mercoledì 22 maggio 2013

Abiura anticonformista del luogo comune


di Silvio Brachetta

È sufficiente udire parole come «persona», «vita», «amore», «famiglia», «matrimonio», «libertà educativa», «giustizia», per comprenderne il significato? No. O, almeno, lo dovremmo comprendere, se riuscissimo a defilarci dal «conformismo diffuso», che «non aiuta a giudicare le cose con la propria testa». E l’antidoto consiste in «una sorta di bonifica culturale», dice il Cardinale Angelo Bagnasco, nella prolusione d’apertura della 65a Assemblea generale della Cei (20 maggio).
Il «pensiero unico» - notissimo, massmediatico, invadente, totalizzante - presenta infatti ogni ambito della realtà per mezzo di «categorie concettuali e morali che descrivono o deformano l’alfabeto dell’umano», dice Bagnasco. Tali categorie - non è una scoperta del Cardinale - sono opportunamente somministrate o conculcate dai media, attraverso stereotipi preimballati e immessi a rotazione in ogni sede civile. In questo modo la mente dei più e meno giovani sarà «conformata» al significato che il «pensiero unico» avrà scelto per ogni parola o concetto.
Così, ad esempio, alla parola «famiglia» dovrà essere associato non il significato primigenio, ma quello «conforme» a un certo tipo di mentalità atea e ideologizzata. Il risultato finale prevede la formazione di una maggioranza di persone che pensano tutte allo stesso modo: il «conformismo diffuso», appunto.
Ma il Cardinale Bagnasco ha ben ragione di essere preoccupato e insiste sulla «necessità di uscire dai luoghi comuni del pensare e dell’agire». Siate piuttosto «anticonformisti» - dice - e «l’anticonformismo auspicato non è smania di apparire originali, fuori dal coro, ma è essere rispettosi della realtà, liberi dal “così fan tutti”». L’essere «anticonformisti», cioè «l’andare contro corrente, non è facile»: richiede «un’ascesi intellettuale fatta di disciplina interiore» e «fatica». Lotta contro noi stessi, dunque.
Ma lotta anche esteriore: l’anticonformismo «esige anche un’ascesi morale fatta di coraggio per resistere alle pressioni del pensiero unico che non accetta di essere contraddetto»; dovremmo farci trovare «disponibili a cambiare le [nostre] abitudini, ad andare contro il [nostro] tornaconto, se la verità lo richiede».
E la verità lo richiede, eccome. Senza un’abiura del luogo comune, i significati delle parole resteranno erronei, così come li vuole il mondo. La verità non potrà emergere e nemmeno sarà edificata la città di Dio.

martedì 21 maggio 2013

Quelli che hanno frainteso papa Bergoglio


di Vittorio Messori

A poco più di due mesi dall’elezione al pontificato di Jorge Bergoglio, appare sempre più giustificato un sorriso ironico. Quello col quale chi conosce la storia del cattolicesimo ha osservato il clima da “luna di miele” da parte di ambienti abitualmente ostili o almeno diffidenti nei riguardi della Chiesa romana. Anticlericali ben noti si sono detti commossi per il semplice “buonasera” nella prima apparizione a Conclave terminato, per il “buon pranzo” all’Angelus domenicale, per le scarpe da parroco di montagna, per la croce argentata invece di quella in oro, per il ricordo particolare inviato ai poveri, per la decisione di restare nella camera d’albergo. Per questo – e per quanto si era saputo del suo passato di arcivescovo di Buenos Aires, con la predilezione per le villas miserias che circondano la capitale – per questo, dunque, e per altro ancora, si inneggiava a un papa finalmente “de sinistra”, per dirla alla romanesca.

Ma chi sorrideva di tanto entusiasmo, prevedendo una rapida disillusione, sapeva quanto la storia attesta: il “cattolicesimo sociale” nasce e vigoreggia nel XIX secolo e poi nei primi decenni del XX ad opera di preti e di laici bollati dai “progressisti” come “intransigenti”, “papisti”, “reazionari”. L’impegno straordinario a favore di ogni miseria umana, che muove la Chiesa a partire dal pontificato di Pio IX e continua poi sino a Pio XII, contrassegna proprio i seguaci della più rigorosa ortodossia, i credenti che si professano fedeli alla più stretta obbedienza alla Gerarchia e, soprattutto, al papato. Per limitarci a un esempio impressionante, quello della Torino che, tra Ottocento e Novecento, conosce una esplosione di santità, e per stare solo ai più noti, ormai santi o beati: Cottolengo accoglie i rifiuti della società, quelli che tutti respingono; Bosco dà tutto se stesso a favore dei figli dei “proletari“; Murialdo gareggia con lui per trasformare giovani ignoranti e affamati in buoni artigiani e cittadini; Faà di Bruno segue le loro orme per proteggere le ultime tra gli ultimi, le serve sfruttate, malate, cacciate perché ormai anziane; Cafasso spende tesori di carità per alleviare la sorte dei più dimenticati e disprezzati, i carcerati; Allamano si preoccupa dei miserabili al di là dell’Europa e manda tra loro i suoi Missionari della Consolata; Orione non pone limiti al soccorso dei più bisognosi.

Soltanto alcuni nomi, dicevamo, e restringendoci al Piemonte; ma da tutte le zone d’Italia, anzi da ogni angolo del mondo cattolico, sorse una folla di protagonisti dell’aiuto sociale dato senza risparmio, anche a costo della vita. Diversi per origine, per storia, per carisma ma uniti, tutti, dall’obbedienza rigorosa alla fede e alla morale così come predicate dalla Chiesa. Mentre i governi liberali, spesso ispirati dalla massoneria, non solo poco si curano dei poveri, ma tassano loro persino il pane (“il macinato”) e sequestrano i figli per anni e anni di servizio militare, mentre il nascente socialismo distribuisce parole e opuscoli, preoccupandosi più della ideologia che della miseria concreta, ecco i cattolici “papisti”, i disprezzati “clericali reazionari” scendere in campo ad aiutare di persona affamati, malati, ignoranti, abbandonati. Non solo lavorando ma alzando la voce contro tanto bisogno che i ricchi vogliono ignorare.

Ebbene, papa Francesco è tra gli eredi di questa lunga e ammirevole tradizione di cattolicesimo detto sociale. Per una serie di equivoci e di deformazioni propagandistiche, si è imposto e vige ancora uno schematismo, secondo il quale l’impegno per gli ultimi si accompagnerebbe necessariamente a una prospettiva sedicente “progressista”.
E, nel caso cattolico, “contestatrice”, eterodossa, polemica verso dogmi e gerarchie. La storia dice il contrario. Significativo il confronto polemico tra padre Bergoglio e i suoi stessi confratelli gesuiti attirati dalle ideologie della Teologia della liberazione, ispirata al marx-leninismo. La sua azione tra gli emarginati argentini era guidata, come per tanti santi, dalla carità evangelica, non aveva bisogno di contestare Chiesa e Papi, di proporre nuove teologie e nuove morali per mettere in pratica l’esortazione di Gesù a farsi povero tra i poveri.

C’è un altro “marchio cattolico” che contrassegna i preti e i laici dell’impegno sociale che dicevamo: la devozione mariana. Nelle prospettive cristiane “adulte” e “aperte” si rifiuta la devozione tradizionale alla Vergine, con santuari, pellegrinaggi, rosari; Maria, quando ci si ricorda di lei, è semmai una combattente, una ispiratrice per la lotta di classe, con quel suo Magnificat di cui si dà una lettura politica. Anche in questo papa Francesco mostra la sua continuità con i fratelli nella fede che hanno scalato le vette della santità sporcandosi fino in fondo le mani nei bassifondi della società: tutti, senza eccezione, sono stati ardenti fautori di quella che sempre e solo hanno chiamato “la Madonna”. La prima sortita, il mattino dopo l’elezione, ha voluto avesse per meta la basilica di Santa Maria Maggiore, dove ha sostato in preghiera davanti all’immagine venerata da sempre dal popolo romano. Nel pomeriggio dello stesso giorno ha voluto recarsi a recitare il rosario nella grotta di Lourdes, riprodotta a grandezza naturale nei giardini vaticani. I suoi discorsi a braccio o letti non dimenticano mai una invocazione alla Vergine. Giusto l’altro giorno ha annunciato che appena possibile volerà a Cagliari, a venerare la Madonna di Bonaria che ha dato il nome alla sua Buenos Aires .

Quanto all’inedito nome che ha voluto assumere: si è spesso dimenticato che la singolarità di Francesco - quella che non ebbero tanti altri predicatori medievali e no – è l’obbedienza docile alla Gerarchia, la venerazione per il papato, l’orrore per l’eresia. L’uomo di Assisi fu un cattolico obbediente, non un rivoltoso o anche solo un critico della Chiesa istituzionale.

Insomma: ci sarà tutto il tempo per seguire gesti e parole di colui «che è stato chiamato a Roma dall’altro capo del mondo». Ma occorrerà ricordare, innanzitutto, chi sia davvero Jorge Bergoglio, prima di tentare analisi e giudizi errati in radice, rivestendo il nuovo papa di panni non suoi.

lunedì 20 maggio 2013

Il principio della difesa della vita umana e l’impegno pubblico della fede cattolica


Prolusione di S.E. Mons. Giampaolo Crepaldi

Convegno scientifico-medico
Ateneo Pontificio Regina Apostolorum
Roma, 11 maggio 2013

Dedico questo mio intervento ad una riflessione sulla centralità del tema della difesa della vita umana fin dal concepimento per la Dottrina sociale della Chiesa e, in generale, per continuare a permettere che la religione cattolica abbia un ruolo pubblico, come deve necessariamente avere[1]. Ritengo importante situare la riflessione sulla difesa della vita, anche quella condotta dal punto di vista scientifico-medico come viene fatto in questo convegno, dentro la Dottrina sociale della Chiesa, ossia dentro il rapporto della Chiesa con il mondo. Perché in questo consiste il ruolo pubblico della fede cattolica, che non parla solo all’interiorità delle persone, ma esprime la regalità di Cristo anche sull’ordine temporale e attende la ricapitolazione di tutte le cose in Lui, Alfa e Omega. La regalità di Cristo ha un significato spirituale[2], certamente, ma ne ha anche uno cosmico e sociale. Senza questa dimensione pubblica, la fede cattolica diventa una gnosi individuale, un culto non del Dio Vero ed Unico ma degli dèi, una setta che persegue obiettivi di rassicurazione psicologica rispetto alla paura di essere “gettati” nell’esistenza.

Innanzitutto il tema della difesa della vita porta con sé il messaggio della natura. Ci dice che esiste una natura e, in particolare, una natura umana. Non ci sono altre motivazioni valide per chiedere il rispetto del diritto alla vita e, per contro, chi non lo rispetta è perché nega l’esistenza di una natura umana o la riduce ad una serie di fenomeni governati dalla necessità. La vita, invece, ci riconduce alla natura orientata finalisticamente, come lingua, come codice[3]. La nostra cultura ha perso l’idea di fine[4]. Ha cominciato a perderla quando Cartesio ha interpretato il mondo come una macchina e Dio come colui che ha dato un calcio al mondo, o forse anche prima. Oggi viviamo in una cultura post-naturale, come dimostra ampiamente il perversare dell’ideologia del gender[5], da vedersi come una cultura post-finalstica. Il principio di causalità, che nella filosofia classica, era connesso con quello di finalità, se ne è staccato. La realtà non esprime più un disegno ma solo una sequenza di cause materiali. Rilanciare una cultura della difesa della vita significa allora anche recuperare la cultura della natura e la cultura dei fini.

Il concetto di natura porta con sé la dimensione dell’indisponibile. Se la natura è “discorso” e “parola”, essa esprime un senso che ci precede. Non siamo solo produttori di parole, siamo anche uditori della parola che promana dalle cose, dalla realtà, dalla sinfonia dell’essere. Ammettere la vita come dono inestimabile significa riconoscere che nella natura c’è una parola che ci viene incontro e che ci precede. Ogni nostro fare deve tener conto di qualcosa che viene prima: il ricevere precede il fare[6]. C’è qualcosa di stabile prima di ogni divenire. Negare la natura apre la porta culturale alla manipolazione della vita, perché viene meno la dimensione dell’accoglienza e della gratitudine. Non si è accoglienti e grati nei confronti di ciò che produciamo noi, ma solo di ciò che ci viene incontro e si manifesta come un dono di senso. Se questa dimensione viene meno a proposito della vita nascente si indebolirà anche in tutte le altre situazioni della vita e la società perderà inesorabilmente la dimensione della reciproca responsabilità, come afferma la Caritas in veritate al paragrafo 28[7].

Se la natura è un discorso che ci interpella non ne è però il fondamento ultimo. La natura non dice mai solo se stessa. La vita nascente non dice mai solo se stessa. E’ discorso che rimanda ad un Autore. Anche nella persona umana nessun livello dice solo se stesso e non c’è nulla nell’uomo di esclusivamente materiale. Nessun livello della realtà è pienamente comprensibile rimanendo al suo proprio livello. Quando pretendiamo di considerare qualcosa solo al suo livello finisce che non la consideriamo più nemmeno a quel livello. Il Cardinale Caffarra, questa mattina, ha concluso la sua Lezione con una citazione da Gómez d’Ávila[8], autore che riprendo qui volentieri anch’io: «Quando le cose ci sembrano essere solo quel che sembrano, presto ci sembreranno essere ancor meno. La natura rivela il Creatore, si presenta non solo come discorso ma anche come “discorso pronunciato”, come Parola. Quando si è tentato di staccare la natura dal Creatore si è finito per perdere anche la natura. Quando si vuole staccare il diritto naturale dal diritto divino si finisce per perdere anche il diritto naturale. Quando si stacca la dimensione fisica della persona dalla sua dimensione spirituale e trascendente si finisce per non tutelare più nemmeno la sua dimensione fisica. Se si pensa che la natura dica solo se stessa finisce che la natura non ci dice più niente. Oggi la vita nascente rischia di non dire più niente, ossia di non venire nemmeno più compresa come vita nascente, ma come semplice processo biologico. Nei suoi confronti ci si comporta sempre più come produttori piuttosto che come uditori. Ma non è la natura a non dirci più niente, è la nostra cultura che ha perso il codice per comprenderla. E questo codice non è solo un alfabeto umano.

Allora il tema della difesa della vita rimanda alla natura, rimanda a quanto ci precede e rimanda al Creatore. Difendere la vita è difendere la vita, ma è anche fare un’operazione culturale alternativa alla cultura attuale: ricominciare a parlare di un ordine e non solo di autodeterminazione. C’è un ordine che ci precede voluto da un Ordinatore. Il Creato è un ordine e non un mucchio di cose gettate a caso. Questo ordine è ordinato ed ordinativo, ossia esprime un dover essere e un dover fare. In altre parole è un ordine morale. Se quello ontologico è un ordine, non può non tradursi in un ordine morale[9]. Eliminato il bene ontologico non c’è più spazio per il bene morale. All’ordine morale radicato nell’ordine ontologico appartiene anche la società, la convivenza umana. Ecco perché il tema della difesa della vita è centrale per la costruzione della convivenza umana degna della dignità naturale e soprannaturale della persona. Ecco perché - credo di poter dire – negli elenchi dei cosiddetti “principi non negoziabili” che in varie occasioni il Sommo magistero della Chiesa ha formulato, il principio del rispetto della vita figura sempre al primo posto e non manca mai.

Solo se c’è una natura, e solo se questa natura è in sé un discorso, è possibile l’uso della ragione. Parlo qui non della ragione misurante i fenomeni, ma della ragione che scopre orizzonti di senso. Solo se l’ordine sociale si fonda su una simile natura è possibile l’uso della ragione pubblica. Viceversa, si avrà solo la ragione procedurale[10]. Si capisce quindi perché la difesa della vita abbia una importanza fondamentale per ricostruire la possibilità stessa di un uso pubblico della ragione. Ed infatti – lo vediamo – la negazione del dovere pubblico di proteggere la vita nascente nasce da una diserzione della ragione ad essere ragione pubblica, riducendosi a ragione privata. La verità accomuna, le opinioni dividono. E’ molto significativo che anche filosofi come Habermas abbiano di recente riconosciuto la fondamentale importanza del concetto di natura[11], visto ancora in senso non pieno, ma comunque tale da riconoscere i limiti di una ragione solo procedurale, con il che il dialogo pubblico è inquinato in partenza.

L’uso pubblico della ragione è di fondamentale importanza per il ruolo pubblico della fede cattolica. Questa, infatti, non trasferisce immediatamente il diritto rivelato nel diritto civile, ma si affida al diritto naturale, quindi al concetto di natura e di ragione pubblica[12]. A quest’ultima spetta il compito di riconoscere l’ordine sociale come un discorso finalistico sulla convivenza umana. La fede non si sostituisce alla ragione. Ma non la abbandona nemmeno a se stessa. Se non c’è ordine naturale non c’è ragione pubblica, se non c’è ragione pubblica non c’è dialogo pubblico tra ragione e fede. Se non c’è dialogo pubblico tra ragione e fede non c’è dimensione pubblica della fede cattolica. Se non c’è dimensione pubblica della fede cattolica non c’è la fede cattolica. Lo riscontriamo: man mano che la ragione si privatizza anche la fede si privatizza. Se il credente, quando entra nella pubblica piazza, deve rinunciare alle ragioni della propria fede, alla fine pensa che la propria fede non abbia ragioni. Ma senza ragioni viene meno non solo il versante pubblico della fede, bensì anche quello personale ed intimo. Ecco perché il tema della difesa della vita umana fin dal concepimento è fondamentale per mantenere e sviluppare il dialogo tra la ragione e la fede. E, come si sa, proprio in questo consiste la Dottrina sociale della Chiesa.

Da queste semplici e sintetiche osservazioni risulta tutta l’importanza non solo della Marcia di domani, ma anche di questo convegno. Tutta l’importanza del multiforme impegno di chi mi ascolta e delle realtà associative che ognuno di voi ha dietro di sé, a difesa della vita umana nascente. Risultano anche, per contrasto, le gravi conseguenze che un affievolimento di questo impegno porta con sé, e non solo in ordine al tema specifico, appunto la difesa della vita, ma anche in ordine alla vita della fede. La fede nella vita è benefica anche per la vita della fede.
Per ottenere questo risultato è necessario collocare il tema della difesa della vita dentro la Dottrina sociale della Chiesa, come del resto ha fatto il Magistero a cominciare dalla Evangelium vitae. In questo caso non si chiude il tema della vita dentro un recinto. In realtà così facendo lo si colloca là dove la Chiesa si interfaccia con il mondo e dove ragione pubblica e fede pubblica dialogano tra loro dentro l’unità della Verità.

[1] Ho illustrato le ragioni teologiche del ruolo pubblico della fede nel primo capitolo del mio libro Il Cattolico in politica. Manuale per la ripresa, Cantagalli, Siena 20122.
[2] Come ha detto Benedetto XVI in Messico nel Discorso a León del 25 marzo 2012.
[3] Della natura umana come “lingua” ha parlato, per esempio, Benedetto XVI nel Discorso ad un gruppo di Vescovi degli Stati Uniti in visita “ad limina”del 19 gennaio 2012-
[4] Cf R. Spaemann-Reinhard Löw, Fini naturali. Storia e riscoperta del pensiero teleologico, Ares, Milano 2013.
[5] Cf G. Crepaldi e S. Fontana, Quarto Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo - La colonizzazione della natura umana, Cantagalli, Siena 2012.
[6] J. Ratzinger, Introduzione al cristianesimo. Lezioni sul Simbolo apostolico, dodicesima edizione con un nuovo saggio introduttivo, Queriniana, Brescia 2003, pp. 41. Ho ritenuto di dover interpretare l’intesa enciclica di Benedetto XVI Caritas in veritate in questa chiave: G. Crepaldi, Introduzione a Benedetto XVI, Caritas in veritate, Cantagalli, Siena 2009, pp. 7-42.
[7] «Se si perde la sensibilità personale e sociale verso l’accoglienza di una nuova vita, anche altre forme di accoglienza utili alla vita sociale si inaridiscono” (Benedetto XVI, Lett. Enc. Caritas in veritate n. 28).
[8] In margine a un testo implicito, Adelphi, Milano 1996.
[9] Lo spiega molto bene J. Pieper in La realtà e il bene, Morcelliana, Brescia 2011.
[10] G. Crepaldi, Ragione pubblica e verità del Cristianesimo negli insegnamenti di Benedetto XVI, in G. Crepaldi, Dio o gli dèi. Dottrina sociale della Chiesa, percorsi, Cantagalli, Siena 2008, pp. 81-94.
[11] M. Borghesi, I presupposti naturali del poter-essere-se-stessi. La polarità natura-libertà di Jürgen Habermas, in F. Russo (a cura di), Natura cultura libertà, Armando, Roma 2010.
[12] Benedetto XVI, Discorso al Reichstag di Berlino, 22 settembre 2011.

I profeti dell’Apocalisse sedotti dal nichilismo


Agamben e Cacciari riflettono sulla fine del mondo: un sentimento acuito dal trionfo della tecnica e dal momento difficile della Chiesa

di Marcello Veneziani

Stiamo confondendo la nostra vecchiaia con la fine dei tempi? Ovvero sta finendo il nostro tempo e pensiamo - figli di un'epoca egocentrica - che finisca il Tempo e arrivi l'Apocalisse? Ho avuto questo pensiero irriverente dopo aver letto due libri gemelli (eterozigoti) dedicati al Katechon.

Li hanno scritti due maturi filosofi, Giorgio Agamben - Il mistero del male. Benedetto XVI e la fine dei tempi (Laterza, pagg. 68, euro 7) - e Massimo Cacciari - Il potere che frena (Adelphi, pagg. 211, euro 13). Agamben e Cacciari proseguono da tempo due cammini paralleli: uscirono in sincronia con due libri francescani, prima che sorgesse un Papa di nome Francesco. Si ispirano ambedue a San Paolo e a Carl Schmitt nella sua teologia politica. Affrontano entrambi, fuori dalla fede, il doppio tema della Chiesa di Cristo e del Potere temporale: il potere che seduce e induce all'Anticristo e il potere che frena, ritarda o trattiene dalla rovina, cioè il Katechon. Si pongono entrambi il problema della fine dei tempi, il mysterium iniquitatis e l'avvento dell'Anticristo che verrà a sedurre coloro che sono morti nell'Anima. E si pongono entrambi, senza dare risposte salvifiche, il grande tema escatologico, la via della salvezza. Siamo davvero alla fine dei tempi o questa percezione già in altre epoche ha pervaso lo spirito del tempo e si affaccia a ogni giro di boa?

Vero è che Agamben avverte: l'ultimo giorno è ogni giorno, non solo ora, e dunque non solo quest'epoca che stiamo vivendo. La stessa cosa, in fondo, suggerisce Cacciari sottolineando che non è solo la condizione storica che stiamo vivendo a indurci alla riflessione escatologica, ma più radicalmente è la condizione umana, tragica in sé e non solo adesso.
La visione escatologica si nutre però degli eventi eccezionali che hanno scosso di recente la Chiesa; le dimissioni del papa teologo, la profezia di Celestino, poi l'avvento del papa francescano, la compresenza dei due papi nel Vaticano, i tormenti della fede.

Agamben considera un atto di coraggio le dimissioni di Ratzinger, ma alla fine argomenta in modo laico, mediante le categorie di legalità e legittimità, filtrate da Schmitt, che servono a delineare il potere e le sue fonti, ma sono estranee alla missione evangelica e pastorale di un pontefice, non affrontano l'irrevocabilità del ruolo di Santo Padre e non considerano il significato religioso e spirituale della Tradizione. Agamben oppone la Chiesa escatologica alla Chiesa immersa nella storia, o come egli scrive, nell'economia. E giudica la rinuncia di Ratzinger come un'affermazione della prima contro la seconda. In realtà, lo stesso Schmitt, così citato da Agamben come da Cacciari, ci ricorda la visibilità della Chiesa romana, e non oppone la prima alla seconda ma considera la Chiesa spirituale incarnata nel suo corpo storico e istituzionale.

Agamben invece sostiene che la Chiesa abbia una struttura bipartita, metà «decora», appartenente a Cristo, e metà «fusca», appartenente al diavolo. È una visione gnostica della Chiesa, il cui corpo ecclesiale diventa tomba della sua spiritualità, non sposa di Cristo ma del funesto demiurgo. Liberandosi del corpo ecclesiale, Ratzinger ha avuto «il coraggio di mantenersi in relazione con la propria fine». Ma può farlo un cattolico investito dal Santo Apostolato di guidare la Chiesa? È una scelta ascetica e monacale, si dirà. Ma non c'è il rischio che per un Papa suoni come una scelta di tipo protestante, abdicare al pontificato per dedicarsi al soliloquio interiore con la propria coscienza, anziché restare nella Comunità ecclesiale, alla guida della Chiesa visibile?

Per Agamben quello di Ratzinger è coraggio escatologico, in cui la verità spirituale coincide con la sua morte al mondo, e dunque con la rinuncia al ruolo pastorale. Da qui la visione apocalittica della Chiesa, viva solo in punto di morte, nell'Ultimo Giorno. Non soffia in Agamben come in Cacciari una versione mistica del nichilismo contemporaneo? Non il nichilismo gaio del nostro tempo ma un nichilismo profetico e apocalittico, che trae luce dalla notte e cerca la salvezza nel suo annichilirsi, dove la vita eterna coincide con l'essere per la morte. Non San Paolo ma Martin Heidegger sembra l'Apostolo di questa profezia.

Ma la prospettiva dell'apocalisse nasce solo nell'ambito della Chiesa e della Cristianità? È percepita solo in chiave religiosa come la sfida estrema tra il Katechon e la Bestia, tra Cristo e Anticristo? In realtà la diffusa percezione della fine dei giorni sorge dall'espansione infinita della tecnica, dell'economia, dei mezzi di distruzione e anche di salvezza, offerti dalla tecnica. E a quest'apocalisse tutta mondana corrisponde un Katechon mondano, un potere che frena e trattiene dalla morte e dalla vecchiaia, dal dolore e dall'impotenza, che coincide ancora con la tecnica e i suoi portentosi mezzi di salvezza temporale, di prolungamento artificiale.

Se la convinzione religiosa di essere alle soglie dell'Ultimo Giorno è ricorrente nella storia universale, legata a date, profezie, eventi catastrofici, avventi mostruosi al potere, la percezione odierna della fine del mondo è legata a fattori inediti nella storia dell'umanità: mai era successo che gli uomini sulla terra si moltiplicassero fino a superare i sette miliardi, mai era accaduto a tal punto lo sfruttamento tecnologico dell'universo, l'inquinamento, la produzione senza precedenti di consumi e rifiuti, il possesso di armi di distruzione, il prolungarsi della vita. E si potrebbe continuare.

L'idea di essere alla fine del mondo è ciclicamente emersa nella storia dell'uomo ma i fattori su cui questa volta si fonda non hanno precedenti e non hanno una diretta attinenza religiosa, escatologica. Certo, si potrebbe dimostrare che l'espansione universale della Tecnica sorge sulla contrazione della Spiritualità.

Ma è difficile poi andare oltre. Cosa dovrebbe fare il pensiero? Aspettare e propiziare il Katechon o auspicare che s'affretti la fine del mondo? E senza la prospettiva trascendente il Katechon non rischia di essere risolto nella tecnica che salva nel tempo a prezzo di rinunciare al destino? Non è la tecnica, del resto, che sostituendosi a Dio, ha sottratto il potere dalle mani dell'uomo? Non è l'automatismo il nuovo dispotismo e la reazione a catena, come scriveva Schmitt nel suo Dialogo sul potere, il suo motore? Per attraversare la linea occorre aprirsi alla luce sorgiva dell'essere, altrimenti si resta avvolti nella notte del nichilismo. C'è o non c'è Dio alla fine dei tempi? È necessario pensarlo per decidere come predisporsi all'uscita.

giovedì 16 maggio 2013

Papa Francesco: le sfide della Chiesa e della Dottrina Sociale Cattolica


La sfida essenziale che il pontificato di Papa Bergoglio sta aprendo è quella di «[…] incarnare il Vangelo e il suo messaggio nella vita di tutti i giorni: sociale, politica, economica. È la stessa sfida che Francesco scoprì quando lesse un passo del Vangelo nella Chiesa di San Nicola, ad Assisi. Era il 24 febbraio del 1208. Tommaso da Celano ci racconta che, ascoltato un passo del Vangelo di Matteo, Francesco decise che era arrivato il momento di completare la sua conversione e uscire per le strade del mondo».

Ad imitazione del Serafico oltre 8 secoli fa’, scrive Claudio Gentili, direttore de “La Società”, nell’editoriale pubblicato sull’ultimo numero della rivista della Fondazione "Giuseppe Toniolo", anche la Dottrina Sociale della Chiesa (DSC), o meglio i suoi cultori e propagatori, sono chiamati ad una conversione culturale: «È quello che la DSC deve fare oggi, per non restare chiusa nelle aule delle università, o sui tavoli degli addetti ai lavori. Proprio Francesco ci dà gli spunti per una Dottrina Sociale attenta agli ultimi, che non è spaventata da un mondo che sembra lebbroso e ostile, ma lo abbraccia, lo stringe, per fargli sentire la presenza di Cristo. Che non teme di parlare e praticare l’economia, di affrontare la materialità della vita, di sporcarsi le mani con il marcio da cui siamo circondati» (Claudio Gentili, Papa Francesco: le sfide della Chiesa e della Dottrina Sociale della Chiesa, in “La Società. Rivista scientifica di Dottrina Sociale della Chiesa”, n. 2/marzo-aprile 2013, p. 8).

Oltre alle consuete Rubriche presenti sulla rivista, come “Colloqui, “Studi, Ricerche, Note e Rassegne”, “Osservatorio Europeo”, “Agorà”, “DSC-notizie”, “Documenti, Schede, Segnalazioni”, esce come monografia abbinata all’ultimo numero de “La Società” quella dedicata dal giornalista e saggista Giuseppe Brienza al nuovo Beato Giuseppe Toniolo (1845-1918), dal titolo “L’economista di Dio: Giuseppe Toniolo ad un anno dalla beatificazione(Etica ed economia. Materiali della tradizione cristiana, supplemento al n. 2/2013 de “La Società”, pp. 42, con l’Introduzione, «Laico e beato, la via di Toniolo», di Paola Ortelli).

In tale supplemento è presentato l’insegnamento del “profeta” dell’Enciclica di Leone XIII Rerum novarum in un percorso antologico fra alcune riviste cattoliche contemporanee fra le quali “Civiltà Italica. Mensile di studi politici economici sociali”, “Iustitia. Organo dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani” e “Archivio giuridico ‘Filippo Serafini’. Periodico fondato nel 1868”. Brienza, in particolare, offre nel suo studio interessanti percorsi di analisi dell’opera toniolana esaminando cinque saggi pubblicati nella seconda metà del Novecento su tali riviste scientifiche italiane, scelti in quanto privi di toni celebrativi ed agiografici sul novello Beato e, quindi, diretti a ricostruirne sinteticamente e valutarne il pensiero sociale e scientifico.

Ma è la seconda parte del libretto che giustifica il titolo del supplemento a questo numero de “La Società”, perché l’Autore da’ conto delle interpretazioni ed attualizzazioni, nell’ambito della Chiesa e del mondo cattolico italiano, dell’opera e della vita del Toniolo-economista santo, nel periodo che ha preceduto e seguito la sua proclamazione a Beato, avvenuta a Roma il 29 aprile 2012, nella Basilica di San Paolo fuori le Mura. Per ricevere in numero della rivista, con il supplemento su “L’economista di Dio: Giuseppe Toniolo ad un anno dalla beatificazione” scrivere a: laboratori.dsc@gmail.com

mercoledì 15 maggio 2013

Siamo di fronte al Gorbaciov cinese?


di Silvio Brachetta

La pubblicazione di un Libro bianco sui diritti dell’uomo è solo una delle ultime “stranezze” che giungono dalla Repubblica popolare cinese, sotto la guida del nuovo Presidente Xi Jinping (dal 14 marzo) e del rinnovato Comitato permanente del Partito comunista cinese (Pcc).

Il Renmin ribao (Giornale del popolo) del 14 maggio riferisce della singolare iniziativa di stilare un rendiconto «sui progressi realizzati nel Paese in materia di diritti umani nel 2012». In particolare, tramite il Libro - pubblicato dall’Ufficio informazioni del Consiglio degli Affari di Stato - si vuole «mettere l’accento sul miglioramento delle condizioni di vita della popolazione e sull’ampliamento dello spazio concesso ai cittadini per esprimere la loro opinione».

Il Consiglio assicura che «la causa dei diritti umani in Cina è entrato in una fase di sviluppo programmato, sostenibile, stabile e globale» e che «Internet è diventato una piattaforma importante, che permette ai cittadini di esercitare i loro diritti di conoscere, di partecipare, di essere ascoltati e di supervisionare». Nell’articolo si parla anche di una «edificazione della democrazia», par di capire in atto.

Per ora, in ogni caso, le “stranezze” sono più che altro di ordine programmatico. Ancor prima dell’elezione ufficiale alla presidenza, Xi Jinping si era pronunciato con una serie di esortazioni rivolte ai membri del Pcc. «Noi dobbiamo incoraggiare - aveva detto il 2 marzo - lo studio e la [sua applicazione] pratica». In particolare i «funzionari di partito devono continuare a studiare e considerare lo studio come una ricerca, un hobby e un sano stile di vita che li renderà felici e desiderosi d’imparare». Addirittura «il nostro studio deve essere globale, sistematico, e imbevuto dello spirito di esplorazione». Si direbbe almeno un lodevole desiderio di apertura verso il mondo esterno.

Pochi giorni prima, il 25 febbraio, esortava nientemeno sull’«importanza di promuovere lo Stato di diritto a livello globale». Ma forse la stranezza maggiore, Xi Jinping l’aveva esternata l’8 febbraio, quando esortava il Pcc ad «accettare le critiche». Il Pcc - aveva detto - «deve essere in grado di sopportare le critiche pesanti, di correggere i suoi errori se ne ha commessi ed evitare di farne». Persino «i non-comunisti devono avere il coraggio di dire la verità e rispecchiare autenticamente le aspirazioni del pubblico». Viceversa, «i critici di personalità non-comuniste possono aiutare il Pcc a identificare, analizzare e risolvere i problemi».

Sarà Xi Jinping il Gorbaciov cinese, l’affossatore del socialismo reale e disumano? Nel caso la risposta sia negativa, non sembra tuttavia prudente auspicare un’altrettanto disumana rivoluzione dal basso.


Se il Papa cattolico non piace più


Il Papa santifica i martiri di Otranto, che difesero la civiltà cristiana contro l'islam e difende la vita contro l'aborto. E cala la sordina

di Marcello Veneziani

Beh, che vi succede? Tanto entusiasmo per Papa Francesco, viva i poveri, il dialogo, la pace, buon pranzo, buonasera, che fenomeno, che mito. Poi il Papa santifica i martiri di Otranto, che difesero la civiltà cristiana contro l'islam e difende la vita contro l'aborto. E cala la sordina.

Quando tuonerà sulle nozze gay, chiederete di mandarlo a casa con Ratzinger? Conforta sapere che c'è gente in Italia e in Occidente che ha il coraggio di difendere il diritto alla vita, dal concepimento alla morte naturale. Lo chiamano diritto alla vita, forse sarebbe più giusto chiamarlo dovere alla vita, in tema d'aborto ed eutanasia. È accaduto domenica a Roma, e prima a Parigi e a Washington, dove Hollande e Obama, non potendo offrire politiche sociali contro la crisi, distraggono con le nozze gay. Ci sono state imponenti quanto impotenti marce della vita.

Pur con i miei dubbi, almeno in tema di accanimento terapeutico, ammiro la loro fermezza, ma proprio perché si appellano alla realtà devono ammettere una cosa: è una battaglia gloriosa ma destinata a perdere, come mostra il trend in tutto l'Occidente. Anche tra i più sensibili, c'è un senso di stanchezza e rassegnazione verso un processo che si avverte come irreversibile.

Serpeggia l'intima convinzione che la vita abbia perso la sua partita contro i diritti dell'io, morte inclusa. Restano solo motivate ma inermi minoranze, residui focolai di fede. Questo aumenta l'ammirazione verso chi si ostina a marciare, ma proietta su di loro, Papa incluso, l'aura dorata dei vinti.

martedì 14 maggio 2013

La dura scuola del comunismo


Inedito di Aleksandr Isaevič Solženicyn

Era uscito allora un romanzo intitolato Avanti, tempo!, e perfino il Piano Quinquennale si dispiegava, tra rulli di tamburo, in Quattro Anni. E all’Istituto pedagogico inculcavano ai futuri insegnanti che la letteratura sovietica – e quindi anche loro – non dovevano rimanere indietro rispetto alle esigenze del Periodo della Ricostruzione.

Neanche a farlo apposta, nel mese in cui Nastja stava per dare le sue prime lezioni in classe, l’Associazione russa degli Scrittori proletari aveva adottato e resa pubblica una risoluzione: riguardava il modo di rappresentare i personaggi in letteratura e lanciava un appello ai «lavoratori d’assalto» dei cantieri a farsi essi stessi scrittori, affinché l’arte riflettesse in tempo reale le esigenze della classe operaia. E prese corpo anche una nuova concezione: la letteratura veramente rappresentativa dei tempi nuovi è quella che passa per il giornale murale o il manifesto di propaganda e assolutamente non quella dei romanzi.
Beh, un po’ troppo precipitoso, no?, c’era da restare senza fiato; come sarebbe «non quella dei romanzi»? e i romanzi che fine facevano? [...]
Ad Anastasija Dmitrievna vennero assegnati cinque gruppi di quinta, di dodicenni, con l’incarico di insegnante principale nella quinta A.
La sua prima lezione! Ma era la prima anche per gli scolari, che si erano appena lasciati alle spalle le classi iniziali per entrare al secondo livello: erano ormai «grandi» e ne potevano andar fieri! Quel primo settembre fu una radiosa giornata di sole.

Uno dei genitori aveva portato in classe dei fiori. Anche Anastasija Dmitrievna si era messa un vestito chiaro di seta grezza, le ragazze avevano degli abitini bianchi e anche molti dei ragazzi la camicia bianca delle feste. E questi musetti, questi occhi raggianti le davano la carica: finalmente, finalmente il suo sogno si era realizzato e poteva procedere per la stessa via di Marija Feofanovna… (E, di più, poteva adoperarsi affinché in questi tempi di imperante volgarità, quei ragazzi, crescendo, diventassero degli uomini di nobili sentimenti, non come quelli d’oggi). Si riprometteva, con molte, molte lezioni, di trasfondere nelle loro teste tutto ciò che lei stessa aveva preservato della grande e munifica letteratura russa!

E invece no!, nessuna possibilità, almeno adesso, di avviarsi in quella direzione: il programma di studio era rigidamente definito; in quattro parole: «Le gru rombanti / Davanti agli scavi…» e ad ogni momento ti poteva capitare un ispettore mandato dalle autorità scolastiche della provincia a controllare lo svolgimento delle lezioni. Bisognava cominciare dalla Turksib – allora in via di completamento, e far imparare a memoria come i treni s’erano messi a percorrere il deserto «… avanti e indietro, a spaventare / Uomini e armenti, / E a non farli andare / Per le lor vie carovaniere».

Poi, da programma, si doveva continuare con Magnitogorsk, quindi il cantiere della grande diga sul Dnepr’ e, appunto, il poema di Bezymenskij, dove si metteva in ridicolo un professore candidato al suicidio, in quanto esponente delle classi «uscenti» e superate. E ancora il poema sul ragazzetto indiano che ha sentito parlare di Lenin, la guida luminosa di tutti gli oppressi del mondo, e che va a piedi dall’India a Mosca per vederlo. [...]
Il programma del secondo anno contemplava il «nocciolo duro» della letteratura sovietica: La disfatta, Pietre da levigare (sulla collettivizzazione), Cemento (spaventoso, perché vi si proponevano a bambini di tredici anni impressionanti scene di possesso sessuale).

Tuttavia, ad esempio, nel Torrente di ferro venivano restituite con notevole laconicità ed efficacia le azioni delle masse nel loro insieme; e c’era forse mai stato qualcosa di simile nella letteratura russa? E ne La settimana il personaggio di Robejko suscitava simpatia quando, sforzando la voce minata dalla tubercolosi, esortava i contadini ad abbattere un boschetto appartenente al monastero, per potere col legname così ottenuto alimentare la locomotiva che avrebbe trasportato le sementi sui campi. (Solo un dubbio: l’anno precedente avevano dunque loro confiscato per l’ammasso tutte le riserve di sementi?).

E ogni giorno quelle quaranta paia di occhi infantili che fissavano Anastasija Dmitrievna, come avrebbe potuto non sostenere la loro fede? Sì, ragazzi, perdite e sacrifici sono inevitabili. Del resto tutta la nostra letteratura ha sempre esortato allo spirito di sacrificio. Qua e là, certo, si verificano atti di sabotaggio, ma l’inaudito slancio industriale in atto porterà a una felicità altrettanto inaudita. Quando crescerete ne potrete godere anche voi.

Ogni episodio, anche il più negativo, dovete considerarlo allo stesso modo del poeta che ne ha tanto giustamente colto la prospettiva. «Non è da meno al tempo che viviamo / E ci è compagno sulla via stessa, / Colui che in ogni dettaglio sa vedere / Della Rivoluzione Mondiale la promessa».
Quindi avevano soppresso anche i nuovi manuali adottati, riconoscendoli erronei e superati dalla realtà. Cominciarono a stamparne del tipo «a fogli volanti», vale a dire testi non rilegati su temi di stretta attualità e validi soltanto nel semestre in corso, che diventavano inutilizzabili già l’anno successivo. Gor’kij pubblicò su un giornale l’articolo «Agli umanisti», dove smascherava i suddetti e li esecrava, articolo che fu immediatamente inserito nel manuale a fogli volanti successivo: «È perfettamente naturale che il potere operaio e contadino schiacci i propri nemici come pidocchi!».

Spavento, sconcerto, senso di soffocamento: come proporre una cosa del genere ai bambini? E a che pro?
Ma Gor’kij era un grande scrittore, un classico russo anche lui conosciuto a livello mondiale, e come puoi pensare col tuo piccolo intelletto di poterti mettere a discutere con una simile autorità? E poi lui stesso scrive qualche riga più in là degli ignavi e dei benestanti: «Che cosa vuole dunque questa classe di degenerati?… unicamente una vita sazia, senza senso, sfrenata e irresponsabile». E ti viene in mente: «Alla larga dalla gente che si compiace delle proprie vacue chiacchiere e non fa nulla…». E non esortava forse Cechov a vigilare ogni giorno, armati di un piccolo martello, sulla nostra coscienza assopita? [...]
Poi arrivò un trimestre in cui non furono distribuiti fogli volanti per il manuale e neppure programmi obbligatori. L’inattesa vacanza di direttive sprofondò nello sconcerto le autorità scolastiche cittadine: significava un cambiamento di linea? E in attesa di chiarimenti ognuno venne autorizzato a insegnare quel che voleva, beninteso sotto la propria responsabilità.

La loro direttrice didattica nonché preposta all’educazione civica si mise a spiegare alle quinte, seste e settime dei passi scelti dal Capitale. Ma allora anche Anastasija Dmitrievna poteva scegliere a suo piacimento qualcosa tra i classici russi? Ma come scegliere la cosa giusta, per non sbagliare? Dostoevskij, no, non si poteva e poi per loro era ancora presto. Neanche Leskov, però, impossibile. Lo stesso per Aleksej Tolstoj – le tragedie La morte del Terribile e Lo zar Fëdor.

E anche di Puškin non tutto, naturalmente. Così come di Lermontov. (E quando i bambini le avevano chiesto di Esenin, aveva cambiato discorso e non aveva risposto, era severamente proibito).
D’altra parte, lei stessa non era più abituata a tanta libertà. Non riusciva più a esprimere i sentimenti di un tempo. L’incrollabile unitarietà e levigata coerenza della letteratura russa ora le appariva come screpolata da tutto ciò che lei stessa aveva letto, conosciuto e imparato a vedere in quegli ultimi anni. Ormai aveva paura a parlare di un autore o di un libro senza darne la caratterizzazione dal punto di vista classista. Compulsava dunque il Kogan e ci trovava «per quali aspetti quest’opera poteva considerarsi cooperante».

Ma al tempo stesso apparivano nuovi numeri delle riviste letterarie sovietiche e i giornali tributavano lodi a questa o quella nuova opera. E lei si sentiva stringere il cuore: non aveva davvero il diritto di far restare indietro degli adolescenti, era in quel mondo che essi avrebbero dovuto vivere e quindi bisognava aiutarli a entrarci.

lunedì 13 maggio 2013

Francesco e il diavolo


Lo cita in continuazione. Lo combatte senza risparmio. Non lo ritiene affatto un mito, ma una persona reale, il più insidioso nemico della Chiesa

di Sandro Magister

Nella predicazione di papa Francesco c'è un soggetto che ritorna con sorprendente frequenza: il diavolo.

È una frequenza pari a quella con cui lo stesso soggetto ricorre nel Nuovo Testamento. Ma nonostante questo, la sorpresa resta. Se non altro perché con i suoi continui richiami al diavolo papa Jorge Mario Bergoglio si distacca dalla predicazione corrente nella Chiesa, che su di lui tace oppure lo riduce a metafora.

Anzi, è tanto diffusa la minimizzazione del diavolo, che essa proietta la sua ombra sulle stesse parole del papa. L'opinione pubblica sia cattolica che laica ha registrato finora con noncuranza questo suo insistere sul diavolo, o al più con indulgente curiosità.

Invece una cosa è certa. Per papa Bergoglio il diavolo non è un mito, ma una persona reale. In una delle sue omelie mattutine nella cappella della Domus Sanctae Marthae, ha detto che non solo c'è un odio del mondo verso Gesù e la Chiesa, ma che dietro a questo spirito del mondo c'è "il principe di questo mondo":

"Con la sua morte e resurrezione Gesù ci ha riscattati dal potere del mondo, dal potere del diavolo, dal potere del principe di questo mondo. L’origine dell’odio è questa: siamo salvati e quel principe del mondo, che non vuole che siamo salvati, ci odia e fa nascere la persecuzione che dai primi tempi di Gesù continua fino a oggi".

Al diavolo bisogna reagire – dice il papa – come ha fatto Gesù, che "ha risposto con la parola di Dio. Con il principe di questo mondo non si può dialogare. Il dialogo è necessario fra noi, è necessario per la pace, è un atteggiamento che dobbiamo avere tra noi per sentirci, per capirci. E deve mantenersi sempre. Il dialogo nasce dalla carità, dall’amore. Ma con quel principe non si può dialogare; si può soltanto rispondere con la parola di Dio che ci difende".

Francesco parla del diavolo mostrando di avere chiarissimi in testa i suoi fondamenti biblici e teologici.

E proprio per rinfrescare la mente su tali fondamenti, è intervenuto su "L'Osservatore Romano" del 4 maggio il teologo Inos Biffi, con un articolo che ripercorre la presenza e il ruolo del diavolo nell'Antico e nel Nuovo Testamento, sia in ciò che è rivelato e palese, sia in ciò che ancora appartiene a un "panorama nascosto" e in definitiva alle "inaccessibili vie" di Dio.

L'articolo è riprodotto qui di seguito e si conclude con una critica all'ideologia corrente che "banalizza" la persona del diavolo.

L'ideologia contro la quale Bergoglio vuole richiamare tutti alla realtà.

***

COME LE SCRITTURE PARLANO DEL DEMONIO

di Inos Biffi

Dopo che è apparso l’uomo, opera del sesto giorno della creazione, si avverte la presenza di qualcosa di misterioso e di inquietante, quella del serpente. Quello che intraprende presso i progenitori e che si ripromette di ottenere da loro stupisce e sconcerta: si propone di insinuare in essi il sospetto nei confronti di Dio, di persuaderli cioè che i divieti da lui posti provengono da una sua gelosia, da un suo timore di essere equiparato da loro. Il serpente incarna, proprio all’inizio del mondo e della sua storia, la presenza di un essere invidioso: "Per invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo" (Sapienza, 2, 24).

Nel Nuovo Testamento si torna spesso su quel serpente. Gesù vi si riferisce dichiarando che il diavolo è "omicida fin da principio"; in lui "non c’è verità"; "quando dice il falso, dice ciò che è suo, perché è menzognero e padre della menzogna" (Giovanni, 8, 44). E ancora Gesù lo definisce "Principe di questo mondo" (Giovanni, 12, 31; 16, 11).

Paolo afferma che "con la sua astuzia il serpente sedusse Eva" (2 Corinzi, 11, 3): e accenna a chi si perde "dietro a Satana" (1 Timoteo, 5, 14). Lo stesso apostolo parla del vivere mondano con cui si segue "il principe delle potenze dell’aria, quello spirito che opera negli uomini ribelli" (Efesini, 2, 2); fa menzione delle "insidie del diavolo" e della nostra battaglia "contro i principati e le potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male" (Efesini, 6, 12).

La prima lettera di Pietro nomina il "nemico", "il diavolo", o l’"accusatore", che "come un leone ruggente va in giro cercando chi divorare" (5, 8). E nelle lettere di Giovanni è ricordato "l’anticristo" che deve venire (1 Giovanni, 2, 18); il "bugiardo" che nega che Gesù è il Cristo; l’"anticristo" che "nega il Padre e il Figlio" (2, 22). Nell’Apocalisse è scritto: "Scoppiò una grande guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme ai suoi angeli, ma non prevalse e non vi fu posto per loro in cielo. E il grande drago, il serpente antico, colui che è chiamato diavolo e il Satana e che seduce tutta la terra abitata, fu precipitato sulla terra e con lui anche i suoi angeli" (12, 7-9).

Tra questi testi e l’esegesi di Gesù sul diavolo, omicida e menzognero dal principio, l’accordo è perfetto: si tratta di un essere ostile a Dio, del quale mira a sconvolgere la Parola, e insieme ostile all’uomo che si propone di sedurre e di indurre a ribellarsi al disegno divino. È il maligno. In particolare, l’accordo esegetico riguarda colui al quale il diavolo riserva la sua avversione, cioè Gesù Cristo.

Sono poste così in antitesi due regalità: quella di Gesù e quella del principe di questo mondo. Il demonio non può tollerare Gesù Cristo e in tutti i modi cerca di intralciare l’eterno piano divino concepito su di lui. Così nel deserto.

Ma Gesù si proclama vincitore di questo principe: "Viene – dichiara – il principe del mondo; egli contro di me non può nulla" (Giovanni, 14, 30); precisamente, è al sopraggiungere dell’ora di Gesù, quella del suo innalzamento sulla croce e alla destra del Padre, che quel principe viene abbattuto: "Adesso è il giudizio di questo mondo; adesso il principe di questo mondo sarà gettato giù". Con l’effusione dello Spirito dal Signore glorificato quel principe trova la sua condanna (Giovanni, 16, 11). Specialmente Paolo rimarca la signoria del Risorto: in lui il Padre "ci ha liberati dal potere delle tenebre" (Colossesi, 1, 13) e "ha privato della loro forza i principati e le potenze", e "ne ha fatto pubblico spettacolo, trionfando su di loro in Cristo" (2, 15).

Il cristiano è divenuto partecipe della signoria di Gesù sul demonio: "da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo. Con lui ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli, in Cristo Gesù" (Efesini, 2, 5-6).

Pur definitivamente vinto dal Signore, il demonio tenta ancora di insidiare e di far cadere l’uomo redento. Per questo occorre essere vigilanti. Pietro parlava del suo ruggito e della sua non spenta volontà di nuocere; Paolo esorta ad afferrare lo scudo della fede, con cui spegnere le "frecce infocate del maligno" (Efesini, 6, 16). E Gesù stesso aveva insegnato a pregare chiedendo al Padre di liberarci dal maligno (Matteo, 5, 13).

Le molteplici esegesi sul serpente che appare alle origini ci inducono ad alcune considerazioni.

La prima è sulla “storia” consumata e decisa prima della creazione dell’uomo, e consistita nello scoppio di "grande guerra nel cielo" (Apocalisse, 12, 7), ossia in un consenso o in una ribellione avvenuti nel mondo angelico: un consenso o una ribellione non generici ma mirati al concreto ed eterno progetto divino, che è personalmente Gesù Cristo.

L’orgogliosa insofferenza degli angeli ribelli ha come oggetto Gesù, il "primeggiante su tutte le cose", e quindi primeggiante anche su di loro. Si capisce, allora, come mai la vita di Gesù sia intralciata dalla presenza e dalle macchinazioni del diavolo; e all’opposto – dall’annunzio della sua nascita fino all’ascensione – sia accompagnata, servita e consolata dalla presenza degli angeli, che gioiscono di lui, e con lui sono vincitori del grande drago e dei suoi satelliti, scacciati dal cielo e precipitati, come affermava l’Apocalisse. Gesù stesso affermava d’aver visto "Satana cadere dal cielo come una folgore" (Luca, 10, 18) e parlava del "fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli" (Matteo, 25, 41).

Abbiamo parlato di storia che precede quella visibile dell’uomo: quel che noi conosciamo è quanto affiora come da un panorama nascosto, che ci oltrepassa e ci sfugge e che adesso possiamo solo presumere e intuire.

La seconda considerazione riguarda il potere impressionante di Satana: esso è così forte e tenace che soltanto la forza del Figlio di Dio lo può piegare e sgominare; anzi, la forza del Figlio di Dio confitto alla croce, e quindi in una condizione di un’estrema debolezza umana, che paradossalmente diviene senza fatica potenza assoluta. Il diavolo riesce a coinvolgere tutto e tutti, ma di fronte a Gesù risulta affatto soccombente. Il Crocifisso risorto ricrea un’umanità vincitrice, sottratta all’influsso perverso del maligno. All’attrattiva del dominio subentra l’attrattiva di Cristo, che dichiara: "Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me" (Giovanni, 12, 32). Solo condividendo il vigore di Gesù morto e glorioso noi riusciamo a opporci alla lusinga del serpente delle origini.

Potrebbe tuttavia rimanere una domanda: senza dubbio la caduta dell’angelo e dell’uomo dipende unicamente dalla libera volontà della creatura; non solo: il perdono dell’uomo era incluso nell’amore misericordioso del Padre, che predestinava il Figlio Gesù redentore; ma perché l’ordine concreto scelto da Dio include quella caduta e quindi la realtà del peccato? A questo non siamo in grado di rispondere: appartiene al "pensiero del Signore", ai suoi "insondabili giudizi" e alle sue "inaccessibili vie" (Romani, 11, 32-34).

Una terza considerazione è per manifestare la sorpresa di fronte all’assenza nella predicazione e nella catechesi della verità relativa al demonio. Per non dire di quei teologi, che, per un verso, applaudono che finalmente il Vaticano II abbia dichiarato la Scrittura "anima della sacra teologia" (Dei Verbum, 24) e, per l’altro, non esitano – se non a deciderne l’inesistenza (come fanno per gli angeli) – comunque a trascurare come marginale un dato chiarissimo e largamente attestato nella stessa Scrittura, com’è quello relativo al demonio, ritenendolo la personificazione di un’oscura e primordiale idea di male, ormai demitizzabile e inaccettabile.

Una simile concezione è un capolavoro di ideologia e soprattutto equivale a banalizzare la stessa opera di Cristo e la sua redenzione.

Ecco perché ci sembrano tutt’altro che secondari i richiami al demonio, che riscontriamo nei discorsi di papa Francesco.