lunedì 17 giugno 2013

Il bel paraguru

Bernard-Henri Lévy, ovvero l’indignato al potere. Un furbo sempre dalla parte giusta (un po’ come il suo maestro Sartre)

di Giulio Meotti

Chissà cosa ne penserebbe Raymond Aron, che definì Bernard-Henri Lévy “un uomo perduto per la verità”. Non poteva scegliere tema più impalpabile e glamour Lévy per la grande esposizione “Les Aventures de la Vérité” della Fondation Maeght di Saint-Paul de Vence. Il New York Times lo definisce “uno degli eventi culturali del 2013”. Il direttore della Fondation Maeght, Olivier Kaeppelin, ha contattato Lévy quando l’intellettuale era appena tornato da una delle sue numerose missioni in Libia, dove ha costruito la guerra contro il colonnello Gheddafi. La mostra intende essere il coronamento del “philosophe” più “philosophe” di tutti, per tutti “BHL”, la cui carriera nella politica francese è stata un crescendo da quando entrò a far parte dei saggi di François Mitterrand, al fianco di Jacques Delors, Michel Rocard e Jacques Attali. “Bernard-Henri Lévy, le Magnifique!”, titola il Point sulla mostra di BHL.

Bernard-Henri Lévy è ovunque. Come ti giri, c’è lui. Dalle pagine culturali di Le Point ai rotocalchi di gossip, sempre affamati dei suoi numerosi matrimoni falliti (l’ultimo con l’attrice Arielle Dombasle, che BHL ha lasciato per Daphne Guinness, ereditiera dell’omonima birra). La celebrità di BHL è pari solo all’odio che genera. Se il Nouvel Observateur lo ha definito “un disc jockey delle idee”, per il grande storico Pierre Vidal-Naquet ebbe a definirlo “un mediocre candidato al baccalaureato”. Bernard-Henri Lévy è un trittico vivente: logo, BHL; immagine, la camicia aperta; e messaggio, libertà, scritto a caratteri cubitali.

Sono uscite talmente tante stroncature del filosofo da aver inaugurato un autentico genere letterario: i “béachellien”. Eppure nessuno dei libri della campagna anti BHL che negli ultimi anni si sono riversati nelle librerie francesi ha colpito davvero nel segno. Non “L’abbiccì di BHL” di Jade Lindgaard e Xavier de La Porte, éditions de la Découverte, sottotitolo ironico: “Inchiesta sul più grande intellettuale francese”, né la voluminosa biografia di Philippe Cohen “BHL”, uscito per Fayard. Va bene smascherare l’egocentrismo di Lévy oppure dimostrare che la sua tanto famosa amicizia col comandante afghano Massoud era un bluff, o svelare quanto questo agitatore di idee conceda al narcisismo e alla mondanità, o denunciare il suo fascino per i potenti. Ma pretendere di riuscire a dimostrare che quel che scrive Lévy è tutta aria fritta è un esercizio ad alto rischio velleitario.

BHL è invidiato per il successo, i soldi, l’influenza, l’onnipresenza nel circo giornalistico, la sua insindacabilità qualsiasi cosa dica, faccia, scriva. E’ fisicamente odioso a molti, per via di quella camicia bianca perfettamente inamidata e sempre aperta sul petto. E’ criticato per gli aerei privati, la villa Getty a Marrakech, la casa a Tangeri e la lussuosa proprietà alle Seychelles. O per il volo che il presidente Mitterrand mise a disposizione per prelevarlo a Sarajevo e depositarlo a Colombe d’or, dove la brava società parigina era invitata al suo matrimonio, uno dei tanti. BHL, infine, è inviso per il suo iperattivismo: saggi, romanzi, libri fotografici, pièces, articoli, reportage, documentari, appelli, conferenze, tutto un profluvio di lavori siglati “BHL”.

L’intellettuale francese, che in un paese corporativo come la Francia sfugge colpevolmente alle classificazioni, ha molti meriti, dall’aver difeso Israele di fronte a una opinione pubblica come quella francese con forti tendenze antisemite, all’aver contribuito alla scarcerazione del più noto dissidente anticastrista, quell’Armando Valladares il cui libro sul gulag dei Caraibi BHL fece uscire per Grasset.

Ma Bernard-Henri Lévy, che fu maoista e poi trotzkista, resta nel profondo un opportunista, il conformista simbolo dei benpensanti di Francia. E’ uno che ci sta, un po’ l’emblema dei mandarinismi europei. In “Une vie”, l’opera di quel Philippe Boggio giornalista storico del Monde che avrebbe dovuto fare le pulci ad “amore, denaro, progetti e legami su cui BHL mantiene da trent’anni il totale segreto”, è definito “l’ultimo esemplare d’intellettuale impegnato”, ovvero “ciò che di meglio la Francia ha prodotto nel Ventesimo secolo”. O di peggio.

Quel BHL che oggi campeggia fra i simboli del capitalismo francese ed è riconosciuto da tutti come “il filosofo più ricco d’Europa”, ancora non molto tempo fa definiva il capitalismo come “la più formidabile macchina di morte che la storia abbia mai prodotto”. Il problema di BHL è che sceglie sempre il coro giusto di indignati. Quando uscì l’edizione francese del libro di Oriana Fallaci “La rabbia e l’orgoglio”, BHL si accodò ai progressisti dicendo che lui era “nauseato”. E che Oriana Fallaci era un’ignorante, un’irresponsabile, una revisionista, una fascista. E paragonò – scusandosene con lo scrittore francese – “La rabbia e l’orgoglio” a “Bagatelles pour un massacre” di Louis Ferdinand Céline. “E’ un libro razzista”, disse BHL del volume della scrittrice italiana. “Con meno talento, è un ‘Bagatelle per un massacro’ antiarabo”.

Ancora più imbarazzante è stata la sua mobilitazione per il terrorista italiano Cesare Battisti, che ha paragonato al capitano Dreyfus, neanche fosse Sacco o Vanzetti, per i quali all’epoca anche Parigi si mobilitò per salvarli dalla sedia elettrica. Pur di non mancare alla serata organizzata al Théâtre de l’Oeuvre in solidarietà con il “perseguitato politico” Battisti, ci ha tenuto a far sapere di aver rinunciato a un impegno importante. Di fronte alla prospettiva che il perseguitato politico fosse estradato “in un paese in cui il presidente del Consiglio si sottrae ai giudici con ben altri mezzi di quelli di cui dispone Battisti”, che sia innocente o colpevole, il condannato-ricercato è innanzitutto vittima, altro che carnefice. Questa la posizione del prode BHL.

Nella primavera 2001, all’indomani del plebiscito pro Chirac e del linciaggio del candidato di estrema destra Jean-Marie Le Pen, Lévy si fa pago e orgoglioso della gioventù antifascista che un giorno sì e l’altro pure per due settimane di seguito riempie i boulevard di Parigi sotto lo striscione “no pasarán”. Ma si tende a dimenticare che il salvataggio dell’azienda paterna di BHL, la Becob, società d’importazione di legni africani – che secondo il noto intellettuale avvenne grazie alla stima da sempre dimostrata dall’industriale François Pinault per uno dei suoi più importanti concorrenti, André Lévy – è stato in realtà il frutto di un equo scambio: BHL garantisce infatti a Pinault, i cui legami con l’estrema destra di Le Pen sono noti, buone entrature a sinistra e nel mondo dell’editoria (manca ancora qualche anno perché Pinault arrivi alla proprietà di Fnac e Le Point).

E che dire degli amici? Quando uscì il pamphlet neoprogressista di Daniel Lindenberg contro i “nuovi reazionari”, Lévy – che all’epoca si trovava a Karachi, almeno così lui dice, per il romanzo-inchiesta sulla barbara esecuzione del giornalista ebreo-americano Daniel Pearl – pur non essendo finito nella lista dei cattivi di Lindenberg volle dire la sua. Non per difendere Alain Finkielkraut o Pierre-André Taguieff o Alexander Adler, tutti suoi amici, che di quella lista facevano parte. Al contrario, BHL decise di essere benevolo con Lindenberg e di andar giù pesante con gli amici di un tempo, possibilmente ridicolizzandoli. Sempre da bravo opportunista.

O cosa dire del Lévy ammiratore di Dominique de Villepin, all’epoca in cui da ministro degli Esteri s’affannava a difendere lo status quo nell’Iraq di Saddam Hussein?All’inizio BHL si era sforzato di farsi piacere la campagna d’Iraq, ma non c’era riuscito.
Allora Lévy attaccò “questa guerra imbecille e improvvisata dovesse finire domani, il bel lavoro di questi Stranamore disinvolti e incompetenti, ebbri di tecnologia e di morale, e della loro idea messianica di una democrazia paracadutata con i chewing-gum, hanno scelto di rimanere sordi agli avvertimenti dei loro alleati”. E se per i boulevard di Parigi sfilavano quei cortei di sinistra vergognosi e inneggianti al terrorismo qaidista in Iraq, per BHL bisogna ringraziare quella “banda di ignoranti e ottusi che regna nei pensatoi della Casa Bianca, ignoranti della storia, della realtà delle guerre e di quella delle religioni”.

BHL ha una qualità unica, essenziale per emergere nel mondo del giornalismo: si identifica con una causa, la fa sua, la mette al servizio del proprio successo, salvo contraddirsi per sposarne un’altra. Una volta è la redenzione dei poveri del pianeta con l’Action internationale contre la faim. Un’altra volta è la guerra al razzismo con Sos Racisme. Un’altra volta ancora è la militanza per i bosniaci assediati dai serbi (ne nacque un bel film, “Bosna!”, in cui rende omaggio agli abitanti di Sarajevo).
Una vita dunque sempre dalla parte degli oppressi, ma con qualche sbandata reazionaria che BHL ora tende a cancellare dalla propria biografia. Come quando prese posizione in favore dei contras, che in Nicaragua combattevano i comunisti sandinisti.

Mito, logo, icona, BHL è diventato persino parte di un arredamento d’interni, come quando ha preso parte a un servizio fotografico nei suoi quattrocento metri quadrati a Saint-Germain-des-Prés (quartiere storico della crème della “pensée philosophique” parigina), o all’“hotel particulier” di seicento metri quadri con vista sull’Arc de Triomphe.
Ad essersi sottratto al coro a favore di BHL è stato il solo Philippe Cohen, che ha accusato il filosofo-celebrità di aver “seminato per trent’anni, per dimostrazione o per omissione, decine e decine di semiverità o di controverità, come altrettanti sassolini sul cammino della felicità mediatica”. Si sa, per diventare una star ci vuole tanta flessibilità. Così, quando Aleksandr Solgenitsin è in disgrazia, BHL dichiara dalle pagine del Quotidien de Paris che il grande scrittore sovietico non è poi questo grande autore, ma un mediocre. Poi però, quando Solgenitsin diventa il darling dell’anticomunismo, BHL lo definisce “lo Shakespeare dei nostri tempi, il nostro Dante”.

BHL incarna anche i peggiori luoghi comuni francesi. In “American Vertigo”, resoconto di un viaggio in automobile – con autista – che ha intrapreso negli Stati Uniti sulle orme di quello compiuto da Tocqueville (niente meno), emerge tutto il paradosso del filosofo. C’è un passo emblematico della sua profondità: “Un altro incidente, nel pomeriggio, un altro avvenimento che richiama Tocqueville: prostrato da un forte bisogno di fare pipì e stufo di dovermi fermare da Starbucks, McDonald’s e Pizza Hut, (…) ho chiesto a Tim (l’autista, ndr) di lasciarmi vicino a un campo d’erba bagnato dal sole. Avevo appena iniziato, quando dietro di me sento un’automobile che si ferma. Mi volto. E’ un’auto della polizia. ‘Che cosa sta facendo?’. ‘Sto prendendo una boccata d’aria’. ‘Prendere una boccata d’aria è proibito’. ‘Ok, sto facendo pipì’. ‘Far pipì è proibito’. ‘Allora mi dica cosa è permesso?’. ‘Niente, è vietato fermarsi sulle autostrade’. ‘Non lo sapevo’. ‘Ora se ne vada’. ‘Sono francese’. ‘Non me ne importa niente che lei sia francese. La legge è uguale per tutti’”. E pensare che si era richiamato a Tocqueville.

Ma forse per capire BHL basta leggere la sua epopea per quella che è. Quella dell’erede prediletto di Jean-Paul Sartre, a cui BHL ha dedicato un celebre libro-peana, “Il secolo di Sartre”. Altro che l’apologia dell’engagement. Altro che mito delle caves, del Café Flore o del Deux Magots. Durante l’occupazione nazista di Parigi, Sartre fu il più mansueto funzionario della cultura. “Sartre si preoccupava esclusivamente della propria carriera letteraria ed era pronto a scendere a compromessi con le autorità per questo scopo”, ha scritto anche l’americano Michael Curtis in un libro sulla Francia collaborazionista. Sartre scrisse per Comoedia, il settimanale finanziato dai tedeschi, le sue “Mosche” ebbero il beneplacito della censura nazista, occupò la cattedra di Filosofia di un amico ebreo deportato e a una prima brindò con le SS. Anche la sua compagna, Simone de Beauvoir, lavorò alla Radio nazionale nella Parigi occupata, così come Cocteau, Miró, Matisse, Braque e Kandinsky esposero quadri durante il periodo di Vichy.

Il “petit camarade” Sartre, che si recò in Germania nella più totale indifferenza per ciò che gli stava accadendo intorno, dopo la guerra riscrisse la propria immagine di grand résistant. In verità fu un attendista e un approfittatore. Altro che coraggio sartriano per cui di fronte al male si può soltanto collaborare o resistere (BHL ci ha costruito una carriera sopra). Molto meno eroico fu l’atteggiamento dell’intellettuale francese nella Città delle Luci sotto i nazisti. Come quando ha taciuto gli orrori del gulag per non avvilire il morale degli “operai di Billancourt”.
Due opportunisti innamorati di se stessi, Sartre e BHL. Il brutto “anatroccolo” pensante e il “il gran commentatore di tutto”, come Serge Halimi ha definito BHL. Il mentore con la pipa e l’epigono col ciuffo raffaellesco. Entrambi circondati da una adulazione quasi sovietica.


L’Europa, dopo l’Islanda, alle prese con il porno online?

di Giuseppe Brienza

Nel febbraio scorso il ministro dell’interno islandese, Ögmundur Jónasson, ha istituito un gruppo di lavoro che sta lavorando ad un progetto di legge con l’obiettivo di bandire totalmente la pornografia online dall’isola nordica. In Islanda, una legge in vigore già da diversi anni proibisce la stampa e la distribuzione di materiale pornografico ma il divieto, finora, non è mai stato esteso anche ai contenuti digitali.


«La pornografia ha effetti molto nocivi sui giovani», parola di Ministro “verde”

«Dobbiamo poter discutere del divieto della pornografia violenta la quale, siamo tutti d’accordo, ha effetti molto nocivi sui giovani e può avere un evidente collegamento con i casi di crimine violento sulle donne», ha dichiarato il ministro appartenente ad un partito ecologista di sinistra, giustificando l’istituzione del suo gruppo di tecnici che sta lavorando ad un “filtro” per l’internet nazionale che dovrebbe assomigliare alla “Great Firewall” cinese, la muraglia digitale che il Governo di Pechino utilizza per filtrare i contenuti sgraditi al regime di Pechino, ma che sarà tarato sui contenuti pornografici. Tra le norme proposte vi sarebbe anche un blocco delle carte di credito islandesi che vengano colte ad acquistare materiale pornografico online.

Lo stesso governo a guida socialdemocratica al quale appartiene Jónasson aveva due anni fa convinto il Parlamento islandese a dichiarare fuorilegge i locali al luci rosse (c.d. “strip-club”), colpevoli di violare i diritti civili delle donne che vi “lavorano”. La legge era stata fortemente voluta dal Primo ministro in persona, la sessantenne Jóhanna Sigurðardóttir, primo capo di governo al mondo dichiaratamente omosessuale.



La palla ora è in mano al nuovo governo islandese di centro-destra

Il fatto è che, dal 23 maggio scorso, un nuovo governo di centro-destra è subentrato a quello a guida Sigurðardóttir, formato da una coalizione fra il liberal-centrista “Partito Progressista” e l’euroscettico “Independence Party”, dal quale proviene il sostituto di Jónasson al Ministero dell’interno, la giovane (45enne) politologa Hanna Birna Kristjánsdóttir. Come si legge sul sito ufficiale del governo islandese, il punto centrale della politica del nuovo esecutivo consisterà nel «miglioramento della condizione della famiglia islandese» che, unitamente alla «promozione del commercio e dell’occupazione, creerà un valore aggiunto per il benessere della nazione nel suo complesso» (cit. in “New Icelandic Government takes office”, 23.5.2013).

Paiono quindi esserci, da queste premesse, forti possibilità per il proseguimento del lavoro del precedente governo con l’introduzione a breve del bando alla pornografia on line, provvedimento che non potrebbe lì essere accusato di favorire l’industria pornografica “tradizionale” perché, come detto, nel Paese nordico esiste anche il contemporaneo divieto della pornografia tout court. Altrove, se l’esempio islandese si concretizzasse e fosse imitato, ne guadagnerebbero invece realmente i produttori di riviste e dvd hard che, da tempo, vanno lamentandosi della mancata convenienza di comprare film e affini dal contenuto pornografico da quando su internet circola la grande messe di materiale gratuito di facile accesso. E, fra l’altro, per la “legge dell’estremizzazione” che connota tali “appetiti”, si tratta di materiale molto più attraente di quello commerciabile poiché totalmente privo di controlli.

Quanto succede in Islanda è osservato con grande attenzione da una parte non irrilevante dell’opinione pubblica britannica, Paese con il quale come noto l’isola nordica è strettamente collegato dal punto di vista sia culturale sia economico. Infatti, se il bando al porno on line fosse approvato dal Governo islandese, non è improbabile che anche nel Parlamento britannico possano farsi avanti proposte del genere, dato che, nell’aprile 2012, quando fu approvata la relazione finale dell’Inchiesta Parlamentare sulla “Child Online Protection”, fu pressoché unanime fra gli operatori del settore e l’associazionimo la conclusione è che i Provider di Servizi Internet (ISP) e il governo avrebbero dovuto fare di più per tenere al sicuro i bambini durante la navigazione in rete (cfr. John Flynn, Internet e pornografia. Un rapporto britannico richiede nuove misure, in “Agenzia Zenit”, 30 aprile 2012).


In Italia calo di attenzione pubblica sui pericoli della pedopornografia

E in Italia? Il problema della pornografia minorile, dopo l’ubriacatura sessantottina, è ritornata all’attenzione dell’opinione pubblica negli anni Ottanta. Nel 1984 viene ad esempio pubblicato il 1° Rapporto sulla Pornografia in Italia dell’Eurispes, la prima ricerca del genere nel nostro Paese, realizzata dall’Istituto di ricerca diretto da Gian Maria Fara con il patrocinio del Pontificio Consiglio per le Comunicazioni sociali. Purtroppo, dopo la pubblicazione nel 2005 del 5° Rapporto, non ne sono più usciti e, l’argomento, è oggetto solo “di passaggio” negli studi dell’Eurispes, nell’ambito dei Rapporti Nazionali sulla Condizione dell’Infanzia e dell’Adolescenza. Anche la rappresentanza della Santa Sede negli organismi internazionali, da qualche anno a questa parte, sembra abbia “mollato l’osso”. Non si ricordano, infatti, successive importanti prese di posizioni ufficiali da quando, nell’ottobre 2010, la consulente della Missione vaticana presso le Nazioni Unite, Cathy Murphy, davanti al Terzo Comitato dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite durante una discussione generale sul progresso delle donne, invocò «leggi contro la prostituzione, la pedopornografia e lo sfruttamento sessuale devono essere rafforzare per proteggere meglio donne e bambini» (cit. in La Santa Sede esorta a un maggior rispetto per le donne. Chiede leggi contro prostituzione e pornografia, in “Agenzia Zenit”, 13 ottobre 2010).

A questo calo generale (o quasi) di attenzione non corrisponde però una diminuzione del fenomeno che, come documenta il Rapporto sulla criminalità in Italia, negli anni 2000 rimane stabile sia per quanto riguarda il numero di delitti denunciati dalle Forze di polizia all’A.G. per i reati strettamente connessi dello sfruttamento della prostituzione e della pornografia minorile (tasso del 2,2% per 100.000 abitanti, cfr. p. 33 del Rapporto, pubblicato dal Ministero dell’interno nel 2008), sia per quelli relativi al diretto sfruttamento e favoreggiamento della pornografia minorile 2004, attestatosi al 0,2% per 100.000 abitanti (ibidem.), e sia, infine, per i casi di produzione pedopornografica minorile, che registra circa un’incidenza dello 0,3% di casi ogni 100.000 abitanti (cfr. p. 34 del Rapporto cit.).


Il “decreto Gentiloni” del 2007 contro la pedopornografia in Rete

Nel gennaio 2007 è stato l’allora ministro PD delle Comunicazioni Paolo Gentiloni ad approvare un decreto per il diretto contrasto del fenomeno della pedopornografia in Rete. Il provvedimento, realizzato di concerto col ministero per le Riforme e le Innovazioni nella Pubblica Amministrazione, stabiliva che entro 90 giorni dalla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale, i fornitori di connettività – c.d. Internet Provider – avrebbero dovuto dotarsi di sistemi in grado di oscurare entro 6 ore dalla comunicazione ricevuta, i siti che diffondano, distribuiscano o facciano commercio d’immagini pedopornografiche. Nel decreto era anche disposto che il “Centro nazionale per il contrasto della pedopornografia” comunichi ai fornitori di connettività alla rete Internet la lista dei siti cui applicare gli strumenti di filtraggio in maniera da garantire l’integrità, la riservatezza e la certezza del mittente del dato trasmesso.

Con tale provvedimento si completava il percorso delineato fin dal 1998, con la legge n. 269/98 “Norme contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno di minori, quali nuove forme di riduzione in schiavitù”, successivamente integrata dalla legge n. 38/2006 “Disposizioni in materia di lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pedopornografia anche a mezzo Internet”. Quest’ultima in particolare aveva previsto l’istituzione, da parte del Ministero dell’Interno, del citato “Centro nazionale per il contrasto della pedopornografia, sotto la responsabilità della Polizia Postale e delle Comunicazioni, con il compito di raccogliere tutte le segnalazioni, provenienti anche dagli organi di polizia stranieri e da soggetti pubblici e privati impegnati nella lotta alla pornografia minorile, riguardanti siti che diffondono materiale concernente l’utilizzo sessuale dei minori avvalendosi della rete. Il lavoro della Polizia postale, però, nonostante la buona volontà degli operatori e la collaborazione prestata dall’associazionismo, non si dimostra più in grado di arginare il fenomeno, sia per carenza di risorse sia per la “desensibilizzazione” della politica. Lo denuncia ad esempio chi, come don Fortunato di Noto, presidente di “Meter onlus”, collabora istituzionalmente all’interno del Centro nazionale.

Oltre all’azione di repressione penale ed amministrativa, che sicuramente andrebbe incentivata oltre che associata ad un’opera educativa e culturale preventiva, il caso islandese dovrebbe indurre a riconsiderare il tanto deprecato “potere di censura” che, ci insegna la storia, deve essere impiegato con molta cautela, ma forse va ripristinato nei casi dove e’ dimostrabile un danno per la collettività e, soprattutto, su quella parte della società che è più vulnerabile perché meno dotata di maturità e mezzi di difesa come i minori.


Intervista a Paolo Zellini

venerdì 14 giugno 2013

“Onora la madre”, un saggio sulle donne nella ‘ndrangheta

di Giuseppe Brienza

Lea Garofalo è una donna calabrese, nata e cresciuta in una famiglia di ‘ndrangheta. A 17 anni si sposa con l’uomo che ama e che appartiene anche lui a una famiglia di mafia. Nasce una bimba, Denise ma Lea è insoddisfatta e capisce che quel modo di vivere le sta stretto. Vuole per sua figlia un futuro diverso, non deciso alla nascita come per lei e diventa testimone di giustizia. L’ex marito la ucciderà il 24 novembre del 2009 perché ha trasgredito quel “codice d’onore” della ‘ndrangheta che non si può che lavare con il sangue.
Questo uno dei tanti racconti di “Onora la madre, storie di ‘ndrangheta al femminile”, primo saggio di una giovane giornalista, Angela Iantosca, che ha studiato il ruolo delle donne nella mafia calabrese (Rubbettino Editore, Soveria Mannelli-CZ 2013, pp. 237). Nel libro, che il prossimo 30 giugno sarà presentato a Roma, nell’ambito del “Fringe Festival” di Villa Mercede (ore 18.00, via Tiburtina 115), la giovane autrice racconta come è cambiato il ruolo della donna nella ‘ndrangheta dai primi del Novecento a oggi, evidenziando come a una iniziale presenza femminile, riflessa in un corrispondente coinvolgimento nei processi, sia seguita la sua scomparsa dagli atti giudiziari sino ad arrivare al suo recente ritorno.

Viaggio in una Calabria sconosciuta

Iantosca compie un viaggio in quella Calabria sconosciuta che si declina al femminile, attraverso i documenti, i riti, le tradizioni, la fede, le parole dei Pm, degli storici, della gente, per arrivare ad affermare che la donna è divenuta asse portante della ‘ndrangheta perché, nei decenni, nascosta all’ombra delle case, è lei che ha nutrito, tramandato, gestito una delle organizzazioni criminali più potenti del mondo.

“Onora la madre”


“Onora la madre, storie di ‘ndrangheta al femminile” è un testo articolato ma che si legge facilmente perché scritto in maniera asciutta, essenziale e in stile giornalistico, anche perché riflette l’interesse ed il coinvolgimento dell’autrice in vari movimenti nati in favore della legalità. E’ stato dopo l’incontro con Don Aniello Manganiello, il prete “anti-camorra” di Scampia autore del celebre “Gesù è più forte della camorra” (Rizzoli, Torino 2011), che Iantosca ha deciso di cooperare a tale importante battaglia civica.
Per l’elaborazione del suo saggio la Iantosca deve molto al docente e scrittore, già deputato del PCI, Enzo Ciconte, consulente per undici anni (1997-2008) della Commissione parlamentare antimafia, che è autore anche della prefazione del libro. Anche dalla Procura di Reggio Calabria è stata offerta massima disponibilità, non tacendo naturalmente quella della gente che l’autrice ha incontrato negli ultimi anni, calabrese e non.

La ‘ndrangheta, negazione di ogni amore familiare

Dalla sua prospettiva squisitamente femminile, la Iantosca descrive bene come la ‘ndrangheta, o meglio la mentalità ‘ndranghetista, annulli l’essenza di qualsiasi reale rapporto familiare, anche l’amore di una madre per il figlio o al contrario quello del figlio per il genitore: «Sembra impossibile – scrive -, ma le regole della ‘ndrina sono più forti dell’istinto, della natura. Non si acquisiscono, si tramandano, si respirano nella famiglia, in un mondo chiuso, omertoso e più esteso di quanto si possa immaginare perché anche chi non è coinvolto direttamente lo accetta e lo condivide non contrastandolo».
Il libro dimostra quindi come sia profondamente cambiato negli ultimi anni il ruolo delle “donne di ‘ndrangheta”, le quali non rimangono più due passi indietro al marito o alla “famiglia”. Certo, «le decisioni sono sempre degli uomini ma le mogli e le madri nel tempo sono diventate vivandiere, usuraie, spacciatrici e spietate come i loro compagni. Alcune nate in questo ambiente si sono sentite soffocare e come Giuseppina Pesce, dopo il suo arresto, decide di rompere con la famiglia mafiosa per salvare i propri figli e diventa collaboratrice. Ad un prezzo enorme, a volte la vita stessa».


Papa Francesco: “Preghiamo perché mafiosi e mafiose si convertano!”

Grande spazio la Iantosca ha quindi dedicato proprio alle collaboratrici di giustizia che hanno tentato di abbattere il muro di omertà paradossalmente più impenetrabile rispetto ai componenti di Cosa nostra, perché le famiglie di ‘ndrangheta sono tutte imparentate. Leggendo il libro si capisce quanto il tessuto sociale della Calabria sia ancora molto impregnato dalla ‘ndrangheta, la quale dispone di una potenzialità economica enorme. La lotta per la legalità, nella disorganizzazione dello Stato e nell’abbattimento del senso civico e dell’etica pubblica, risulterebbe quindi quasi impari.
Eppure, come traspare da “Onora la madre”, una speranza sembra esserci e, dal 25 maggio scorso, ha anche un altro testimone al cui esempio ricorrere, quello di Don Giuseppe Puglisi, sacerdote e martire, ucciso dalla mafia nel 1993. Papa Francesco, nel discorso rivolto ai fedeli dopo l’Angelus del 26 maggio 2013, l’ha definito un «sacerdote esemplare, dedito specialmente alla pastorale giovanile. Educando i ragazzi secondo il Vangelo li sottraeva alla malavita, e così questa ha cercato di sconfiggerlo uccidendolo. In realtà, però, è lui che ha vinto, con Cristo Risorto. […] Preghiamo perché questi mafiosi e queste mafiose si convertano a Dio e lodiamo Dio per la luminosa testimonianza di don Giuseppe Puglisi, e facciamo tesoro del suo esempio!».


giovedì 13 giugno 2013

Preghiera

di Camillo Langone

Ho aspettato che sbollisse la mia ira perché la mia ira non conta nulla, conta solo l’ira di Dio. Resta un freddo disprezzo per gli organizzatori paolini del Festival Biblico di Vicenza che hanno invitato l’abortomane Michela Marzano a parlare senza contraddittorio davanti ad altri preti tipo loro, e suore varie, e insegnanti di irreligione, tutti oscenamente annuenti. Due o tre laici hanno provato a protestare, sono stati zittiti al grido di “Fanatici!” e “Malati!” perché nei festival biblici organizzati dai preti paolini chi non è favorevole all’aborto è un poveretto da ricoverare.
Se l’abortomane avesse parlato a un festival dedicato ad Aleister Crowley, con sottofondo musicale di Marilyn Manson e Burzum, non avrei eccepito, io sono per la libertà di espressione, per la libertà di satanismo, per la libertà di heavy metal e forse perfino per la libertà di aborto. Qui non si tratta di aborto sì aborto no, si tratta di sacrilegio sì sacrilegio no.
A Vicenza è stata commessa una profanazione: l’organizzatore don Ampelio Crema, non l’ultimo venuto ma il superiore provinciale d’Italia della Società di San Paolo, oltre alla tonaca (veste come un impiegato del Caaf Cgil) ha strappato la Scrittura e lo ha fatto in pubblico. Nel corso dei secoli molti ordini religiosi sono stati soppressi perché di scandalo alla Chiesa e nocivi a Cristo: oggi è il turno dei paolini.


mercoledì 12 giugno 2013

«Lobby gay nella Chiesa». Lo dice anche il Papa

di Riccardo Cascioli

«Nella Curia ci sono sante persone, davvero, ci sono sante persone. Ma c’è anche una corrente di corruzione, c’è anche quella, è vero.. Si parla di una “lobby gay”, ed è vero, c’è. Dobbiamo vedere cosa possiamo fare…». A pronunciare queste parole sarebbe stato papa Francesco lo scorso 6 giugno durante un incontro privato con i Superiori delle Congregazioni religiose latino americane e caraibiche. A rivelarlo è stato proprio uno dei partecipanti a questo incontro, che si è premurato di trascrivere tutte le cose dette da papa Francesco in un’ora circa di colloquio, che poi sono state pubblicate sul sito cileno Reflexión y Liberación e tradotte in inglese dal sito Rorate Caeli.

Nel testo ci sono diversi concetti già ripetuti in altri discorsi ma anche alcuni spunti interessanti, come quando papa Francesco svela due sue preoccupazioni riguardo alle tendenze nella Chiesa: l’esistenza di una corrente pelagiana, che è rimasta ferma alla Chiesa di 60 anni fa, preconciliare, e una corrente gnostica, il cui tratto caratteristico è un certo Panteismo.

E’ però il passaggio in cui denuncia la presenza di una “lobby gay” in Vaticano ad attirare maggiormente l’attenzione e la curiosità. I lettori de La Nuova Bussola Quotidiana non ci troveranno nulla di nuovo, visto che siamo stati i primi – e direi anche unici - a denunciare con forza questa situazione già mesi fa (estendendo il problema alle Chiese locali, non solo il Vaticano). Poi il tema è emerso quando si disse che una denuncia del genere era presente nel dossier presentato a Benedetto XVI dalla “Commissione dei 3 cardinali” (Juliàn Herranz, Josef Tomko e Salvatore De Giorgi) incaricata di indagare sulla fuga di documenti dall’appartamento papale. Ma non c’è mai stata conferma. Ora è il Papa stesso ad ammettere l’esistenza di questa lobby, inserendola in una corrente di corruzione che infetta la Santa Sede. Interrogato dall’agenzia France Presse su questa rivelazione, il portavoce vaticano padre Federico Lombardi ha risposto di non poter commentare nulla visto che si trattava di un colloquio privato.

Fatto sta che ora non si potrà più fare finta di nulla, anche perché il problema va ben oltre l’esistenza di un gruppo - più o meno ampio – di prelati gay che si proteggono a vicenda occupando posti chiave nelle istituzioni della Chiesa. Intendiamoci, già questo è un fatto gravissimo, visto che parliamo anche di alcune brillanti carriere ecclesiastiche “guidate”, di uomini di Chiesa ricattati e di scandali vari (rileggere per favore alcuni eventi degli ultimi quattro anni).

Eppure c’è molto di più e di peggio, ovvero il tentativo di mutare la dottrina della Chiesa in tema di omosessualità. Non a caso Benedetto XVI alla vigilia dello scorso Natale, nel discorso alla Curia Romana ha definito la cultura di genere una delle più gravi sfide che deve affrontare la Chiesa: non era riferito soltanto a ciò che è cultura dominante nel mondo, ma anche a ciò che accade nella Chiesa.

Il punto è che sempre più docenti di teologia morale, nei seminari e nelle università pontificie, insegnano che l’omosessualità è una condizione da accettare e non un “disordine oggettivo” come la definisce il Catechismo della Chiesa cattolica; insegnano che il disagio provato dagli omosessuali non deriva da un problema oggettivo di identità ma dall’ostilità del mondo circostante (ed ecco perché ci sono ecclesiastici e riviste cattoliche che sposano la lotta all’omofobia). Alcune diocesi hanno promosso piani pastorali che vanno proprio in questa direzione, favorendo la formazione di gruppi di omosessuali cattolici che vogliono vivere serenamente la loro condizione. Altre diocesi, pur non arrivando a tanto, tollerano l’esistenza di parrocchie e gruppi che si muovono nella stessa direzione. E chi volesse rendersi conto di quanto è esteso il fenomeno può dare un’occhiata al sito di "Progetto Gionata" e vedere, ad esempio, in quante diocesi si è celebrata la veglia in occasione della Giornata mondiale contro l’omofobia, lo scorso 18 maggio. E quanti gruppi parteciperanno al Gay Pride nazionale il prossimo 22 giugno a Palermo.

Stessa logica pare sposata anche da Siticattolici, il sito che certifica e propone l’elenco dei siti cattolici (certificati) presenti in Italia, tra cui “Fede e diversità”, dedicato ovviamente all’omosessualità, che rovescia il Catechismo dando l’impressione di essergli fedele.

Tale rovesciamento di posizioni ha ovviamente delle ricadute nel politico. E’ così che si spiega in Italia (e non solo) una certa ambiguità davanti alla questione del riconoscimento delle unioni omosessuali. Da una parte si afferma con nettezza il no ai matrimoni tra persone dello stesso sesso, ma poi si apre al riconoscimento delle unioni gay senza chiamarlo matrimonio (è la classica breccia nel muro che farà passare tutto il resto). E davanti a governo ed enti locali che promuovono un’offensiva per promuovere la cultura di genere ed iniziare gli studenti fin dalle scuole medie ai nuovi orientamenti sessuali – vedi la Strategia nazionale per la prevenzione dell’omofobia, su cui La Nuova BQ è stata l’unica a tenere informati -, la Chiesa italiana nel suo insieme ha fatto calare il silenzio. Né i giornali cattolici hanno scritto una riga in proposito. Chi o cosa li trattiene dal dare almeno la notizia?


Bernabei: Italia, il miracolo ucciso dalle lobby

di Roberto I. Zanini

«Non ho inteso e non intendo fare lo storico». La premessa di Ettore Bernabei è dettata da umiltà, ma anche da consapevolezza: «Non ne ho né la preparazione scientifica né la mentalità filologica». Ma quando parli con lui ti accorgi subito di avere davanti un fiume in piena. Un uomo che nonostante gli anni, ottimamente portati, ha il vivo desiderio di ricordare le ragioni dei fasti del boom economico e, di conseguenza, i motivi per cui da quel momento in poi l’Italia ha inanellato una serie di disavventure e vere e proprie sventure politiche, sociali ed economiche. Argomentazione utilizzate ampiamente nel libro intervista con Pippo Corigliano Italia del "miracolo" e del futuro.
E qui vale per intero la premessa: quello di Bernabei non è il racconto di uno storico, ma è un racconto di vita che nasce dall’esperienza di giornalista e manager di primissimo livello; che attinge, come lui stesso tiene a sottolineare, alle frequentazioni e alle confidenze di personaggi come Giovanni Battista Montini, Giovanni Benelli, Agostino Casaroli, per cominciare con gli ecclesiastici; Giorgio La Pira, Alcide De Gasperi, Amintore Fanfani, Aldo Moro, Palmiro Togliatti, Giorgio Almirante, Bettino Craxi, Giovanni Malagodi, per concludere con i politici.
Ma soprattutto che è animato dal desiderio di «ricordare ai cattolici di questo Paese come siano stati capaci di portarlo in pochi anni al boom economico e al quarto posto fra le economie più industrializzate, senza sposare le logiche economiche del liberismo, con un sano connubio fra contributo pubblico e impegno privato».

Perché questa annotazione specifica sui cattolici?

«Perché i cattolici hanno dimenticato quello di cui sono stati capaci in quegli anni, proprio grazie all’applicazione in politica economica delle logiche sottese alla dottrina sociale della Chiesa. Perché i cattolici sono stati travolti da una certa propaganda "anticattolica" costruita a tavolino e hanno finito per crederci, smettendo di fare politica. Non si può più continuare a fare da supporto alla destra o alla sinistra. I cattolici devono tornare a fare politica in prima persona portando avanti i valori della fede».

Questo come si traduce in politica economica?

«Smettendo di far pagare ai poveri gli errori di strategia economica fatti dai ricchi, come sta avvenendo dall’inizio di questa crisi, frutto di un’ideologia economica che aveva già mostrato il suo fallimento nel ’29. È il momento che quei poveri possano tornare a essere meno poveri rapidamente, che si possa ricostituire la classe media che è stata la nostra forza. Bisogna cominciare a ridare un po’ di speranza alla gente, che non sa più dove battere la testa anche politicamente».

Nel libro lei sostiene che l’attuale prostrazione del Paese, anche dal punto di vista politico, è il frutto di una terza guerra mondiale.

«Una guerra condotta in guanti bianchi, dalla quale il sistema di economia sociale costruito sulla collaborazione fra pubblico e privato, ispirato dal pensiero cattolico, che ci ha dato benessere, ricchezza e libertà, è uscito sconfitto in seguito a una lunga serie di attacchi, condotti dall’ideologia liberista e dalla finanza di speculazione, che ha la sua forza e il motore reale nelle lobby economiche americane e inglesi e che ha avuto in Ronald Reagan e in Margaret Thatcher i suoi paladini. Una terza guerra mondiale che per noi è stata molto più rovinosa della seconda».

Quando è cominciata?

«Qui, senza partire dal principio, bisogna dire che quando De Gasperi aderì all’Alleanza Atlantica, specificò che l’Italia sarebbe stato un Paese fedele al blocco occidentale, ma declinò cortesemente l’invito ad aderire alle grandi organizzazioni lobbistiche angloamericane, convinto di poter attuare una politica di crescita economica e sociale alternativa. De Gasperi era un liberale nel senso tradizionale del termine: conservatore e credente. Dialogando con personaggi illuminati come Montini, comprese che gli ideali economico politici portati avanti dai giovani del gruppo di Camaldoli (i vari Fanfani, La Pira, Dossetti...), fondati in economia non su un mercato che si autoregola, ma sulle teorie di John Maynard Keynes, erano quelli giusti. Non fu semplice far accettare queste teorie nella Dc. La svolta venne dalla segreteria Fanfani fra il 1954 e il 1958, che pose le basi per il boom economico».

Quali erano queste basi?

«Le banche di Stato sostenevano le grandi aziende a partecipazione statale che dovevano fornire a basso costo l’energia, i servizi e gli strumenti necessari alle aziende private, consentendo loro di affrontare la concorrenza di Paesi che possiedono a basso costo quelle materie prime che noi non abbiamo. Questo fu il motore del miracolo economico. E abbiamo dimenticato che a ispirarlo fu un gruppo di economisti e politici cattolici. Tanto che furono proprio gli inglesi a parlare ironicamente di "miracolo" italiano, convinti come erano che i cattolici fossero costituzionalmente incapaci di dare solidità, benessere e libertà ai loro Paesi. Poi, col governo cosiddetto delle "convergenze parallele", diventammo la quarta potenza mondiale superando anche gli inglesi, perché lo stesso Togliatti aveva capito che bisognava utilizzare e appoggiare quel modello di sviluppo».

E la terza guerra mondiale quando è cominciata?

«Quando le potenti lobby economiche che fondano la loro ricchezza e il loro potere sul liberismo hanno compreso che il successo ottenuto dalla politica sociale intrapresa in Italia poteva mettere a rischio i loro interessi mondiali. Allora sono capitati una serie di eventi, dalla morte di Mattei al crollo dell’Olivetti. Allora la rivolta studentesca che in Europa è durata due anni da noi è durata 12 e si è trasformata in contestazione operaia, producendo, nei fatti, una riduzione della capacità produttive e culturali del Paese. Sono partite una serie di iniziative come le campagne sul divorzio e sull’aborto, promosse da lobby anticattoliche, per indebolire lo zoccolo duro del Paese. Poi i grandi attentati, la stagione del terrorismo, lo spostamento della centrale mondiale della droga in Sicilia, poi il giustizialismo per cancellare definitivamente la Dc e i suoi alleati. Le privatizzazioni sono state il definitivo colpo di grazia».

Viene in mente l’attuale caso dell’Ilva di Taranto.

«E dobbiamo pregare che queste ultime nefandezze non siano attuate e l’Ilva torni a essere un’azienda forte e non inquinante».

Tutto questo è accaduto in nome di una logica economica che ci ha condotto alla crisi attuale.

«Questa crisi si è mostrata fin dal principio più grave di quella del ’29, che era già stata una crisi del sistema e non, come si disse, una normale oscillazione ciclica. Nei fatti il liberismo in economia è un’ideologia che conduce ad abbandonare tutte le regole, anche quelle morali. Così i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Ma questo lo sapevano già a fine ’800 gli economisti più accorti».

Se le chiedessi una ricetta pratica, da dove comincerebbe?

«La grande idea di Fanfani a inizio degli anni ’60 fu quella di aumentare i salari, cioè il potere di acquisto dei prestatori d’opera. Quando arrivai in Rai nel 1961 i sindacati chiesero aumenti del 12%. L’Iri non voleva dare più del 6%. Andai da Fanfani che mi disse di offrire il 20. Così è cominciata la grande stagione della tv che seppe trainare culturalmente il Paese».


Domani in Campidoglio sarà presentato un progetto di Campus Universitario per la Nigeria

di Giuseppe Brienza

Domani, 11 giugno, a Roma presso la Sala del Carroccio del Campidoglio, sarà presentato alle 11.00 il progetto “International Bioresearch University” (IBU), dell’associazione internazionale “Steadfast Onlus”, che prevede la realizzazione di un Campus Universitario nello Stato di Enugu in Nigeria.

Il progetto IBU è stato ideato dal prof. Edmund Ugwu Agbo, Socio Fondatore e Consigliere della “Steadfast Onlus”, al fine di contribuire al risollevamento socio-economico della Nigeria, paese da decenni lacerato da un susseguirsi di colpi di stato e dittature militari e, dal 2000, vittima di attentati di connotazione etnico-religiosa, attribuiti anche a fondamentalisti islamici che ritengono l’istruzione occidentale un rischio per la propria identità.

Come verrà rappresentato domani dal presidente dell’associazione promotrice del progetto IBU, Emmanuele Di Leo, che è anche l’attuale responsabile della comunicazione e dei rapporti esterni della Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum” (Roma), una parte della Nigeria ha già iniziato a collaborare con la “Steadfast Onlus” al fine della realizzazione di un Polo Culturale afro-europeo che spazierà dalla bioetica alle biotecnologie, dall’economia al diritto internazionale, dall’ingegneria allo studio delle scienze agrarie, dallo spettacolo allo sport.


lunedì 10 giugno 2013

Diario Vaticano / Sei voti in più per le unioni “gay”

Tre cardinali e due arcivescovi, più il portavoce vaticano: aumentano i consensi alla legalizzazione delle unioni tra omosessuali. Quando solo dieci anni fa il magistero ufficiale della Chiesa era per il no assoluto. L'enigma Bergoglio

di Sandro Magister

"La Chiesa insegna che il rispetto verso le persone omosessuali non può portare in nessun modo all'approvazione del comportamento omosessuale oppure al riconoscimento legale delle unioni omosessuali".

Infatti:

"Il bene comune esige che le leggi riconoscano, favoriscano e proteggano l'unione matrimoniale come base della famiglia, cellula primaria della società".

Quindi:

"Riconoscere legalmente le unioni omosessuali, oppure equipararle al matrimonio, significherebbe non soltanto approvare un comportamento deviante, con la conseguenza di renderlo un modello nella società attuale, ma anche offuscare valori fondamentali che appartengono al patrimonio comune dell'umanità".

Pertanto:

"La Chiesa non può non difendere tali valori, per il bene degli uomini e di tutta la società".

Sono queste le frasi conclusive delle “Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali” della congregazione per la dottrina della fede, CDF, agevolmente consultabile nel sito internet del dicastero:


Il documento porta la firma dell'allora cardinale prefetto della congregazione Joseph Ratzinger, oggi "sommo pontefice emerito", e dell’allora arcivescovo segretario Angelo Amato, salesiano, oggi cardinale prefetto della congregazione delle cause dei santi.

Fu approvato il 28 marzo 2003 dal beato Giovanni Paolo II e pubblicato il 3 giugno successivo, memoria dei santi Carlo Lwanga e compagni martiri.
Una ricorrenza scelta non a caso. Nel martirologio romano si ricorda infatti che san Carlo Lwanga e i dodici compagni martiri - di età compresa tra i quattordici e i trent’anni, appartenenti alla regia corte dei giovani nobili o alla guardia del corpo del re Mwanga, neofiti o fervidi seguaci della fede cattolica - essendosi rifiutati di accondiscendere alle turpi richieste del re, sul colle di Namugongo in Uganda furono alcuni trafitti con la spada, altri arsi vivi nel fuoco. Dove per "turpi richieste" si devono intendere le brame omosessuali del "dissoluto" re Mwanga.

Sono passati dieci anni da quel documento emesso dalla CDF ratzingeriana sotto il pontificato di Karol Wojtyla. Nel calendario liturgico della Chiesa cattolica il 3 giugno si continua a fare memoria dei santi martiri dell’Uganda canonizzati da Paolo VI nel 1964, anche se sarebbe interessante verificare quanti conoscono i motivi del loro supremo sacrificio. Ma i contenuti delle citate “Considerazioni” sembrano appartenere ormai a un'altra epoca ecclesiale.
Specchio fedele di questo nuovo corso sono le dichiarazioni rilasciate alla stampa dal cardinale Godfried Danneels, arcivescovo emerito di Malines-Bruxelles, alla vigilia dei suoi 80 anni compiuti il 4 giugno.

Il porporato belga – che senza ipocrisie non nascose il suo disappunto per l’elezione di Benedetto XVI nel conclave del 2005 e che quest’anno è stato uno dei grandi elettori di papa Francesco – ha dichiarato che la Chiesa "non si è mai opposta al fatto che esista una sorta di `matrimonio´ tra gli omosessuali, ma si parla dunque di `una sorta´ di matrimonio, non del vero matrimonio tra un uomo e una donna, quindi bisogna trovare un'altra parola per il dizionario".
E ha concluso:
"Sul fatto che ciò sia legale, che venga reso legittimo attraverso una legge, su questo la Chiesa non ha niente da dire".

Il quotidiano belga "Le Soir", nel riportare le parole di Danneels, ha aggiunto che "la posizione del cardinale è condivisa da monsignor André-Joseph Léonard", suo successore come arcivescovo di Malines-Bruxelles. Il giornale non fornisce le prove di questa consonanza. Ma non c'è dubbio che Danneels ha effettivamente detto, con la franchezza che lo contraddistingue, ciò che anche altri porporati e prelati hanno dichiarato negli ultimi mesi.
I media, infatti, hanno ultimamente registrato parole favorevoli al riconoscimento legale di unioni omosessuali da parte di almeno quattro alti esponenti della gerarchia della Chiesa:

- l’arcivescovo Piero Marini, presidente della pontificia commissione per i congressi eucaristici e già maestro delle cerimonie liturgiche papali;

- l’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente del pontificio consiglio per la famiglia, successivamente correttosi;

- il cardinale austriaco Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna;

- il cardinale colombiano Rubén Salazar Gómez, arcivescovo di Bogotá, quest’ultimo costretto a una rapida ritrattazione prima di ricevere la berretta cardinalizia nel novembre 2012.

Lo scorso 24 aprile è intervenuto sul tema anche il “portavoce vaticano” padre Federico Lombardi, che interpellato a proposito dell’approvazione parlamentare definitiva da parte dell’assemblea nazionale francese del “matrimonio gay” ha risposto che si deve "chiaramente evidenziare che il matrimonio tra un uomo e una donna è un’istituzione specifica e fondamentale nella storia dell’umanità. Ciò non toglie che si possano riconoscere in qualche modo altre forme di unione tra due persone".

Interrogato poi su una eventuale reazione papale alla decisione parigina, padre Lombardi ha detto: "È il papa che deve parlare, lascio parlare lui".
Sta di fatto che Jorge Mario Bergoglio non ha sinora speso una sillaba sulla decisione francese di elevare a matrimonio le unioni civili omosessuali, che pure erano già legittimate da anni con il nome di "Pacte Civile de Solidarité", PACS.

Né il papa ha voluto proferire verbo sull’argomento, quando il 23 maggio ha incontrato per la prima volta i vescovi della conferenza episcopale italiana, la Chiesa di cui è "ex officio" primate.
Mentre invece nella prolusione pronunciata tre giorni prima il cardinale Angelo Bagnasco aveva ribadito che "la famiglia non può essere umiliata e indebolita da rappresentazioni similari che in modo felpato costituiscono un 'vulnus' progressivo alla sua specifica identità, e che non sono necessarie per tutelare diritti individuali in larga misura già garantiti dall’ordinamento".

Prendendo come paradigmatici quelli che la tradizione catechetica definisce i quattro peccati che "diconsi gridar vendetta al cospetto di Dio" (secondo la terminologia del catechismo di san Pio X) o che "gridano verso il Cielo" (come nel catechismo di Ratzinger e Wojtyla del 1992), papa Bergoglio ha sinora mostrato di considerare prioritario nella sua predicazione, come anche nel suo primo discorso a nuovi diplomatici accreditati presso la Santa Sede, puntare il dito sulla rilevanza sociale degli ultimi due peccati – l’oppressione dei poveri e la frode al salario degli operai –, piuttosto che su quella del secondo: il peccato dei sodomiti.
__________

Lo scorso 19 marzo, sei giorni dopo l'elezione di papa Francesco,  il "New York Times" ha scritto che quando – tra il 2009 e il 2010 – in Argentina si infiammò il dibattito sull’introduzione del “matrimonio gay” l’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio era favorevole a una soluzione di compromesso, che legittimasse una unione civile per persone dello stesso sesso.
Che cosa davvero accadde è controverso. Secondo ricostruzioni giornalistiche attendibili, durante una riunione della conferenza episcopale i vescovi argentini effettivamente discussero su come affrontare la questione. E alla fine la linea che prevalse non sarebbe stata quella delle “colombe” impersonata da Bergoglio, ma quella dei “falchi” guidata dall’arcivescovo di La Plata, Héctor Rubén Aguer.

La divergenza tuttavia non era sull'opporsi al "matrimonio gay", ma sul come farlo e sulla accettabilità o meno di un compromesso che ammettesse le unioni civili senza usare la parola matrimonio.
Poche settimane prima dell’approvazione, il 15 luglio 2010, della legge che in Argentina ha legalizzato il matrimonio omosessuale con la possibilità di adottare figli, Bergoglio scrisse una lettera ai quattro monasteri carmelitani di Buenos Aires.
In essa, dopo aver ribadito che in atto non c’era "solo un disegno di legge (questo è solo lo strumento)" ma "una mossa del padre della menzogna che cerca di confondere e d’ingannare i figli di Dio", chiedeva di "invocare il Signore affinché mandi il suo Spirito sui senatori che saranno impegnati a votare. Che non lo facciano mossi dall’errore o da situazioni contingenti, ma secondo ciò che la legge naturale e la legge di Dio indicano loro".

Bergoglio vedeva agire nella nuova legge "l'invidia del demonio, attraverso la quale il peccato entrò nel mondo: un’invidia che cerca astutamente di distruggere l’immagine di Dio, cioè l’uomo e la donna che ricevono il comando di crescere, moltiplicarsi e dominare la terra".
Ma per reagire alla sfida si affidò più alle preghiere delle suore di clausura che a proclami pubblici, dichiarazioni solenni, o manifestazioni di piazza.
Fino ad oggi non ci sono segnali che da vescovo di Roma egli voglia cambiare questa sua linea di condotta.


venerdì 7 giugno 2013

La Repubblica di Dan Brown

L’ultimo libro dello scrittore americano è talmente brutto da essere divertente. Luoghi comuni su Firenze, complottismi di seconda mano e parecchio trash

di Edoardo Rialti

Molti critici sono ingiusti verso Dan Brown; lo sappiamo già che le avventure del suo professor Langdon non piaceranno loro e, come notava C. S. Lewis “è molto pericoloso scrivere riguardo a qualcosa che odi. L’odio annulla tutte le distinzioni. Molte recensioni sono inutili perché, mentre si propongono di condannare il libro, rivelano solo l’avversione del recensore per il genere cui esso appartiene”. E coloro che già non potevano soffrire di vedersi raccontare che Gesù se la intendeva sotto sotto con la Maddalena, e che i conclavi papali sono degli show-down western per regolare vecchi conti e odi sopiti, difficilmente apprezzeranno il nuovo thriller “Inferno” (presentato ieri a Firenze, dove è ambientato, alla Repubblica delle idee con Vittorio Zucconi), dove il professor Langdon deve decrittare una serie di indizi che collegano la “Commedia” a un scienziato svizzero misteriosamente suicidatosi a Firenze e dove tutti, presunti buoni e presunti cattivi, citano Malthus e l’eccesso di popolazione mondiale ogni tre per due, con la differenza che i cattivi strillano: “Siamo troppi!”, e i buoni: “Beh sì ma via, non ancora così troppi”.

Anche i raffinati sappiamo già che storceranno il naso: “Uh, che volgare e che banale finire con la parola stelle, proprio come Dante!”. Essere in disaccordo non è garanzia di una critica vera del libro, perché i thriller popolari che mescolano occulto, religione e azione, ci hanno dato, ieri come oggi, cocktail davvero gustosi, a patto di premere l’acceleratore fino in fondo. Questa è quindi la recensione di chi, all’idea di un giallo sull’Inferno di Dante, si pregusta già quale torbido adattamento dei gironi. Cannibali? Piogge di fuoco? Ghiotti politici affogati nella mota? Magari Dante era un musulmano, o un cataro, o in contatto con gli alieni e Beatrice il nome in codice di un pianeta lontano? E Virgilio il maestro di un ordine segreto che va dai lama tibetani a Shakespeare? Magari Dante era stato assassinato da quel bacchettone di Petrarca e Laura era la vera cattiva? Fantastico.
Ma se c’è qualcosa che manca all’Inferno di Brown sono proprio le fiamme. Sesso e chiesa? I “Borgia” se la cavano meglio, facendoti pure invidiare quegli splendidi, torbidi abiti damascati, scuri come il peccato. I preti sessuofobi-repressi? Uno si strugge di nostalgia per la grottesca sarabanda di “Notre-Dame” di Hugo e il suo arcidiacono Frollo, e Philip Pullman nella sua trilogia atea “Queste oscure materie” aveva toccato il sublime: un gruppo segreto di sacerdoti che fanno penitenza preventiva per disporre di una “riserva di assoluzione” per compiere dei delitti su commissione vescovile. L’idea di digiunare il giorno prima per poi dare dello stronzo al capo ha del geniale.

Qui invece non occorre neppure più dimostrare che la chiesa cattolica falsifichi la storia o tema la scienza; ci si limita alle battutine, tanto siamo tutti adulti e vaccinati:“Chi meglio di un gruppetto di ottuagenari celibi può spiegare al mondo come si fa sesso?”. Uno rimpiange di cuore la micidiale commistione di tenerezza materna e ferocia inflessibile di fanatiche come la madre di “Carrie” o quella signora Carmody che, sempre in un racconto di Stephen King, propone a suon di citazioni bibliche a un gruppetto di persone prigioniere in un supermarket, di sacrificare i bambini come Abramo. Lo stesso Dan Brown ci aveva regalato il prete albino omicida del suo “Codice da Vinci”, e come Virgilio a Dante uno vorrebbe gridargli “Ricorditi, ricorditi!”. Certo, c’è ancora spazio per il sermone a favore dei cristiani moderni che lottano contro “le imposizioni del Vaticano” che terrorizzano gli africani: “L’unica istituzione in grado di conferire la santità non era riuscita a cogliere la natura profondamente cristiana del loro impegno”. Ora, detto da un gaio pagano come chi scrive, ma ci può essere un’immagine più triste di quella del “preservativo santo”? Ma chi vorrebbe trovare dentro la confezione pure una bolla papale?

La battaglia in questo nuovo romanzo è tutta e solo tra scienziati e avrà come fulcro un morbo che aumenterà la sterilità, una Coca-Cola light a imitazione buonista di quella Peste Nera che, ci viene detto, riducendo di un terzo la popolazione europea “permise” il Rinascimento. Come se una manciata di intellettuali italiani dovesse attendere la morte di milioni di contadini analfabeti per balzar su come tulipani al sole, e mettersi tutti a ballare estatici gridando: Rinascimento! e anche lo scontro è per modo di dire, visto che sono tutti d’accordo, buoni e cattivi, e che c’è solo una lieve divergenza se imporre questo invisibile preservativo cosmico o no. Quando poi il virus si diffonderà i buoni dell’Organizzazione mondiale della sanità faranno spallucce, come a dire: “Vabbè, visto che ci siamo…”. Ed è ovvio che in un romanzo così plumbeo sulla sessualità di scene erotiche – che richiedono maestria come qualunque altra situazione umana, non ce ne siano praticamente affatto.
L’ultima eco ecclesiastica aleggia sull’inspiegabile latineggiare dell’associazione di servizi deviati “Consortium” – nome che almeno in Italia terrorizza assai poco ed evoca più formaggi e salumi che altro – col suo barcone supertecnologico chiamato sottilmente “Mendacium”.

Perfetto per attraccare con discrezione, no? Il pirata Barbanera avrebbe scelto il nome del proprio galeone in maniera più sottile. Il capo dell’organizzazione ha poi un nome che – sempre in Italia – non sempre evoca una micidiale efficienza: il Rettore. Quando poi a pagina 22 compare una donna in motocicletta e “tuta di pelle nera”, che avanza per le strade del centro di Firenze “con l’intensità di una pantera che punta la preda”, uno può solo dirsi: “Vero, Nolan aveva fatto finire Catwoman a Firenze, questa sì che è una finezza cinefila”, oppure scoppiare a ridere, mentre la tizia “dai capelli cortissimi” – è ovvio – avanza irradiando luci rosse e blu: “Sono una killer in incognito”. Ma i livelli di citazione in questo personaggio forse sono pure più complessi e stratificati: quando l’assassina parcheggia la moto vicino a Palazzo Vecchio e si mette a osservare le statue della Loggia dei Lanzi senza “fare a meno di notare che tutte sembravano manifestare variazioni di uno stesso tema: l’esibizione violenta del dominio maschile sulle donne”, uno si corregge: “Uomini che odiano le donne, ma certo!”.

E così veniamo allo stile, affatto secondario, perché niente chiede più realismo dell’immaginario. Puoi esagerare quanto vuoi, ma la finzione narrativa è una brutta bestia: o la tieni ben salda oppure il rischio di strappare una risatina è facile; il comico deve essere voluto, per non rischiare il ridicolo, e non c’è niente di più fastidioso che leggere un libro che non ti faccia contento di stare al gioco. E per chi scrive la sospensione dell’incredulità è crollata a pagina 13: scopro, da fiorentino, che a Firenze al mattino ci svegliamo e facciamo colazione con “l’alito che sa di lampredotto e olive al forno”. Per una decina di pagine il protagonista vaga per il centro città in cerca di una copia della “Commedia”, permettendo all’autore di trapelare fin troppo nella sua snobistica e pacchiana stilettata da turista sugli orari dei commercianti: “Molti negozianti preferivano spostare il giorno di riposo cristiano dalla domenica al lunedì, per evitare che incidesse troppo negativamente sul bilancio della loro attività”. Per una copia del testo dantesco dovranno chiedere il cellulare a una signora anziana, mentre il lettore fiorentino sta urlando loro: “Le librerie! Ci sono venti librerie in zona aperte il lunedì mattina!”. E a urlare in lui non sono solo Zola o Flaubert, ma anche Grisham e Ken Follet. Ma eccoci finalmente scoprire una terribile conseguenza del leggere Dante: “A seguito della diffusione del poema, la chiesa cattolica aveva assistito a una gigantesca impennata del numero dei fedeli grazie ai peccatori terrorizzati”. La domanda sorge spontanea: gli ottuagenari celibi del medioevo, i cardinali, avevano dei grafici nel Medioevo per registrare i trend di conversioni? E conversioni da cosa? Ma c’è anche una dolce, sfumatura romantica, un segreto tormento, visto che Dante ha vissuto sempre ed è pure morto con il viso arcigno delle statue, dei quadri e della maschera funebri non per l’esilio, lo stato dell’Impero, o la semplice compostezza degli ultimi istanti: “Penso che la sua espressione abbia più a che fare con una donna”.

Il muro sprezzante dell’arcigno viso del poeta si scioglie sotto un’indagine così fine,così penetrante, rivelando una tensione mascellare che adombra una mancata elaborazione del lutto per Beatrice, cui aveva dedicato dei “versi adulatori” – forse per ottenere una raccomandazione – ma che poi era tristemente “andata in sposa a un altro”. Dopo scopriamo che, ah già, era pure morta.
I richiami colti ai codici segreti e saperi iniziatici o li snoccioli con la snobistica indifferenza di Eco e Battiato – chi legge o ascolta può e deve borbottare “eh?” – oppure rischi di fare, male, quello che il fumetto “Martin Mystere” fa gustosamente bene: un eroe-professore che mentre schiva le pallottole fornisce spiegazioni da guida turistica munita di ombrellino. Che il professor Langdon debba fornire una spiegazione per ogni sasso della città toscana alla sua comprimaria, che a Firenze ci vive – “Stiamo andando nella casa di Dante?” domanda lei – è un altro elemento che rende davvero poco realistico il tutto. Al riguardo va detto che tuttavia anche il Dan Brown di “Inferno” conosce qualche momento d’oro, come l’agente che tranquillizza il protagonista sul colpo che gli ha inferto: “Ci siamo serviti di una delle tecniche shime waza di judo”, e manca poco offra il bigliettino della palestra. Anche gli stereotipi possono funzionare, e un altro grande momento è quello in cui il protagonista si deve nascondere in Palazzo Vecchio e l’amica lo rassicura: “Sono impiegati pubblici. Non gliene importa niente di noi” (non ditelo a Matteo Renzi, cha in Palazzo Vecchio ci lavora e proprio due giorni fa ha ringraziato Dan Brown su Twitter per il set fiorentino, nelle stesse ore in cui lo scrittore diceva che il sindaco “potrebbe rappresentare il futuro dell’Italia”).
Poi distrae un addetto “parlandogli freneticamente in italiano, dicendo delle cose sulle sovvenzioni alle imprese agricole e gesticolando animatamente”. La stessa finezza le aveva permesso di ricacciare un intero squadrone d’assalto, drappeggiandosi “la giacca nera sul capo e sulle spalle, come una vecchia con lo scialle”.

Mancano solo le coppole, i mandolini e i vecchi coi fiaschi appoggiati per terra; la Julia Roberts di “Mangia, prega, ama” potrebbe fare una comparsata sullo sfondo. Ma la triste sensazione è che si tratti di picchi involontari. Che una guardia non abbia una gran voglia di tenere gli occhi fuori del gabbiotto, e quindi tenga incollati gli occhi su una “replica di una partita Fiorentina-Juventus” al lunedì mattina, fa quasi battere le mani per la bilanciata compostezza dell’inciso. Già che c’era poteva ascoltare Bocelli, e piangere: “Mamma, oh mamma mia”. Giunge tuttavia un momento nel quale tutte le promesse narrative convergono, lasciando intravedere lo splendido, l’irraggiungibile; tanto da chiedersi: possiamo azzardarci a sperare, davvero? Per una manciata di pagine il lettore è portato a credere che il cattivo sia ispirato da un… Beatricio, con tanto di accorata dedica in un video terroristico. Sarebbe stato meraviglioso, ma il volo immaginativo, proprio come Icaro, precipita nuovamente nella disillusione.

A un certo punto viene accennato che il protagonista, l’accademico Langdon si era recato già da giovane nella chiesa dove è sepolta Beatrice “per lasciare un bigliettino in cui implorava la Musa di Dante non di aiutarlo a trovare il vero amore, bensì di concedergli la stessa ispirazione che aveva permesso a Dante di scrivere il suo immenso poema”. Se anche Dan Brown l’ha fatto, allora ha sbagliato richiesta in pieno: poteva limitarsi a chiedere di scrivere un romanzo molto peggiore, ossia molto migliore. Se l’ispirazione è stata concessa qui non si scende al di sotto degli ignavi involontari.
C’è una sola possibilità di riscatto. Che Ron Howard, già regista del “Codice da Vinci” e “Angeli e Demoni”, dia la parte del cattivo che sa “Dante a mente” a Benigni, che tuoni in toscano marcato “E lo diceva i’Malthusse: e siam troppi, troppi!”. Non tutto è perduto.