sabato 20 aprile 2013

È sempre Cristo che battezza


di Inos Biffi

Col suo sottrarsi alla visione sensibile dei discepoli, il Signore Gesù non si allontana da loro; così come, oltrepassando la condizione della vita terrena, non abbandona il mondo attuale. La gloria non lo pone fuori della storia. Al contrario, è proprio la gloria a renderlo ancora più potentemente e intimamente presente e operante nell’umanità e nell’universo.

Non c’è luogo o tempo, ormai, che non sia sovrastato e compreso dal Risorto. Lo stato glorioso non è un prolungarsi del tempo all’indefinito; è, invece, il superamento della dimensione scandita dai ritmi temporali, che si trovano ora interamente inclusi e attratti dal Cristo asceso al cielo, al quale appartiene «ogni potere in cielo e sulla terra» (Matteo 28, 18).
Da questa ascensione di Gesù al cielo viene la possibilità dei sacramenti, dove si ritrova e si dispiega una delle forme più intense e forti della sua presenza. L’economia sacramentale è tutta pervasa dall’attuale signoria di Gesù, unico e universale principio di salvezza. I santi segni sono efficaci di grazia perché egli invisibilmente ne è l’“attuale” e principale celebrante.

Sia Ambrogio, sia Agostino e poi Tommaso d’Aquino insistono su questa interiore presenza di Cristo che conferisce valore ai sacramenti. Ambrogio in una notte pasquale affermava: «A battezzare non sono stati né Damaso né Pietro né Ambrogio né Gregorio [Nazianzeno, ri-spettivamente vescovi di Roma, Alessandria, Milano e Costantinopoli]: nostro è il servizio, tuoi sono, o Signore, i sacramenti» (De Spiritu Sancto, 1, prol., 17). Ossia: sei tu a conferire ai nostri gesti esteriori un intimo valore sacramentale, efficace di grazia.
Agostino parla del «Cristo che battezza non con un ministero visibile, ma con la grazia occulta, con occulta potenza nello Spirito Santo» (Contra litteras Petiliani, 3, 49, 59), e afferma: «Siano Pietro, o Paolo, o Giuda a battezzare, in realtà colui che battezza è sempre Cristo» (cfr. In Iohannis euangelium tractatus, 6, 7).

Tommaso scrive: «È Cristo che principalmente e interiormente battezza» (Super 1 ad Corinthios, 1, 2, n. 28), così come - il testo è attinto dallo pseudo Crisostomo - nell’Eucaristia «è ora presente anche Cristo: colui che ha ornato la mensa [del cenacolo], è lo stesso che consacra anche questa mensa» (Catena aurea in Marcum, cap. 14, lectio: 6).
«Autore di questo sacramento è Cristo; infatti, benché sia il sacerdote a consacrare, è Cristo stesso che conferisce efficacia al sacramento, dal momento che il medesimo sacerdote consacra in rappresentanza (in persona) di Cristo» (Super euangelium Iohannis reportatio, cap. 6, lectio 6, n. 961).

Possiamo, infine, ricordare il perspicuo testo della Sacrosanctum concilium: «Cristo è presente con la sua potenza nei sacramenti, di modo che, quando uno battezza, è Cristo stesso che battezza» (n. 7). Né per questo l’opera della Chiesa è solo estrinseca o puramente “occasionale”. Al contrario: l’azione di Cristo si compie attraverso il gesto sacramentale della Chiesa, la quale, celebrando, manifesta l’obbedienza al suo Signore e l’amorosa fedeltà al suo Sposo.
I segni rituali esprimono la sua comunione con lui: essi sono come lo spazio che il Risorto colma della sua presenza e della sua grazia. Più che la Chiesa ad andare a Cristo, è Cristo che viene alla sua Chiesa che ne fa memoria e, prim’ancora, che suscita e tiene vivo in lei il desiderio. Ma, proprio perché Cristo è esaltato nella gloria (cfr. Filippesi 2, 9), e gli appartiene ogni potere in cielo e sulla terra (cfr. Matteo 28, 18), la sua opera non è circoscritta, né circoscrivibile, nei confini di un tempo determinato o di un luogo delimitato; come non è demarcabile nei termini inoltrepassabili e imprescindibili di un gesto specifico.

Al suo nome e alla sua signoria si piega «ogni ginocchio, nei cieli, sulla terra e sotto terra» (cfr. Filippesi 2, 10). E, infatti, ripete Tommaso d’Aquino, «Dio non ha legato la sua potestà ai sacramenti, così da non poter raggiungere l’effetto dei sacramenti senza i sacramenti stessi» (Summa theologiae, III, 64, 7, c; cfr. In Jeremiam prophetam expositio, cap. 1, sectio 3). Ed enuncia il principio: «Si può conseguire la “realtà ”di un sacramento, prima della recezione del sacramento, in virtù del desiderio di riceverlo» (Summa theologiae III, 70, c).
Si può ottenere l’effetto - cioè la “realtà”(res) - per esempio dell’Eucaristia (come anche del Battesimo) quando ne sia vivo il desiderio, e ci si trovi nella condizione di non poter ricevere il sacramento. Si ha in tal caso la “manducazione spirituale”, che significa non una sostituzione o una lontana imitazione della comunione eucaristica, ma l’assunzione dell’effetto o del frutto del sacramento stesso, che è la carità o l’unione con Cristo e con il suo corpo mistico che è la Chiesa; in altre parole, la riuscita del sacramento.

All’origine di tutto questo sta l’incombenza sulla storia di Gesù risuscitato, che colma l’intenzione e il cuore di chi sinceramente vuole essere unito a lui e non può passare attraverso il segno sacramentale.
Ma osserviamo che, anche in tal caso, non si prescinde dalla Chiesa, dal momento che l’esito di quel desiderio è la partecipazione all’unità ecclesiale, che è esattamente il frutto dell’Eucaristia: «La realtà del sacramento è l’unità del Corpo mistico, senza la quale non ci può essere salvezza: a nessuno, infatti, è aperta la porta della salvezza fuori dalla Chiesa, come fuori dall’arca, che significa la Chiesa, nel caso del diluvio» (Summa theologiae, III, 73, 3).
Non si prescinde, inoltre, dalla Chiesa, perché lo stesso Cristo opera sempre in intima comunione con la Chiesa, sua Sposa.

venerdì 19 aprile 2013

Il silenzio dei vescovi nella sfida del colle. Con Bergoglio finisce l’“interventismo”


di Paolo Rodari

Le ultime parole, pronunciate ieri, disegnano un profilo vago: «Per il Quirinale serve una persona di grande livello, di grande onestà, riconosciuta a livello nazionale e internazionale».

Qualche giorno fa, un accenno ugualmente timido. «Vede la possibilità di una donna al Quirinale?», gli hanno chiesto a margine di un convegno a Genova. «Perché no? L’importante è il livello, la capacità personale, il profilo intellettuale e morale», ha risposto il capo della Conferenza episcopale italiana pensando alle uniche due candidate al Colle che non dispiacciono alla Chiesa, il ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri e la guardasigilli Paola Severino.

Per il resto silenzio. La volontà di restare fuori dalla mischia. E di alzare la voce soltanto per chiedere che il Paese si dia in fretta un governo che permetta di uscire dall’«incomprensibile stallo».

Una posizione prudente che riflette però anche un certo timore di sbagliare, di andare oltre il consentito soprattutto agli occhi di Papa Francesco che ancora, rispetto alla Cei, non ha sciolto le riserve: cosa intende fare il nuovo Papa del titolo di “primate d’Italia” che gli permette di indirizzare a suo modo la politica dell’intero episcopato? Quale Cei nascerà nell’era Bergoglio? Si tornerà alla Chiesa di Ruini che, battendo sui valori, restava al centro di un quadro di sostanziale pluralismo politico? Si adotterà il modello del segretario di Stato Bertone nel quale – con Berlusconi premier grazie al lavoro di Gianni Letta, con Monti grazie al supporto di Federico Toniato – la cosa importante era stringere legami con chi aveva il potere per dare, e soprattutto per ricevere, benefici? Oppure nascerà qualcosa di diverso, una Cei il cui capo, come ha auspicato ieri il cardinale Coccopalmerio, non sarà più eletto dal Papa ma dai vescovi stessi?

La risposta ancora non c’è. Ed è per questo che nessuno, nella Chiesa italiana, si sbilancia. E così in Vaticano dove, dicono, la candidatura del cattolico adulto Romano Prodi non è vista dal segretario di Stato Bertone, ma anche da Bagnasco, come il massimo dei sogni possibili. Ma quanto contano oggi Bertone e Bagnasco?

Di certo non come una volta. Sono lontani, infatti, i tempi degli editoriali dell’Osservatore Romano (era il 2008) che spiegavano ai fedeli come i «due colli del Quirinale e del Vaticano» fossero «molto vicini». O quelli in cui lo stesso quotidiano (era il 2006), nel giorno in cui si aprivano le votazioni per il Quirinale, addirittura si spinse a tracciare un identikit del candidato ideale che costituiva una clamorosa bocciatura di Massimo D’Alema e l’indicazione esplicita di una figura in tutto identica a Giorgio Napolitano. Ora tutto questo non c’è più.
Tanto che se è vero che la stessa Cancellieri è stata invitata a Messa nella residenza Santa Marta da Papa Francesco, ciò non costituisce un’indicazione preferenziale da parte del Pontefice che, fra l’altro, si è limitato a porre al Ministro un breve saluto.

Bagnasco conosce Cancellieri dai tempi in cui il ministro era prefetto a Genova. «Sicuramente aiuterà anche Bologna», disse non a caso il porporato nel 2010 quando Cancellieri divenne commissario prefettizio sotto le due torri.
Ma la realtà è che come Cancellieri, anche altri possono vantare solide entrature nei sacri palazzi. Oltre a Severino, avvocato dello Ior, Giuliano Amato può contare su forti legami con maggiorenti di curia che risalgono addirittura agli anni nei quali fu la mente della revisione del Concordato.

E poi il costituzionalista Sabino Cassese, stimato e in più occasioni consultato oltre Tevere per questioni giuridiche controverse in virtù della sua specializzazione di internazionalista. Nomi, dunque, apprezzati e che scavalcano quei due canali istituzionali – dalla Cei alla Segreteria di Stato – che mai come oggi paiono fuori dalla grande partita per il Quirinale.

Non così nei tempi passati. Ricorda Gianni Gennari – teologo romano alle cui messe negli anni ’70, i tempi del compromesso storico, partecipavano tutte le domeniche Franco Rodano e Tonino Tatò – che nel ’78 il Pci di Berlinguer propose Pertini per il Quirinale e che Benigno Zaccagnini, segretario della Dc, era rammaricato del fatto che i Dc non lo volevano votare, e incontrandolo quasi per caso, data la loro amicizia e vicinanza nel periodo della tragedia Moro, gli chiese cosa si pensasse di Pertini in Vaticano.

La risposta fu che era considerato un galantuomo, anche se non credente, e che godeva simpatie negli ambienti della Segreteria di Stato del cardinale Casaroli. Zaccagnini dunque volle insistere, e quasi impose alla Dc il voto favorevole. Infatti, il giorno dopo quel colloquio, Pertini fu Presidente della Repubblica.

Il Concilio restituito alla Chiesa


Nell’Anno della Fede un libro chiede di interpretare correttamente il Vaticano II e restituirlo pienamente alla Chiesa

di Giuseppe Brienza

Il ricordo e l’approfondimento del Concilio Vaticano II nell’Anno della Fede che, fra l’altro, è stato nel 2012 proclamato da Benedetto XVI anche per celebrarne il 50° anniversario della sua apertura, non possono essere staccati dall’impegno della Chiesa ad interpretarlo. Non si può infatti attuarlo senza prima averlo adeguatamente interpretato. Ecco l’aspetto principale di questo “anno del Concilio” inserito nell’ambito dell’Anno della fede 2012-2013.

L’interpretazione del Concilio, infatti, non è ancora finita e durerà probabilmente a lungo. C’è poi la questione del rapporto tra Concilio e post-concilio, che è pure tuttora aperta, soprattutto perché essa dipende dalla esatta interpretazione dei testi emanati dalla grande assise ecumenica.

Intanto esperti ed osservatori continuano a questionare su ricchezze, limiti e sfide del Magistero conciliare e, come scrive il saggista e giornalista cattolico Stefano Fontana nel suo recentissimo libro “Il Concilio restituito alla Chiesa. Dieci domande sul Vaticano II” (con una Prefazione di S.E. Mons. Giampaolo Crepaldi, Arcivescovo-vescovo di Trieste, “La Fontana di Silone”, Torino 2013, pp. 192, Euro 18, www.lafontanadisiloe.it), «Sembra che si tratti di una interminabile disputa accademica per gli addetti ai lavori. Invece, comprendere cosa è veramente stato il Concilio è importante per ogni fedele e per tutta la Chiesa. Con una incertezza così grande alle spalle è difficile procedere spediti».

Il volume di Fontana, che è direttore dell’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa (DSC) e del settimanale diocesano di Trieste «Vita Nuova», si raccomanda innanzitutto perché è scritto nell’ottica dei “non addetti ai lavori”, sebbene l’Autore sia un riconosciuto esperto di DSC. Il libro pone infatti una serie di domande molto semplici a cui fornisce delle risposte altrettanto chiare. Domande del tipo: “Esiste veramente un problema Concilio?”, “Che rapporto c’è tra il Concilio e gli anni ’60?”, “Il carattere pastorale del Concilio è la soluzione o il problema?”, “Il Concilio ha detto qualcosa di nuovo?”, “Ha detto qualcosa di sbagliato?”, “Se il Vaticano II afferma sulla libertà religiosa cose diverse dal Sillabo di Pio IX a quale dei due bisogna dare ascolto?”, “Cosa vuol dire interpretare il Concilio e chi lo deve fare?”.

Insomma, si tratta di uno studio che, riprendendo il tradizionale metodo del “domanda e risposta”, diffuso soprattutto a seguito del famoso “Catechismo di san Pio X”, apporta un contributo molto utile nel tentare di sbrigliare le matasse create da molti studioso e chierici che, non di rado, come scrive Fontana, «ingarbugliano le cose e l’impressione finale è spesso quella di un labirinto».

giovedì 18 aprile 2013

"Avrò cura di te" di padre Serafino Lanzetta


di Cristina Siccardi

Ma come si è ridotto a vivere e a morire l’uomo del nostro tempo? Vive morendo e muore vivendo: è un omicidio continuo, attraverso l’aborto; attraverso la strage della ragione e l’annientamento della fede; attraverso l’eutanasia.

Perversità e vizio sono diventati i pilastri di questa civiltà che, rinnegando la sua matrice cristiana, si va autodistruggendo. Abbandonato Dio, l’uomo è in balia del grande Tentatore, che si contorna di depravazione, corruzione e dissolutezza, dando in pasto le sue vittime al caos e alla disperazione. Dove «si andrà se continua a predominare il soddisfacimento di sé, la ricerca di sé e del proprio appagamento, checché ne deriva agli altri e soprattutto ai più indifesi come i bambini?», una cultura siffatta genera una «guerra tra il soddisfacimento senza futuro e la voglia di vivere per soddisfarmi ancora. Una divisione interna alla persona è alla radice d’ogni altra oppressione» (pp. 21-22), parole amare, parole crude, parole sagge che leggiamo nel bel libro di Padre Serafino Lanzetta F.I. dal titolo Avrò cura di te. Custodire la vita per costruire il futuro (pp. 140, € 12.00); un libro che rientra nella importante collana di Fede & Cultura «I libri del ritorno all’ordine», diretta da Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro.

Il corpo è idolatrato, ma nel contempo viene soppresso prima del suo iniziale vagito al mondo. Siamo nell’era delle più assurde ed illogiche contraddizioni, dove le azioni politiche hanno la volontà di sovvertire ciò che è secondo natura: «Le politiche non hanno più niente di politico e gli obiettivi più caldeggiati sono appunto quelli della sfera dei valori morali della persona. Perché? Si desidera una rivoluzione non delle sfere dell’amministrazione del bene pubblico ma del concetto stesso di bene e di male, un suo ridisegnamento» (p. 27). L’obiettivo è quello di ribaltare i principi fondamentali della vita e della convivenza: molti figli di questa ideologia, per esempio, non dovranno più avere un padre ed una madre come da normalità, ma un genitore A ed un genitore B, come il copione di un film dell’horror.

Può essere ben fiera la rivoluzione culturale sessantottina: i suoi risultati sono andati ben oltre le sue stesse aspirazioni. Dal canto suo la Chiesa non è più riuscita ad incidere sulla cultura e sulle coscienze: con il “dialogo” e l’“aggiornamento” ha sempre più inseguito il consenso mediatico e virtuale, perdendo di vista la sua reale identità. La persona non è più fatta a immagine e somiglianza di Dio, ma ad imitazione del demonio; si ribella, dunque, al Creatore e con la superbia si fa beffe dell’Amore Infinito e della salvezza della propria anima. Con la superbia Lucifero scelse di perdere amore, bontà, bellezza; oggi, con la superbia, l’uomo sceglie di essere divorato dalle fauci del peccato a tutti i costi, chiamandolo «diritto» e «dignità». Ma come destare l’umanità occidentale da questo immane inganno? «Bisogna ripartire (…) dalla verità. Altrimenti ci autodeterminiamo a essere sterili, a vedere una Chiesa che si autocondanna a prendere il primo posto nei dibattiti pubblici ma che ha smarrito la sua identità. Dobbiamo ripartire da questa consapevolezza: la verità è per ognuno e il Vangelo è la salvezza di tutti gli uomini» (p. 33).

Non c’è altro metodo, per condurre questa folle e peccaminosa società del XXI secolo al rinsavimento e alla salvezza, che la volontà missionaria, quella che vestirono i primi Apostoli sul comando di Cristo. Si parla di «nuova evangelizzazione»; ma essa, in questi tempi di dissoluzione e decomposizione, deve essere eroica, altrimenti sarebbe vanificata. Ha detto nell’omelia papa Francesco il 14 aprile scorso nella basilica di San Paolo fuori le mura: «Non si può pascere il gregge di Dio se non si accetta di essere portati anche dove non vorremmo, senza riserve, senza calcoli, a volte anche a prezzo della nostra vita».

mercoledì 17 aprile 2013

Cultura a destra? Viva e vegeta nonostante il Pdl

Furio Jesi

Il Popolo della libertà vuole ripartire dalle idee. Giustissimo: le ha trascurate troppo a lungo...

di Alessandro Gnocchi

Sul Giornale, nei giorni scorsi, esponenti di spicco del Popolo della libertà quali Fabrizio Cicchitto e Mariastella Gelmini hanno avviato una discussione interessante: il centrodestra, per ripartire, avrebbe bisogno di una iniezione di cultura. È un auspicio tanto giusto quanto sorprendente perché il partito non ha dato l'impressione, nell'azione politica degli ultimi anni, di fare tesoro delle energie sprigionate da aree culturali non riconducibili alla sinistra.
Senza troppi giri di parole: la cultura di destra, dal 1994 a oggi, ha offerto tanto ma i politici di destra, con le dovute eccezioni, non parevano sempre interessati. Nella gestione della Rai, dei ministeri chiave in campo culturale, delle istituzioni cittadine, s'è visto assai poco ispirato alla «cultura di destra». Spesso le buone intenzioni di partenza sono rimaste lettera morta, in questa sede non conta dire perché. Anche gli intellettuali sbarcati a Roma, dal compianto Piero Melograni a Marcello Pera, non sembrano nel complesso aver ricoperto un ruolo decisivo.

Liberali, cattolici, post-missini: fuori dal Parlamento c'è una enorme concentrazione di forze con proposte forti ma chi le sta a sentire? Sono senza interlocutori politici al punto che c'è gente (di destra) che sostiene che tutto sommato, quando c'è qualche progetto concreto in ballo, sia meglio cercarsi interlocutori istituzionali di sinistra. Almeno c'è qualcuno con cui parlare anche se poi ti dirà di «no». Dall'altra parte, la nostra, invece ti attende il nulla.
Il Pdl avrebbe un bacino inesauribile di idee a cui attingere, se lo volesse. Salvo rare eccezioni, nessuna delle persone che qui saranno nominate è etichettabile come «di partito»; qualcuna non si definisce neppure di centrodestra; tutte attribuiscono un valore fondamentale alla propria autonomia. Non vogliamo certo arruolare nessuno. Vogliamo piuttosto segnalare intellettuali accomunati da un lavoro serio che va in una direzione diversa (se non propria opposta) rispetto alla sinistra. Intellettuali che quindi dovrebbero «interessare» al Popolo della libertà all'improvviso affamato di cultura.

L'Istituto Bruno Leoni è un punto di riferimento imprescindibile per chiunque, sia pure con sfumature diverse, appartenga all'universo liberale e libertario. Produce paper, convegni, corsi di studio, libri e seminari. Dalla cultura, all'economia, passando per l'ambiente e l'urbanistica: non c'è settore che sia scoperto. Nel suo organico ci sono fuoriclasse come Carlo Lottieri, Alberto Mingardi, Carlo Stagnaro, Filippo Cavazzoni, Serena Sileoni. Il «padre spirituale», oltre a Leoni, è Sergio Ricossa.

Dopo decenni di silenzio, ora vi sono due editori coraggiosi che hanno portato i classici del liberalismo austriaco e non solo dalle nostre parti: Liberilibri di Aldo Canovari e Rubbettino di Florindo Rubbettino sono colonne portanti della cultura liberale italiana. A cui di recente si è aggiunta, con titoli inattesi e fortissimi, la Marsilio di Cesare De Michelis. Il «giro» di autori, collaboratori, curatori, prefatori di questi «piccoli» (in realtà grandissimi) editori è di per sé una mappa del pensiero storico-filosofico non dogmatico: Giuseppe Bedeschi, Lorenzo Infantino, Raimondo Cubeddu, Dario Antiseri, Luigi Marco Bassani, Eugenio Di Rienzo, Giovanni Orsina, Fabio Grassi Orsini, Alessandro Orsini...
Un po' più a destra, l'editore Bietti propone una delle migliori riviste italiane, Antarès, fucina di talenti coltivati da Gianfranco De Turris, ove si può leggere di letteratura, economia, polemiche culturali fuori dagli schemi.

Le associazioni cattoliche sono sempre state ben organizzate: svolgono un lavoro incredibile sull'istruzione paritaria dal punto di vista legale, divulgativo, economico, culturale offrendo una mole di dati impressionante e proposte concretissime per incentivare la libertà di scelta delle famiglie. Che dire poi di editorialisti e scrittori come Antonio Socci, Camillo Langone, Luca Doninelli, Davide Rondoni, Luca Negri e tutte le altre penne affilate che guardano alla Chiesa come punto di riferimento; del gruppo combattivo che fa capo a Riccardo Cascioli e al rinato quotidiano on line La Bussola; del lavoro sempre coerente di editori come Lindau, Cantagalli, San Paolo, Ares?

Quotidiani. Il Foglio di Giuliano Ferrara è nato per offrire un solido retroterra culturale al neonato centrodestra, e ha fatto un lavoro esemplare. Ha fatto conoscere i valori di un partito liberale di massa, ha dialogato col mondo cattolico, ha lanciato talenti in grande numero, ha valorizzato e fatto esplodere geniacci inclassificabili come Pietrangelo Buttafuoco. Del Giornale non tocca a me dire. Però voglio ricordare chi combatte o ha combattuto, di recente e con posizioni variegate, la sua battaglia culturale sulle nostre colonne: Luca Beatrice, Beatrice Buscaroli, Giampietro Berti, Roberto Chiarini, Dino Cofrancesco, Francesco Forte, Giordano Bruno Guerri, Giorgio Israel, Luca Nannipieri, Fiamma Nirenstein, Massimiliano Parente, Francesco Perfetti, Claudio Risé, Vittorio Sgarbi, Stenio Solinas, Marcello Veneziani, Stefano Zecchi.

Internet? Social Network? Il mondo dei blogger «di destra» è da sempre all'avanguardia grazie a pionieri come Andrea Mancia fondatore, fra le altre cose, di Tocqueville.it. Mancia, Bressan, Missiroli e altri hanno saputo aggregare nella rete le forze conservatrici-liberali, prima della sinistra, ricavandone una miniera di sapere sul web.
Questo elenco è parzialissimo, chiedo scusa ai moltissimi che nell'impeto ho certamente dimenticato e ai tanti «cani sciolti» che dell'assoluto individualismo hanno fatto una religione. D'altronde non serve un elenco completo: questo è solo un piccolo esempio di cosa si agita fuori dai palazzi romani. La cultura c'è. Il partito può dire altrettanto?

martedì 16 aprile 2013

Ancora due articoli su Giovanni Testori


Di colui cioè - il Cielo lo abbia in gloria - che sentì la colpa della propria omosessualità.

Per favore, ridateci Giovanni Testori

Ritratto dell'intellettuale anticonformista e senza mezze misure scomparso 20 anni fa

di Vittorio Sgarbi

Non fui suo allievo. Non fui suo seguace né, forse, in senso letterale, neppure suo amico. Ma gli piacqui come giovane studioso e come giovane. Era il 1978, lui aveva 55 anni, io 25. Era arrivato a Castelfranco Veneto non per parlare di Giorgione (durante i festeggiamenti per il quinto centenario della nascita del grande pittore) ma per vedere le mostre che si erano allestite per quell’occasione; e arrivò in coincidenza con un convegno al quale io, giovanissimo studioso, e ispettore della soprintendenza, ero stato chiamato a partecipare. Sono ancora convinto del mio pensiero d’allora, ma il mio intervento era certamente provocatorio. Al ristretto corpus delle opere del pittore proponevo di sottrarre anche il celebre fregio di Casa Pellizzari a Castelfranco. Quale che fosse la bontà dei miei argomenti, Giovanni Testori ne apprezzò la passione e ne diede notizia sul Corriere della sera.

Due anni dopo venne in visita a Vicenza per una mostra importante da me curata: Palladio e la Maniera. Gli piacque molto e ne scrisse una lunga recensione in terza pagina del Corriere. Quell’articolo fu determinante per darmi una piena consapevolezza del mio lavoro proiettandolo dalla dimensione locale a quella nazionale. In riferimento ai miei comportamenti e ricordando di essere stato denominato, in giovinezza, "Angelo biondo" mi definì "Pipistrello biondo". Di lì, fino alla sua morte 13 anni dopo, iniziò il nostro rapporto fatto di ammirazione e di condivisione.

Il mondo dell’arte contemporanea era dominato da cattivi maestri e da artisti alla moda. Testori, dopo i contemporanei Ennio Morlotti, Franco Francese e Gianfranco Ferroni, iniziò un lungo viaggio alla scoperta di giovani, senza ossequi e pregiudizi, e affiancato da due mercanti d’arte, Max Rabino e Alain Toubas, animatori della Compagnia del disegno, preparò, promosse e sostenne decine di mostre di artisti sui quali non era mai scesa l’attenzione della critica. Così iniziammo a guardare Willy Varlin, erede naturale di Soutine, con i suoi ritratti vibranti e dolenti; e imparammo a conoscere lo scultore capace di cuocere la terra come il pane per le sue umanissime terrecotte: Ilario Fioravanti. E vedemmo, con emozione, il commovente e intimistico Paolo Vallorz.

Poi toccò ai giovani italiani, tedeschi e austriaci. E all’orizzonte si videro i volti e i corpi di Giovanni Frangi, di Aurelio Bertoni, di Velasco Vitali, di Fausto Faini, di Alessandro Verdi, di Luca Crocicchi, di Andrea Martinelli; e di Rainer Fetting, di Hermann Albert, di Peter Chevalier, di Klaus Karl Mehrkens; e, ancora, di Hubert Scheibl, di Ludwig Meidner, di Bernd Koberling, di Karl Horst Hödicke, di Herbert Brandl, di Bernd Zimmer, di Gunter Damisch.

Negli anni 80 e 90 con Testori si respirò aria nuova, in assoluta indipendenza di giudizio. E, con le scoperte, vennero le stroncature, come quella memorabile a Gae Aulenti per la sua macchinosa Gare d’Orsay.
Testori, con spirito originale e polemico, ma con profonde radici cristiane, aveva occupato nella cultura italiana il posto lasciato da Pier Paolo Pasolini, con editoriali spesso scandalosi in prima pagina del Corriere. Fu, in quegli anni, l’unico intellettuale italiano autonomo dal dominante pensiero unico, contrapponendosi agli scrittori e pensatori di regime che trovarono il loro organo nel quotidiano La Repubblica.

Testori, che aveva scandalizzato con le sue opere letterarie e teatrali negli anni 50 e 60, fino ad approdare per le sue rappresentazioni al Pier Lombardo con le intense interpretazioni di Franco Parenti e le amorose regie di Andrée Ruth Shammah, si era dichiarato vicino a don Luigi Giussani, al movimento Comunione e liberazione, al settimanale Il Sabato, indisponibile a ogni manifestazione di conformismo culturale e profondamente convinto della malattia mortale della società laica e del relativismo. Potevamo essere certi che le sue posizioni non avrebbero mostrato alcuna acquiescenza verso gli asseriti valori della cultura dominante. In molte occasioni mi ritrovai a condividere le sue posizioni e le sue scelte, applicandomi allo studio degli stessi artisti.

Avanzando negli anni e nell’esperienza, Testori si sentiva sempre più attratto dalla contemporaneità. Ma la sua visione era integrale ed era nutrita da una rara conoscenza dell’arte antica sempre meno frequente, già ai tempi suoi, nella formazione dei critici d’arte contemporanea. Testori era stato, con Mina Gregori, il più importante allievo di Roberto Longhi, condividendo con lui la passione per la grande arte lombarda e padana. Toccò a Testori rivalutare i grandi pittori lombardi dei Sacri monti, a partire da Gaudenzio Ferrari, a Varallo. Così a lui si deve l’illustrazione del gran teatro montano con gli affreschi e le sculture di Tanzio da Varallo, del Morazzone, del Cerano, del Procaccini, riscoperti e ristudiati per la grande mostra sul Seicento lombardo in Palazzo Reale a Milano.

Testori, più di Pasolini, che era stato pure allievo di Longhi, fu poeta, romanziere, drammaturgo, storico dell’arte, critico d’arte, saggista, con una multiforme versatilità che lo ha reso indispensabile e inevitabile per almeno tre decenni.
Dimenticarlo è colpevole.



Solo Testori ci può salvare dai buoni sentimenti

Esce l'ultimo volume delle Opere dello scrittore lombardo, con alcuni dei suoi testi più dirompenti. Un autore ancora oggi contro il pensiero unico

di Luca Doninelli

È finalmente in uscita per Bompiani il terzo, attesissimo volume delle Opere di Giovanni Testori, duemilacinquecento pagine che raccolgono gli scritti datati tra il 1978 e il 1993, anno della morte.

Sono stati gli anni della mia amicizia con lui, quelli del suo discusso sodalizio con Cl, quelli della sua amicizia con Don Giussani, e poi quelli del suo allontanamento da Cl, con cui mantenne alcune grandi amicizie personali: con lo stesso Fondatore, con Emanuele Banterle, con Riccardo Bonacina, con Franco Branciaroli - sua ultima musa - e anche con il sottoscritto. Sono gli anni che vanno da Conversazione con la Morte e Interrogatorio a Maria, testo affidato a una compagnia di ragazzi, alla nascita della Compagnia de «Gli Incamminati», fino al capolavoro estremo Tre lai, scritto nel periodo dell'infermità e trasformato cinque anni dopo la morte del maestro in un memorabile spettacolo firmato da Sandro Lombardi e Federico Tiezzi.

Naturalmente gli amici di Testori, anche in questo periodo molto particolare della sua storia, furono moltissimi, e non bisogna pensare che le svolte (anche ideologiche) che inflisse ai suoi ammiratori cancellassero le passioni trascorse: Testori non ha mai rinnegato nulla del suo passato, che continuò a essere per lui presente, presentissimo anche dopo tutte le «svolte» e tutte le presunte conversioni. Testori ha rappresentato una luce nel buio per tante persone completamente diverse tra loro, da André Ruth Shammah a Vittorio Sgarbi fino a Giovanni Agosti. E il suo linguaggio teatrale, dalla sua morte e sempre più fittamente col passare degli anni, ha interrogato e affascinato drammaturghi (come Franco Scaldati e Antonio Tarantino) e praticamente tutti i nomi più significativi della nuova scena teatrale italiana, da Valter Malosti a Maria Paiato, da Arianna Scommegna a Maurizio Donadoni.

Già queste poche notizie fanno capire al lettore quanto sia difficile produrre un bilancio della fortuna e dell'influenza di Testori sulla cultura del XX secolo e oltre. Testori era work in progress quand'era in vita e continua a esserlo a vent'anni dalla morte. I morti sono sempre meno docili, diceva il titolo di un vecchio romanzo latinoamericano. Per Testori è senz'altro così. Premi, tesi di laurea e di dottorato, saggi critici, spettacoli ispirati a lui si aggiungono, si può dire tutti i giorni, al lungo elenco delle produzioni teatrali sui suoi testi.
Testori ha accettato con fede la morte, e quindi la tomba, nella sua Novate. Ma niente mausolei. Come disse una volta Vittorio Sgarbi, Testori è grande proprio perché sta fuori dalle antologie, fuori dalle storie della letteratura. La sua grandezza risiede non diciamo in un'espulsione (nessuno ha mai espulso Testori da nulla) ma in una diversità radicale che non coincide né col suo stile né col dettato del suo pensiero. Si può essere benissimo testoriani senza approvare le sue scelte stilistiche e senza condividere il suo pensiero, come notò Giovanni Agosti nel suo insuperabile articolo post-mortem.

Qual è, val la pensa domandarsi, il quid che lega alla figura di Testori un numero sempre crescente di persone interessate a tutti gli aspetti della sua opera (pittore, critico d'arte, poeta, romanziere, autore teatrale, polemista)?
Per rispondere, bisogna osservare come la sua posizione rispetto al Novecento abbia trovato sempre di più, dopo la sua morte e dopo la fine del secolo, la sua chiarezza. Se, cioè, Testori poteva apparire «oscuro» o «barocco» anche solo pochi anni prima di morire, oggi la luce che lo investe è più forte. La prima osservazione da fare è che Testori appartiene al Novecento secondo una linea «lombarda» che lo collega, attraverso Gadda, ad Alessandro Manzoni: ma non il Manzoni dei profili storici e delle antologie scolastiche, bensì quello dimesso e dismesso dalla Letteratura con la L maiuscola, in quanto reo d'aver fotografato «così spietatamente le magagne di casa» e d'aver interpretato «acutamente, ai fini d'un ammonimento sublime, i fatti che sogliono ricevere un'espressione nella retorica del giorno».

Io credo che Giovanni Testori ci abbia aiutati come nessun altro a salvarci (o perlomeno a guardarci) dalla «retorica del giorno», che in ogni tempo assume la sua forma effimera «ch'or vien quinci or vien quindi» e oggi ha la faccia delle opinioni politically correct e del cosiddetto Pensiero Unico. I turbamenti del cuore, le contraddizioni, il magone, la necessità di un segno per poter vivere, il grido lacerante del cuore, che è forse la salvezza dalla vera disperazione e dal suicidio, rischiano nel nostro tempo di perdere le parole, di ripiombare nel silenzio, senza più nemmeno l'odio contro i padri e il Padre, senza più preghiere né bestemmie, senza più nemmeno il conforto di una brioscina. Solo buoni sentimenti corretti, moderni, solo pensieri impeccabili. Il nostro profeta è Fabio Fazio, onore a lui.

La crisi in cui versa il Romanzo oggi - sede di un'interminabile ripetizione - ci avvicina al cuore della crisi umana, dell'indicibile che si celebra in forme condannate a non diventare adulte (penso all'hip-hop delle nostre periferie urbane, al graffitismo ecc.). A quell'indicibile, che la cultura vorrebbe far tacere (Testori contrappose sempre la «cultura», portatrice di ideologia, all'«arte», fiotto creaturale anche se spesso demente), il grande maestro novatese cercò di dare delle parole, appoggiandosi ai silenzi eloquenti dei suoi amati artisti - da Fra Galgario a Géricault a Bacon.

Quando morì mio padre, Giovanni mi telefonò chiedendomi come stavo. Non ci sono parole, risposi. No, replicò lui con inattesa veemenza: le parole ci devono essere, è tuo dovere trovarle. Oggi, molto più di venti e trent'anni fa, questa sua guerra al silenzio ipocrita che inghiotte la parte più bella e vera dell'uomo mi pare la sede definitiva della sua opera e della sua vita.

Fogazzaro “profeta”? Non scherziamo


di Giovanni Fighera

In questi giorni leggendo i giornali e guardando i notiziari tv si ha la sensazione che la novità del Papa Francesco sia spesso esaltata per denunciare l’arretratezza del passato.
La settimana scorsa, nelle lettere al Direttore di Avvenire, quotidiano a cui sono abbonato e molto affezionato, ho letto che la novità di Papa Francesco era già stata profetizzata da Fogazzaro e dal suo libro Il Santo (1905), che sarebbe stato condannato dalla Chiesa poco tempo dopo la pubblicazione. Una volta ancora, mi sembra che l’esaltazione di Papa Francesco possa diventare, in maniera surrettizia, l’occasione per attaccare la Chiesa, quella Chiesa che ha preso posizione storicamente nei confronti dell’opera di Fogazzaro e del Modernismo. Ripeto, non si vuole qui difendere ad ogni costo qualsiasi operato della Chiesa, ma si vuole sottolineare come i cattolici alla fine, coscienti o non coscienti, possano rendere un cattivo servizio nei confronti della propria Madre Chiesa.

Chi legge la lettera inviata al quotidiano e la risposta del Direttore, più che spalancarsi alla domanda e alla ricerca su quanto accaduto, potrebbe percepire un giudizio sull’arretratezza e la chiusura della Chiesa, che conferma quei tanti luoghi comuni che la propaganda anticlericale e anticristiana ha promosso negli ultimi secoli. E allora domandiamoci: che cos’era il Modernismo? Perché la Chiesa prende posizione nei suoi confronti e nei confronti del romanzo di Fogazzaro?

Nell’Enciclica Pascendi Dominici gregis (1907) San Pio X scrive: «Per costoro (i Modernisti) è fisso e determinato che la scienza e la storia debbano esser atee; entro l'àmbito di esse non vi è luogo se non per fenomeni, sbanditone in tutto Iddio e quanto sa di divino. Dalla quale dottrina assurdissima vedrem bentosto che cosa siasi costretti di ammettere intorno alla persona augusta di Gesù Cristo, intorno ai misteri della Sua vita e della Sua morte, intorno alla Sua risurrezione ed ascensione al Cielo. Vero è che l'agnosticismo non costituisce nella dottrina dei modernisti se non la parte negativa; la positiva sta tutta nell'immanenza vitale. […] Queste cose, o Venerabili Fratelli, abbiam creduto di scrivervi per salute di ogni credente. I nemici della Chiesa certamente ne abuseranno per ribadire la vecchia accusa, per cui siamo fatti passare come avversi alla scienza ed al progresso della civiltà. […] Tali accuse […] trovano smentita in ogni pagina della storia della Chiesa». Il Modernismo riduce la fede a fatto intimistico, dipendente dalla coscienza dell’individuo, non dalla Rivelazione, riduce il valore dei sacramenti, dei dogmi, del Magistero della Chiesa, della Bibbia, separa il Gesù della fede dal personaggio storico. Non ci si può qui addentrare nella complessità della questione, anche se penso che risultino chiare le ragioni per cui il Papa Pio X sentisse la serie preoccupazione di prendersi cura del popolo di Cristo e di metterlo in guardia dalle nuove dottrine moderniste che, con la scusa del compromesso con le nuove discipline scientifiche, svuotavano di fatto il cristianesimo.

Ora, questo Papa che in maniera categorica, senza paure e compromessi mette in guardia il suo popolo dal prurito di udire cose nuove (per dirla con san Paolo), è presentato nel romanzo di Fogazzaro di due anni prima Il Santo (1905) a colloquio con Benedetto (che sarebbe il Santo) in questo modo: «Figlio mio, disse Sua Santità: alcune di queste cose il Signore le ha dette da gran tempo anche nel cuore mio. Tu, Dio ti benedica, te la intendi col Signore solo; io devo intendermela anche cogli uomini che il Signore ha posto intorno a me perché io mi governi con essi secondo carità e prudenza; e devo sovratutto misurare i miei consigli, i miei comandi, alle capacità diverse, alle mentalità diverse di tanti milioni di uomini. Io sono un povero maestro di scuola che di settanta scolari ne ha venti meno che mediocri, quaranta mediocri e dieci soli buoni. Egli non può governare la scuola per i soli dieci buoni e io non posso governare la Chiesa soltanto per te e per quelli che somigliano a te. […] E poi sono vecchio, sono stanco, i cardinali non sanno chi hanno messo qui, non volevo. Sono anche ammalato, ho certi segni di dover presto comparire davanti al mio Giudice. Sento, figlio mio, che tu hai lo spirito buono ma il Signore non può volere da un poveruomo come me le cose che tu dici, cose a cui non basterebbe neppure un Pontefice giovine e valido. Però vi sono cose che anch’io, con il Suo aiuto, potrò fare; se non le cose grandi, almeno altre cose. Le cose grandi preghiamo il Signore che susciti chi a loro tempo le sappia fare e chi sappia bene aiutare a farle».

Orbene, ma qual è questa modernità, questo cambiamento di cui si deve far portavoce la Chiesa? Se studiamo l’epoca, i maggiori rappresentanti del Modernismo, troviamo alcune risposte. Sentiamo uno degli autori più significativi del Modernismo, Alfred Loisy, che Fogazzaro aveva letto e apprezzato: «Non ammettevo che Cristo avesse fondato la Chiesa né i sacramenti; professavo che i dogmi si erano formati gradualmente e che non erano immutabili; analoghe considerazioni esprimevo in merito all'autorità ecclesiastica, alla quale attribuivo la funzione di un apostolato d'educazione umana, senza riconoscerle in alcun modo un diritto assoluto, illimitato, sull'intelligenza e sulla coscienza dei credenti. Non mi limitavo dunque a criticare Harnack, ma insinuavo pure con discrezione, ma con efficacia, una riforma essenziale dell'esegesi ricevuta, della teologia ufficiale, del governo ecclesiastico in generale» (Mémoires).

Orbene, in Italia il romanzo Il Santo veniva regalato ai preti perché si formassero, ebbe un successo incredibile, promosse come nessuna altra opera il Modernismo nel nostro paese.
Non intendo aprire qui la questione complessa sulla religiosità di Fogazzaro, studiata e trattata in tante opere. So bene che già qualche anno fa è stata promossa la riapertura del caso Fogazzaro. Non intendo certo qui prendere posizione su tale problema. Voglio solo ribadire che la Chiesa a livello storico aveva ragioni ben chiare per prendere posizione nei confronti del Modernismo. La novità che Fogazzaro auspicava era questa apertura al mondo, alle sue mode e al suo credo? Quando Papa Francesco afferma che si deve andare nel mondo non intende dire che bisogna diventare del mondo. Il Modernismo non è morto, ha solo cambiato nome e può essere senz’altro inserito nell’ambito più generale del relativismo. Non spiegare cosa fosse il Modernismo, l’incompatibilità con la posizione della fede cattolica, la necessità di dare un giudizio da parte della Chiesa e parlare del povero Papa Pio X (san Pio X) che non poteva piegarsi alle istanze di rinnovamento (leggasi Modernismo), perché solo, è operazione antistorica, che toglie valore all’operato storico della Chiesa.

lunedì 15 aprile 2013

La Francia si desta contro la dittatura del non senso


Stralci dall’Omelia di Padre Bernard Domini della Famiglia missionaria di Nostra Signora, in occasione della S. Messa d’apertura dell’Assemblea generale di “Choisir la vie” (“Scegliere la vita”), un’associazione francese per la difesa della vita - 6 aprile 2013.

[…] Circa l’attuale dittatura del relativismo e la nostra lotta per la difesa della famiglia, dell’amore onesto e della vita, m’è sembrato assai importante riattivarmi ancora una volta. Ho partecipato a diverse marce per la vita e ho apprezzato l’ardore e l’energia di Cecilia [Edel, figlia del fondatore, ndr] che ha parlato alto e forte contro la Legge Veil (1975), la quale ha liberalizzato l’aborto in Francia e che oggi, praticamente, nessun politico vuole rimettere in discussione.
Pertanto, questa legge è iniqua: essa ha reso legale il massacro di più di otto milioni di bambini in Francia e di quasi un miliardo e quattrocento milioni in tutto il mondo. Viviamo forse la più grande guerra mondiale di tutti i tempi? 

C’è qualcuno che osa alzare la voce? Giovanni Paolo II, Madre Teresa e il professor Jérôme Lejeune sono stati coraggiosi a denunciare questi crimini contro l’umanità. Il vostro fondatore Michel Raoult, il papà di Cecilia, fu anche lui molto coraggioso.
Non l’ho incontrato che una sola volta, al tempo del [mio] viaggio in aereo da Parigi a Roma e del successivo spostamento in autobus nella Città Eterna, in occasione del Giubileo delle Famiglie, nell’anno 2000. Non l’ho più dimenticato e per questo sono qui con voi, in questo primo sabato d’aprile.

Vorrei rispondere, in quest’ottava di Pasqua, a una questione che sembra fondamentale: quale vita dovremmo mai scegliere? La Parola di Dio ci dà gli elementi essenziali per la risposta corretta. In questo tempo pasquale Dio, per mezzo della Chiesa, ci rivela che la vita umana non è [stata costituita] in vista della morte eterna, ma della vita eterna, attraverso la partecipazione alla risurrezione di Gesù, il Vivente! […]
La risurrezione di Gesù rivela che tutta la vita umana, dall’eternità, è richiamata da Dio a partecipare alla vita di Gesù risorto e alla vita eterna in Dio. Tutta la vita umana è sacra, dunque, poiché è dono di Dio e si compie in Dio! Scegliere la vita, significa allora optare per promuovere e difendere la dignità di ogni essere umano, dal concepimento alla sua fine naturale. […]

Gli scienziati non sono affatto - non più - i creatori della vita umana. Essi possono certamente manipolarla, ma poi non rispettano la Legge naturale, tentando così di occupare il posto di Dio, il Creatore, il Signore della vita! I due gameti, l’ovulo e lo spermatozoo, assolutamente necessari per il concepimento d’una nuova persona umana, non possono essere prodotti né dall’uomo o dalla donna, né dagli scienziati. Essi fanno parte della natura umana: è un’evidenza scientifica. Chi è all’origine di questa natura? La filosofia realista che si somma alla realtà lo indica con certezza: Dio!

Il dottor Pierre Simon, nel suo libro La vita innanzi tutto [De la vie avant toute chose, Mazarine, Parigi 1979], ha rivelato chiaramente la natura della sua battaglia ideologica: la vita non è più sacra, Dio non ne è il Signore, ma è una produzione umana. Questa ideologia, assai pericolosa, mostra che l’odierna battaglia in Francia non riguarda soltanto il matrimonio omosessuale, ma l’intera Legge naturale e il suo ultimo fondamento: Dio. Le culture del relativismo combattono la Verità - che è Dio - e la Chiesa, che trasmette tale Verità. Esse vogliono imporre alla Francia e alle Nazioni europee un’ideologia contraria alle loro radici cristiane.
Noi non abbiamo il diritto di rimanere in silenzio, perché c’è di mezzo il futuro della Francia, dell’Europa e del mondo. Se le leggi nazionali europee si emanciperanno completamente dalla Legge naturale, l’Europa sarà perduta. Rigettare la Legge naturale è rigettare Dio, rigettare il Cristo, rigettare le vere fondamenta dei Diritti umani. Significa pure rendere impossibile l’edificazione della civiltà dell’amore, che non può fondarsi se non sulla verità, la giustizia, la libertà, la pace, l’amore e il perdono.
[…]

Non ci vergognamo di Cristo, non abbiamo paura di essere cristiani. La religione cristiana non è nemica della democrazia, né della ragione. Essa non è il problema delle democrazie europee, ma la soluzione. La ragione e la fede - disse Giovanni Paolo II - «sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità» [Enciclica Fides et ratio, 1998].

La “Dea Ragione” è oggi sostituita da un’altra divinità del rinato paganesimo: il “non senso”, che vuole imporre a tutti la schiavitù della carne. Ma, grazie a Giovanni Paolo II e a Benedetto XVI, la fede viene in soccorso alla ragione. Le generazioni di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI si destano. Il risveglio della Francia è cominciato […].

(traduzione dal francese a cura di Silvio Brachetta)

sabato 13 aprile 2013

Carteggio sull’omosessualità

Che Dio lo perdoni [Giovanni Testori, ndr] e lo abbia in gloria, ma come si fa a dire che l’omosessualità è una colpa? Può essere sentita come una sofferenza, un peso, una tortura, una condanna, ecco una condanna senza averne colpa. Non ritengo che l’omosessualità sia solo questo, naturalmente, ma ci può essere anche questo.

La colpa non la capisco e ragionare così mi sembra al livello di quelle tribù africane che uccidono o condannano all'isolamento chi ha la “colpa” di nascere albino. Può essere sentita come una disgrazia per la solitudine e l'impossibilità di ave una famiglia, dei figli, ma una colpa? Colpa di che? Di esser nati? C’è una poesia di Borges che parla della colpa “de haber nacido”, di esser nati. È di questo che dobbiamo incolpare gli omosessuali?

Anonimo

***

Urgono alcune precisazioni magisteriali della Chiesa (reperibili dai catechismi, dalle encicliche, dai concili, ecc...).

L’unica causa della malattia umana, della sofferenza, del dolore e della morte è il peccato. Quello adamitico, quanto alla corruzione della natura umana, quello attuale, quanto ad alcune delle pene che ogni giorno la Provvidenza ci commina a nostra salvezza. È del tutto evidente poi che non ci può essere condanna senza colpa, altrimenti Dio sarebbe un sadico, che distribuisce a capriccio pene e castighi.

Nel peccato Dio non ha parte alcuna, perché è legato alla libera scelta dell’uomo (arbitrio). Tantomeno Dio è responsabile delle conseguenze del peccato (dolore, vecchiaia, tristezza, morte), avendo creato l’uomo immortale, bello, sano, sapiente e felice.

Gli omosessuali, come tutti, non sono esenti dalla colpa adamitica, da quella attuale e dalle relative conseguenze che, in genere, sono appannaggio di ognuno (i summenzionati dolore, vecchiaia, tristezza e morte). Gli omosessuali non costituiscono, cioè, una categoria a parte di gaudenti privilegiati - figurarsi! - esenti da colpe o responsabilità, santi belli e buoni. Tutti colpevoli dinnanzi a Dio, dunque. Omosessuali inclusi.

Ma l’omosessualità è una pena? Per l’Antico e per il Nuovo Testamento certamente sì. È, anzi, un abominio. San Paolo specifica meglio: tutti i peccati sono esterni alla carne, eccetto quelli legati alla lussuria e alla libidine. Questi sono interni e disonorano la persona in modo speciale. L’Apostolo vi ritorna in più passi.

Sull’omosessualità, come pena, san Paolo è molto chiaro, ad esempio in Rom 1, 24-28.32: «Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che s’addiceva al loro traviamento. E poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balìa d’una intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno. [...] E pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa».

Su questi insegnamenti il Catechismo della Chiesa Cattolica così si esprime: «Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, la Tradizione ha sempre dichiarato che “gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati”. Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati». (n.2357)

Dunque le relazioni omosessuali - così insegna la Chiesa - sono «gravi depravazioni». Non parla di malattia. Non la dichiara e non la esclude, perché «la sua genesi psichica [dell’omosessualità] rimane in gran parte inspiegabile» (n.2357). In ogni caso la depravazione è sinonimo di pervertimento (Dizionario Devoto-Oli) e cioè di «capovolgimento parziale o totale dell’ordine naturale, morale, estetico» (sempre Devoto-Oli). Non una cosetta da nulla.

Nel passo precedente - lo sottolineo - san Paolo parla dell’omosessualità come di «rapporti contro natura», «passioni infami», «atti ignominiosi», «traviamento». Si può accusare san Paolo di tutto, tranne di non essere stato chiaro. L’Apostolo parla, inoltre, di «punizione» e la punizione è conseguenza di una colpa, a meno che Dio non si diverta a distribuire sofferenze a casaccio.

Bisogna rassegnarsi e farsene una ragione: non tutti pendono dalle labbra di Borges, preferendo magari qualcuno un tantino più autorevole, come non tutti gli omosessuali prendono famiglia e adottano figli, mentendo prima di tutto a se stessi.

Silvio Brachetta

venerdì 12 aprile 2013

Una storia clerical-pop


di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro

E così, nell’Orbe cattolico è scoppiata la pace. Salvo qualche fisiologico bastian contrario, l’elezione di papa Francesco I pare aver messo d’accordo tutti e sopito ogni sentimento di disfida. Un evento unico in duemila anni di storia della Chiesa, se si pensa che il bello dell’essere appassionatamente cattolici, ammesso che si possa ancora dire, è sempre stato il picchiarsi martellate teologiche in testa tra scuola e scuola, tra ordine e ordine, tra carisma e carisma.

Dal 13 marzo 2013, il popolo cattolico, con grande concorso di mondo, ha messo da parte diversità, contese e rancori per partecipare a una interminabile ola da concerto pop in onore del nuovo papa. Tutti protagonisti di un grande happening in cui, come in ogni evento del genere, domina la voglia di sentirsi uguali, di identificarsi in qualcosa e in qualcuno, dimentichi di ciò che si era fino a un secondo prima di aver comprato il biglietto.
Tanto basta perché ognuno si senta in diritto di profetare radiosi orizzonti della “Chiesa di papa Frascesco”. Senza un briciolo di memoria per i drammi che, fino a poc’anzi, pesavano sulla barca di Pietro minacciando di affondarla. Pedofilia, affarismo, immoralità, lotte di potere e tutto quanto avrebbe costretto alle dimissioni Benedetto XVI è sparito dalle prime pagine dei giornali e dai pettegolezzi di sacrestia: non esistono più. Basta azzardare un semplice “Speriamo…” in coda dal pizzicagnolo, dove naturalmente anche il più anticlericale degli avventori spiega quanto gli piace questo nuovo papa, per passare per pericolosi deviazionisti. Quei puntini di sospensione dopo il timido e precauzionale “Speriamo” non vanno proprio giù e ci vuole un niente per finire sul banco degli imputati, senza possibilità di appello, in nome di una misericordia e di una tenerezza che il mondo cattolico pare aver scoperto solo ora.

Ma questa voglia di misericordia e di tenerezza così intransigente e intollerante non suona contraddittoria a nessuno. E’ la dura legge del pop, verrebbe da dire parafrasando Max Pezzali i vecchi 883. Anzi, vista l’unanime attitudine a leggere questo inizio di pontificato all’insegna di contraddizioni che non infastidiscono neppure quei cervelli cattolici che regnante Benedetto XVI tanto amavano il rigore della ragione, forse è giunto il momento di parlare della dura legge del clerical-pop. Un fenomeno nuovo di zecca che, quanto a sberleffi al principio di non-contraddizione, non è secondo ad altri. Per fare solo un esempio, basta pensare a quella folta schiera di conservatori che nel 2005 si sentirono al settimo cielo perché era stato eletto Joseph Ratzinger al posto di Jorge Maria Bergoglio e ora sono al settimo cielo perché c’è Jorge Maria Bergoglio al posto di Joseph Ratzinger.

E se qualcuno fa tanto di analizzare l’inedito unanimismo che presiede a tali contraddizioni gli viene subito opposto l’inossidabile argomento dell’assistenza dello Spirito Santo durante il conclave. Che però, brandito così malamente e senza giudizio, non spiega perché tale unanimismo sia, appunto, inedito. Per capire le stranezze del mondo d’oggi, persino di quello cattolico, non basta aver orecchiato distrattamente qualche lezione di teologia dogmatica, servirebbe avere almeno un po’ di pratica di Max Pezzali.

Ammesso che prima si viaggiasse tre metri sopra il cielo, bisogna scendere qualche gradino, avendo pazienza di arrivare fino al livello degli uomini. Qui giunti, sporcandosi le mani con giornali, siti internet, televisioni, radio, chiacchiere da bar, da ufficio, da navata centrale di cattedrale o da cappelletta fuori mano, si scopre che cattolici e non cattolici hanno negli occhi le stesse immagini e sulla bocca le stesse parole d’ordine. Poche, semplici e indiscutibili come si conviene a ciò che forma l’immaginario collettivo. Cibo fresco per l’ingordigia dei media, ai quali non può essere imputato di svolgere diligentemente il loro compito. Quando si alimentano questi mostri insaziabili, magari con l’illusione di servirsene, si finisce per venirne divorati, ruminati e rigettati così come pare a loro, sotto altre spoglie e in altra natura.

Negli anni Settanta, Marshal McLuhan aveva un bell’avvertire che “il mondo disincarnato in cui ci troviamo a vivere è una minaccia formidabile alla Chiesa incarnata”. O che il mondo creato dai media elettronici è una “un ragionevole facsimle del Corpo Mistico, un’assordante manifestazione dell’anticristo. Dopo tutto, il principe di questo mondo è un grandissimo ingegnere elettronico”. Ma nessuno lo ha ascoltato. “I teologi” diceva “non si sono ancora nemmeno degnati di gettare uno sguardo su un simile problema”.

Così l’immagine religiosa si è fatta sempre più immaginario collettivo sino a presentarsi in una sorta di indefinita e indefinibile aspirazione universale in perfetto stile pop. L’icona esemplare di questo esito è l’immagine dei due papi, Francesco e Benedetto, uno accanto all’altro. Un frammento visivo così straniante da sembrare un quadro di Andy Warhol, una replica dei celebri ritratti multipli di Marilyn Monroe o di Mao. D’altra parte, Warhol era molto religioso, un parrocchiano così fervoroso e diligente da riuscire incontrare papa Giovanni Paolo II nel lontano 1980.

Al di là del merito, di pertinenza di storici e teologi, sul piano formale del linguaggio la visione dei due papi insieme è l’architrave dell’inedito unanimismo che aleggia attorno a Francesco I. In purissimo spirito pop-art, le due figure possono essere lette simultaneamente secondo criteri diversi. Possono essere sovrapposte l’una all’altra, interpretate una come il negativo dell’altra, oppure una come l’attenuazione o il rafforzamento dell’altra, ma anche come sfumature diverse di una possibile terza figura e via di questo passo. È chiaro che, a questo punto, si è innescato un meccanismo irreversibile di repliche e di rimandi di cui finisce per godere i frutti l’immagine dominante. Non a caso si dice immagine, poiché qui giunti poco conta che cosa sia veramente la realtà.

L’effetto più interessante di tale fenomeno sta nella corsa affannosa ad attribuire un proprio significato ai gesti e alle parole di papa Francesco illudendosi di escludere tutte quelle antagoniste. Ma in tal modo, poiché si lavora solo sull’immagine e non sulla realtà, si sta solo partecipando alla realizzazione di un’opera collettiva. Chi pensa di fornire una propria esclusiva interpretazione del fenomeno pop per appropriarsene non fa altro che aggiungere la propria pennellata di colore a un’immagine ben più forte della somma di tutte le pennellate. Tanto forte che potrebbe persino fare a meno anche del più piccolo segno colorato. Da questo punto di vista è genialmente funzionale la rinuncia del nuovo papa ai paramenti tradizionali che richiamerebbero forme a cui ripugna la pennellata pop. Molto meglio quel bianco sotto cui si intravvedono in controluce i pantaloni neri, così apparentemente privo di personalità da indurre al tentativo di appropriarsene senza capire di esserne assorbiti.

Attribuire un proprio significato a ciò che ha detto, ma soprattutto fatto, sinora Francesco I non è altro che esercitare a vuoto l’intelligenza per il semplice motivo che i piani su cui ci si muove sono diversi. Scrive Lucio Spaziante in un saggio che, a dispetto di un titolo come Sociosemiotica del pop, si mostra di grande godibilità e intelligenza: “La cultura pop si contraddistingue come una cultura del fare piuttosto che del sapere, dove per lasciare spazio alla spontaneità si preferisce non sapere, dove la pratica conta più della teoria. Chi ascolta rock sa che in quel mondo è per la prima volta padrone di un territorio. Non ci sono professori, non ci sono migliaia di libri da leggere, la cultura e la politica da capire. Basta amare un cantante, a volte imitarlo, indossare gli stessi abiti mentali e fisici e ‘ci si auto genera socialmente’. Nel pop non c’è un reale sforzo di teorizzazione. I contenuti, per essere esplicitati, devono essere estratti”. E poi ancora “Il pop riesce a sfondare, in Italia come altrove, nonostante la barriera linguistica dell’inglese. Il motivo risiede probabilmente nel fatto che il senso della parola è l’ultima cosa che si coglie”.

Questa dismissione del senso della parola spiega quel desiderio di identificarsi nella pop star di turno che domina attualmente nel mondo cattolico. Una breve indagine tra parrocchie, oratori, associazioni e movimenti mostrerebbe che ogni singolo fedele ha una propria immagine del papa. E, se si andasse in fondo, si scoprirebbe che il collante di questa grande ola è un vago sentimento, poco più che elementare, molto, troppo, anteriore a fede, dottrina e morale.
Eppure, la pratica del cattolicesimo ha sempre richiesto l’esercizio dell’intelletto e della volontà. È con questa esigentissima ascesi della ragione, assieme alla preghiera e al sangue dei martiri che la Chiesa ha cresciuto i propri figli e convertito il mondo: non andando nell’arena per un concerto, ma per affrontare i leoni in nome del Logos. “La culla della Chiesa” scriveva McLuhan “è stato l’alfabeto greco-romano, che non è stato preparato dall’uomo, ma disegnato dalla Provvidenza. Il fatto che la cultura greco-romana abbia contraddistinto da sempre la maggior parte dell’umanità, poi divenuta cristiana, non è mai stato messo in discussione. Si dà per scontato che i missionari abbiano probabilmente ricevuto la fede dalla parola scritta”.

Era la metà degli anni Settanta, quando lo studioso canadese scriveva queste note. Era il periodo d’oro del pop che il mondo cattolico si avvia drammaticamente a sposare con i soliti quattro o cinque decenni di ritardo. Il pontefice era un fior di intellettuale come Paolo VI e perciò suona tanto più profetico tagliente quanto lo McLuhan aggiungeva a conclusione del suoi discorso: “Vorrei che la gerarchia parlasse di più della nascita della Chiesa nella culla dell’alfabeto greco-romano. Questa eredità culturale è indispensabile. Il problema è che essi stessi non conoscono la risposta: proprio non lo sanno. Non c’è nessuno nella gerarchia, Papa incluso, che sappia queste cose. Nessuno”.