giovedì 21 marzo 2013

Il numero uno degli esorcisti: “Monti (e non solo) massone”


Padre Amorth: "Nel mondo comandano 7-8 persone. Hanno pestato i poveri e salvato i ricchi". E sul nuovo pontefice: "Temo che faccia la fine di Papa Luciani"

di Stefano Lorenzetto

Un giudizio senza appello sul capo dello Stato ormai a fine mandato e sul presidente del Consiglio in carica ancora per pochi giorni. Anzi, un anatema, considerato che a pronunciarlo è padre Gabriele Amorth, il più famoso esorcista del mondo, oltre 160.000 riti di liberazione compiuti su indemoniati.
Eccolo, trascritto alla lettera: «Chi comanda è chi ha i soldi. Il nostro mondo è gestito da 7-8 persone che hanno in mano i quattrini. Di Monti cosa vuole che dica? Non per niente è stato messo su da un massone! Perché Napolitano è massone. Non lo conosco personalmente (Monti, ndr), però per essere arrivato così, di colpo, al ruolo che ha... Solo con la potenza della massoneria poteva arrivarci».
È una videointervista che dura quasi due ore, raccolta l'11 marzo. Mi è stato concesso di visionarne un estratto di 24 minuti. Davanti alla telecamera l'anziano sacerdote della Società San Paolo denuncia come l'associazione segreta si sia infiltrata nel cuore stesso della Chiesa: «La massoneria ha i rami dappertutto. Anche in Vaticano, purtroppo. Esiste. Perché è basata sul denaro, sulla carriera. Si aiutano reciprocamente».
In una successiva testimonianza di 15 minuti filmata il 13 marzo, nel pomeriggio in cui il conclave ha eletto il cardinale Jorge Mario Bergoglio al soglio di Pietro, l'esorcista racconta di come la massoneria sia riuscita a cacciare Ettore Gotti Tedeschi dalla guida dello Ior, dove Benedetto XVI l'aveva chiamato per uniformare la Santa Sede alle normative in materia di trasparenza e di antiriciclaggio. In una pausa delle riprese, il paolino ha espresso un terribile presentimento, portandosi una mano sul cuore: «Papa Luciani ce l'ho qua e non vorrei che il nuovo pontefice facesse la stessa fine».
I due video sono stati girati dal regista Massimo Emilio Gobbi, convocato a Roma da un cardinale (non italiano) della curia romana conosciuto anni fa attraverso monsignor Emmanuel Milingo, l'arcivescovo-esorcista dimesso dallo stato clericale nel 2009 e finito a recitare in Kamorrah days, un film di Gobbi. «Il porporato», spiega il cineasta, «mi ha informato che padre Amorth, 88 anni a maggio, intendeva dettare una sorta di testamento spirituale, ma soprattutto farne giungere uno spezzone ammonitorio al presidente degli Stati Uniti. S'è infatti convinto che Barack Obama, protestante aderente alla United Church of Christ, sia passato dalla parte di Satana dichiarando incostituzionale il divieto dei singoli Stati americani alla celebrazione delle nozze gay».
Ma perché il cardinale straniero amico di padre Amorth ha deciso di affidare il delicato compito proprio a Gobbi, autore di film non propriamente per educande? È presto detto: il regista, fondatore del movimento politico «Il Kennedy italiano» ispirato a sé medesimo, nel 2007 incontrò Obama: «Lo conobbi attraverso Ron Paul, candidato alla presidenza degli Stati Uniti, appoggiato con 50 milioni di dollari dal finanziere George Soros, per il quale ho lavorato».
Gobbi riferisce che fra lui e padre Amorth, partigiano a 18 anni nella Brigata Italia, ordinato prete nel 1954 e laureato in giurisprudenza, s'è subito instaurato un clima di grande fiducia: «Nonostante l'età avanzata, ha una lucidità mentale straordinaria. Prima di cominciare le riprese, mi ha persino chiesto: Ha fatto il bianco?. È l'espressione gergale usata dai cineoperatori quando bilanciano la telecamera puntando l'obiettivo su un cartoncino di quel colore».
Mentre il neoletto Papa Francesco manifesta con forza un anelito di spiritualità («ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!»), il vecchio esorcista traccia nella videointervista un profilo esattamente opposto della barca di Pietro: «Purtroppo anche nella Chiesa ci sono quelli che vanno avanti a forza di carriera, a forza di soldi, a forza di corruzione. Anche nella Chiesa c'è una grande massa di massoni. E anche tra i cardinali ce ne sono, altroché, altroché! Perché di fronte al dio denaro uno ammazzerebbe suo padre, sua madre, i suoi figli. Anche un uomo di Chiesa lo fa, se non ha fede. La massoneria è diventata la padrona nella gestione del denaro, un qualcosa di una potenza enorme. Ma cosa crede? Che sia il capoccia degli Stati Uniti, Obama, a comandare? Macché. Gli uomini politici sono tutti soggetti alla massoneria».
A questo punto padre Amorth sferra l'attacco a Giorgio Napolitano, definito senza perifrasi «massone», e a Mario Monti, imposto come premier dal capo dello Stato nel novembre 2011: «Sappiamo solo che hanno pestato i poveri e non hanno toccato i ricchi. Questo lo sappiamo con certezza. Pestato i poveri e non toccato i ricchi», ripete. «Per prima cosa io avrei dimezzato la paga a tutti i parlamentari, ai ministri». E ancora: «Le leggi di Monti... Ho visto varie persone che si sono suicidate in seguito a queste leggi. Un caso comunissimo: un cittadino possiede un appartamentino dove abita, quindi che non gli rende, e non ha entrate. Gli mettono tasse da pagare, e robuste, oltre 2.000 euro l'anno. Che fa? Io ne ho già conosciuti tanti che mi hanno detto: guardi, padre, l'unica soluzione è il suicidio».
«L'intervista con padre Amorth era fissata per il 6 marzo, ma alle 3 di notte ho avvertito un dolore lancinante al petto», racconta il regista Gobbi, cardiopatico iperteso, già colpito da infarto miocardico acuto nel 1992. «Alle 9 del mattino, anziché prendere l'aereo per Roma, sono stato ricoverato all'ospedale civile di Venezia, dove mi è stata diagnosticata un'ischemia coronarica acuta», ed esibisce tanto di referto medico. «Era già stato programmato per l'indomani un intervento chirurgico. Verso sera viene al mio capezzale un medico e mi dice: Lo sa che l'ischemia non c'è più? Completamente sparita. Non riusciamo a capire, e mi ha dimesso».
Gobbi è convinto che il diavolo ci abbia messo la coda. Nonostante la vita sregolata che conduce, il regista dimostra se non altro d'avere più fede di quel cardinale che un giorno gelò padre Amorth con le seguenti parole: «Lei fa l'esorcista, ma lo sappiamo entrambi che Satana non esiste, no? Tutta superstizione. Andiamo, non vorrà farmi credere che lei ci crede davvero?».

mercoledì 20 marzo 2013

San Giuseppe custode dei doni dello Spirito Santo


di Silvio Brachetta

Faccio mie le parole di Papa Francesco, che ha dedicato l’omelia d’insediamento al pontificato a san Giuseppe. In particolare a san Giuseppe «custos» – «custode» – di Maria e di Gesù. Come Giuseppe, la persona umana e il cristiano, in particolare, ha la «vocazione del custodire», sprigionata dall’amore che Dio ci dona gratuitamente.

Che cosa c’è da custodire? Primariamente è da custodire «Cristo nella nostra vita», dice il Santo Padre. Poi sono da custodire gelosamente i «doni di Dio», che sono i setti doni dello Spirito Santo. Per mezzo di questi doni l’uomo fortifica le sue virtù, castiga i vizi e giunge finalmente al porto della salvezza. Dal Creatore, infine, l’amore si espande sulle creature, come specialmente ha dato testimonianza san Francesco d’Assisi.
Il Poverello, come san Giuseppe, divenne «custode» dei propri fratelli e sorelle con immensa cura e premura. E, di conseguenza, prese in custodia l’intero creato, per cui non esitò a chiamare fratello e sorella il fuoco, l’acqua, le stelle e addirittura la morte. La «vocazione del custodire» – dice il Pontefice – «è il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore […]. È l’aver cura l’uno dell’altro […]. È il vivere con sincerità le amicizie, che sono un reciproco custodirsi nella confidenza, nel rispetto e nel bene […]. È il custodire l’intero creato, la bellezza del creato, come ci viene detto nel Libro della Genesi»

Ma come e in che modo si deve custodire? Con il servizio amorevole agli altri, perché «solo chi serve con amore sa custodire», dice il Papa. San Giuseppe serve e custodisce «con discrezione, con umiltà, nel silenzio, ma con una presenza costante e una fedeltà totale, anche quando non comprende». Egli «accompagna con premura e tutto l’amore ogni momento» e trova la capacità di fare questo poiché cerca sempre di comprendere la volontà di Dio, il suo disegno. Per questa sua umiltà san Giuseppe riesce a «leggere con realismo gli avvenimenti, è attento a ciò che lo circonda e sa prendere le decisioni più sagge».

Ma soprattutto dobbiamo custodire il nostro cuore, cioè «avere cura di noi stessi». È necessario vigilare sui nostri sentimenti e sul nostro cuore, «perché è proprio da lì che escono le intenzioni buone e cattive: quelle che costruiscono e quelle che distruggono». Da questa cura e premura, nasce la cura e la premura verso Dio e verso il nostro prossimo. Come in Giuseppe si accrescono nel nostro animo la premura, la tenerezza e la bontà di Gesù Cristo.
«Non dobbiamo avere timore della bontà, della tenerezza»! – dice Papa Francesco. Sia per noi, dunque, di guida questo suo insegnamento durante questa santa Quaresima di penitenza e di conversione.

La “via italiana al socialismo”? Un vicolo cieco


Una raccolta di scritti di Enrico Berlinguer dimostra il carattere illiberale della sinistra. Di ieri e di oggi

di Giampietro Berti

«Noi vogliamo arrivare a realizzare qui, nell'Occidente europeo, un assetto economico, sociale, statale non più capitalistico, ma che non ricalchi alcun modello e non ripeta alcuna delle esperienze socialiste finora realizzate e che, allo stesso tempo, non si riduca a consumare esperimenti di tipo socialdemocratico, i quali si sono limitati alla gestione del capitalismo».

In questa frase - tratta dalla famosa intervista rilasciata nell'agosto del 1978 da Enrico Berlinguer a Eugenio Scalfari sul leninismo - sono riassunte tutte le premesse fallimentari della via italiana al socialismo (intervista e altri articoli ora contenuti in Enrico Berlinguer, La passione non è finita, Einaudi, pagg. 174, euro 12, a cura di Miguel Gotor). Si dirà: Non si può impiccare un uomo per una frase. Sì, se fosse così; però questa non è una semplice frase perché esprime il concetto-chiave della strategia per la realizzazione del socialismo in Italia, via peraltro già tracciata da Togliatti all'indomani della seconda guerra mondiale. Il rifiuto aprioristico di una Bad Godesberg, vale a dire di una vera socialdemocratizzazione, porta la «terza soluzione» al fallimento, dato che il capitalismo risulta inseparabile dalla forma politica liberal-democratica che quasi sempre lo accompagna: negli ultimi centocinquant'anni abbiamo conosciuto in tutto il mondo regimi politici a struttura capitalistica senza liberal-democrazia, ma non abbiamo conosciuto alcun regime liberal-democratico senza una base socio-economica capitalistica.

Si tratta, insomma, della quadratura del cerchio perché mette in evidenza l'impossibilità per il comunismo italiano di fuoriuscire dal capitalismo pretendo, al contempo, di mantenere la democrazia; e di potere avviare, sempre al contempo, una politica anticapitalista all'interno di un sistema capitalista. Nelle pagine di La passione non è finita si può toccare con mano queste insuperabili contraddizioni. Berlinguer, e con lui tutti i comunisti italiani, una volta preso atto che non si poteva giungere alla «società senza classi», secondo le indicazioni marxiste dell'abbattimento rivoluzionario della società capitalista, furono costretti a inventarsi, per l'appunto, una via italiana al socialismo. Di qui la strategia gramsciana diretta a controllare il più possibile una parte della società civile e istituzionale - con una pressante egemonia culturale (Università, scuola, editoria, giornali, magistratura, ecc.) e, per logica conseguenza, l'attivazione etico-politico di tale impostazione, riassumibile nella condanna morale della società borghese.

Ecco dunque le proposte di un «trattamento» interno del capitalismo basate sulla critica del consumismo edonistico, che di fatto si traduceva nel «mettere a dieta» tutto il sistema produttivo e distributivo con la conseguente mortificazione di ogni logica di sviluppo economico e sociale. L'austerità proposta da Berlinguer altro non era, infatti, se non la volontà di attuare un sistematico salasso sulla libera impresa e sul libero mercato; salasso che, se vincente, avrebbe snaturato completamente il sistema produttivo e distributivo, tagliando le gambe a ogni propulsione, con il risultato inevitabile di creare una povertà generalizzata.
Siamo qui, in altri termini, al mito nefasto secondo cui una riduzione dello sviluppo economico porta a una maggiore umanizzazione della società (mito oggi riproposto, ad esempio, sotto la forma del radicalismo ecologico da Serge Latouche con l'idea della decrescita); mito, si badi bene, che implica sempre una qualche forma di pianificazione economico-politica, che a sua volta conduce al potenziamento dello Stato sulla società. Si tratta di un moralismo che dimostra in modo inequivocabile la sostanziale incapacità dei comunisti di fronteggiare e di gestire la modernità, dato che questa, ridotta all'osso, si può sintetizzare in una sola parola: individualismo. Vale a dire una concezione della vita che è stata espressa nel modo più compiuto proprio dalla società borghese.

Ci si domanda qui: come è possibile pensare che tutto ciò - allora come adesso - possa essere considerato ancora attuale e proponibile? In realtà questa condanna morale - svolta in modo anche strumentale per mantenere viva negli adepti la fede nel «totalmente altro» (il capitalismo, comunque, è il male e va perciò condannato) rende evidente la mancanza di un reale, credibile modello economico-sociale alternativo al sistema vigente. È un'insufficienza che di fatto porta all'affossamento della «società aperta», tanto da sfociare, non a caso, nel compromesso storico, ovvero nella convergenza «totalitaria» del cattocomunismo (l'organico incontro fra comunisti e cattolici di sinistra), la cui natura era e resta irrimediabilmente avversa a ogni ratio e a ogni ethos liberali, essendo nient'altro che l'abbraccio mortale - per i cittadini italiani - fra due chiese.
L'austerità, il cosiddetto «sviluppo sostenibile», il compromesso storico, la democrazia organica, la questione morale sono state e sono tutte versioni di un unico registro profondamente anti-liberale: la volontà di mettere le mani sulla libertà dell'individuo, un vizio micidiale di cui i comunisti allora, e i post comunisti oggi, non sono riusciti e non riescono a liberarsene, essendo parte integrante del loro Dna.

martedì 19 marzo 2013

Il massacro dei lumi


I “gufi maledetti” che in Vandea si opposero alla Rivoluzione. La Francia dibatte se riconoscere il genocidio

di Giulio Meotti

La Vandea è nomen omen del massacro di innocenti, al pari della notte di San Bartolomeo, di Guernica, di Srebrenica. Eppure in Francia, a distanza di oltre due secoli, la Vandea resta uno scandalo difficile da maneggiare. La parola “Vandea” fino a pochi anni fa era sinonimo di cattolico reazionario. Sono i “chouans”, gufi maledetti. Baciapile, nemici della Rivoluzione, servi dei nobili, sanguinari. Di Vandea si è tornati a parlare in Francia, in Parlamento, sui giornali e sugli schermi televisivi. L’Ump, il partito di opposizione, ha presentato in Assemblea nazionale un disegno di legge che ha lo scopo di riconoscere il “genocidio vandeano”, che ebbe luogo, a più riprese, tra il 1793 e il 1796 per opera delle truppe rivoluzionarie di Robespierre nei confronti degli abitanti della regione contadina della Vandea. I sostenitori della tesi del genocidio parlano di una “congiura del silenzio”, in cui la politica e la storiografia avrebbero cospirato perché cadesse nell’oblio il grande sacrificio dei vandeani, colpevoli di aver difeso le loro convinzioni religiose contro il nuovo potere ateo e giacobino. Le “colonne infami” repubblicane compirono spietati massacri contro i vandeani, lasciando sul terreno dai duecentocinquanta ai trecentomila morti.

“Se approvasse la proposta sul genocidio, la Repubblica accetterebbe per la prima volta di guardarsi allo specchio”, ha scritto sulla rivista Causeur lo storico Frédéric Rouvillois. “Per la prima volta riconoscerebbe il terribile delitto che ha segnato l’inizio della propria storia”. Di parere opposto lo storico della Rivoluzione francese, Jean-Clément Martin: “I crimini sono crimini, ma manca la logica”. Significa che i vandeani non furono sterminati in quanto tali, ma sono stati vittime di una guerra civile. Lo spiega così Alain Gerard: “La Rivoluzione non poteva ammettere che il popolo si ribellasse contro di lei. Per questo la Vandea doveva scomparire”.
La tesi del genocidio è stata portata avanti da Reynald Secher, uno dei maggiori storici delle guerre vandeane, secondo il quale “quelle rappresaglie non corrispondono agli atti orribili, ma inevitabili, che si verificano nell’accanimento dei combattimenti di una lunga e atroce guerra, ma proprio a massacri premeditati, organizzati, pianificati, commessi a sangue freddo, massicci e sistematici, con la volontà cosciente e proclamata di distruggere una regione ben definita e di sterminare tutto un popolo, di preferenza donne e bambini” (“Il genocidio vandeano”, Effedieffe Edizioni, Milano 1989).

La Vandea oggi è mito e tabù, tanto che il massacro alla chiesa di Petit Luc a Roche sur Yon viene accostato a quello nazista di Oradour nel 1944. Il leader della gauche militante Jean-Luc Mélenchon ha protestato vivacemente per un programma televisivo andato in onda su France 3, dove Robespierre viene chiamato “il boia della Vandea” (le bourreau de la Vendée). Anche il settimanale Nouvel Obs attacca il documentario di Franck Ferrand, in cui le armate giacobine vengono accostate alle Einsatzgruppen naziste. I preti che insorgono in Vandea erano chiamati “corvi neri”. Scortate da gendarmi mal vestiti, con la coccarda tricolore sui cappellacci, le carrette della Rivoluzione erano cariche di questi preti refrattari detti “insermentés”, quelli che non hanno giurato, che hanno mantenuto fedeltà all’autorità del Pontefice, cancellata per decreto. Georges Jacques Danton avrebbe voluto fare un mazzetto di tutti i preti refrattari su cui si riusciva a mettere le mani, imbarcarli a Marsiglia e scaricarli da qualche parte sulle coste dello stato della chiesa, come una trentina di anni prima Sebastião José de Carvalho y Melo, marchese di Pombal, illuminato primo ministro dell’illuminato re Giuseppe I, aveva tentato di fare con i gesuiti espulsi dal Portogallo.

Tutti i libri in latino, fossero pure i “Colloqui” di Erasmo da Rotterdam, finirono nel fuoco. I preti nella trappola di Rochefort furono più di quattrocento. Nelle loro ciotole di legno la Rivoluzione versò solo carne putrida, merluzzo andato a male, malsane fave di palude. L’acqua era infetta. A chi ne chiedeva di più, i fidati seguaci della Dea Ragione rispondevano di servirsi pure, mostrando a dito l’oceano. Vi furono presto casi di delirium tremens, di follia. In poche settimane fu un’ecatombe di sacerdoti. I guardiani abbandonarono la nave. I morti venivano scaraventati in mare o seppelliti nella palude. Per non sbagliare qualcuno venne sepolto mentre ancora respirava.
In Vandea la guerra non ebbe un centro, ma era dappertutto, perché ovunque vi fosse un vandeano, fanciullo o adulto, uomo o donna che fosse, là per la Repubblica si trovava un “soldato nemico”. Nessuna delle regole dell’antica arte militare fu rispettata in quella guerra, perché fu la “prima guerra moderna”, in cui dei civili si fece carne da macello. In Vandea le armi principali furono le preghiere nelle chiese solitarie, le corone di rosario agli occhielli, i “sacri cuori” cuciti agli abiti, le processioni e le riunioni nei boschi, i giuramenti di rifiutarsi al reclutamento, i racconti dei miracoli, fu la rivolta di tutto un popolo, in cui le congiure erano nascoste dietro l’altare di ogni borgo contadino. I sacerdoti officiarono nelle brughiere e nelle paludi. Per primi s’armano i contadini. Mentre altrove in Francia sono state le classi superiori ad avere spinto il popolo, nella Vandea cristianissima è il popolo a incitare le classi superiori. A dispetto di certa storiografia, i contadini della Vandea non erano monarchici più di altri, non furono supini sostenitori dell’Ancien Régime. Erano profondamente cattolici. L’origine di questa fedeltà vandeana alla chiesa ebbe radici antiche, affonda in un passato di simpatie calviniste e nell’opera di catechizzazione dei missionari della Compagnia di Maria e delle Figlie della Saggezza.

Il generale vandeano era un venditore ambulante. Si chiamava Jean Cathelineu, per tutti “il santo d’Anjou”. E’ intento a impastare il pane, quando sente la voce che gli comanda di alzarsi e mettersi a capo di questa guerra santa. Guida una folla armata di falci, bastoni e pochi fucili, in cui le donne, nei campi e nei boschi, pregano in ginocchio per la vittoria dei loro mariti e figli. Da ogni angolo della regione si leva un augurio che è un grido di odio verso i giacobini e il loro ateismo. I vandeani conquistano le città e poi le abbandonano. La facoltà di dissolversi e ricomporsi è la loro forza e la loro debolezza. Guidati dal santo di Anjou attraversano a decine di migliaia la Loira per liberare Nantes, per coinvolgere nella loro guerra i fieri “chouans” realisti della Bretagna.

Papa Karol Wojtyla ha beatificato, durante il suo pontificato, 164 di questi “martiri” della Rivoluzione francese. Nel corso di una controversa visita in Vandea, pronunciò un discorso ben lontano dal revanchismo. Nel rendere onore ai vandeani caduti nell’impari lotta contro le armate illuministe, Giovanni Paolo II sottolineò la loro testimonianza di fede, ma trascurò, se non addirittura condannò, il senso politico della controrivoluzione. Forzando un po’ la storia, il Papa affermò che anche i vandeani “desideravano sinceramente il necessario rinnovamento della società”, circoscrisse alla difesa della libertà religiosa la loro ribellione, non tacque i “peccati” di cui anch’essi si erano macchiati nell’asprezza della lotta (sanguinose furono le rappresaglie vandeane contro i rivoluzionari).

Anche nella chiesa cattolica ci sono opinioni differenti sulla Vandea. Padre Giuseppe De Rosa sulla Civiltà Cattolica ad esempio ha scritto che la guerra di Vandea di due secoli fa andrebbe guardata con maggiore “spirito critico”, senza farne una “bandiera” e, tanto meno, il “simbolo dell’autentico cristianesimo”. Di diverso avviso l’arcivescovo di Bologna, cardinale Giacomo Biffi, secondo il quale “in quanto è avvenuto in Vandea trovano le loro premesse le stragi che hanno insanguinato l’intero XX secolo in nome o di un assurdo ideale di giustizia, o di un’aberrante esaltazione di una nazione o di una razza, o di un egoismo mascherato da civile comprensione”.

La Vandea come preludio di Auschwitz, del Ruanda, del Gulag. Lo storico della Rivoluzione francese Jules Michelet parla così dei vandeani: “Ci imbattiamo in un popolo sì stranamente cieco e sì bizzarramente sviato che si arma contro la Rivoluzione, sua madre. Scoppia nell’ovest la guerra empia dei preti”. Anche un figlio dei Lumi come Andrè Glucksmann ha definito la Vandea “la prima Glasnost dopo i giorni del Terrore”. E’ la rivelazione del male compiuto da Robespierre. E anche Jean Tulard, docente all’Università Paris IV ed esperto di Vandea, paragona le azioni dei giacobini agli eccidi ordinati da Stalin. Gli storici non amano i paragoni con l’Olocausto. Ma della Vandea parlano come di un “popolicidio”, mentre a lungo storici marxisti hanno letto la guerra di Vandea come una guerra della borghesia centralizzatrice delle città contro il popolo contadino.
Varrà la pena di ricordare che i vandeani sono stati sterminati con metodi non dissimili da quelli nazisti. Così si legge sul Bollettino ufficiale della nazione: “Bisogna che i briganti di Vandea siano sterminati prima della fine di ottobre. La salvezza della patria lo richiede”. I vandeani sono considerati degli “ominidi”, delle sottospecie di uomini, e in quanto tali non aventi diritto a un territorio.

Il nome stesso Vandea viene eliminato, deve scomparire. Si assegna un nuovo nome alla Vandea chiamandola “dipartimento Vendicato”, per esprimere appunto questa volontà di ripopolare quella parte di Francia un tempo abitata da “cattivi francesi”.
Quello della Vandea è il primo genocidio della storia ideologica del mondo contemporaneo. Le Colonne infernali, tagliagole al comando del generale Louis Marie Turreau, devastarono la regione con feroce acribia cartesiana. Fucilazioni, annegamenti, falò di parrocchie zeppe di civili, camere a gas. C’era l’onta di un pezzo di Francia che aveva osato levarsi contro la volonté générale, ma anche il diffondersi d’idee malthusiane in una Francia attanagliata dalla fame per colpa della stessa rivoluzione. Così i giacobini concepirono, votarono all’unanimità e realizzarono l’annientamento di un gruppo umano religiosamente identificabile. Con ben due leggi, scritte e conservate negli archivi militari: il 1° agosto si decise la distruzione del territorio, degli abitati, delle foreste e dell’economia locale; il 1° ottobre si ordinò lo sterminio degli abitanti, prima le donne (“solchi riproduttori”) poi i bambini. Leggi in vigore fino alla caduta di Robespierre, nel luglio 1794. Tutto come Hitler prima di Hitler. Si usò in Vandea il termine “race”: un vocabolo che, di conio illuminista (Voltaire, Buffon, l’Encyclopédie), produsse lì subito l’idea di una “race maudite” da estirpare. Bertrand Barère, membro del “Comité de salut public”, gridava dalla tribuna: “Quelle campagne ribelli sono il cancro che divora il cuore della Repubblica francese”.

Quanti furono i morti? Un vandeano su tre? Centoventimila o seicentomila, come sostiene lo storico Pierre Chaunu? “Qualsiasi rivoluzione scatena negli uomini gli istinti della più elementare barbarie, le forze opache dell’invidia, della rapacità e dell’odio”, disse il grande scrittore russo Aleksandr Solzenicyn quando inaugurò a Lucs-sur-Boulogne un memoriale dedicato ai martiri del massacro perpetrato in questa piccola località dalle truppe repubblicane del generale Cordelier. In poche ore, fra il 28 febbraio e il primo marzo del 1794, furono uccise 564 persone, fra cui 110 bambini al di sotto dei sette anni. “Il XX secolo ha notevolmente ottenebrato l’aureola romantica della rivoluzione del XVIII secolo”, disse ancora l’autore di “Arcipelago Gulag”.

Nonostante le esecuzioni sommarie di Angers, nonostante le “noyades”, gli annegamenti notturni a Nantes, in cui senza processo in due mesi vennero gettati nell’estuario della Loira da due a tremila tra preti “refrattari”, la resistenza della Vandea non venne domata. Per vincere i vandeani, caduto il Comitato di salute pubblica, la Rivoluzione pensò di ricorrere a “la douceur”, alla dolcezza. Si consigliò ai soldati dalla casacca azzurra di partecipare alle funzioni nei villaggi, di rispettare i preti e la fede della povera gente. Alla fine era la Vandea che aveva vinto, seppure da un immenso cimitero.

Al termine della guerra, il generale francese Joseph Westermann spedì una breve lettera al Comitato di salute pubblica: “Non c’è più nessuna Vandea. Secondo gli ordini che mi avete dato, ho massacrato i bambini sotto i cavalli e le donne non daranno più alla luce briganti. Non ho prigionieri. Li ho sterminati tutti”. Sembra un inveramento delle parole pronunciate negli anni del Terrore dal celebre moralista Chamfort: “La Rivoluzione è un cane randagio che nessuno osa fermare”.

lunedì 18 marzo 2013

Colpo di mano in Parlamento


di Stefano Fontana

La nuova Presidente della Camera, Laura Boldrini, fa parte di un partito che ha preso alle elezioni il 3 per cento dei voti. Il nuovo presidente del Senato, Pietro Grasso, diversamente da molta parte dell’opinione pubblica, non considera disdicevole che i magistrati, dopo aver condotto delicatissime indagini ed essere al corrente di una miriade di informazioni riservate, entrino in politica. La coalizione di sinistra ha preso meno del 30 per cento dei voti elettorali e ha piazzato propri uomini alla seconda e alla terza carica dello Stato. Ora manca solo Prodi al Quirinale e poi siamo a posto.
Queste elementari osservazioni evidenziano la gravità della situazione creatasi dopo l’elezione dei presidenti di Camera e Senato. Sia dal punto di vista degli equilibri politici ed istituzionali, sia da quello della cultura politica dei vincitori.
Bersani sembrava ormai cotto ed invece con queste ultime mosse è risuscitato. Sembrava cotto perché faceva offerte a Grillo da cui riceveva insulti. Con Berlusconi non voleva governare e quindi non offriva a Giorgio Napolitano nessun plausibile motivo per ricevere l’incarico di formare il governo. Il vincitore alle elezioni perdeva la partita del dopoelezioni. Ora, invece, è riuscito a togliersi di dosso Franceschini e Finocchiaro, candidati di apparato Pd alle due poltronissime, a rompere il fronte dei Grillini e a dimostrare che una maggioranza in Senato ci può essere. Adesso Napolitano gli può dare l’incarico di governo. E’ vero che, così facendo, Bersani è diventato un po’ Renzi, ed è anche vero che dieci Grillini raccogliticci non garantiscono alcunché per il futuro, però bisogna riconoscere che questa mano è sua.
Nell’operazione Senato, Mario Monti ha fatto la figura peggiore. Ha tentato di farsi eleggere alleandosi con il Pdl, è stato bloccato - Costituzione in mano - da Napolitano, che gli ha imposto di rimanere al governo, e alla fine il suo gruppo ha votato scheda bianca, sparendo di fatto dalla partita.
Monti presidente del Senato richiede un supplemento di riflessione. A parte i motivi costituzionali fatti presenti da Napolitano, valutando a naso, l’idea era piuttosto indecente. Monti non è mai stato eletto. E’ stato nominato senatore a vita un giorno prima di essere incaricato di formare il governo tecnico perché non avesse bisogno di fare ragionamenti politici ma ne facesse solo di tecnici. Alle elezioni, invece, decide di scendere in politica. Forma un partito senza candidarsi (non ne ha bisogno). Contemporaneamente continua a guidare il governo e a farsi vedere in Tv. Infine, mentre il suo mandato di governo tecnico sta finendo, lui, senatore non eletto, vuole fare il presidente del Senato e lasciare il governo alla Cancellieri in questo scampolo di legislatura. E’ proprio la “salita” in politica.
Nel frattempo, altra pesante anomalia, il Pdl è completamente in un angolo. Con 3000 voti in più avrebbe vinto le elezioni, ma nei suoi confronti pesano una conventio ad escludendum ideologica e il peso delle prossime sentenze sul leader Berlusconi. Di fatto un terzo degli elettori italiani non ha voce in capitolo in questa fase postelettorale.
Allo stallo del quadro politico hanno fatto da contrappunto i discorsi di insediamento di Laura Boldrini e Pietro Grasso. Discorsi così densi di ideologia da sembrare un programma di governo da parte di chi non ha compiti di governo. Ambedue hanno elencato le cose da fare, mentre sanno che non spetta a loro farle e che forse non ci sarà nemmeno un governo che potrà farle. Tutti e due hanno elencato i problemi e i ceti sociali da aiutare. Tutti e due hanno tirato dalla loro parte Papa Francesco, paragonando la svolta nella Chiesa a quella della loro elezione, senza sapere che nella Chiesa di svolte non ce ne sono e che forse anche la loro è di breve durata. Pietro Grasso si è dilungato anche su una sua concezione dei “diritti” e della “coscienza” che non ci lascia molte speranze.
Prosopopea ideologica, insicurezza politica, confusione istituzionale, alta strategia dello scippo sottobanco di dieci Grillini. Il quadro è deprimente, con un’unica conferma. Come già si diceva su La Nuova BQ, c’è un’ampia area politica di cultura radicale. Il passaggio dei dieci transfughi grillini a sostegno del Partito Democratico lo evidenzia. L’atonia della Lista civica di Monti, pure. In questo parlamento la cultura di sinistra è ampiamente maggioritaria e quando ci sono basi comuni culturali è possibile che qualche soluzione politica la si trovi. Ed infatti la troveranno. Non si andrà a votare di nuovo.

© La Nuova Bussola Quotidiana

domenica 17 marzo 2013

Intervista a S. B. Mons. Fouad Twal


di Silvio Brachetta

Con estrema cortesia il Patriarca latino di Gerusalemme, Mons. Fouad Twal, ha risposto ad alcune domande sulla situazione sociale e religiosa in Medioriente.
S. B. Mons. Fouad Twal, nato a Madaba (Giordania) nel 1940, è stato il primo Vescovo arabo nordafricano, quando nel 1995 divenne Arcivescovo di Tunisi. Mons. Twal ha ricevuto il pallio di Patriarca di Gerusalemme dei Latini dalle mani di Benedetto XVI il 19 marzo 2008.

C’è differenza tra la vita dei cristiani in Terra Santa e in Africa del nord?

Ringrazio e saluto cordialmente i lettori del vostro Settimanale. Sono felice di essere con voi per questi due giorni. Ho servito per tredici anni a Tunisi, come Arcivescovo e Presidente della Conferenza episcopale del Nordafrica. Benché l’Africa del nord sia geograficamente situata in Africa, socialmente è piuttosto una realtà simile al mondo musulmano arabo mediorientale. Non è cioè il mondo africano tradizionale. Poi ho notato che l’Islam dell’Africa nera [interna, ndr] è più dolce e non così esigente come l’Islam del mondo arabo in Nordafrica o in Medioriente. Si tratta, in questo secondo caso, di un Islam più duro, che parla una stessa lingua araba, per evidenti legami religiosi. C’è anche un comune fondamento tradizionale. L’Islam dell’Africa nera è invece dolce a tal punto, che nella stessa famiglia si possono trovare fratelli e sorelle di religioni differenti. Non stupisce trovare famiglie cristiane e, allo stesso tempo, musulmane. Questo non potrebbe mai capitare nel mondo arabo musulmano, che è più fanatico.

Le autorità ebraiche di Gerusalemme sono ostili solo ai musulmani o anche ai cristiani?

Questo è un tema molto delicato. Do l’esempio di Gaza, dove abbiamo avuto la guerra, anche di recente. Una bomba o un missile israeliano che viene dal cielo non chiede, prima di cadere, chi è cristiano o musulmano. In genere i cristiani e i musulmani di Terra Santa parlano l’arabo e, agli occhi degli israeliani, sono difficilmente riconoscibili. I cristiani sono parte integrante della popolazione e non vi sono differenze evidenti, soprattutto ai checkpoint [posti di blocco, ndr] israeliani: non chiederanno mai chi è cristiano o musulmano. La distinzione, da parte israeliana, è solo tra ebrei e non ebrei. Gli israeliani non sono molto aperti agli altri. Sono un popolo chiuso, che ha sempre avuto paura del passato e del presente. Alimenta e ama la paura anche a proposito dell’Olocausto, che è certamente un crimine innegabile contro l’umanità, ma che però non può diventare un pretesto per vivere solo nel passato. Vivere sempre nel passato fa male alla salute dell’anima e del corpo. Meglio guardare al futuro.

Lei ha incontrato recentemente (9 gennaio 2013) Teofilo III, Patriarca greco ortodosso di Gerusalemme. Qual è la situazione circa le altre confessioni cristiane?

La Chiesa greco ortodossa ha la testa e il cuore maggiormente rivolti alla Grecia. Vengono in Terra Santa e a Gerusalemme più che altro per gestire i tanti beni immobiliari che possiedono. Fanno poco dal punto di vista pastorale. Hanno poche scuole, nessuna università né ospedale. In ogni caso, in Terra santa abbiamo cristiani latini, ortodossi e protestanti. La maggioranza latina è dotata di scuole, università e strutture di vario tipo.

Uno dei suoi desideri è quello della formazione giovanile, per assicurare una speranza al futuro. Ha preso iniziative in questo senso?

Io tengo all’educazione e credo in essa. Questo è il motivo per cui da alcuni anni abbiamo fondato la nuova Università di Madaba in Giordania, con la benedizione del Santo Padre. Devo dire che è la mia priorità, per il momento. L’Università ha più di ottocento studenti.

Il culto è libero a Gerusalemme?

I problemi sono tanti. C’è l’occupazione israeliana, c’è disoccupazione tra la gente, c’è l’immigrazione di cristiani che fuggono dalle zone di guerra e il numero dei cristiani qui residenti è sempre più ridotto. Comunque la libertà di culto esiste ovunque, a parte nei territori occupati militarmente da Israele, dove siamo in una situazione di guerra e di violenza: in questo caso non è garantita la libertà di accesso ai luoghi santi per i cristiani. È necessaria una lunga trafila burocratica per ottenere i permessi.

Qual è stata la sua formazione religiosa?

Sono nativo della Giordania. Siamo i primi cristiani della regione, siamo cristiani prima dell’arrivo dell’Islam, siamo la prima comunità cristiana nella storia, siamo i discendenti degli Apostoli. Siamo tutto questo e tutto questo ci ha dato una responsabilità particolare.

Carteggio francescano


Resto in attesa perplessa di sapere di piú, di conoscere meglio, sospendo un giudizio che sarebbe emotivo in questo momento. Voglio solo citare Edgar Allan Poe, addirittura: “We, of the nineteenth century, need some worker of miracles for our regeneration; but so degraded have we become that the only prophet, or preacher, who could render us much service, would be the St. Francis who converted the beasts” ("Marginalia" [15:225], Southern Literary Messenger, June 1849)".
Mettiamola così, siamo anche noi scaduti molto, tiepidi cattolici quali siamo, e diventati un po' sordi bestioni. Che sia questo il Francesco che ci scuoterà e ci avvierà sul cammino della conversione? Così sia, per lui e per noi.
Sergio

***

Non so... c’è qualcosa che continua a piacermi in questo papa, nonostante io preferisca le belle vesti merlettate di un altro Francesco (Forgione) - di un Padre Pio, cioè, che dice Messa...
Anche oggi papa Francesco ha parlato di Chiesa povera. Neanche questo piace alle mie orecchie antivaldesi, antidolciniane e antihussite. Sì, ma lo ha detto in modo da fare intendere (o almeno è questo che m'è parso d'intendere) che la Chiesa ha bisogno dello Spirito di povertà - e questo è verissimo, non è pauperismo.
Ho molto gradito l’omelia, nella quale dice espressamente di pregare il Signore e non il diavolo. Ed il programma di “camminare, edificare, confessare”. E poi anche, nella prima udienza, il riferimento al “Signore, unico Salvatore di tutti gli uomini”.
Mi piace la sua devozione alla Madonna e il suo carattere risoluto.
Vedremo. Spero tu abbia ragione.
Silvio

venerdì 15 marzo 2013

Sono un catto-dandy, ma via la mozzetta se serve a Gesù Cristo


di Camillo Langone

Mi ha spiegato tutto Frate Indovino e il suo meraviglioso calendario dove cercavo uno spunto per la preghierina da pubblicare oggi. Dunque, venerdì 15 marzo, Santa Luisa de Marillac vedova, San Clemente Maria sacerdote, Astinenza, e poi il detto del giorno: “Invan si pesca se l’amo non ha esca”.
Papa Francesco è l’esca che lo Spirito Santo ha fornito ai cristiani affinché si facciano nuovamente pescatori di uomini. Il nudo amo della ragione, l’amo ratzingeriano, non ha funzionato perché le plebi non sanno che farsene dei ragionamenti, loro capiscono solo il linguaggio dei sentimenti, che ci vogliamo fare. Hai voglia a distillare una vasta sapienza in raffinate lezioni magistrali: i colti ti respingeranno per incapacità di ammirare e gli ignoranti per incapacità di comprendere. Il volgo analfabetizzato dai media elettronici può capire solo messaggi molto semplici e il Papa venuto dall’altra parte del mondo sembra conoscere questa lingua: in ciò risulta immensamente più francescano che gesuita. A tal proposito inviterei a dimenticare la sua provenienza religiosa che nella Vecchia Europa ricorda solo cose vecchie e brutte: l’ipocrisia proverbialmente gesuitica, gli esercizi spirituali focalizzati sul peccato, i collegi con quel tanto di carcerario che si portavano appresso, la sbandata sessantottina, il cardinal Martini… E’ Bergoglio stesso, con la sua eloquentissima scelta onomastica, a chiedercelo: avrebbe potuto chiamarsi Ignazio come il Fondatore, avrebbe potuto chiamarsi Francesco Saverio come il grande missionario gesuita, invece ha deciso di chiamarsi Francesco e basta.
Niente Spagna tenebrosa, che ricorda a tutti l’Inquisizione, ma l’Umbria verde dei Santi che parlano agli uccelli. Qualche volta, negli anni scorsi, osservando melanconico la crisi dei movimenti cattolici su piazza, la loro minore capacità attrattiva, mi è capitato di sognare un nuovo movimento che ripartisse da Francesco che è come dire ripartire da Cristo ma con l’aiutino della letizia francescana, del sorriso di padre Cantalamessa, del “pace e bene” che disarma i peggio disposti. Sognavo un nuovo francescanesimo che ripartisse da un Francesco sine glossa e quindi fatto di povertà senza pauperismo, morale senza moralismo, chiesa senza clericalismo. Chissà che il sogno non si stia realizzando. Mi infastidisce il ritrattino di un Bergoglio pauperista. Il pauperismo è un’ideologia e ancor prima un’eresia: è come dire che il nuovo Papa è eretico. Invece abbiamo un Papa che ama Madonna Povertà alla maniera del suo grande omonimo e quindi misticamente, non sociologicamente. Mi infastidisce, il ritrattino inverosimile, specie quando proviene dagli ambienti tradizionalisti miei limitrofi. Ma come, non sapete che la tradizione, come perfettamente formulato da Massimo Camisasca, è “legame con l’essenziale e capacità di riconoscere ciò che non lo è”? Anche a me piacciono i flabelli e le sedie gestatorie però il cristianesimo mi piace di più e se occorre rinunciare alla mozzetta per salvare Cristo (la possibilità di annunciare Cristo) si riponga la mozzetta senza pensarci un minuto. Se poi occorre rinunciare allo Ior non ci penserei un secondo: condivido l’amore per i bei paramenti (siamo mica dandy per niente), non condivido la cocciutaggine di chi vuole mantenere in vita istituzioni tendenti al repellente. Inoltre: un cattolico sta col Papa che c’è, non si può essere papalini di un Papato inesistente.
Papa Francesco non toglie niente a nessuno, nemmeno ad Angelo Scola che a Milano potrà essere grande a prescindere: nemmeno Ambrogio ebbe mai fumate bianche eppure di lui molto è rimasto vivo mentre Papa Damaso e Papa Siricio sono sepolti in libri dimenticati. Il nuovo Pontefice non toglie niente a nessuno e restituisce alla chiesa messa all’angolo una grande libertà di manovra. Con la santa esca della santità personale proposta nell’unica forma comprensibile alle masse irose e invidiose, ovvero nella forma della povertà.

giovedì 14 marzo 2013

Papa Francesco, una “spiritualità di catechesi”


di Giuseppe Brienza

Molti si chiedono in questi giorni quali saranno i punti fermi e le specificità della teologia, spiritualità e pastorale che Francesco I, il gesuita argentino d’origine italiana Jorge Mario Bergoglio appena eletto da uno dei più veloci Conclave degli ultimi tempi (26 ore dall’“extra omnes”), darà da pontefice e vescovo di Roma. Prima della sua elezione, da cardinale arcivescovo di Buenos Aires e Primate d'Argentina, Bergoglio si è mostrato assai sensibile verso la povertà materiale, evidenziando nel suo carattere e comportamento allo stesso tempo umiltà d’animo e spirito forte. Si sa per esempio che a Buenos Aires, come arcivescovo viaggiava in autobus e metropolitana, ma sempre con l’abito talare, mai in clergyman, ed impersonando autorevolezza di padre.
Sempre da Arcivescovo, ad esempio, ha raccomandato spesso ai suoi sacerdoti, catechisti e religiosi quella che ha definito una «dedizione silenziosa e impegnata nel ministero della catechesi». Questo passaggio è tratto da uno dei suoi ultimi discorsi da presidente della Conferenza Episcopale Argentina, incarico che ha ceduto il 10 novembre 2011 all’arcivescovo di Santa Fe de la Vera Cruz monsignor José María Arancedo. Poco prima della proclamazione dell’Anno della Fede, l’allora cardinal Bergoglio tenne infatti un intervento in occasione della celebrazione nell’arcidiocesi di Buenos Aires della Giornata del Catechista, da lui fatta proclamare il 31 agosto 2010. In tale intervento, dopo aver chiesto a Dio di “ringiovanire” i catechisti con la sua grazia, l’attuale Papa ricordava, citando il Documento di Aparecida dei vescovi latino-americani, che «il rinnovamento della pastorale e della catechesi non dipenderà da grandi programmi e strutture, ma da uomini e donne nuovi che incarnino questa tradizione e novità, come discepoli di Gesù Cristo e missionari del suo Regno».
«Nel nostro compito evangelizzatore, Dio ci chiede di accompagnare un popolo che cammina nella fede», affermava poi Bergoglio in una lettera indirizzata ai catechisti per la stessa Giornata diocesana loro dedicata.
In questo “cammino”, spiegava precedentemente in una intervista rilasciata alla rivista “30 Giorni” (dicembre 2007), ogni catechista per restare con Dio deve letteralmente uscire da sé stesso: «Non si rimane fedeli, come i tradizionalisti o i fondamentalisti, alla lettera. La fedeltà è sempre un cambiamento, un fiorire, una crescita – affermava rispondendo ad una domanda l’allora cardinal Bergoglio –. Il Signore opera un cambiamento in colui che gli è fedele».
Fra le reazioni registrate fin dalla sera del 13 marzo, appena dopo l’elezione di Francesco I, segnaliamo quella di un sacerdote americano che ha seguito direttamente i lavori del Conclave rimanendo per tutto il tempo dell’elezione a Roma, cioè padre Robert Sirico, presidente dell’Acton Institute. Ad avviso di Sirico, che è un noto commentatore economico negli Stati Uniti (pubblica note, sempre profondamente ispirate alla Dottrina sociale della Chiesa, su testate del calibro del New York Times, Wall Street Journal e London Financial Times), il cardinal Bergoglio «è uomo di profonda spiritualità, conosciuto per il suo impegno in difesa dell’Ortodossia dottrinale così come per la sua semplicità di vita. Come Benedetto XVI, ha sempre associato una profonda premura per i poveri con una pari insistenza affinché si eviti che la Chiesa assuma direttamente responsabilità politiche o prescriva ricette per la soluzione dei problemi economici. Da questo punto di vista, il nuovo Papa è davvero un modello per tutti i vescovi ed il clero cattolico di tutto il mondo» (cfr. Press Release: Acton Institute's Rev. Robert Sirico comments on election of Pope Francis, Vatican City 13 March 2013).
Il nuovo Papa quindi, è sicuramente un pastore d'anime molto vicino ai poveri e fermo contro l'arroganza dei ricchi senza però indulgere, come implicitamente sottolinea p. Sirico, verso quella Teologia della liberazione che è stata più volte condannata dallo stesso Ratzinger sia da Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (si pensi alla Istruzione su alcuni aspetti della “teologia della liberazione”, Libertatis nuntius, da lui fortemente voluta nel 1984) sia come Pontefice. Nessuno pensi, quindi, ad un Francesco I Papa pauperista o “progressista”! E non è un caso, a esempio, che fra le prime parole da Pontefice appena eletto Bergoglio abbia ricordato ed assicurato preghiere per Benedetto XVI, smontando così certi schemi che lo volevano concorrente di Ratzinger nel Conclave del 2005 (ignorando anche che allora Bergoglio, al terzo scrutinio, fece vertere i suoi voti sul futuro Benedetto XVI, divenendo così “garante” della sua successiva votazione).
E’ legittimo quindi vedere nell’elezione di Francesco I un segno provvidenziale di continuità con il precedente pontificato, sia pure mediante modalità diverse inerenti alla personalità del nuovo Papa. Sarà probabilmente un incisivo riformatore della Curia, alleggerendone le strutture, ma fermo nel conservare lo spirito millenario di sapienza organizzativa del governo della Chiesa, assieme al suo patrimonio dogmatico e liturgico.
In questa sua impegnativa missione, come ha sottolineato monsignor Javier Echevarría, Vescovo Prelato dell'Opus Dei, «non dimentichiamo che il Papa conta sull'aiuto di Dio, sull'assistenza dello Spirito Santo e sull'affetto e la preghiera dei cattolici, e di milioni di persone di buona volontà». Come consigliava quindi il fondatore dell’Opera di Dio San Josemaría Escrivá, chiediamo tutti oggi al Signore che i cristiani abbiamo «"una sola volontà, un solo cuore, un solo spirito: perché «omnes cum Petro ad Iesum per Mariam!» — tutti, ben uniti al Papa, andiamo a Gesù, per mezzo di Maria" (Forgia, 647)» (Parole del Prelato dell'Opus Dei per l'elezione del Romano Pontefice Francesco, Roma 13 marzo 2013).

Festa delle donne e della Donna


di Silvio Brachetta

«Non vi è altra cosa che più mi diletti e in pari tempo più mi atterrisca che parlare della gloria della Vergine Madre» diceva san Bernardo (Serm. IV in Assump. B. V. M. n. 5), citato da Corrado di Sassonia nel suo “Specchio della Beata Vergine Maria”.
Il trattato è una raccolta di pensieri dei più grandi santi e Dottori della Chiesa. Essi compresero che la Madre di Dio è la Porta del Cielo, la via meno faticosa e più stabile per giungere al Cuore santissimo di Gesù e, dunque, al Cuore della santissima Trinità. Maria, cioè, è l’appiglio sicuro e certissimo che conduce alla salvezza.
Sant’Anselmo d’Aosta ritiene che il saluto «Ave» alla Vergine sia del tutto conveniente, perché contiene il significato di «a-vae», cioè «immunissima da ogni guaio di colpa» (De Conceptu Virgin. c. 18). L’espressione latina «vae!», infatti, significa «guai!».
Maria fu «sicurissima della divina presenza», soggiunge Sant’Anselmo, con il consenso di san Bernardo di Chiaravalle, che precisa: «Non solo è con te il Figlio che tu rivesti della tua medesima carne, ma è con te pure lo Spirito Santo del quale concepisci, e il Padre che è il generante del tuo concetto» (Omil. 3 super Missus est. n. 4).
Il «vae» - il «guai» -, prosegue Corrado di Sassonia nello “Specchio”, è triplice nell’uomo: «Vi è infatti il “vae” della colpa, il “vae” della miseria e il “vae” della geenna, il “vae” dico della colpa attuale, della miseria originale, e della pena infernale». Difatti il peccato adamitico d’origine ferì la natura umana, segnandola con la miseria. Inoltre, per il fatto che la natura umana è ferita dal peccato originale, è soggetta al peccato attuale, cioè al peccato che commettiamo quotidianamente. Se poi l’uomo è impenitente, rifiuta il riscatto della Croce di Cristo e riceve il salario della Genna, la pena infernale. Per questo motivo l’Evangelista san Giovanni scrive nell’Apocalisse (8, 13) «guai, guai, guai agli abitanti della terra».
Ma non «guai» a Maria, bensì «ave», poiché «niente di orribile» vi fu nei suoi occhi, «niente di procace nelle parole, niente negli atti vi fu d’inverecondo», dice sant’Ambrogio di Milano (in II de Virgin. c. 2, n. 7).
Chi dunque si affida alla Beata Vergine accede ai doni della Grazia, che sono i sette doni dello Spirito Santo, fondamento di ogni virtù. L’uomo, dunque, che prega assieme a Maria si salva mediante i doni di sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timore del Signore. Mediante la Grazia, l’uomo può realizzare quello che prima sembrava impossibile e la Croce, da pesante che era, diventa leggera.
Più volte san Tommaso d’Aquino e san Bonaventura da Bagnoregio hanno affermato che per andare a Dio dobbiamo salire tre gradini, dei quali il primo è proprio quello della Beata Vergine Maria.
Per san Bonaventura, in particolare, Maria è la Mediatrice universale della grazia, ovvero dall’unione di Maria in Cristo scaturisce un’«actio hierarchica» (azione gerarchica) e, quindi, mediatrice in ordine alla purificazione, all’illuminazione e al perfezionamento dell’anima (cfr. Itinerarium mentis in Deum, c. 4).

Dal “Salterio della Beata Vergine Maria” di san Bonaventura:

Il pensiero di Maria non parta dalla tua mente.
Il nome di Maria non abbandoni il tuo labbro.
L'Amore di Maria non si spenga nel tuo cuore.
Seguendo Maria non ti perderai.
Appoggiandoti a Maria non cadrai.
Sperando in Maria non temerai.
Ascoltando Maria non sbaglierai.
Vivendo con Maria ti salverai.
Ecco la nona beatitudine:
Beati quelli che si sono consacrati Maria:
i loro nomi sono scritti nel libro della vita.


Matrimoni gay, l'invidia del demonio


di Jorge Mario Bergoglio, S.J.

Lettera del cardinale Bergoglio ai quattro monasteri carmelitani di Buenos Aires in occasione del voto al Senato della Repubblica Argentina sulla proposta di legge intesa a legalizzare il matrimonio e le adozioni omosessuali (approvata il 15 luglio 2010).

Buenos Aires, 22 giugno 2010

Care sorelle,
Scrivo queste poche righe a ciascuna di voi che siete nei quattro monasteri di Buenos Aires. Il popolo argentino dovrà affrontare nelle prossime settimane una situazione il cui esito può seriamente ferire la famiglia.
Si tratta del disegno di legge che permetterà il matrimonio a persone dello stesso sesso. È in gioco qui l’identità e la sopravvivenza della famiglia: padre, madre e figli. È in gioco la vita di molti bambini che saranno discriminati in anticipo e privati della loro maturazione umana che Dio ha voluto avvenga con un padre e con una madre. È in gioco il rifiuto totale della legge di Dio, incisa anche nei nostri cuori.
Ricordo una frase di Santa Teresina quando parla della sua malattia infantile. Dice che l’invidia del Demonio voleva vendicarsi della sua famiglia per l’entrata nel Carmelo della sua sorella maggiore. Qui pure c’è l’invidia del Demonio, attraverso la quale il peccato entrò nel mondo: un’invidia che cerca astutamente di distruggere l’immagine di Dio, cioè l’uomo e la donna che ricevono il comando di crescere, moltiplicarsi e dominare la terra.
Non siamo ingenui: questa non è semplicemente una lotta politica, ma è un tentativo distruttivo del disegno di Dio. Non è solo un disegno di legge (questo è solo lo strumento) ma è una «mossa» del padre della menzogna che cerca di confondere e d’ingannare i figli di Dio. E Gesù dice che per difenderci da questo accusatore bugiardo ci manderà lo Spirito di Verità.
Oggi la Patria, in questa situazione, ha bisogno dell’assistenza speciale dello Spirito Santo che porti la luce della verità in mezzo alle tenebre dell’errore. Ha bisogno di questo Avvocato per difenderci dall’incantamento di tanti sofismi con i quali si cerca a tutti i costi di giustificare questo disegno di legge, e che confondono e ingannano perfino persone di buona volontà.
Per questo mi rivolgo a Voi e chiedo preghiere e sacrificio, le due armi invincibili di santa Teresina. Invocate il Signore affinché mandi il suo Spirito sui senatori che saranno impegnati a votare. Che non lo facciano mossi dall’errore o da situazioni contingenti, ma secondo ciò che la legge naturale e la legge di Dio indicano loro. Pregate per loro e per le loro famiglie che il Signore li visiti, li rafforzi e li consoli. Pregate affinché i senatori facciano un gran bene alla Patria.
Il disegno di legge sarà discusso in Senato dopo il 13 luglio. Guardiamo a san Giuseppe, a Maria e al Bambino e chiediamo loro con fervore di difendere la famiglia argentina in questo particolare momento. Ricordiamo ciò che Dio stesso disse al suo popolo in un momento di grande angoscia: «Questa guerra non è vostra, ma di Dio». Che ci soccorrano, difendano e accompagnino in questa guerra di Dio.
Grazia per quanto farete in questa lotta per la Patria. E per favore vi chiedo anche di pregare per me. Che Gesù vi benedica e la Vergine Santa vi conservi.
Con affetto

Jorge Mario Bergoglio, S.J.
Arcivescovo di Buenos Aires

(Traduzione di Massimo Introvigne)

Scelta Geopolitica: come Wojtyla


Francesco avrà due missioni: il Sudamerica e la Curia Perché avevo previsto questo esito del Conclave

di Vittorio Messori

Mi scuso di cominciare con un episodio personale. Ma, come si vedrà, sullo sfondo c'è un problema molto grave che riguarda la Chiesa intera e con il quale, dunque, Francesco dovrà confrontarsi in modo prioritario. Spero dunque mi sia perdonato l'apparente personalismo.

Nel mese trascorso dalla fatidica ricorrenza di Nostra Signora di Lourdes, l'11 febbraio, innumerevoli colleghi sia italiani sia stranieri mi hanno chiesto una previsione sul cardinale che i confratelli avrebbero eletto come successore di Benedetto XVI. Sempre, senza eccezione, mi sono schermito, a nessuno ho risposto, ricordando che a un cristiano non è lecito tentare di rubare il mestiere allo Spirito Santo; e rievocando episodi, vissuti di persona nella redazione dei giornali, in cui le indicazioni dei papabili da parte degli esperti erano state regolarmente smentite. Per questo motivo, pur scusandomi, non ho partecipato a quella sorta di divertissement dei colleghi del Corriere che, sorridendo, hanno indicato ciascuno una loro terna.

Ho fatto una sola eccezione al riserbo che mi era imposto con un collega - che è anche un vecchio amico e col quale ho scritto un libro sulla fede - Michele Brambilla, ora a La Stampa ma formatosi in questo nostro quotidiano e buon conoscitore dei problemi religiosi. Chiedendogli di tenere per sé la cosa, sino a Conclave concluso, gli ho proposto scherzosamente di farmi da notaio e gli ho affidato un nome, uno soltanto: Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires. L'amico collega mi ha telefonato anche ieri, sotto il diluvio di piazza San Pietro dove attendeva la fumata e mi ha ricordato quella previsione, chiedendomi se la confermavo: gli ho detto che mi sembrava di poterlo fare. Michele mi ha ricordato che Bergoglio non era tra coloro che la maggioranza dei colleghi dava come papabile: almeno in questo Conclave, mentre in quello che elesse Joseph Ratzinger pare sia stato colui che ebbe il maggior numero di voti dopo l'eletto. Ma otto anni sono passati, il cardinal Bergoglio ha ormai 76 anni, tutti attendevano un Papa nel pieno delle forze. Un limite che qualcuno aveva fissato sotto i 65 anni. Tra l'altro, sarebbe stato il primo gesuita a divenire Papa, dignità alla quale la Compagnia non ha mai mirato, secondo la raccomandazione del fondatore Ignazio. Eppure, insistetti su quella candidatura argentina.

Doti da indovino, confidenze del Paraclito, collegamenti occulti con le Sacre Stanze cardinalizie? Macché, non facciamola grossa, solo un poco di conoscenza della realtà della Chiesa attuale. Avevo infatti spiegato all'amico: «In Conclave, dove si conosce la condizione della Chiesa nel mondo intero, si potrebbe decidere per una scelta «geopolitica», come fu per Karol Wojtyla. Una scelta fortunata: non soltanto si ebbe uno dei migliori pontificati del secolo, ma si gettò nel panico la Nomenklatura dell'Unione Sovietica e di tutto l'Est che prevedeva guai, da un Papa polacco. Non sbagliava nello spaventarsi. In effetti, vennero Walesa, Solidarnosc, i cantieri Lenin di Danzica, gli scioperi operai che per la prima volta un regime comunista non osò reprimere nel sangue. Fu quella la crepa che, allargandosi, alla fine fece cadere tutti i muri dell'Impero. Ma nulla sarebbe stato possibile senza un Pontefice polacco, e di quale tempra e prestigio!, che sorvegliava e consigliava dal Vaticano». Ebbene, continuavo nel ragionamento, oggi una scelta geopolitica potrebbe rivolgersi in due direzioni: chiamare alla cattedra di Pietro il primo cinese nella storia che partecipi a un Conclave, l'arcivescovo di Hong Kong, John Tong Hon. Il panico, stavolta, non sarebbe a Mosca o a Varsavia ma a Pechino, nella capitale della superpotenza del futuro, dove il governo - non potendo estirpare i cattolici, coriacei alle persecuzioni - ha tentato di creare una Chiesa nazionale, staccata da Roma, nominando persino i vescovi. E i credenti fedeli al Papa sono ridotti alla clandestinità. Come continuare a tenerli nelle catacombe o nei lager, con uno dei loro divenuto Papa?

Ma la Chiesa non ha mai fretta, giudica secondo i tempi delle «lunghe durate», come dicono gli storici degli Annales, il turno della Cina verrà probabilmente in un prossimo Conclave allorché, come capita in tutti i regimi totalitari, il sistema comincerà il declino e sarà indebolito, pronto per il colpo di grazia. E in questo, di Conclave? In questo, pensavo, c'era spazio per un'altra scelta geopolitica e stavolta davvero urgente, anzi urgentissima, anche se in Europa non si conosce la serietà dell'evento. Succede, cioè, che la Chiesa romana sta per perdere quello che considerava il «Continente della speranza», il Continente cattolico per eccellenza nell'immaginario comune, quello grazie al quale lo spagnolo è la lingua più parlata nella Chiesa. Il Sudamerica, infatti, abbandona il cattolicesimo al ritmo di migliaia di uomini e donne ogni giorno. Ci sono cifre che tormentano gli episcopati di quelle terre: dall'inizio degli anni Ottanta ad oggi, l'America Latina ha perso quasi un quarto di fedeli. Dove vanno? Entrano nelle comunità, sette, chiesuole degli evangelicals, i pentecostali che, inviati e sostenuti da grandi finanziatori nordamericani, stanno realizzando il vecchio sogno del protestantesimo degli Usa: finirla, anche in quel Continente, con la superstizione «papista». Occorre dire che i grandi mezzi economici di cui quei missionari dispongono attirano i molti diseredati di quelle terre e li inducono a entrare in comunità dove tutti sono sorretti anche economicamente. Ma c'è pure il fatto che le teologie politiche dei decenni scorsi, predicate da preti e frati divenuti attivisti ideologici, hanno allontanato dal cattolicesimo quelle folle, desiderose di una religiosità viva, colorata, cantata, danzata. Ed è proprio in questa chiave che il pentecostalismo interpreta il cristianesimo e attira fiumane di transfughi dal cattolicesimo. Dunque, i padri del Conclave probabilmente avrebbero valutato l'urgenza di un intervento, secondo un programma proposto e gestito da Roma stessa, insediandovi come Papa uno di quel Continente.

Ma l'emorragia riguarda soprattutto il Brasile e l'America delle Ande: perché, se Papa sudamericano doveva essere, perché un argentino, un arcivescovo di un Paese meno toccato dalla fuga verso le sette? Probabilmente ha giocato il fatto che il cardinal Bergoglio (a parte l'alta qualità dell'uomo, la preparazione teologica, l'esperienza) è al contempo iberoamericano ed europeo. La sua è una famiglia di immigrati recenti dall'astigiano, l'italiano è la sua seconda lingua materna: poiché per la Chiesa non sono urgenti solo i problemi di oltreatlantico ma anche quelli di un riordino energico della Curia, occorreva un uomo che sapesse fronteggiare certe situazioni vaticane. Insomma, non una predizione la mia, un semplice ragionamento. Molti altri ragionamenti saranno necessari, a cominciare dalla scelta del nome, Francesco, inedito nella storia del papato. Ma l'ora è tarda, il tempo stringe. Ci sarà tempo per riprendere il discorso.

© Corriere della Sera