica:perchè in Italia si accetta un' ingerenza che nel resto d'Europa è inopportuna".Rusconi proprio ieri 3 Aprile è stato insignito del premio Adriano Vitelli "laico dell'anno 2007"
Qui l'articolo completo.
E' interessantissimo il confronto, soprattutto sul concetto di democrazia che Il "laico dell'anno"fraintende abbondantemente, come del resto tutti i laicisti, e la differenza tra il bene pubblico e bene comune.
La comparazione tra i due scritti contribuirà certamente a chiarire molte idee.
e bene
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roberto

giovedì 3 aprile 2008

“L’uomo ha bisogno di verità”

Il Professor Vito Piepoli ci invia un suo interessante articolo, pubblicato su “Rinascimento Popolare” (n.3 del 24-02-08), periodico del Centro Internazionale Studi Sturzo.
Lo pubblichiamo di seguito.

La questione antropologica, cioè la domanda sull’uomo o, con altra espressione, l’uomo come domanda, attraversa l’intera cultura contemporanea.
«Nessuna epoca - scrive Heidegger - ha avuto, come l’attuale, nozioni così numerose e svariate sull’uomo. Nessuna epoca è riuscita, come la nostra, a presentare il suo sapere intorno all’uomo in modo così efficace e affascinante, né a comunicarlo in modo tanto rapido e facile. È anche vero, però, che nessuna epoca ha saputo meno della nostra che cosa sia l’uomo. Mai l’uomo ha assunto un aspetto così problematico come ai nostri giorni».
In quanto all’antropologia dei principi “non negoziabili” a cui fa riferimento Benedetto XVI e alla “verità sull’uomo”, iscritta nella comune natura umana, è proposta come normativa per tutti e riconoscibile da ciascun uomo. A questa “verità” vengono ricondotti i diritti e i valori propri della persona, che un tempo si chiamavano “indisponibili” e che ora, con nuova formulazione, vengono definiti non “negoziabili”, a partire dalla Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, della Congregazione per la Dottrina della Fede, del novembre 2002. «Non si tratta di per sé - precisa la Nota - di “valori confessionali”, poiché tali esigenze etiche sono radicate nell’essere umano e appartengono alla legge morale naturale» (n. 5).
La stessa laicità, ancora secondo la Nota, «indica in primo luogo l’atteggiamento di chi rispetta le verità che scaturiscono dalla conoscenza naturale sull’uomo che vive in società…» (n. 6). A questa “verità” viene richiamato l’agire politico dei cattolici. Nel discorso al convegno ecclesiale di Verona, Benedetto XVI ha sostenuto che occorre fronteggiare con la stessa determinazione con la quale vengono affrontate le grandi sfide dell’umanità, «il rischio di scelte politiche e legislative che contraddicano fondamentali valori e principi antropologici ed etici radicati nella natura dell’essere umano, in particolare riguardo alla tutela della vita umana in tutte le sue fasi, dal concepimento alla morte naturale, a alla promozione della famiglia fondata sul matrimonio, evitando di introdurre nell’ordinamento pubblico altre forme di unione che contribuirebbero a destabilizzarla, oscurando il suo carattere peculiare e il suo insostituibile ruolo sociale».
Questa posizione del magistero pontificio solleva molti interrogativi e suscita non poche riserve non soltanto di carattere pastorale ma anche e innanzitutto, in sede filosofica e teologica. Ma “La Verità cristiana non si impone come un potere” ma come oggettività e come tale “purifica la ragione”.
L’Occidente è in crisi perché “rassegnato a considerare l’uomo incapace di verità”, ha riferito Benedetto XVI a Mariazell in Austria. Ma “abbiamo bisogno di verità”, altrimenti non distinguiamo più il bene dal male. Inoltre il cristianesimo non è in ultima analisi una morale filosofica e teologica difficile ed incompresa che è in difficoltà perché deve giustificare un elenco di «no» imposti all’uomo.
“E’ di più e qualcosa di diverso da un sistema morale” è “amicizia con una persona”, Gesù. E’ da questa amicizia che nascono i comandamenti del decalogo, che sono un «sì» alla vita, alla verità, alla famiglia, all’amore responsabile, alla solidarietà e quindi al “bene comune” da non confondere con il “bene pubblico”. Mentre il bene pubblico è il bene della società, il bene comune è il bene delle persone costituite in società. La differenza è sostanziale.
L’uomo di cui parla Rosmini non è «un cotal uomo astratto, o se così vogliamo chiamarlo, l’uomo della filosofia», ma «un ente concreto e reale» che insegue non la bontà o la felicità ma cerca di essere «buono e felice». Il bene che la politica è in grado di perseguire è parziale rispetto all’intero bene dell’uomo ma, se orientato al bene totale, è “vero bene umano” e contribuisce a realizzarlo.
Ma, la parzialità di quello che si pensa possa essere il “bene realizzato” può non essere riduttivo della totalità, come l’azione relativa della politica non compromette l’assolutezza dei principi che la ispirano, ma questo non è assolutamente scontato! Perché il bene pubblico tiene conto dei bisogni del corpo sociale e si risolve nel bene di alcuni o della maggioranza, mentre il bene comune tiene conto di ciascuna persona in quanto membro del corpo sociale. Dunque il “vero bene umano” è il bene di tutto l’uomo, alla cui realizzazione concorre anche la politica.
E la democrazia?
Don Luigi Giussani riferisce che “punto di partenza per una vera democrazia è l’esigenza naturale umana che la convivenza aiuti l’affermazione della persona, che i rapporti «sociali» non ostacolino la personalità nella sua crescita” . Non è quindi né una imposizione di sé o di un proprio gruppo né una rinuncia per “voler creare a tutti i costi una omogeneità «lasciando da parte ciò che ci divide». “Nel suo spirito la democrazia non è innanzitutto una tecnica sociale, un determinato meccanismo di rapporti esterni; la tentazione è quella di ridurre la convivenza democratica a puro fatto di ordine esteriore o di maniera. In tale caso il rispetto per l’altro tende a coincidere con una fondamentale indifferenza per lui.”
E’ necessario ed indispensabile invece che il criterio della convivenza umana sia l’affermazione dell’uomo «in quanto è»: allora l’ideale concreto della società sarà l’affermazione di una «comunione» tra le diverse libertà individuali o di gruppo, impegnate. Il cristiano è particolarmente disposto e sensibile a questo valore. Devo rispettare attivamente l’altro perché così come è, appartiene al mistero del Regno di Dio che è un mistero di bene. “Senza questo fondamento l’affermazione della persona come ultimo vero criterio di socialità non può essere sostenuta ed alimentata, ma tutto crolla e ridiventa sottilmente e violentemente ambiguo. Per questo Pio XI disse una volta: « La democrazia sarà cristiana, o non sarà». (Giussani, Appunti di metodo cristiano)
Allora l’ideale sarà il pluralismo, l’affermazione di tutte le libere ed autentiche esperienze particolari sociali. Ma la mentalità di oggi tende a identificare come «democratico» il relativista e come antidemocratico chiunque affermi una certezza per l’uomo. Questa è una falsa democrazia che tende anzi a svuotare l’essenza della sua missione e che può portare a perseguire sotto il fine di un «bene pubblico» (o meglio quello che si pensi possa essere un «bene») un fattore invece di dissolvimento dell’uomo e della società. Per il cristiano la democrazia è convivenza, è dialogo.
Questo è proposta all’altro di quello che io vivo e attenzione a quello che vive l’altro, che non implica affatto un dubbio di me o un compromesso. Ma affinché possa stare «bene» io e l’altro, la convivenza, il dialogo, in definitiva la democrazia che perciò non può essere fondata interiormente su una quantità ideologica comune ma sulla carità, devono avere come fine il riconoscimento della Verità. In pratica il riconoscimento di ciò che convenientemente fa bene all’uomo o sconvenientemente fa male, da rifuggire, affinché ne possa avere un vantaggio concreto ed essere più «buono e felice».
La “verità” di questo bene umano consiste nell’essere bene morale, cioè, bene dell’uomo in quanto “volontà intelligente” e, perciò, persona. Solo il bene morale è bene personale: bene oggettivo e ordinato, non solo perché è voluto in conformità all’ordine dell’essere ma anche perché diventa criterio perfettivo di ordinazione gerarchica dei beni. Infine, il bene morale, voluto come giusto riconoscimento dell’essere nel suo ordine, perfeziona la volontà di giustizia. Sicché l’uomo è “buono” nella misura in cui diventa “giusto”.
E allora? ”La verità vale più della democrazia” è il titolo di un recente articolo del vescovo Alessandro Maggiolini, democrazia come metodo per giungere alla Verità che può non essere quella fissata dalla maggioranza dei «pareri» delle persone che compongono una società. Non basta la maggioranza per affermare il giusto, ma le ragioni. La quantità delle opinioni non misura la verità di queste. Se in uno Stato si decidesse di far morire un uomo innocente anche se malato gravemente, è una ingiustizia disumana.
Questo vuol dire che deve esistere una salutare verità più forte del voto della maggioranza, anzi una verità oggettiva e naturale che non può essere sottoposta ai voti: il valore della vita a tutti i costi! La democrazia attuale risente molto del relativismo e dello scetticismo per cui è sempre meno strumento di riconoscimento della Verità e non solo. Eppure, gli Stati democratici moderni, devono la loro costituzione al riconoscimento di una Verità naturale dell’uomo. Ma purtroppo ora come ha scritto Maggiolini, “Se non si è più che attenti la democrazia si orienta a diventare la «dittatura del relativismo»”.
E come si esprime Benedetto XVI : la democrazia sta diventando sempre più la forma moderna della Torre di Babele, il simbolo della umanità che si sgancia dal riferimento all’autorità che proviene da Dio, per affermare brutalmente che «il potere appartiene al popolo», dimenticando la “carità cristiana” che si deve all’uomo e più che l“umiltà” che non è rinuncia a se stessi, una intelligente e coraggiosa apertura all’altro. Coraggiosa perché incondizionata per un servizio da rendere alla Verità, affinché possa riemergere per il bene dell’umanità tutta.
Quindi, da una parte sta la possibilità di una democrazia strumento della Verità, bene per l’uomo e dall’altra di una democrazia che strumento del Relativo, si sostituisce in virtù di una maggioranza, alla Verità. Pertanto è doveroso concludere con il richiamo espresso dal Vescovo Maggiolini: “L’impegno per gli uomini di buona volontà - e aggiungerei di buona convinzione - si profila chiaro”.
***
Vito Piepoli

mercoledì 2 aprile 2008

Hanno fatto l'Europa

Patrizio (385-461) bretone
di origine, schiavo degli irlandesi
per 6 anni. Fugge in Gallia diventa
monaco e torna vescovo in Irlanda.
Fonda monasteri promuove la formazione
del clero converte tutto il paese "isola di santi"
,l'irlanda diventa vivaio di apostoli per l'Europa.

Avito (V-VI sec).Vescovo di Vienne. Converte
i burgundi dall'arianesimo e intrattiene buoni
rapporti col re dei franchi.

Benedetto da Norcia (480-560). fondatore del
monachesimo occidentale.Patrono d'Europa:
i suoi monaci si spargono presto in tutto il
continente e costituiscono la civilta' europea .

Columba (c.521-597),Monaco irlandese.
Con 12 confratelli nel 563 raggiunge l'isola
di Jona e vi fonda un monastero dal quale
irradia il vangelo su Scozia e isole vicine.
Erige altri centri, dai quali partono i monaci
missionari per le isole Orcadi, Shetland,
Faroer e Islanda.

Agostino (+604).Apostolo dell'inghilterra.
Inviato da Gregorio Magno, con 40 monaci,
nel 597 inizia l'evangelizzazione del regno
di Kent :battezza re Etelberto e ufficiali, poi
10 mila angli.A Canterbury costruisce
la prima sede episcopale inglese.

Colombano (543-615),Monaco irlandese
con 12 confratelli fonda monasteri in Gallia(Luxeul)
Svizzera (S. Gallo) e italia (Bobbio).Tempera
la rigidita' della regola monastica con l'interesse
per la cultura classica.

Isidoro (560-636) Vescovo di Siviglia.
Per 40 anni si prodiga in tutti i campi;
teologia, liturgia (mozarabica),
legislazione canonica. E' maestro
dell'Europa per oltre tre secoli con
le sue "enciclopedie"destinate alla
formazione del clero.

Vilfrido (634-709) Vescovo di York (Inghilterra)
,converte tutto il Sussex e l'isola di Wight,
dove e' esiliato.

Villibrordo (658-739).Monaco anglosassone, allievo
di Vilfrido, grande fondatore di monasteri: per 50
anni evangelizza la Frisia (Olanda); nel 695
papa Sergio lo consacra vescovo di Utrecht.
.
Ruperto (+718).Origine franca ed educazione
irlandese o scissone, evangelizza il ducato
di Ratisbona, poi baviera,
Austria e Pannonia, erigendo Chiese.
Primo vescovo di Worms (Austria) .

Winfrido Bonifacio (675-754).Monaco sassone,
e' il piu' grande missionario del continente europeo.
A 40 anni inizia l'evangelizzazione dei frisoni.Passa
in Assia,Turingia e Baviera.Organizza la chiesa
tedesca: fonda monasteri, crea"stazioni stabili"
(parrocchie); delimita i confini delle diocesi.
In vecchiaia torno' al "primo amore": evangelizzazione
diretta in Frisia, dove e' massacrato
insieme a 42 compagni.

Pirmino (+750). D'origine visigota vescovo missionario
degli alemanni(Svizzera) fonda vari monasteri.

Gregorio, abate di Utrecht, con il nipote Alberico
evangelizzano i frisoni.

Lebuino (+780) Benedettino anglosassone, missionario
in frisia e Westfalia con successo e molti sacrifici.

Ludgero (744-809) ,Frisone discepolo di Gregorio
di Utrecht, continua la missione di Lebuino. Poi fonda
la diocesi di Munster, vari monasteri maschili e
femminili e la scuola cattedrale per la formazione del clero.

Arnone (746-821). Benedettino bavarese e vescovo
di Salisburgo, evangelizza
l'Austria centrale ed
estende la chiesa tra gli slavi orientali.

Paolino (+802).Patriarca di Aquilea, collabora con Arnone
nell'evangelizzazione degli slavi della regione danubiana.
***
roberto

domenica 30 marzo 2008

Pensiero della Domenica - 38

A cura del sito “Vie dello Spirito

II^ dopo Pasqua - 30/03/2008

"Tommaso, non essere incredulo..."

Dopo la Risurrezione, Gesù apparve dieci volte: alle donne al sepolcro, a Pietro, ai due di Emmaus, a parecchi Apostoli in Gerusalemme, assente Tommaso - poi lui presente al lago di Tiberiade - al Monte della Galilea e a mensa per l’ultima volta all’Ascensione. Ma non tutto, come dice Giovanni, è stato scritto.
Abbiamo celebrato, con la liturgia, i trionfi della Risurrezione ed ora per 40 giorni. Fino all’Ascensione, Gesù deve convincere i suoi che Lui con il suo corpo glorioso, non è un fantasma, ma è veramente in carne ed ossa, come loro per tre anni lo avevano sempre visto, standogli accanto.

In verità, gli apostoli, della Sua risurrezione tante volte preannunciata, non avevano capito niente.
I discorsi che il Maestro faceva loro, di passione, morte, risurrezione, erano inconcepibili.
Hanno dovuto costatare di persona, i tragici fatti del tradimento di uno di loro e della fine cruente del loro Signore. Tanta è la delusione e lo scoraggiamento, che non riescono nemmeno ad ipotizzare che la promessa del Cristo di vincere la morte, si possa essere realizzata.

E mentre i più anziani non esprimono giudizi, il più giovane, Tommaso, confermerà la sua incredulità. Più facile e più radicata a quell’ età, con drastiche decisioni: “Io se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e se non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò…”.
E Gesù lo prende in parola: “… Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente...”.

L’hai notato l’atteggiamento del Cristo?
Non c’è una parola di rimprovero, per il comportamento vile dei suoi amici, dall’arresto nell’ orto degli ulivi in poi.
A Lui interessa confermarli nella fede, manifestando il Suo amore e le Sue premure di sempre per i suoi amici, ai quali dovrà dare, quando li lascerà definitivamente per tornare al Padre, l’arduo compito “… Andate in tutto il mondo, predicate e convertite, testimoniando con la vostra fede”.

Quando Tommaso si getta a terra e fa, finalmente, la sua professione di fede:
"Mio Signore e mio Dio!”, Gesù si rivolge immediatamente a me, a te, a tutti noi: ”… Beati quelli che pur non avendo visto crederanno!”.
Qui sta il segreto della nostra fede.

Quante volte, anche noi, vorremmo avere prove concrete, tangibili, su tanti aspetti della nostra religione che ci sembrano assurdi, inconcepibili, perché al di fuori completamente dell’uso dei nostri sensi.
E scatta la nostra incredulità, che ci può portare, senza che ce ne accorgiamo, a negare, in pratica, anche i principali motivi di gioia, che ci propone la nostra fede.
Quante volte avrai inteso dire, e tu stesso ti sei posto l’interrogativo; si leggo il Vangelo e rimango attratto da questi eventi... però, questa vita eterna, paradiso, di cui tanto si parla, esisterà davvero?… Nemmeno le mie persone care, dopo la loro vita terrena, sono venute mai a dirmi niente, a darmi certezze...

Lo sai perché, a volte, ti assillano questi pensieri?
Perché con le esperienze amare della nostra vita quotidiana, sembra impossibile che possa esistere un luogo, un tempo di completa felicità eterna, senza fine!
Perché la Chiesa continua a farci cantare ALLELUIA? Proprio perché Cristo con la sua morte e risurrezione, ha garantito ad ognuno di noi, un posto in questa felicità senza fine.
Allontana dalla tua mente l’incredulità.
Fidati di Cristo, via verità e vita, ed anche io e te, gettiamoci insieme in ginocchio e ripetiamo dal profondo del cuore anche noi: ”CREDO SIGNORE, AUMENTA LA MIA FEDE”.
***
Don Lucio Luzzi

giovedì 27 marzo 2008

Lezioni di felicità

(Odette Toulemonde - 2006)
Commedia - 100 min di Eric-Emmanuel Schmitt con Albert Dupontel, Catherine Frot Produzione: Francia, Belgio

E´ raro che soffi il vento dello Spirito in commedie che sanno unire sorriso e riflessione.
A Eric-Emmanuel Schmitt, regista di "Lezioni di felicità", l´impresa è riuscita.
Romanziere e drammaturgo francese di successo, le sue opere sono state tradotte in venticinque lingue e rappresentate in trenta nazioni.
Tra i suoi romanzi ricordiamo Il Vangelo secondo Pilato, San Paolo, 2002; Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano, e/o, 2003 e l´ultimo romanzo Oscar e la dama in rosa. Schmitt ha realizzato un film delizioso sulla vita quotidiana di Odette Toulemonde (un nome comunissimo in Francia, come dire "il signor Rossi") appassionata lettrice di bestsellers d´amore che la porteranno ad incontrare l´autore preferito, un certo Balthazar Balsan, e ad aiutarlo a risolvere la crisi familiare con depressione suicida annessa. Finale imprevedibile, dolce e poetico.
Il primo motivo per assaporare il film è la simpatia straordinaria di questa vedova, madre di due figli maggiorenni senza la minima intenzione di lasciare la comoda casa materna: la figlia è indolente e capricciosa, il figlio è omosessuale, unico cedimento del film agli stereotipi del `politicamente corretto´. Comunque non s´indulge mai in retorica gay, anche perché il punto di vista è quello amorevole e accogliente della mamma. Inoltre la spiccata fantasia permette a Odette di non farsi contaminare troppo dallo squallore circostante, la fa letteralmente volare per le strade del quartiere povero in cui vive, sempre con uno sguardo benevolo e trasognato.
Il regista racconta così la nascita del film: "L'idea mi è venuta in seguito ad un episodio che mi è successo in Germania qualche anno fa a Rostock, sul Mar Baltico. Lì sono uno scrittore molto famoso e dopo una lunghissima attesa per farsi firmare le copie del mio libro, una donna truccatissima e molto curata non ha saputo dirmi nulla e mi ha gettato una lettera con un cuore di spugna al suo interno. All'inizio ero indignato e disgustato sia dal tono mellifluo della missiva che dalla sua presentazione kitsch. Poi, in albergo, più per noia che per vero interesse, ho riletto la lettera e ho capito con quanto affetto sincero questa persona mi scrivesse. Mi sono reso conto che, a dispetto del ridicolo del nostro incontro e del vederla strizzata nel suo migliore tailleur, si trattava di una persona intelligente e serena".
Evidente la denuncia dello snobismo di una certa classe intellettualoide (molto attiva in Francia come da noi) incapace di comprendere i sentimenti e le verità elementari dell´esistenza umana: l´amore familiare, la femminilità sensuale e allo stesso tempo materna della protagonista, la resistenza di Odette alle avances dello scrittore ricco e bello in cerca di avventure...
Come Schmitt ha dichiarato sempre nella stessa intervista: "Attraverso la commedia ritenevo giusto dovere dire alcune cose sulla 'Cultura'. Forse nessun intellettuale si prende gioco della povertà, ma, di certo, tutti gli intellettuali ironizzano sulla cultura di massa e delle fasce sociali più basse. La cultura dei poveri fatta di televisione e riviste è considerata volgare. E' un pregiudizio aprioristico che talora è vero, ma non sempre. Queste considerazioni sono una reazione istintiva degli intellettuali contro chi è popolare e che ha un grande pubblico. Alle volte gli intellettuali sembrano fare assurdamente parte di un club elitario e misantropo dalle porte chiuse..." .Sappiamo quanto tutto ciò sia vero anche in Italia nei confronti di uno scrittore popolare nel senso più autentico del termine come Giovannino Guareschi del quale, finalmente, è in atto la riscoperta delle straordinarie qualità di narratore (Guido Conti, Giovannino Guareschi. Biografia di uno scrittore, Rizzoli, 2008)
Una seconda ragione per gustare un pizzico di gioia pasquale è la rappresentazione di alcune scene in cui Odette si rivolge a un signore chiamandolo "Gesù". All´inizio può sembrare solo un barbone che mima vagamente il Cristo nei lineamenti e nei gesti, ma a poco a poco si comprende che quel Gesù è frutto dell´immaginazione di Odette, della sua fede semplice e genuina che getta uno sguardo sul Signore, in cerca di conforto e sostegno morale.
Quasi brevi `giaculatorie´ cinematografiche che ricordano la schiettezza di certi dialoghi tra don Camillo e il Crocifisso.
In conclusione, una commedia che unisce levità ed armonia, suscitando ilarità e affrontando senza superficialità temi importanti.
Pervadono la narrazione la forza vitale della protagonista e il suo ottimismo.
***
Luca e Claudia

martedì 25 marzo 2008

Conferenza

IDENTITA’ CULTURALE EUROPEA

UNA RIFLESSIONE POLITICA SULLA FISCALITA’
con la partecipazione del Generale Roberto Speciale
_______________________________

Lunedì 31 marzo 2008
ore 21

CENTRO CONGRESSI TORINO INCONTRA
Via Nino Costa, 8
TORINO

Interverranno:

Presentazione
Dott. Stefano Rigon - Presidente dell’Associazione Identità culturale europea

Le tasse: 11° Comandamento? - Spunti per una riflessione tra fisco e morale

Dott. Ferdinando Francesco Leotta - Dirigente di Alleanza Cattolica

Le ragioni economiche della critica all’eccessiva fiscalità

Dott. Oscar Giannino - Direttore di Libero Mercato

Intervista di Oscar Giannino sul complesso rapporto tra chi fa le leggi e chi le applica a

Gen. c.a. Roberto Speciale - già Comandante generale della Guardia di finanza
On.le Dott. Guido Crosetto - Coordinatore di Forza Italia per il Piemonte

L’Associazione Identità culturale europea si prefigge (art. 2 dello Statuto) di realizzare iniziative culturali e politiche, ispirandosi ai principi liberali, del diritto naturale, della dottrina sociale della Chiesa e della tradizione culturale europea.
Nello svolgimento di tali attività l’associazione privilegia valori quali: la difesa della vita, la promozione della famiglia, della proprietà e della libertà economica, la libertà di insegnamento e la legalità.
L’eccessiva incidenza del prelievo sui contri-buenti onesti e la condanna sempre più enfa-tica dell’evasione fanno del fisco un punto centrale del presente confronto politico.

L’associazione Identità culturale europea ha organizzato un incontro di riflessione sul tema, ritenendo che le problematiche fiscali possano correttamente essere affrontate senza accettare né l’egemonia culturale dell’egualitarismo né il mito dello stato assistenziale.

Nel corso della serata saranno proposte considerazioni sulla valenza morale delle norme tributarie e sugli effetti della fiscalità nell’economia.

La disponibilità del Generale Roberto Speciale ad essere intervistato sulle recenti vicende che hanno riguardato i vertici della Guardia di Finanza è un’importante occasione per riflettere sul delicato rapporto che inter-corre tra coloro che sono chiamati ad attuare le norme ed i politici che le scrivono.

domenica 23 marzo 2008

Pasqua di Risurrezione

A cura del sito "Vie dello Spirito"

E' Pasqua: Alleluja!
Esultiamo di gioia: Alleluia!

Se hai l’opportunità di vivere con la Liturgia il Triduo Sacro (giovedì, venerdì e sabato) della settimana santa, puoi seguire, ora per ora, il drammatico epilogo della vita terrena di Gesù, che dal punto di vista umano è stata un fallimento in tutti i sensi.
Negli apostoli e nelle pie donne c’è soltanto sconcerto, delusione. Non hanno coraggio di parlare, ma nei loro volti appare evidente lo sconforto e la tristezza che invade il loro cuore.
La prima protagonista di eventi che accentuano ancora più il dolore, è una grande innamorata di Gesù, Maria Maddalena.
Vede tolta la pietra dal sepolcro e deduce subito che è stato manomesso; mossa dal suo animo ardente, immediatamente torna indietro a dare la drammatica notizia.
Chiama in disparte Pietro e Giovanni e dice loro: ”…Hanno portato via il Signore dal sepolcro… e non sappiamo dove lo hanno messo...”.

“Pietro quindi, con quell’altro discepolo… vennero al sepolcro; correvano... l’altro più lesto… giunse primo...”.
Bellissima questa scena dei due che corrono per recarsi al sepolcro a costatare l’accaduto.

Partono tutti e due di corsa, ma poco dopo Pietro, anziano, deve rallentare il passo; Giovanni invece, giovanissimo, corre veloce fino lassù; si affaccia sporgendo la testa entro la bassa apertura della cella interna mortuaria, ma non entra, e con un gesto di grande rispetto, aspetta Pietro, il capo, che entrò per primo.

Stupenda la figura di questo ragazzo che vide e credette, perché, fino ad allora, non avevano compreso la Scrittura, che Egli cioè, doveva risuscitare dai morti.
Pietro, invece, entrato, guarda ed esamina fasce e sindone con spirito critico, ma ancora non crede, perché lui ha interpretato la Scrittura con mentalità ebraica per cui il Messia doveva essere il Trionfatore terreno.
Oggi per noi prorompe immediata la gioia dell’Alleluja!

Ma gioia di che cosa?
Ripeteva spesso Paolo: “Se Cristo non fosse risorto, vana sarebbe la nostra fede”.
Eccolo il motivo della nostra grande esultanza. Al di sopra di ogni nostra condizione o situazione terrena sfavorevole, oggi, io, tu ed ogni cristiano possiamo e dobbiamo esultare di gioia perché con la morte di Cristo è venuta la nostra salvezza e, come Lui è risorto, così ognuno di noi risorgerà un giorno a nuova vita.

Io penso a te che durante l’anno sei sempre preso da mille occupazioni e preoccupazioni e provo per te, creatura di Dio, una grande tenerezza, perché istintivamente oggi lasci da parte tutto e vai anche tu alla Messa di Pasqua.
Saremo spiritualmente uniti e canteremo insieme il nostro alleluia. Ad un certo punto il celebrante, inviterà tutti ad un fraterno saluto di pace e di auguri. Sarà bello e facile, dare la mano al tuo vicino e con un sorriso dirgli:
“Buona Pasqua”.

Io in quel momento cercherò di pensare a quella persona che mi è antipatica, a quella famiglia del condominio con la quale da tempo abbiano rotto ogni relazione, a quella persona antagonista nel mio lavoro, nei miei interessi, nei mie sentimenti…
Anche tu, forse, ti trovi nelle stesse mie situazioni.

Facciamo uno sforzo; immaginiamo di tendere la mano a queste persone e dire loro ”Auguri, auguri, buona Pasqua...”, mentre al termine della Messa sentirai cantare: QUESTO E’ IL GIORNO CHE HA FATTO IL SIGNORE, RALLEGRIAMOCI ED ESULTIAMO, ALLELUJA!
Passeremo insieme una stupenda giornata di serenità e di pace.
***
Don Lucio Luzzi

venerdì 21 marzo 2008

Venerdì Santo - Passio Christi

«La contemplazione della passione di Gesù disumana l'uomo, lo solleva so­pra di sé, lo fa diventare un essere divino».
«Non v'è sorgente più potente a generare nell'anima il fervore della devozione, quanto la meditazione della passione del Signore».
«Gesù, io giubilo immensamente che per me hai creato l'universo; che mi hai creato a tua immagine, ma dove maggiormente mi glorio è in questo, che per me hai sofferto la tua dolorosissima passione e morte. Ecco, o Gesù, tutta la mia gloria, la mia sovrana allegrezza».
«A chi ricorrerò? Dove mi rivolgerò? Alla passione del mio Signore; mi bagnerò del suo sangue; mi trasformerò nel mio Dio crocifisso. E quale creatura oserà accusarmi quando mi vedrà così nobilmente vestito? Questa sarà la roccaforte dove mi ricovererò sicuro da tutti gli assalti».
San Bonaventura da Bagnoregio

«Non può non morire contento e con grande pace chi fissa la mente nella passione del Signore».
«Uno si turba, si accende in volto, delibera vendetta quando è ingiuriato. Però se vede un altro più sublime di lui, più degno di lui, subire le medesime insolenze con pazienza e tolleranza, il suo spirito si calma, ì tumulti interni si quietano: persuaso dall'esempio dell'altro uomo più rispettabile di lui. Oh se contemplassimo la passione del Signore, la sua invitta pazienza! si spegnerebbe l'ira del nostro cuore, saremmo più tolleranti; ci glorieremmo nei patimenti; ci stimeremmo onorati di assomigliare a Gesù Cristo!».
«Il ginepro, visto da Elia, era figura della croce e della passione di Cristo. Sotto la croce dobbiamo sedere, contemplare, con grande attenzione quanto Gesù ha patito per noi; e questo soprattutto per prepararci alla morte, sgombrandoci dai timori di essa, armandoci contro le tentazioni di satana, e fare una santa morte, morendo insieme al Salvatore divino. Chi così medita la passione di Cristo non solo non si rattrista di partire dal mondo, ma lo desidera ardentemente. Tanta paura della morte! io non saprei dire di chi è la colpa: se della morte o dei morenti».
Dionisio Cartusiano

«Contemplate la passione di Gesù, e riceverete la morte a braccia aperte».
Tommaso da Kempis

«Se contempliamo la passione di Cristo, diventiamo come impeccabili, poiché è tanto grande il vigore della passione di Gesù, che chi la tiene davanti agli occhi, e con devozione la conserva nella mente, diviene impeccabile».
Origene

«Si deve, con grande attenzione di mente, contemplare la passione di Cristo come unico e singolare rifugio in tutte le avversità e tentazioni ».
Ugo Eteriano

«Non v'è luogo più sicuro per l'anima che le piaghe di Gesù. Altrove troverà guerre, inquietudini, pericoli. O anime redente col sangue di Cristo, venite alla pietra, venite a Cristo crocifisso, nascondetevi nelle aperture delle sue piaghe. Qui troverete la sicurezza, la pace, la fermezza, la stabilità, la fortezza la vittoria, il merito, il trionfo di tutti i vostri nemici».
San Bernardo

«Il contemplare la passione del Signore è la fortezza dell'anima; è un'arma difensiva e offensiva contro tutti i peccati e i demoni. Al primo apparire della croce, i demoni, spaventati, fuggono e il cristiano si fortifica. Chi medita la passione di Gesù vince, perché combatte armato; chi non la medita è vinto, perche trovato senz'armi dal nemico».
San Tommaso d'Aquino

Fonte: Comunità Passionista S. M. di Pugliano
***
silvio

giovedì 20 marzo 2008

FAQ sulla legge elettorale italiana vigente

dal sito di Alleanza Cattolica.
Roma, 7 marzo 2008. Un contributo di Massimo Introvigne alla comprensione dell'attuale legge elettorale, e delle conseguenze dei voti che verranno espressi in occasione delle elezioni politiche del 13-14 aprile 2008.

Chi “vince” le elezioni politiche del 13-14 aprile 2008?
Interpretando correttamente la legge elettorale vigente (legge 21 dicembre 2005, n. 270) si deve dire che “vince” le elezioni la coalizione che “arriva prima”, ottenendo anche solo un voto in più della prima coalizione concorrente (quella che “arriva seconda”), alla Camera. In effetti chi “arriva primo” si assicura il controllo della Camera, con un vantaggio di almeno cinquanta seggi, così che la situazione non può essere rovesciata dal “tradimento” di singoli deputati o piccoli gruppi. Giustamente, quindi, chi vince alla Camera “dà le carte” e ha il compito e la responsabilità di formare un governo, ancorché – ove non abbia la maggioranza al Senato – debba venire a patti con forze di minoranza. Chi invece vincesse al Senato e non alla Camera non avrebbe davvero “vinto” le elezioni, perché al Senato come vedremo non c’è premio di maggioranza nazionale e alla Camera sì. Cioè: chi controlla la Camera la controlla con un ampio vantaggio, chi controlla il Senato – a meno di trionfi con maggioranze di voti schiaccianti – lo controlla normalmente con un vantaggio ridotto. Alla Camera i rischi di “ribaltoni” in caso di “tradimento” di singoli deputati o gruppi sono minimi, al Senato sono massimi.

Si parla di un possibile “pareggio”: che significa?
Alla Camera la legge elettorale rende impossibile qualunque pareggio. Chi parla di “pareggio” lo fa con riferimento a due ipotesi che sono in realtà diverse. Prima ipotesi (possibile): una delle due coalizioni maggiori (quella che ha come candidato premier l’onorevole Silvio Berlusconi oppure quella che ha come candidato premier l’onorevole Walter Veltroni) si assicura il controllo della Camera, mentre nessuna delle due coalizioni si assicura il controllo del Senato. In questa ipotesi, una delle coalizioni maggiori al Senato si avvicina alla metà più uno dei seggi ma non la raggiunge. Deve quindi (a) cercare degli alleati in singoli senatori o gruppi (e ci sono diversi candidati possibili: singoli senatori “ribaltonisti” dell’altra coalizione maggiore – la Costituzione italiana vieta il cosiddetto “mandato imperativo” e ogni deputato o senatore ha sempre il diritto di “cambiare idea” –; senatori di liste minori che nonostante l’alta soglia di sbarramento fossero riuscite a essere rappresentate in Senato; senatori eletti fra gli italiani all’estero, per cui vige un sistema speciale di elezione; senatori a vita); (b) chiedere al Presidente della Repubblica (che ha questa prerogativa) di sciogliere solo il Senato e di indire nuove elezioni solo per il Senato, lasciando la Camera com’è; (c) chiedere al Presidente della Repubblica (o subire la sua decisione) di indire nuove elezioni sia per il Senato sia per la Camera; o (d) coalizzarsi con l’altra coalizione maggiore in un “governo di larghe intese” (cosiddetta “Grande Coalizione”). Seconda ipotesi (diversa, e di fatto improbabile): delle due coalizioni maggiori una si assicura il controllo della Camera e l’altra il chiaro controllo del Senato (così che un piccolo numero di singoli senatori “ribaltonisti” che “tradissero” non sarebbero sufficienti a mutare la situazione). In questo caso la coalizione che controlla la Camera avrebbe tre possibilità: (a) chiedere al Presidente della Repubblica (che ha questa prerogativa) di sciogliere solo il Senato e di indire nuove elezioni solo per il Senato, lasciando la Camera com’è; (b) chiedere al Presidente della Repubblica (o subire la sua decisione) di indire nuove elezioni sia per il Senato sia per la Camera; o (c) coalizzarsi con l’altra coalizione maggiore in un “governo di larghe intese” (cosiddetta “Grande Coalizione”).

Chi “vince” alla Camera?
Il sistema è molto semplice. La Camera è composta di 630 seggi. 12 sono assegnati agli italiani all’estero, e uno alla Valle d’Aosta. Per gli italiani all’estero e la Valle d’Aosta vigono sistemi elettorali diversi, che mi astengo dal descrivere perché alla Camera queste circoscrizioni non possono comunque essere decisive. Esclusi gli italiani all’estero e la Valle d’Aosta rimangono 617 seggi. La legge elettorale vigente ne assegna 340 (il 55%, una maggioranza che nelle intenzioni del legislatore – e con ogni verosimiglianza anche nei fatti – non è rovesciabile dal “tradimento” di singoli e di gruppetti) alla coalizione che, sulla base di un calcolo globale su tutte le Regioni italiane esclusa la Valle d’Aosta, ha prevalso (anche per un solo voto) sulla coalizione che è arrivata seconda. È sufficiente che la coalizione che è “arrivata prima” abbia conseguito almeno il dieci per cento dei voti nazionali (sempre Valle d’Aosta esclusa: se nessuna coalizione raggiungesse il dieci per cento scatterebbe un sistema diverso, ma mi astengo dal commentare anche questa ipotesi dal momento che è meramente teorica e del tutto inverosimile).

Che differenza c’è fra liste e coalizioni?
Le “liste” nascono da uno o più partiti o movimenti che si presentano con un unico simbolo e con un’unica lista di candidati. Il Popolo della Libertà, la Lega Nord, il Partito Democratico, l’Italia dei Valori, “Aborto? No grazie”, l’UDC, la Sinistra Arcobaleno, La Destra e altri sono “liste”. Il fatto che all’interno di una “lista” ci siano più “partiti” – per esempio, allo stato il Popolo della Libertà comprende Forza Italia, Alleanza Nazionale e altri; il Partito Democratico comprende il Partito Democratico stricto sensu e il Partito Radicale, e così via – è un fatto meramente privato, per la legge inesistente. Secondo la legge l’elettore vota per una “lista”, non per un partito.
Le liste possono essere coalizzate o non coalizzate. Sono “coalizzate” se convergono con altre liste designando uno stesso candidato premier. Per esempio il Popolo della Libertà, la Lega Nord e il Movimento per le Autonomie dell’onorevole Raffaele Lombardo sono liste coalizzate, perché designano lo stesso candidato premier: l’onorevole Silvio Berlusconi. Il Partito Democratico e l’Italia dei Valori sono liste coalizzate perché designano lo stesso candidato premier: l’onorevole Walter Veltroni. Invece l’UDC, La Destra, la Sinistra Arcobaleno e “Aborto? No grazie” sono liste non coalizzate, perché a un candidato premier corrisponde una sola lista e non una pluralità di liste.

In pratica, alla Camera, che differenza c’è fra liste coalizzate e non coalizzate?
Una differenza fondamentale. Alle liste coalizzate (se la loro coalizione nel suo insieme ha conseguito almeno il 10% dei voti) è sufficiente conseguire il 2% dei voti nazionali (esclusa sempre la Valle d’Aosta) per ottenere rappresentanti alla Camera – in qualche caso, per la verità, anche meno del 2%, grazie a un sistema di recupero all’interno delle coalizioni – e, se la loro coalizione vince, parteciperanno al premio di maggioranza. Le liste non coalizzate devono invece ottenere il 4% dei voti nazionali (Valle d’Aosta esclusa) per ottenere rappresentanti alla Camera.

Se voto per una lista non coalizzata alla Camera (per esempio La Destra o “Aborto? No grazie”) e questa lista non raggiunge il 4% che fine fa il mio voto? Si “recupera” in qualche modo?
No, non si recupera. Non ci sono più i sistemi di “resti” della legge elettorale precedente. Il voto va totalmente sprecato. È come se avessi votato scheda bianca o scheda nulla (salvo il fatto – ma è una scarsa consolazione, anzi la beffa aggiunta al danno – che il mio voto contribuisce a determinare il totale dei voti validi su cui, precisamente, si calcolano il 4% e le altre soglie di sbarramento).

Se voto per una lista coalizzata che alla Camera non raggiunge il 2% - per esempio, voto per la Lega Nord e questa, in (difficile) ipotesi, non raggiunge il 2% - il mio voto va ugualmente sprecato?
No. Perché in ogni caso è un voto per la coalizione, e contribuisce eventualmente a far vincere la coalizione e certamente a determinare il numero dei suoi seggi. C’è poi un meccanismo di recupero che potrebbe consentire a liste coalizzate di ottenere seggi anche se non raggiungono il 2%.

Che succede se una coalizione alla Camera prende più del 55% dei voti nel territorio nazionale esclusa la Valle d’Aosta? Le spettano sempre 340 seggi?
No, gliene spettano di più. La legge premia chi vince con meno del 55% ma non punisce chi vince con più del 55%. Se una coalizione (per esempio, la coalizione che indica come premier l’onorevole Silvio Berlusconi) vince con il 60% dei voti validi prende il 60% dei 617 seggi assegnati tramite la competizione nazionale (ricordiamo che gli altri 13, che portano il totale a 630, sono assegnati uno alla Valle d’Aosta e dodici agli italiani all’estero), cioè 370 seggi (dunque non 340, ma 30 in più).

Ha senso dire, per esempio, “mi auguro la vittoria nazionale della coalizione Berlusconi, tuttavia alla Camera nel Lazio non voto per una lista della coalizione Berlusconi ma per una lista non coalizzata che mi è simpatica – La Destra, l’UDC o «Aborto? No grazie» – perché tanto nel Lazio i sondaggi danno alla coalizione Berlusconi alla Camera una tale maggioranza da farmi concludere che vincerà comunque, anche senza il mio voto”?
No, non ha nessun senso. Il conteggio per determinare chi ha vinto è nazionale (esclude solo la Valle d’Aosta). Conta chi alla fine “arriva primo” anche con un solo voto più del secondo, e un voto dato in Emilia-Romagna e uno dato in Lombardia o nel Lazio ai fini di questa “classifica” hanno esattamente lo stesso valore e vanno a comporre la stessa somma. L’unica somma rilevante è quella nazionale, mentre le somme regionali sono squisitamente irrilevanti (tranne, per la verità, in un caso: le liste che rappresentano minoranze linguistiche non italofone, le quali – se [i.] si presentano in una sola circoscrizione e [ii.] in quella circoscrizione conseguono almeno il 20% dei voti validi – eleggono deputati anche se non sono coalizzate e non sono arrivate al 4% dei voti validi nazionali; ma questa eccezione si applica solo appunto alle liste di minoranze linguistiche che parlano lingue diverse dall’italiano).

Ha senso dire, per esempio, “mi auguro la vittoria nazionale della coalizione Berlusconi, tuttavia non voto per una lista della coalizione Berlusconi ma per una lista non coalizzata che mi è simpatica – La Destra, l’UDC o «Aborto? No grazie» – perché tanto i sondaggi nazionali italiani danno alla coalizione Berlusconi alla Camera una tale maggioranza da farmi concludere che vincerà comunque, anche senza il mio voto”?
Non ha senso, o ce l’ha solo per chi non s’intenda di sondaggi. Trascurando l’ipotesi di sondaggi manipolati, maliziosi o fasulli, i sondaggi elettorali sono per loro natura volatili e incerti. Nelle primarie all’interno del Partito Democratico per designare il candidato di tale partito alla presidenza degli Stati Uniti, in California alcuni sondaggi assegnavano alla senatrice Hillary Clinton, alla vigilia del voto, un vantaggio di venti punti percentuali sul senatore Barack Obama; è stato poi quest’ultimo a vincere le primarie californiane. Nelle elezioni politiche italiane del 2006 gli ultimi sondaggi assegnavano alla coalizione che indicava come premier l’onorevole Romano Prodi un vantaggio da quattro a sette punti percentuali rispetto alla coalizione che indicava come premier l’onorevole Silvio Berlusconi; alla fine la coalizione Prodi vinse alla Camera con un vantaggio dello 0,06% mentre al Senato la coalizione Berlusconi in termini di voti batté addirittura la coalizione Prodi dello 0,2% (pur non riuscendo poi ad avere la maggioranza dei senatori eletti in Senato una volta che nel calcolo entrarono i senatori eletti con modalità speciale fra gli italiani all’estero). Questo avviene perché la stragrande maggioranza dei sondaggi è condotta su un campione casuale di mille intervistati su oltre trentotto milioni di elettori (in Italia per la Camera), e le interviste sono fatte per telefono. Se è vero che gli elettori sono più riluttanti a rivelare il loro voto in un’intervista faccia a faccia, è anche vero che in tutti gli altri settori di ricerca (per esempio, in materia religiosa) le interviste telefoniche sono considerate meno affidabili. Questo non vuol dire che i sondaggi siano irrilevanti: migliore è il campione, migliore è il sondaggio, e un campione di mille elettori italiani se è stato scelto utilizzando correttamente le tecniche di campionamento e intervistato con una esatta applicazione del sistema C.A.T.I. (Computer Assisted Telephone Interviewing, “sistema d’interviste telefoniche aiutato da un computer”) – che è poi il sistema che quasi tutti i sondaggi di cui leggiamo sui giornali utilizzano – può dare dei risultati di un certo interesse. Ma i sondaggi elettorali sono semper incerti anche quando (come non sempre avviene) sono condotti accuratamente e in buona fede. Nei sondaggi elettorali un vantaggio inferiore al 10%, in particolare, non dà nessuna sicurezza ed è spesso stato ribaltato dalla realtà concreta del voto.

Ha senso dire “alla Camera voto per una lista minore, tanto poi dopo le elezioni si alleerà con la lista maggiore ideologicamente più affine e farà maggioranza”?
No, non ha più senso e risente di ricordi della vecchia legge elettorale. Chi “arriva primo” alla Camera, come si è visto, ha un vantaggio garantito di almeno cinquanta seggi e non ha bisogno di allearsi con nessuno. Se, in ipotesi, arrivasse prima, anche per un solo voto la coalizione Veltroni l’alleanza di tutti gli altri (in assurda ipotesi, Sinistra Arcobaleno + coalizione Berlusconi + UDC + La Destra + “Aborto? No grazie”, e naturalmente è difficile che la Sinistra Arcobaleno si allei con gli altri partiti e movimenti citati) avrebbe al massimo il 45% dei seggi e non disturberebbe in nessun modo il “manovratore” Veltroni.

Ma davvero si possono prendere 340 seggi della Camera anche con una percentuale molto inferiore al 50%?
Sì. Basta avere il 10%. Se ci sono dieci coalizioni in gara più o meno della stessa consistenza, e la prima prende il 10,01% e le altre tutte il 9 virgola qualcosa, la prima coalizione alla Camera prende 340 seggi (una comoda maggioranza) e le altre si dividono i seggi restanti. Se chi arriva primo ha (a) il 10% dei voti validi; (b) il 55%; (c) una cifra percentuale compresa fra 10 e 55 il risultato alla Camera è esattamente lo stesso: 340 seggi. Come si è visto, solo se la coalizione che arriva prima ha meno del 10% dei voti validi (un’ipotesi del tutto teorica) scatta un sistema diverso, mentre se ha più del 55% dei voti validi prende una percentuale dei 617 seggi in palio superiore a quei 340 che corrispondono al 55% e corrispondente invece alla percentuale di voti validi effettivamente ottenuta.

Al Senato non funziona così: perché?
Nel 2005 la maggioranza del Parlamento voleva per il Senato la stessa legge della Camera. Questo avrebbe consentito anche al Senato alla coalizione che “arriva prima” nella gara nazionale di avere una maggioranza tale da essere al riparo dai “ribaltoni” di singoli o piccoli gruppi. Il Presidente della Repubblica – che allora era il senatore Carlo Azeglio Ciampi – obiettò che l’articolo 57 della Costituzione impone di eleggere il Senato “a base regionale” e che una legge simile a quella della Camera per il Senato sarebbe stata incostituzionale. Di qui la differenza di norme per il Senato.

Dunque al Senato come funziona?
La “gara” che premia chi arriva primo alla Camera si svolge, come abbiamo visto, su base nazionale (esclusa solo la Valle d’Aosta). Per il Senato ci sono invece tante “gare” simili, una per ogni Regione, escluse però oltre alla Valle d’Aosta anche il Molise e il Trentino-Alto Adige (che hanno tre sistemi diversi, che mi astengo dall’illustrare per semplicità). In ogni Regione (escluse le tre citate) la “gara” è simile a quella nazionale. Anche per il Senato si distinguono “coalizioni” e “liste”. Ogni Regione ha un certo numero di senatori, attribuiti in base alla sua popolazione.

Chi “vince” la gara regionale al Senato?
In ogni Regione (escluse Valle d’Aosta, Molise e Trentino-Alto Adige) si ripropone lo stesso scenario della Camera. Si contano i voti delle coalizioni e la coalizione che vince prende il 55% dei senatori attribuiti a quella Regione. Cambia, rispetto alla Camera, il minimo di voti necessari per far scattare l’attribuzione del 55% dei seggi in ciascuna Regione, che non è più il 10% ma il 20%. Se nessuna coalizione o lista non coalizzata raggiunge il 20% in una Regione, in quella Regione i seggi sono distribuiti in modo proporzionale. Se invece almeno una coalizione supera il 20%, chi vince se ha dal 20% al 55% prende sempre lo stesso numero di seggi attribuiti a quella Regione – il 55% dei seggi – mentre se chi vince ha più del 55% prende un numero di seggi regionali che corrisponde alla sua percentuale (dunque può prenderne anche più del 55%).

E al Senato quali soglie di sbarramento (regionali) ci sono?
Il 3% dei voti validi espressi nella Regione per le liste che fanno parte di coalizioni che abbiano conseguito il 20% (anche qui con qualche possibilità di avere seggi anche per chi rimane sotto al 3%, se è in una coalizione). L’8% (una soglia molto alta) dei voti validi espressi nella Regione per le liste che non fanno parte di coalizioni.

Se una lista non coalizzata raggiunge l’8% in una Regione – per esempio La Destra raggiunge l’8% in Lazio – ne consegue che, oltre che in quella Regione, potrà eleggere senatori anche in altre Regioni?
No. Nella legge elettorale vigente i diversi sistemi elettorali regionali non comunicano, per così dire, fra loro. Ciascuna lista non coalizzata ottiene senatori solo nelle Regioni dove raggiunge effettivamente l’8%.

Chi “vince” la gara nazionale al Senato? Cioè, chi controlla al Senato?
È molto difficile dirlo, e perfino fare sondaggi. Occorrerebbe disporre di sondaggi affidabili regione per regione, e in più tenere conto delle tre regioni con sistemi particolari, degli italiani all’estero e dei senatori a vita (che, come si è visto nell’ultima legislatura, possono essere decisivi). Ma proprio per questo sarebbe essenziale per assicurare la governabilità che chi vince alla Camera vincesse anche al Senato in più regioni possibile, e vincesse “bene”.

Se voto per una lista non coalizzata al Senato (per esempio l’UDC o La Destra) e questa lista nella mia regione non raggiunge l’8% che fine fa il mio voto? Si “recupera” in qualche modo?
No, non si recupera. Non ci sono più i sistemi di “resti” della legge elettorale precedente; la legge del 2005 prevede il “riparto dei seggi esclusivamente su base regionale”, quindi i voti andati persi in una Regione non possono essere recuperati in un’altra Regione. Il voto dato a una lista non coalizzata che nella mia Regione non raggiunge l’8% va totalmente sprecato. È come se avessi votato scheda bianca o scheda nulla (salvo il fatto – ma è una scarsa consolazione, anzi la beffa aggiunta al danno – che il mio voto contribuisce a determinare il totale dei voti validi regionali su cui, precisamente, si calcolano l’8% e le altre soglie di sbarramento).

Se voto per una lista coalizzata che al Senato non raggiunge il 3% nella mia Regione - per esempio, voto per la Lega Nord e questa, nella mia Regione, non raggiunge il 3% - il mio voto va ugualmente sprecato?
No. Perché in ogni caso è un voto per la coalizione, e contribuisce eventualmente a far vincere la coalizione e certamente a determinare il numero dei suoi seggi regionali. C’è poi un meccanismo di recupero che potrebbe consentire a liste coalizzate di ottenere seggi anche se non raggiungono il 3%.

Ha senso dire, per esempio, “mi auguro una vittoria nazionale della coalizione Berlusconi, ma al Senato in Lombardia non voto per una lista della coalizione Berlusconi ma per una lista non coalizzata che mi è simpatica – La Destra o l’UDC – perché tanto in Lombardia i sondaggi danno alla coalizione Berlusconi una tale maggioranza da farmi concludere che vincerà comunque, anche senza il mio voto”?
Potrebbe avere un senso se si votasse per elezioni regionali. Ma qui non bisogna dimenticare che si tratta di elezioni politiche nazionali e che l’obiettivo non è “avere più senatori in Lombardia” ma “avere più senatori in Senato a Roma”. Dunque c’è una grande differenza se la coalizione Berlusconi in Lombardia, nell’ipotesi che vinca, vince con il 54,9%, con il 59% o con il 65%. Perché, se prende il 54.9%, porta a Roma il 55% dei senatori eletti in Lombardia. Ma se prende il 59% o il 65% prende più senatori in Lombardia, cioè più del 55% dei senatori eletti in Lombardia. Nella pratica due o tre senatori in più che, come si è visto nella precedente legislatura, nel conto nazionale in Senato a Roma possono fare la differenza.
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roberto

Giovedì santo - In Coena Domini

«Il sangue sulle vostre case sarà il segno che voi siete dentro; io vedrò il sangue e passerò oltre; non vi sarà per voi flagello di sterminio». (Es 12, 13)

Gesù spezzò il pane («fractio panis») «nella notte in cui fu tradito» - «in qua nocte tradebatur» (1 Cor 11,23).
«Tradebatur» è, correttamente, associato al «tradimento» di Giuda. Tradito, sì, ma anche «tradotto», «consegnato».
Consegnato ai flagellatori e ai carnefici, ma anche a tutte le generazioni della storia perché, nelle piaghe dei suoi meriti, ci potessimo salvare.

La carne ed il sangue di Cristo sono per noi l’unico cibo e bevanda, perché gli unici che possono togliere la vera fame e la vera sete, che trattengono e affaticano l’esistenza.
La notte della Cena del Signore, Egli confessò: «dove vado io, voi non potete venire». (Gv 13, 33)
Però disse anche: «del luogo dove io vado, voi conoscete la via». (Gv 14, 4)
E di sé stesso, Gesù dice: «Io sono la Via, la Verità, la Vita» - «Ego sum Via, Veritas, Vita». (Gv 14, 6)
Per questo motivo - per il motivo che la Via è una Persona - non basta seguire la dottrina di Gesù per salvarsi, ma è necessaria l’unione sostanziale, carnale, spirituale, divina, con Lui.
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silvio