venerdì 28 gennaio 2011

Memoria liturgica di san Tommaso d'Aquino

In adorazione discorrendo sull'essere
La teologia secondo san Tommaso d'Aquino

di Inos Biffi

«Nelle attuali ricerche o, come si dice, nel dialogo sul monoteismo - riguardo al quale la fede cattolica professa l'esistenza di un solo Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo - è diffusa la discussione sull'essenza di Dio e sulla possibilità di nominarlo e quindi sul valore dei nomi che vengano attribuiti.
Quanto alla denominazione di Dio: parrebbe che nessun nome gli convenga e che nessuna idea ci si possa fare di lui, a motivo della sua trascendenza assolutamente inarrivabile e inattingibile e quindi inconcepibile dalla conoscenza umana, pena la sua riduzione ai confini e quindi ai limiti umani. Ed è come dire che di Dio non si può avere nessun concetto e che ogni concetto a suo riguardo sia destinato a essere equivoco: di Dio non si può parlare, ma solo tacere.» [leggi tutto]

© L’Osservatore Romano
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silvio

giovedì 27 gennaio 2011

Temere la dannazione altrui è una mentalità?

«Contro questo mostro dell’idolatria cinese, terribile con le sue tre teste (confucianesimo, taoismo e buddhismo), che tiranneggia da migliaia di anni tanti milioni di anime trascinandole negli abissi dell’inferno, si è levata la nostra Compagnia per fargli la guerra… al fine di liberare le anime disgraziate dalla dannazione eterna.»

Matteo Ricci

Stupefacente che questa citazione venga riproposta dal missionario don Piero Gheddo e liquidata come una «mentalità» ormai sostituita dal «dialogo». Ora, la motivazione del Ricci - salvezza dall’inferno - può essere avversata, ma è del tutto evidente. Quella invece del neo-Spirito di Assisi è vaga al punto da risultare incomprensibile. La motivazione dovrebbe essere il «dialogo della vita», se si capisse cos’è e a cosa serve. Se per caso fosse «la salvaguardia della pace, della giustizia, dell’aiuto ai poveri e della libertà religiosa per tutti», non servirebbe certo scomodare la Chiesa: basterebbe una politica illuminata o qualche ente filantropico. Obiettivi perseguibili senza la Grazia, alla portata anche di taoisti o indù.
No. La Chiesa ha il mandato di predicare il Vangelo, “fino all’effusione del sangue” (“usque ad effusionem sanguinis”), per una vocazione soprannaturale e fuori dalla portata di qualsiasi istituzione mondana o religione. L’unico fine della Chiesa è «di liberare le anime disgraziate dalla dannazione eterna», come giustamente dichiara il Ricci assieme a tutti i santi. Non è una «mentalità», ma un mandato irrevocabile e irreformabile.
L’autentico Spirito di Assisi - di San Francesco - è storicamente noto: convertire noi stessi ed i pagani a Cristo. Nessuno, poi, può accusare San Francesco (peccatore tra i peccatori) o Matteo Ricci (cinese tra i cinesi) di mentalità arrogante o fondamentalista, tanto fu dolce il loro dire ed il loro fare. Nulla di arrogante in essi, al contrario di molti dei predicatori contemporanei…
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silvio

mercoledì 26 gennaio 2011

“Buon compleanno Eugenio Corti E perdona la critica, se puoi”


Eugenio Corti

Articolo di Luca Doninelli

«Lo scrittore ha compiuto 90 anni. Ma l’establishment culturale ancora lo ignora Le sue colpe? È stato anticomunista, è cattolico e ha creato un capolavoro del Novecento

In questi giorni ha compiuto novant’anni uno dei personaggi più grandi e misteriosi della letteratura italiana dell’ultimo mezzo secolo: Eugenio Corti. Sono diverse, in Italia, e specialmente in letteratura, le figure difficili da catturare secondo i parametri storico-letterari vigenti - le figure, voglio dire, di cui si riconosce il valore, questo sì, ma per aggiungere però, subito dopo, che sono «di difficile collocazione», come se il problema fosse quello di collocarli, di prender loro le misure: cosa che si fa, solitamente, quando si deve fabbricare una bara.
Ma il caso di Eugenio Corti è comunque il più emblematico di tutti, perché Eugenio Corti ha commesso l’errore più imperdonabile: quello di avere scritto il capolavoro che tutti i letterati italiani aspettavano.» [leggi tutto]
© Il Giornale
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silvio

venerdì 21 gennaio 2011

Il politico cattolico, la laicità e il cristianesimo

Articolo di mons. Giampaolo Crepaldi, Arcivescovo di Trieste

«Per il politico cattolico la laicità è un valore acquisito e da difendere. Essa significa che la sfera politica è indipendente da quella ecclesiastica e che politica e religione sono ambiti distinti. Il cristianesimo ha contribuito molto a fondare l’autentica laicità. Infatti il cristianesimo non è una religione fondamentalista. Il testo sacro cui esso si ispira non va letto alla lettera, ma interpretato; l’autorità universale del papa libera i cristiani dalle eccessive sudditanze politiche nazionali; la costruzione del mondo è stata affidata da Dio alla libera e responsabile partecipazione dell’uomo. Ciò però non significa che la società e la politica siano totalmente altro dalla religione cristiana, che non abbiano con essa niente a che fare. La società ha bisogno della religione in quanto tale e possiamo anche dire che la società ha bisogno in modo particolare della religione cristiana se vuole mantenersi su livelli di sana laicità.» [leggi tutto]
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silvio

giovedì 20 gennaio 2011

Moralità, moropatie e moralismi

«La Chiesa spinge e invita tutti, soprattutto coloro che hanno una responsabilità pubblica in qualunque settore amministrativo, politico e giudiziario, ad avere e ad assumere l'impegno di una più robusta moralità, di un senso di giustizia e di legalità».
Tarciso Bertone

Certamente il porporato si riferisce all’impegno morale, legale e giudiziario di contrastare l’aborto e il divorzio, di impedire lo sfascio delle famiglie, di ostacolare l’eutanasia e le forme di suicidio assistito, di frenare liberisti e keynesiani, di promuovere la sussidiarietà e l’iniziativa privata dell’associazionismo.
Si riferisce a questo, vero? Perché, se non si riferisse a questo, sarebbe grave.
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silvio

Messori: “Il buon politico viveur è meglio del cattivo moralista”

Articolo di Andrea Tornielli

«“Resto sbalordito quando sento invocare un anatema o una scomunica della Chiesa su Berlusconi per le ben note vicende”.
Vittorio Messori, scrittore cattolico autore di best-seller sulla storicità dei Vangeli, del libro intervista a Giovanni Paolo II (Varcare le soglie della speranza) e prima di un dialogo con l’allora cardinale Ratzinger che ha segnato un’epoca (Rapporto sulla fede), si dice “allergico” a ogni moralismo e a ogni confusione.» [leggi tutto]
© Et-et di Sebastiano Mallia
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silvio

mercoledì 19 gennaio 2011

Professione teologo

Quelli che riflettono sull'invisibile

di Inos Biffi

«Elaborare una teologia per il nostro tempo, che risponda alle attese del mondo, che ne assuma il linguaggio e le aspirazioni: è l’incombenza abitualmente assegnata a quanti fanno di professione il teologo.
Intanto giustifichiamo questo modo di esprimersi: fare di professione il teologo. Qualcuno parla di carisma o di ministero del teologo, il che può anche aver senso, se si intende mettere in luce che la teologia è un servizio nella Chiesa. Solo che si deve subito aggiungere che non si diventa teologi per grazia o per una speciale missione ricevuta, ma perché si ha una particolare capacità e attitudine a riflettere sulla fede o a esplorare il mistero cristiano; se a questo ci si dedichi assiduamente come a un lavoro arduo ed esigente, facendone una laboriosa scelta di vita.
Oggi si è molto larghi e facili nel concedere o nel concedersi il titolo di teologo: nella storia della teologia troviamo un criterio ben differente.
Tommaso d’Aquino era di parere diverso. Egli riteneva che la professione del teologo - o, come egli la definisce, l’officium sapientis - sia impresa che oltrepassa le possibilità umane (proprias vires excedit) e può esercitarsi solo affidandosi alla bontà divina (assumpta ex divina pietate fiducia).» [leggi tutto]
© L’Osservatore Romano
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silvio

mercoledì 12 gennaio 2011

“Ecumenismo stanco?”


Pietro Valdo
Riporto qui un breve articolo di Emilio Bracco, membro della Comunità ecclesiale valdese di Trieste. L’articolo, di cui al titolo, è comparso in una circolare della Comunità, che periodicamente mi viene inviata su mia richiesta. Devo precisare che i protestanti di Trieste, visto il numero esiguo degli appartenenti, sono riuniti in un gruppo più ampio: Chiese Evangeliche Elvetica, Metodista e Valdese di Trieste e Diaspora. Conosco personalmente Emilio - persona di grande spessore umano - il quale mi ha fatto un po’ conoscere la realtà valdese tergestina.
L’articolo è importante perché manifesta gli ostacoli, francamente enormi, che rallentano (anzi, bloccano) il cosiddetto dialogo ecumenico. [leggi tutto]
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silvio

martedì 11 gennaio 2011

“Mandato di cattura” fogliante per Claudio Magris

Imperdibile Pietrangelo Buttafuoco che, su Il Foglio, gliele canta a dovere a Claudio Magris - epigono della deceduta cultura tergestina.

Questa la sintesi della traduzione del Magris al confino, da parte di un drappello di arditi: «Un manipolo di squadristi, su ordine della Polizia fogliante, marcia nottetempo su Trieste per un’azione meritoria: la traduzione in side-car dello scrittore alleato del luogo comune».
Il “mandato di cattura” è varato «affinché l’Italia sia mondata dalla piaga conformista» e da «sedimenti di untuoso e immorale umanitarismo imbecille».
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silvio

lunedì 10 gennaio 2011

Cinque brevi letture per cominciare bene la settimana

Vi suggerisco un percorso impegnativo, ma i testi sono brevi e quella di Alleanza Cattolica su Facebook è una scuola che non chiude mai.

1. Cominciate con i battesimi del Papa di domenica nella Cappella Sistina.

2. Continuate con la controversia sul tricolore.

3. Il che vi farà venire voglia di sapere cosa pensa Marco Invernizzi, di Alleanza Cattolica, delle esternazioni del presidente Napolitano sul Risorgimento.

4. Fate un intermezzo con il film "Hereafter" di Clint Eastwood, commentato e criticato da Luca Finatti, di Alleanza Cattolica.

5. Concludete con un piatto forte: il discorso del Papa del 10 gennaio al Corpo Diplomatico sulla libertà religiosa, per me un'agenda anche per il mio incarico all'OSCE.

In Jesu et Maria

Massimo Introvigne

Dittatura delle minoranze

A proposito delle più volte menzionate “installazioni”, alle quali oramai l’arte contemporanea fa culto di adorazione assoluto, proporrei un articolo di Luca Beatrice, che redige il certificato di decesso della pittura.
Decesso decretato - come nel caso di tutte le rivoluzioni - da una sparuta e sovietica intellighenzia, non supportata dal buon senso della gente, che continua a preferire l’acquisto di quadri. Beatrice non parla di installazioni, ma di un fenomeno distruttivo interno alla pittura. Fenomeno, direi, prodotto da quelle stesse avanguardie paranoiche innamorate della  becera e violenta provocazione.
Siamo in piena dittatura, insomma. Nell’arte spadroneggiano le minoranze bolsceviche, così come - in campo politico - l’Europa è sotto sequestro ideologico di un pugnetto di giacobini.
Peggio dei barbari, hanno saccheggiato la bellezza e la civiltà.
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silvio

FAMIGLIE AL CINEMA



Le Cronache di Narnia – Il viaggio del veliero
di Michael Apted, Gran Bretagna, 2010
Interpreti principali: Ben Barnes (Re Caspian), Skandar Keynes (Edmund), Georgie Henley (Lucy), Will Poulter (Eustace Scrubb),


“Supponiamo che ci sia una terra come Narnia e che il Figlio di Dio, come è diventato uomo in questo mondo, diventi lì un leone. A quel punto immaginiamo cosa può accadere”. Così rispose lo scrittore C.S. Lewis (1898-1963) ai curiosi che volevano conoscere la genesi del suo mondo fantastico. Ed ecco ciò che è accaduto: un ciclo di sette romanzi pubblicati tra il 1950 e il 1955; la riproposizione di simboli universali di culture differenti, orientati a ritrovare un senso pieno in Cristo-Aslan; tre film usciti all'inizio del secondo millennio che ripercorrono fedelmente le gesta romanzesche della famiglia Pevensie, due sorelle e due fratelli misteriosamente catapultati in un universo parallelo. Mentre nella realtà primaria infuria la II Guerra Mondiale, in quella secondaria i giovani protagonisti ingaggiano la loro battaglia che ha tutte le caratteristiche di un ascetico combattimento spirituale (“Se volete sconfiggere le tenebre fuori dovete prima sconfiggere le tenebre dentro di voi”). Nel primo film l'incoronazione finale dei protagonisti riconosce a ciascuno la felice conquista di una virtù esercitata con particolare impegno: Peter (“il magnifico”), Susan (“la dolce”), Edmund (“il giusto”) e Lucy (“la valorosa”). Fede, speranza e carità sono invece attributi di Aslan che, di volta in volta, ne rende partecipi i personaggi incontrati, attraendoli a sé e trasfigurandoli. In questo terzo film, capace di ridestare l'incanto del primo, dopo un secondo più avventuroso e superficiale, compare un nuovo ragazzo, il cugino Eustace, arcigno e incredulo. Insieme a Edmund e Lucy ormai adolescenti, anche il suo sarà un viaggio di formazione, molto particolare e doloroso, per imparare a vincere le tentazioni più insidiose. A differenza di Tolkien, di cui fu amico stimato, in Lewis è evidente l'intenzione didascalica, a scapito della spontaneità della storia e della caratterizzazione dei personaggi. I film però risentono meno di questi difetti di scrittura e le vicende acquisiscono in vivacità e freschezza. Bisogna sperare che la saga cinematografica continui e lasci sempre più trasparire i tratti evangelici. Uno domina su tutti: la regalità sacra cristiana. Se nella storia del mondo antico, e non solo, chi comanda spesso si presenta come una divinità e vuole essere adorato, Narnia invece è governata secondo altri principi: i re sono umani mediatori tra cielo e terra, sanno che la vera regalità sta nell'amare e servire il popolo seguendo il modello di Aslan, il leone re, figlio dell'Imperatore, simbolo potente della regalità di  Cristo. Come ci ha ricordato il Papa nell'omelia della veglia di Natale: “Questo bambino è veramente l’Emmanuele, il Dio-con-noi. Il suo regno si estende veramente fino ai confini della terra.[...] Questo bambino ha acceso negli uomini la luce della bontà e ha dato loro la forza di resistere alla tirannia del potere. In ogni generazione Egli costruisce il suo regno dal di dentro, a partire dal cuore”. Ma questo deve poi tradursi in compito per trasformare la società, come spiega Aslan, riconducendo i giovani a casa: “Io veglierò su di voi, sempre. Nel vostro mondo ho un altro nome. Dovrete imparare a conoscermi con quello. È questa la ragione che vi ha portati a Narnia: perché avendomi conosciuto un po' qui riusciate a conoscermi un po' meglio anche lì". Ecco svelato il mistero: Narnia è un luogo dello spirito dove la fantasia si purifica meditando la regalità di Cristo in noi, per poi diffonderla, fortificati, intorno a noi.
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Luca

venerdì 7 gennaio 2011

Ettore Gotti Tedeschi a Trieste

Ettore Gotti Tedeschi, economista ed attuale presidente dell’Istituto per le opere di religione (Ior), esordisce con una battuta: «Perché siamo in crisi economica? Perché non abbiamo avuto buoni preti che hanno insegnato dottrina». Ma al di là della battuta, Gotti Tedeschi ha pochi dubbi sul fatto che a monte di ogni crisi - non solo economica - vi sia un crollo dei valori morali cristiani. In particolare, egli sostiene che il naufragio economico occidentale sia conseguenza primaria della rinuncia irresponsabile a fare figli. Assunto, questo, che l’insigne economista ha inteso dimostrare durante la conferenza dal titolo “Sviluppo economico e inverno demografico”, ultimo appuntamento del ciclo “Cattedra di San Giusto 2010”. L’incontro si è svolto il 16 dicembre presso la Sala Maggiore della Camera di Commercio di Trieste, alla presenza dell’Arcivescovo mons. Giampaolo Crepaldi, delle autorità cittadine e del pubblico. [leggi tutto]

Silvio Brachetta © Vita Nuova

lunedì 3 gennaio 2011

Viva la morte

«Quattro giorni prima di rendere la sua anima a Dio per tre volte esclamò forte: “Viva la morte”. “Perché?” gli chiese la suora che lo assisteva. “Perché è principio della vita”.»

Vale veramente la pena conoscere la vita e l’opera di questo grande parroco di Castelletto di Brenzone sul lago di Garda.
Sei anni di grandi sofferenze - dal 1917 al 1922 - prima della sua santa morte. Morte non più nemica, ma sorella: dono della Provvidenza, assieme al tempo, per la nostra beatitudine eterna. Ho recentemente avuto a che fare con le Piccole suore della Sacra Famiglia, da lui costituite in ordine religioso.
Originali il suo esempio e i suoi insegnamenti.
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silvio

martedì 28 dicembre 2010

È necessario fermarsi

«È scrittrice e crede d’aver scoperto il segreto dell’universo, segreto che secondo lei consiste nel fatto che non esiste nessun segreto. È questo il guaio dei moderni: non hanno il senso del mistero.»
Bruce Marshall, Tutta la gloria nel profondo.

Ci risentiamo dopo il 2 gennaio credo, carissimi.
I temi che abbiamo toccato assieme - assieme ai colleghi della nostra piccola rete mediatica teologica (o apologetica, o scientifica) - meritano di essere sviluppati durante il prossimo anno.
Questi, in particolare:
1) Mistero: è il grande assente della modernità. Per questo abbiamo proposto una Tradizione intesa con la figura dell’albero: radici, fusto, rami, foglie, fiori e frutti.
2) Conservare: come dice Roberto, conservare la Verità. Aggiungo: nella Verità non c’è alcuna fissità o nostalgia. Ma estasi, movimento, vita, meraviglia, ebbrezza, tumulto, gloria, vertigine, virtù.
3) Attualità: la modernità ha un tumore, che procede da vari errori (storicismo, modernismo, progressismo, liberalismo - primariamente). È da riproporre l’antico - non il vecchio - e sposarlo con l’attuale.
4) Scienza: certo le scienze naturali, fisiche e chimiche ne sono il vestibolo. Certo, la logica è l’ingresso della ragione. Ma la vera Scienza è l’Episteme. Il suo oggetto è il tutto, la Verità. Non conosce regioni, non ha confini, né settori, né vincoli, né ostacoli. È l’unica attività degna dell’uomo. È limitata solo dalla parte mortale e finita dell’uomo. Per praticare l’episteme bisogna inginocchiarsi.

Αναγκη στηναι
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silvio

domenica 26 dicembre 2010

FAMIGLIE AL CINEMA


CONTRO BABBO NATALE
OVVERO COME SALVARE LO SPIRITO DEL NATALE
NONOSTANTE IL BABBO


“La situazione è definitivamente grave solo quando la pseudofesta sostituisce inavvertitamente e quasi impercettibilmente la festa [...] Neanche la società secolarizzata può fare come se il Natale non esistesse, almeno non ancora. Ciò nonostante, come tutti sanno, l'autentica festa quasi scompare sotto il preponderante aspetto commerciale. In modo del tutto grottesco, l'aspetto essenziale diventa forse irriconoscibile”[1]. Ogni anno il tormentone natalizio è composto da frasi come questa, risalente a quarantanni fa. Sarebbe ora di individuare i colpevoli, stigmatizzarne l'operato e proporre rimedi. In questo articolo verrà processato l'imputato numero uno: Babbo Natale. Nel suo personaggio confluiscono più tradizioni culturali, tanto da farne un oggetto conteso da interpretazioni spesso divergenti. Il cristianesimo ricorda che il suo nome anglofono, Santa Claus, deriva da san Nicola (ca.260-ca.326), vescovo di Myra, attuale Turchia, venerato in Italia dopo che alcuni marinai s'impossessarono dei suoi resti e li portarono a Bari il 9 maggio 1087. L'attributo dei doni fa riferimento ad alcuni episodi della vita del santo così come il rosso del vestito ricorda quello vescovile[2]. Fino al termine del XIX sec. il nome di san Nicola rimase invariato anche se, lentamente ma inesorabilmente, i tratti religiosi cristiani sparirono per acquisirne altri più favolistici, incontrando le tradizioni mitologiche nordiche che lo trasformarono in una sorta di elfo mastro, a capo di una super bottega di artigiani indaffarati a preparare regali. La responsabilità principale di questa trasfigurazione risale a Clement Clarke Moore, professore di ebraismo e lingue orientali nel collegio protestante episcopaliano di New York, il quale nel 1822 scrisse un poemetto intitolato The Night before Christmas. In questo testo appaiono le renne, gli abiti di pelliccia, la pipa  e la slitta volante. Nel 1931 fu la campagna pubblicitaria della Coca–Cola, affidata a Haddon Sundblom, a determinare definitivamente l'identità di Babbo Natale così come oggi viene utilizzata da tutti i media: un'icona  rasserenante, buona da accostare ad ogni tipo di offerta commerciale[3]. In questa camaleontica mutazione dell'immagine di Babbo Natale il cinema ha giocato un ruolo fondamentale. Nel 1947 otterrà un grande successo quello che possiamo considerare l'archetipo novecentesco di Babbo Natale: Miracolo sulla 34° strada[4]. Fin dalla prima sequenza si cita il testo di Clarke (Cupido, Fulmine e Impeto, nomi di tre renne). In realtà il film aggiunge qualcosa di nuovo: l'anziano signore dalla barba bianca che entra in scena fin dai titoli di testa afferma di essere il vero Babbo Natale. Viene assunto prima per la tradizionale sfilata dei carri organizzata dai grandi magazzini Macy's e poi dalla stessa azienda per vendere ai bambini. Lui accetta il lavoro, sempre però ribadendo la sua originale identità. Dopo varie peripezie è costretto a difendersi in tribunale e, grazie all'aiuto di un abile avvocato, ottiene dal giudice la sentenza che lui è il vero e unico Babbo Natale! Anche le altre vicende che lo vedono impegnato con i bambini hanno questo scopo fondamentale: sconfiggere l'incredulità. Inizialmente la piccola Susan si mostra scettica verso tutto ciò che è irrazionale, ma dovrà alla fine ricredersi, insieme alla stessa mamma che enuncia così la morale del film: “Avere fede significa credere in cose che il buon senso ritiene assurde”. Il fascino di questa bizzarra storia risiede in una narrazione, certamente ironica, che vuole però portare lo spettatore almeno a sospendere l'incredulità riguardo all'esistenza di Babbo Natale. Inizialmente  appare ma non sappiamo da dove provenga, poi chiede di essere 'riconosciuto', anche attraverso un processo pubblico che stabilisca la verità; infine scompare, dopo aver consegnato i doni promessi. Questo percorso narrativo ha non poche analogie con quello dei Vangeli: la vita nascosta, la progressiva rivelazione, la predicazione (Babbo Natale si rivolge ai bambini cercando di aiutarli ad acquistare i regali che loro preferiscono e non quelli consigliati dai grandi magazzini) e infine il processo, che non porta alla morte sacrificale ma al successo finale: il miracolo della famiglia ricomposta grazie all'esaudimento dei desideri della bambina. Quattro anni dopo l'uscita di questo film che ebbe un'enorme diffusione, a Digione accadde un curioso fatto di cronaca: il 23 dicembre venne impiccato e poi bruciato, davanti alla cattedrale di Sainte -Bénigne, un pupazzo di Babbo Natale. Come reazione, la sera successiva, un comunicato ufficiale del municipio convocò i bambini in piazza, assicurando che il vecchio donatore sarebbe riapparso come ogni anno. Il famoso antropologo Claude Levy-Strauss scrisse a  questo proposito Babbo Natale giustiziato, saggio in cui si può leggere: “La Chiesa non ha certamente torto quando denuncia, nella credenza in Babbo Natale, il più solido bastione e uno dei più attivi focolai del paganesimo nell'uomo moderno. Resta da sapere se l'uomo moderno non possa difendere anch'egli i suoi diritti di essere pagano”[5]. La divinizzazione di Babbo Natale ottiene dunque anche un riconoscimento culturale prestigioso e, attraverso fasi alterne, arriverà la sua definitiva affermazione cinematografica a partire dagli anni '90[6]. Soprattutto in Polar express[7] quella di Babbo Natale è un'autentica epifania estatica, una manifestazione numinosa. Dopo un lungo viaggio in treno, il protagonista, un bambino incredulo, arriva nel regno di Santa Claus, dove masse di elfi adoranti attendono che lui si mostri. Ciò avviene solo quando l'eroe riesce a urlare a sé stesso: “Io credo!”. Questa visione pseudonatalizia è in consonanza con il revival religioso New Age[8] esploso negli ultimi decenni, tanto che in un libro come La vera storia di Babbo Natale si può leggere che “rispettare Babbo Natale significa, in un certo senso, comprendere il ritmo profondo della Natura e dell'Ordine del mondo e darsi degli strumenti per proteggerli. Sì, credere a Babbo Natale significa credere nella Vita”[9]. La divinizzazione neopagana però, com'è tipico nella modernità avanzata, porta sempre con sé anche la sua demitizzazione. Per questo negli ultimi vent'anni sono fiorite parodie. La migliore (ma anche la più insidiosa) è  Tim Burton's Nightmare before Christmas[10] in cui si racconta  la storia di Jack Skeleton, uno scheletro re di Halloween e signore delle zucche, stufo di passare tutta la vita a organizzare feste di mostri e per questo deciso a rapire Babbo Nachele, re della città del Natale, dove tutto è luminoso e piacevole. In questo film Halloween e Natale non sono nemmeno feste, ma simboli di stati d'animo (angoscia e gioia) e dimensioni complementari dello spirito (tenebre e luce). Ognissanti e Natale sono ormai accomunate dallo stesso destino di deformazione e svuotamento del loro significato storico, religioso e salvifico[11]. Che fare, dunque? Aprire la caccia ai babbi appesi ai balconi ? Innalzare roghi di barbe? Istituire corsi speciali di catechesi per spiegare a grandi e piccini che l'unico Babbo originale è san Nicola mentre gli altri sono impostori? Qui si propone innanzitutto di rileggere un classico, Canto di Natale, rivedere due film ad esso ispirati e invocare la nascita di un poeta pari a Charles Dickens. La vita è meravigliosa[12] del cattolico americano Frank Capra è una deliziosa commedia in cui l'angelo Clarence è inviato per salvare dal suicidio un povero padre di famiglia, George Bailey, disperato perché l'azienda è sull'orlo della bancarotta. Come nel racconto dickensiano, l'angelo propone al protagonista un viaggio nel tempo, mostrandogli come sarebbe diventata la città senza di lui. E George riscopre il valore della sua esistenza spesa per gli altri e lo stupore dinanzi alla bellezza della vita. A Christmas Carol[13] del regista Robert Zemeckis, abbandonate le atmosfere acquariane di sue precedenti opere, ripropone fedelmente la storia del vecchio avaro Scrooge e della sua conversione, grazie a tre spiriti del Natale: passato, presente e futuro. Nel testo dello scrittore inglese, potenziato ed esaltato nella recente versione cinematografica, ritroviamo Babbo Natale. Il secondo spirito infatti, quello del Natale presente, ha le fattezze delle divinità pagane dell'abbondanza, una sorta di Bacco redivivo, vestito di verde. Ma questo, insieme agli altri due spiriti, ha una missione da compiere, come l'angelo Clarence, per conto di Dio. E se in fondo fosse questa la vera natura, misconosciuta e fraintesa, di Babbo Natale? Un angelo che porta doni per ricordarci chi è il Dono per eccellenza. Nel racconto è lo spirito (l'angelo?) del Natale presente che mostra a Scrooge il bambino handicappato Timmy, l'unico a ricordare esplicitamente Gesù (“... sperava che la gente in chiesa l'avesse guardato, storpio com'è, perché deve far piacere, il giorno di Natale, ricordarsi di Colui che ha fatto camminare gli zoppi e vedere i ciechi”). Per questo urge un poeta che sappia dare una veste rinnovata, davvero natalizia, all'anziano barbuto, qualcuno che trovi le note giuste per un cantico nuovo. “Che cos’è la bellezza, che scrittori, poeti, musicisti, artisti contemplano e traducono nel loro linguaggio, se non il riflesso dello splendore del Verbo eterno fatto carne?”[14]
***
Luca


[1]     Josef Pieper, Sintonia con il mondo. Una teoria sulla festa, Cantagalli, Siena, 2009.
[2]     Si consulti il ricco sito http://www.basilicasannicola.it/
[3]                   Carlo Sacchettoni, La storia di Babbo Natale, Edizioni Mediterranee, Roma, 1996 ; Nicola Lagioia, Babbo Natale. Dove si racconta come la Coca-Cola ha plasmato il nostro immaginario, Fazi, Roma, 2005.
[4]                  Miracolo della 34° strada, regia di George Seaton, Usa, 1947. Sarà realizzato un remake nel 1994, inferiore all'originale e con un'accentuazione ancora più smaccata dell'irrazionalità della fede: Miracolo nella 34° strada, regia di Les Mayfield,  Usa, 1994.
[5]                  Claude Lévi-Strauss, Babbo Natale giustiziato, Sellerio, Palermo, 2001
[6]                 In La storia di Babbo Natale - Santa Clause, regia di Jeannot Szwarc, Usa, 1985 si assiste alla morte di un falegname molto buono e di sua moglie, i cui corpi però vengono magicamente rianimati e condotti nel regno degli elfi. Verranno poi Santa Clause, di John Pasquin, Usa, 1994; Mrs. Santa Claus, di Terry Hughes, Usa, 1996; Che fine ha fatto Santa Clause?, regia di  Michael Lembeck, Usa, 2002;  Santa Clause è nei guai, regia di Michael Lembeck, Usa, 2006.
[7]     Polar express, di Robert Zemeckis, Usa, 2004.
[8]     Massimo Introvigne, Il cortile dei gentili. La Chiesa e la sfida della nuova religiosità: “sette”, nuove credenze, magia, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2010
[9]                   Arnaud D'Apremont, La vera storia di Babbo Natale, Edizioni L'Età dell'Acquario, Torino, 2005            
[10]                Tim Burton's Nightmare before Christmas, regia di Henry Selick, Usa, 1993.
[11]    Paolo Gulisano – Brid O'Neill,  La notte delle zucche. Halloween: storia di una festa, Ancora, 2006
[12]    La vita è meravigliosa, regia di Frank Capra, Usa, 1947
[13]                 A  Christmas Carol, regia di  Robert Zemeckis, Usa, 2009
[14]    La Chiesa ha bisogno dell’arte, l’arte ha bisogno della Chiesa”. L’incontro di Papa Benedetto XVI con gli artisti (21 novembre 2009)