giovedì 2 maggio 2013

Il fallimento obbligato del governo Napolitano-Letta


di Roberto de Mattei

Può darsi che, se si vuole evitare ad ogni costo il ritorno alle urne, il nuovo esecutivo sia, come ha dichiarato il Presidente Napolitano, «l’unico governo possibile». Ma, d’altra parte, il fallimento di questo governo, malgrado il vasto consenso parlamentare e mediatico che lo sostiene, appare più che possibile, certo. La prima ragione di questo fallimento obbligato è politica.
Il governo Napolitano-Letta si ispira alla stessa filosofia del governo Napolitano-Monti che lo ha preceduto e non può che conoscere un’analoga débacle. Il primo si presentava come un governo di tecnici, sostenuto, dai voti dei due principali partiti di opposizione; il secondo è un governo non tecnico, ma tecnocratico, in cui i due partiti, obbligandosi ad uno spurio compromesso, entrano a far parte della medesima compagine governativa e seguono la stessa agenda, dettata dalla Banca Centrale Europea e dai custodi dell’utopia europeista, come Angela Merkel.

La democrazia rappresentativa è fondata sul rapporto dialettico tra il governo, espressione della maggioranza dei cittadini, e l’opposizione, che rappresenta coloro che nel governo non si riconoscono. La tradizione rappresentativa occidentale non nasce tuttavia con le democrazie moderne, ma è un prodotto tipico del Medioevo, e ha le sue radici nei rapporti politici e sociali del sistema feudale e corporativo, distrutto dalla Rivoluzione francese. La democrazia del XIX e del XX secolo è invece evoluta in senso anti-rappresentativo, per divenire una democrazia totalitaria, che fa tabula rasa non solo dei principi che trascendono la politica, ma delle stesse categorie di maggioranza e di opposizione che dovrebbero costituire l’essenza del regime parlamentare.

Lo Stato italiano, fin dalla sua nascita, nel 1861, conobbe la degenerazione del sistema parlamentare, contro cui sorse il fascismo, un regime la cui vocazione totalitaria fu frenata dalle presenza istituzionale della Chiesa e della Monarchia. Dopo la caduta del fascismo, si formò tra il 1943 e il 1944 un governo di “unità antifascista”, fondato sull’elevazione a concetto metafisico di un fatto storico, la Resistenza. Negli anni ‘60 il Concilio Vaticano II fu inteso da molti come l’inizio di quella purificazione che avrebbe dovuto preludere all’incontro fra cattolici e comunisti.
Proprio in nome della Resistenza e dell’“unità nazionale” nacque il progetto gramsciano-berlingueriano di compromesso storico, abortito nel 1978 per il rapimento e la morte di Aldo Moro. Il mito dell’“unità nazionale” continuò però ad aleggiare, mentre i successivi tentativi della sinistra comunista e postcomunista di conquistare il potere si infransero contro nuovi ostacoli, a cominciare dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi, nel 1994. Da allora il vero problema della sinistra italiana non è stato tanto di arrivare al governo, ma di riuscire a mantenere il potere. La sinistra non è riuscita ad abbattere Berlusconi né per via politica né per via giudiziaria, ma è dovuta ricorrere ai poteri forti extra e sovranazionali, intervenuti in nome di un crisi economica da essi stessi artificialmente alimentata, prima che la situazione precipitasse realmente, proprio a causa della disastrosa politica finanziaria del governo Monti.

Nelle elezioni del febbraio 2013, Berlusconi è ritornato in campo e il novanta per cento degli italiani si è espresso contro il salvatore della patria Mario Monti, la cui “Scelta civica” ha ottenuto alla Camera solo il 10,5% dei voti. La situazione di ingovernabilità che è seguita avrebbe dovuto portare alle elezioni anticipate e non certo alla riedizione di un governo di “larghe intese” che oggi ingloba quelle stesse forze politiche che avevano sostenuto Mario Monti.
Il governo Napolitano-Letta è una riedizione del precedente, spogliata di qualche clamoroso errore come l’imposizione dell’IMU. Enrico Letta segue attentamente le indicazioni del suo padrino Giorgio Napolitano e su tutti vigilano con attenzione i poteri forti europei. Il cambiamento di parola d’ordine, da “austerità” a “sviluppo”, segue le indicazioni ricevute da Bruxelles e da Francoforte. Che sia così, lo conferma la scelta come premier dello stesso Letta, proveniente dall’ala tecnocratica della sinistra democristiana e la consegna del ministero chiave dell’Economia e delle Finanze a Fabrizio Saccomanni, direttore generale della Banca d’Italia, e uomo di fiducia della BCE.

La terza “icona” dell’esecutivo, dopo Letta e Saccomanni, è Emma Bonino, che garantisce con la sua presenza al Ministero degli Esteri, la amoralità, più ancora che l’immoralità del nuovo governo. La Bonino non proporrà i matrimoni omosessuali, lasciando che a farlo provvedano i gruppi parlamentari, ma sarà il volto ufficiale dell’Italia all’Estero: quell’Italia laica e libertaria, che dal 1978 ad oggi ha ucciso quasi sei milioni di bimbi, un decimo della sua popolazione, e che si è data come missione la dissacrazione di tutti i princìpi e le istituzioni tradizionali su cui, nel corso dei secoli, si è costruita la nostra nazione.
E che le tre “icone”, Letta, Saccomanno, Bonino, abbiano più di qualcosa in comune ce lo conferma un comunicato stampa dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), che formula «al premier Enrico Letta e ai ministri degli Esteri Emma Bonino e dell’economia Fabrizio Saccomanni, tutti e tre membri del Consiglio direttivo dello IAI l’augurio di buon lavoro dell’Istituto, con l’auspicio di riuscire a interpretare le istanze di cambiamento italiane ed europee e a rafforzare la credibilità dell’Italia nell’Ue e il processo di integrazione». (http://www.iai.it/index_it.asp)

Lo IAI, fondato nel 1965, sul modello dei think tank anglosassoni, dall’eurocrate comunista Altiero Spinelli, è la filiazione italiana di istituzioni mondialiste come il “Council on Foreign Relations” americano. Tra i suoi esponenti di punta fu l’ex governatore della Banca d’Italia Guido Carli, firmatario italiano, nel 1992, del Trattato di Maastricht, come Ministero degli Esteri nel settimo governo Andreotti. Il salvataggio dell’euro e dell’Unione Europea resta un obiettivo primario del nuovo governo tecnocratico Napolitano-Letta, che per sopravvivere ha bisogno del mito totalitario dell’unità nazionale.

A chi si illude sul possibile buon esito di questa ricetta bisogna ricordare che il bene comune di una nazione è sempre, prima di tutto, morale e che le nazioni, come gli uomini hanno un’anima che le sostiene.L’Italia per rinascere sul piano economico e politico, non ha bisogno di ridurre il suo debito, ma innanzitutto di ritrovare la propria identità spirituale e morale. Non c’è altra “emergenza” al di fuori di questa.

martedì 30 aprile 2013

Quanto ci costerà la Bonino


di Danilo Quinto

Accantoniamo per un momento come Emma Bonino, neo-ministro degli Esteri, ha costruito la sua carriera politica. Chi la promuove a icona della modernità, può documentarsi, sempre che desideri farlo. Accantoniamo anche l’enfasi con la quale Marco Pannella ha accolto la nomina della sua leader, con tanto di ringraziamenti a questo e a quello e giurando che sarà “l’ultimo giapponese” di un Governo che ha tutti i connotati per compiacere le lobby internazionali e le stanze segrete del potere, massoniche e mondialiste. Non la smetterà di certo, il guru radicale – nonostante la nomina – ad agitare lo spettro dei suoi digiuni “gandhiani” contro la partitocrazia che ora osanna. Ça va sans dire.

Occupiamoci, invece, di altri aspetti. Il primo riguarda quale sarà la posizione dell’Italia in campo europeo e internazionale su quei temi definiti “sensibili” o “principi non negoziabili”, che ci stanno a cuore ma che - come dice Benedetto XVI - “sono scritti nell’anima di ogni essere umano”, precedono qualsiasi legge statuale e valgono per tutti, credenti e non credenti.

L’angolo di visuale del nuovo ministro degli Esteri è quello di voler affermare un diritto solo perché avverti un desiderio individualistico, al fine di vestire la libertà dell’autorevolezza del dovere, della responsabilità, di una sua necessità antropologica, che dovrebbe riguardare perfino l’evoluzione dell’essere umano e quindi il corso della storia. Così, il diritto umano alla vita, si trasforma nel “diritto civile” di garantire alla donna di essere proprietaria del proprio corpo, di disporne quando e come vuole. Il diritto umano a considerare la vita un dono, degno di essere vissuto con dignità fino all’ultimo respiro, si tramuta nel “diritto civile” che riguarderebbe ogni essere umano di decidere se e come por fine alla propria esistenza, con l’eutanasia o con il suicidio assistito.

Il diritto umano alla degna sepoltura dei bambini non nati a causa dell’aborto, viene negato, cosi come viene definito “eccessivo” il numero dei medici obiettori, che impedirebbero il diritto all’aborto. Il diritto umano al matrimonio tra un maschio e una femmina, si riduce al “diritto civile” di riconoscere la possibilità, attraverso l’ideologia omosessualista, che due uomini o due donne si possano sposare ed anche adottare bambini. Il diritto umano di preservare la vita dal flagello della droga, lascia il campo al “diritto civile” di distribuirla libera nei supermercati e nelle farmacie. Il diritto umano di considerare l’embrione una persona, lascia lo spazio ad un lessico che lo definisce “grumo di cellule” o “escrescenza della carne”, che serve per contrapporre la propria visione “libertaria” all’antropologia, così come la conosciamo da millenni a questa parte.

E’ questa l’ideologia anti-umana del nuovo ministro degli Esteri e queste saranno le posizioni che esprimerà l’Italia in sede europea e internazionale. E’ questa la sua “religione laica”, che connota il suo progetto egemonico su una società secolarizzata. “Io posso essere un’ammiratrice di quel cristianesimo delle origini, il cristianesimo costantiniano – scrive Emma Bonino ne ‘I doveri della libertà’, Laterza Editore, 2012 - perché esso ha costruito, piaccia o no, l’edificio dell’Europa; non è l’unico linguaggio, ma certamente è uno dei linguaggi fondanti della nostra eredità.
Credo però che oggi questo cristianesimo abbia esaurito la sua carica vitale, storica”. Da queste convinzioni deriva anche la forsennata battaglia della Bonino e dei radicali sui beni di proprietà della Chiesa, svolta a livello europeo, in perfetta sintonia di tempi e d’intenti con le dichiarazioni espresse dal Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani, attraverso il suo Gran Maestro, Gustavo Raffi.

Nel 2007, quando “Il Sole 24 Ore” dà notizia dell’apertura di un dossier della Commissione europea su «certi vantaggi fiscali delle Chiese italiane», la Bonino è ministro del Governo Prodi per le Politiche Comunitarie e si limita a dichiarare candidamente che «il Governo esaminerà le ulteriori richieste quando arriveranno». In realtà, sono proprio i radicali, e lei in particolare, ad aver agito nei confronti della Commissione europea e ad avviare un’iniziativa demagogica, capziosa e strumentale.
Analoga a quella che i radicali stanno conducendo con il quesito referendario sull’abrogazione di una parte della legge sull’8 per mille, depositato in Cassazione nelle stesse ore in cui padre Federico Lombardi ha accolto nella sede di Radio Vaticana Marco Pannella, in un colloquio definito “storico” dal leader radicale.

Emma Bonino - ed è questa la seconda considerazione da fare - riceverà il sostegno concreto di tutto l’apparato burocratico della Farnesina e delle immense risorse economiche a disposizione. Nel mondo, non solo in Italia. I radicali sono dei maestri in questo. Con le loro associazioni, già perseguono progetti finanziati dall’Unione europea e dal Ministero degli Esteri. Basta scorrere i siti radicali, che documentano le alleanze, i sostegni e i finanziamenti. Figuriamoci ora cosa accadrà. Si è concessa la possibilità che la “roba” sia tanta e al servizio delle loro idee, dei loro progetti e del potere, così come si concede da decenni - anche attraverso la complicità di decine e decine di parlamentari cosiddetti cattolici - che la loro radio riceva dieci milioni di euro dallo Stato per un servizio che potrebbe svolgere gratis la Rai-Tv.

Un’ultima considerazione riguarda i legami che Emma Bonino ha da più di vent’anni con il “filantropo” George Soros, l’uomo che fece saltare nel 1992 la Banca d’Inghilterra e che concorse alla svalutazione della lira. Soros, che è iscritto al Partito Radicale e che ha dato sostegno finanziario in vari modi alle attività dei radicali, è uno tra i maggiori ideologi di quel Nuovo Ordine Mondiale che vuole dominare il mondo. Oltre a finanziare progetti che hanno riguardato la democrazia dell’est europeo e ad intervenire allo stesso modo nei confronti delle “primavere arabe”, Soros è impegnato da decenni nel “Program of Reproductive Health and Rights”, che dedica i suoi sforzi alla causa del “diritto all’aborto”.

In linea con questa prospettiva, Emma Bonino, che “copre” la sua forsennata ideologia abortiva con il lancio di campagne che hanno l’obiettivo di dipingerla come eroina dei diritti umani nel mondo, come quella sulle mutilazioni genitali femminili o quella per l’abolizione della pena di morte o quella per la creazione del Tribunale Penale Internazionale per i crimini contro l’umanità, afferma: “Il nocciolo è la bomba demografica. Ogni giorno ci sono 80mila nuovi nati.
Nel contempo la vita media si allunga. Aggiungiamoci il miglioramento della qualità della vita in vaste aree, tipo Cina e India, e diventa chiaro che siamo di fronte a una crescita demografica destinata a destabilizzare sempre più la situazione. Noi proponiamo un rientro dolce della bomba demografica" (“Quotidiano Nazionale”, 27 aprile 2008).

Questa balla della bomba demografica - propugnata sin dagli anni ’70 dal Club di Roma di Aurelio Peccei e dai programmi abortivi promossi dal sistema delle Nazioni Unite da decenni - un’idea eugenetica e malthusiana, si inquadra proprio nel contesto di un nuovo ordine mondiale. Quello perseguito, ad esempio, dalla “Comunità delle Democrazie” (UNDC). Questa nasce come emanazione della “Democracy Coalition Project”, nata su iniziativa dell’”Open Society Institute” di George Soros.
È un’organizzazione non governativa che svolge attività di ricerca e di promozione della democrazia e dei diritti umani a livello internazionale, in particolare attraverso le Nazioni Unite, il Consiglio dei diritti dell’uomo e altri organi multilaterali. Monitora la politica estera dei governi sui diritti umani e sulla promozione della democrazia.
Dell’Advisory Board dell’organizzazione fa parte Emma Bonino.

Sta di fatto che Gruppo Bildeberg, Trilaterale e tutte le organizzazioni operanti nel mondo che hanno come obiettivo quello di determinare politiche economiche e sociali per la realizzazione di disegni di pochi – e senza il beneplacito delle quali, da qualche tempo in Italia sembra non si possano costituire governi - vanno considerate in base a quanto affermava Papa Leone XIII nell’Enciclica Humanum Genus, dedicata in particolare all’azione della Massoneria nella società del tempo: «L’ultimo e il principale dei suoi intenti è quello di distruggere dalle fondamenta tutto l’ordine religioso e sociale nato dalle istituzioni cristiane e creare un nuovo ordine».

lunedì 29 aprile 2013

“Trovare Gesù fuori dalla Chiesa non è possibile”


di Silvio Brachetta

Nell’omelia tenuta nel giorno del proprio onomastico - 23 aprile, san Giorgio - Papa Francesco (Jorge Mario Bergoglio) riafferma la verità secondo cui è una «dicotomia assurda» dividere Gesù Cristo dalla sua Chiesa, come già ricordava Paolo VI nel 1975: «C’è dunque un legame profondo tra il Cristo, la Chiesa e l’evangelizzazione. […] È bene accennare a un momento come questo, quando avviene di sentire, non senza dolore, persone, che vogliamo credere ben intenzionate, ma certamente disorientate nel loro spirito, ripetere che esse desiderano amare il Cristo, ma non la Chiesa, ascoltare il Cristo, ma non la Chiesa, appartenere al Cristo, ma al di fuori della Chiesa. L’assurdo di questa dicotomia appare nettamente in queste parole del Vangelo: “Chi respinge voi, respinge me”» (Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, n.16).
In particolare il Papa osserva come l’opera di evangelizzazione dei primi cristiani non rafforzasse soltanto, nei convertiti, il legame con Dio ma, allo stesso tempo, si cementava il senso di appartenenza ad un’unica Chiesa Madre, fuori dalla quale ci si sarebbe smarriti. La Chiesa - dice il Pontefice - «diventa Madre, sempre di più, Madre che ci dà la fede, Madre che ci dà l’identità. Ma l’identità cristiana non è una carta d’identità. L’identità cristiana è un’appartenenza alla Chiesa». E infatti - precisa - «trovare Gesù fuori dalla Chiesa non è possibile».
Sono riflessioni, queste, d’immensa portata ecclesiologica, poiché attraverso di esse si chiarifica maggiormente il mistero della Chiesa e del suo legame insopprimibile con Gesù Cristo. E ancora il Papa si sofferma su un altro tema, spesso dimenticato o rimosso dall’omiletica contemporanea: l’incompatibilità sostanziale tra la mentalità di Dio e la mentalità del mondo. Nella Chiesa c’è infatti la persecuzione. O, per meglio dire, Papa Francesco cita direttamente l’insegnamento di sant’Agostino: la «Chiesa va avanti fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni del Signore» (cfr S. Agostino, De Civitate Dei, 18,51,2: PL 41, 614). Come Gesù, i cristiani sono invitati a seguirLo sulla Via della Croce che, solo in un primo momento, dà una «tristezza grande», perché questa Via inevitabilmente «finisce con la gioia» (come sempre attestano i santi).
Quindi, alla fine, nella Chiesa c’è una sicura e intramontabile «consolazione». Non però come la dà il mondo: «se noi cerchiamo soltanto la consolazione - afferma il Santo Padre -, sarà una consolazione superficiale, non quella del Signore, sarà una consolazione umana». Con il mondo, insomma, non bisogna «negoziare», ma è preferibile affidarsi alla santa Chiesa. Se appunto - continua il Papa - «noi vogliamo andare sulla strada della mondanità, negoziando con il mondo - come volevano fare i Maccabei, che erano tentati in quel tempo - mai avremo la consolazione del Signore».
Qua dunque Papa Francesco dà l’autentico significato al dialogo con il mondo, che non deve mai essere il pretesto per negoziare con esso né, tantomeno, per perdere la propria identità.

Se il panico attacca e divora la vita


Frascella racconta con garbo l'alienazione e la solitudine del disagio psichico. Spesso incompreso

di Massimiliano Parente

Quando qualcuno dichiara di essere depresso l'interlocutore di norma gli domanda «perché?», mentre nessuno lo chiede se ti senti felice, anche perché hai paura di sentirti dire cose che ti deprimono.
È anche per questo che l'infelicità genera romanzi interessanti, la felicità solo stronzate: è facile immaginare un genio depresso, difficile immaginarne uno felice. Nella depressione oltretutto spesso il mondo appare senza veli, lo spiegava bene già Leopardi: la lucidità è impossibile da sostenere, abbiamo un costante bisogno di illusioni. Condizione confermata dalle odierne neuroscienze e dalla biologia evolutiva: il nostro cervello produce continuamente finzioni, per proteggerci da una visione troppo oggettiva delle cose.

Confesso che ero molto sospettoso del nuovo romanzo di Christian Frascella, dedicato agli attacchi di panico dell'omonimo protagonista, che lavora in fabbrica, a Torino, alla catena di montaggio della Fiat. Poiché ci sono due tipi di luoghi comuni sulle patologie mentali: sono la malattia dei ricchi, oppure sono la malattia dei poveri, nei Paesi ricchi. Tra l'altro è un libro targato Einaudi, bellissima e storica casa editrice ma con inguaribili tendenze sociologiche per quanto riguarda la narrativa italiana, e temevo che Frascella la buttasse sul panico da crisi economica.
E invece un cavolo: Frascella è il nuovo Giuseppe Berto, e Il panico quotidiano è il degno upgrading de Il male oscuro. Tra l'altro, probabilmente per coincidenza, come nel romanzo di Berto anche nel romanzo di Frascella il padre del narratore è malato di cancro all'intestino. Ma il parallelismo a Berto è solo un richiamo obbligato: piuttosto c'è un senso esistenzialmente kafkiano nell'insorgere improvviso della malattia.

Come Gregor Samsa si risveglia scarafaggio, Frascella si ritrova da un momento all'altro nell'essere in preda a una paura senza nome, incomprensibile, un mostro che lo divora dall'interno e che raccoglie scarsa solidarietà: nessuno ti capisce. È sentirsi la morte addosso, dentro, ovunque, un buio che ti inghiotte, ti toglie il respiro. Inoltre il panico genera panico: «La parte peggiore non erano tanto le crisi di panico, quanto l'attesa dell'eventualità che si verificassero. Il che generava una continua confusione, perché l'attesa del panico era già una forma di panico. Come il cane che si morde la coda, se non ti curavi continuavi a girare su te stesso: paura, paura della paura, paura della paura della paura». Così Christian in breve tempo si trasforma in un'altra persona. Isolato sul posto di lavoro, dipendente da psicotici e benzodiazepine, rinchiuso in casa, sarà lasciato solo anche dalla fidanzata: chi soffre di attacchi di panico fa un po' rabbia, quasi fosse colpa sua. È come con la depressione: perché sei depresso? Idem per l'attacco di panico: di cosa hai paura?

È in fondo un'altra delle grandi illusioni della nostra coscienza: avere il pieno controllo delle proprio stato mentale, rifiutare la realtà organica, materiale, meccanica, del nostro cervello. Che per la maggior parte lavora a nostra insaputa, sotto i pochi millimetri della neocorteccia prefrontale. Talvolta, come racconta Frascella, scatta addirittura la paura del contagio, e il malato viene trattato da appestato: «Appena accennavo al mio problema, ecco che l'atteggiamento nei miei confronti cambiava radicalmente. Subentrava la diffidenza, avevano paura che il mio problema li intaccasse, sporcasse, rovinasse - che, frequentandomi, si esponessero al rischio. Loro e chi gli stava vicino». Un terrore della contaminazione sintomatico proprio di una mancanza di consapevolezza popolare sugli equilibri chimico-fisici alla base dei nostri stati d'animo, quasi che la malattia mentale potesse insorgere per suggestione.

Invece basterebbe pensare a cosa sarebbero perfino l'amore e il sesso senza l'attivazione dei neurotrasmettitori giusti; la depressione e gli attacchi di panico sono l'altra faccia di una medaglia neurologica molto complicata. Io non soffro di attacchi di panico ma, dopo aver letto questo bel romanzo di Frascella così magistralmente in bilico tra la commedia e la tragedia, sono corso ai ripari e ho detto al mio medico: se non puoi darmi Selvaggia Lucarelli, dammi almeno un po' di dopamina.

venerdì 26 aprile 2013

Bravo Basaglia, hai fatto proprio bene a chiudere i manicomi.

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Il Concilio, vittima di opposte fazioni


Riscoprire il Concilio vedendolo dentro la tradizione della Chiesa. Questa l'intenzione di Stefano Fontana, autore di un'indagine sul Vaticano II dal titolo “Il Concilio restituito alla Chiesa” (La Fontana di Siloe, Torino 2013). La Nuova Bussola Quotidiana lo ha intervistato.

di Benedetta Cortese

Dottor Fontana, siamo nel pieno dell’Anno del Concilio Vaticano II, voluto da Benedetto XVI come complemento dell’Anno della Fede. Come stanno andando le cose secondo lei?

Non mi sembra che questo Anno del Concilio stia aiutando molto a capire il Concilio. Molte pubblicazioni hanno spesso riproposto le note posizioni, senza nessun passo in avanti.
Le varie realtà, a seconda del loro orientamento sul Vaticano II, chiamano questo o quel relatore a conferma di una tesi piuttosto di un’altra. È lo stesso schema rigido che si ripropone. Mi aspettavo di meglio e di più.

Benedetto XVI, nel famoso discorso del 22 dicembre 2005, aveva tracciato le linee per la giusta ermeneutica del Concilio. Non ne è rimasto niente?

Già allora le due tendenze principali avevano interpretato il discorso del Papa come una conferma delle proprie posizioni. In seguito hanno continuato così, come se il Papa non avesse parlato.
La commemorazione del Vaticano II è avvenuta spesso a suon di slogan e di frasi fatte. Continua a fare presa un Concilio inesistente e irreale, ma che ormai si è imposto come a-priori collettivo. Una vulgata del Concilio che non percepisce nemmeno lontanamente i problemi che stanno dietro il Concilio.
Non si onora il Concilio facendone un'enfatica apoteosi, ma comprendendolo nella linea indicata da Benedetto XVI e dagli altri Pontefici prima di lui.

Lei ha pubblicato un libro sul Concilio. Con che intenzione?

Con l’intenzione di capire il Concilio, ossia di collocarlo al suo posto. Senza questo chiarimento la Chiesa non può stare. Fingere che il problema non ci sia significa di fatto accettare due chiese. Il Concilio è un problema che non si può eludere.

Un problema il Concilio o un problema il post Concilio?

È stato un problema l’applicazione del Concilio, ma lo è stato anche il Concilio. Ciò non significa né che il Concilio non sia autorevole e non meriti obbedienza, meno che meno che esso contenga degli errori, né che esso sia un Concilio “minore”.

Allora in cosa consiste il problema Concilio?

Consiste nella sua indole pastorale. Sembra un paradosso, ma è così. L’indole pastorale del Concilio doveva essere la soluzione dei problemi ed invece è diventata il problema.

In che senso?

Elenco brevemente alcuni nodi problematici connessi con l’indole pastorale del Vaticano II. I precedenti Concili non erano anche pastorali? Erano Concili dogmatici, ma il dogma non c’entra nulla con la pastorale? È possibile un Concilio solo pastorale che non ripensi anche la dottrina? Paolo VI aveva chiaramente in testa che no. Quindi il Vaticano II ripensò anche la dottrina.
Allora fu anche dottrinale, pur se non dogmatico. La dottrina fissata dal Vaticano II che valore ha, dato che il Concilio pretese per sé la qualifica di pastorale? Il Vaticano II non voleva primariamente ripensare la dottrina, ma interrogarsi sulla pastorale, però le esigenze pastorali richiedevano di ripensare tutta la dottrina e in questo modo si ebbe un Concilio pastorale che ripensò tutta la dottrina, forse più dei precedenti Concili che si pronunciarono solo su singoli argomenti dottrinali. Questi sono solo alcuni esempi.

Benedetto XVI disse che il Concilio non è un superdogma, ma quando fu eletto Papa disse subito di voler realizzare il Concilio. Nel suo libro come viene affrontata questa questione?

Il Concilio è spesso diventato un superdogma. Altro paradosso: un Concilio pastorale che diviene superdogmatico. Sembra che quanto la Chiesa aveva fatto prima fosse tutto sbagliato. La celebrazione della messa con rito antico fu considerata la principale eresia, ed era quanto la Chiesa aveva sempre celebrato.
Il catechismo di Pio X fu di fatto considerato eretico. Qualsiasi contestatore del magistero fu canonizzato come “anticipatore” del Concilio. Come si fa ad evitare queste interpretazioni fazione e forzose? Realizzando il Concilio, come disse Benedetto XVI. Ma per realizzarlo bisogna comprenderlo nella sua vera realtà. Non vedo quindi nessuna contraddizione tra le due frasi di Benedetto XVI.

Lei dice “comprenderlo nella sua vera realtà”. Il suo libro si intitola “Il Concilio restituito alla Chiesa”: è questo il significato?

Sì, è questo. Del Concilio si è spesso impadronito il mondo. La Chiesa lo deve recuperare a se stessa, ricollocarlo nella propria tradizione. Superando però i nominalismi. Tutti si dicono d’accordo con questa affermazione, ma poi hanno della tradizione concezioni diverse e allora l’equivoco torna da capo.

Quali sono le principali concezioni della tradizione in campo?

Direi quella di Ratzinger e quella di Rahner. Secondo la prima c’è un nucleo di verità immutabili che vengono trasmesse pur nella storicità della tradizione. Nel secondo caso l’interpretazione e la ricezione della tradizione fanno parte integrante del messaggio stesso. Nel primo caso assume il primato la dottrina, nel secondo la pastorale.

Questo significa che il Vaticano II ha proclamato il primato della pastorale sulla dottrina?

Di fatto oggi la pastorale ha preso il sopravvento sulla dottrina fino a farla sparire in molti casi. In alcuni capitoli del mio libro descrivo molti comportamenti ecclesiali che lo testimoniano ampiamente. Il problema è stabilire se questo primato della pastorale fosse presente nel Vaticano II stesso o se sia dovuto a difetti di applicazione.
La tesi che espongo nel libro è che nel Vaticano II ci furono delle “fessure” attraverso le quali la tesi del primato della pastorale in seguito penetrò nella Chiesa. Fessure non volute, ma fessure. Non era intenzione dei Papi né dei Padri conciliari anche se, storicamente, si può provare che alcuni Padri conciliari avrebbero voluto introdurre forme di modernismo nella dottrina della Chiesa cattolica. Ma ciò non avvenne, per la sorveglianza dottrinale e pastorale dei Pontefici e l’assistenza dello Spirito Santo.

Negli anni Sessanta tutte le teologie di moda proclamavano il primato della prassi sulla teoria…

In effetti è così. Né Giovanni XXIII né Paolo VI volevano questo. Però l’insistenza sull’indole pastorale poteva prestarsi anche a queste interpretazioni.
Faccio un esempio. Nei confronti del mondo, il Concilio espresse più apprezzamento che condanna, per esplicita indicazione di Giovanni XXIII. Le teologie del tempo dicevano che Cristo ama il mondo e non la Chiesa, annullando con ciò la missione salvifica della Chiesa rispetto al mondo. Le due cose sono incompatibili, ma nel clima degli anni Sessanta la cosiddetta “apertura al mondo” fornì delle fessure anche a queste interpretazioni distorte, che hanno dato frutti amari fino ai nostri giorni.

Secondo lei, il Concilio volle esprimere una completa dottrina sul rapporto con il mondo?

Ecco un altro problema che va messo al suo posto e restituito alla Chiesa. Il Concilio non volle esporre tutta la dottrina cattolica. Per questo bisogna ricorre al Catechismo. Ciò significa che, per esempio, la Gaudium et spes non pretese di esporre tutta la dottrina circa il rapporto Chiesa-mondo.
Nella Costituzione pastorale non si parla del comunismo. È possibile impostare dottrinalmente in modo completo il rapporto con il mondo moderno senza parlare del comunismo? La scelta aveva scopi pastorali. Però comportò anche conseguenze dottrinali. Ma chi concludesse, su queste basi, che il comunismo non era più un problema della Chiesa solo perché la Chiesa non ne parlava, fraintenderebbe le cose. Sarebbe come dire che il diavolo non è un problema della Chiesa perché nel Vaticano II non se ne parla. Ma se ne parla nel Catechismo.
È molto dannoso attribuire al Vaticano II la volontà di esprimere in toto la fede della Chiesa, ciò lo costituirebbe come superdogma superiore anche al catechismo e alla tradizione apostolica. Inutile negare, però, che questo è stato fatto e si continua a fare.

Nel suo libro, lei tratta a fondo il problema del linguaggio dei documenti del Vaticano II. Può dirci qualcosa?

Il Vaticano II non fu un Concilio dogmatico, quindi non adoperò il linguaggio definitorio, ma un linguaggio che qualcuno definisce narrativo. È quindi spesso difficile capire con precisione i suoi insegnamenti. Una frase di un documento bisogna per forza collegarla con altre frasi dello stesso e spesso bisogna completare il quadro con riferimento ad altri documenti del Concilio.
Spesso nemmeno in questo caso si ha una completa panoramica dell’argomento. Tanto è vero che il magistero ha in seguito precisato mote cose. Se tutto fosse stato chiaro non ce ne sarebbe stato bisogno.
La famosa prima frase della Gaudium et spes, sempre citata da tutti, anche da coloro che del Concilio non hanno letto altro, non trasmette nessun preciso significato teologico, ha bisogno di essere completata da altre frasi del documento e di altri documenti. Spesso, invece, il Concilio si cita per frasi ad effetto, fermandosi ad esse e facendone una definizione di fede.

Benedetto XVI è stato definito anticonciliarista. Cosa ne pensa?

I Papi non sono né conciliaristi né anticonciliaristi, ossia né dogmatizzano il Vaticano II ponendolo al di sopra della fede insegnata dagli Apostoli, né lo liquidano come un incidente di percorso. Il Concilio si inserisce nella tradizione della Chiesa da cui trae luce.

Cosa fare, allora?

Il lavoro da fare è lungo. Passerà molto tempo. Benedetto XVI ha tracciato la linea. Del Concilio bisogna parlare, ma non a partire dalle proprie posizioni ideologiche incancrenite o dalle frasi fatte di cui ci si riempie la bocca.
Benedetto XVI ha indicato una strada: un movimento che dal basso, e con la guida del Papa, riscopra il Concilio vedendolo dentro la tradizione della Chiesa e non in contrasto con essa. Una riscoperta non nel segno della rottura, ma della riforma nella continuità, lenta e progressiva, sempre più consapevole e diffusa. A questo mi auguro possa servire anche il mio libro.

giovedì 25 aprile 2013

La disputa su monsignor Tonino Bello


di Giuseppe Brienza

Venerdì prossimo, 26 aprile, Congresso nazionale di “Pax Christi” sul controverso vescovo

Il 20 aprile 1993 si spegneva a Molfetta monsignor Antonio Bello, conosciuto come “don Tonino”, vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi, presidente di Pax Christi Italia dal 1985 al 1993.
Mons. Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea conosciuto per le sue posizioni progressiste e amate dalle sinistre, ne rievocherà la figura venerdì prossimo, 26 aprile, presso l’Istituto Seraphicum di Roma, in occasione del prossimo Congresso nazionale di “Pax Christi”- Italia.

La figura del vescovo pugliese sarà al centro di una tavola rotonda enfaticamente intitolata: “E’ l’ora della nonviolenza. Per una chiesa del grembiule in un Paese casa di tutti”. Mons. Bettazzi ha dedicato a mons. Bello anche una biografia, intitolata semplicemente Don Tonino Bello [San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2001], e avrà la pars maior nel prossimo congresso nazionale di “Pax Christi”, almeno per le iniziative pensate per commemorarlo nel ventesimo anniversario della sua scomparsa, che comprenderanno anche la proiezione, nella giornata di sabato 27 (a partire dalle 19) del film biografico “Don Tonino Bello. L’anima attesa” (cfr. “E’ l’ora della nonviolenza”. Congresso nazionale di Pax Christi Italia, in “Zenit”, 16 Aprile 2013).

Per riprendere provocatoriamente il titolo della tavola rotonda di “Pax Christi”, ci si può chiedere: ma di quale “grembiule” stiamo parlando trattando di mons. Bello? Del grembiule del “servizio”, che Gesù indossò al momento della lavanda dei piedi di cui parla a suo riguardo Bettazzi, o di quello massonico che, ad avviso di alcuni osservatori, pare abbia caratterizzato la mentalità e gli scritti del vescovo pugliese?

Un acuto studioso ed esperto di pensiero e di storia massonica come padre Paolo M. Siano FI, ha infatti recentemente espresso in un corposo e documentato saggio pubblicato sulla rivista della congregazione religiosa alla quale appartiene, i Francescani dell’Immacolata, una profonda perplessità per la causa di beatificazione avviata alcuni anni orsono in favore di mons. Bello, intrapresa a suo avviso con imprudenza e superficialità. Dopo aver letto il suo studio intitolato Alcune note sul “magistero” episcopale del Servo di Dio Mons. Antonio (“Don Tonino”) Bello (1935-1993). Un contributo critico [cfr. Fides Catholica. Rivista di apologetica teologica, anno VII, n. 2, Frigento (AV) luglio-dicembre 2012, pp. 27-94], devo dire di poter condividere sostanzialmente il suo giudizio.

Fino all’ultima conferenza tenuta ad Assisi nell’agosto 1992, infatti, mons. Bello ha manifestato idee e pensieri che mi paiono davvero poco in linea con il Magistero perenne della Chiesa. Posso citare l’iper-conciliarismo conseguente ad una sua visione distorta del Concilio Vaticano II, l’antropologismo teologico di tipo esistenzialistico, il linguaggio omiletico di tipo “secolarista”, per non parlare del “filo-socialismo” che emerge da alcuni dei suoi proclami sociali. Inoltre, c’è anche quel “pacifismo assoluto” che sembra connotare un “magistero” episcopale “dontoninobellista”, come lo chiama p. Siano, eccentrico e caratterizzato da una mal dissimulata disistima verso il Sacro e verso i Dogmi, per non parlare della sensualità e del femminismo del suo “discorso sulla donna”.

A conclusione del suo studio il padre Francescano dell’Immacolata auspica quindi che un Pastore di tal fatta non sia presentato come modello per coloro che devono essere maestri e custodi della Fede Cattolica di sempre. Mentre mons. Bettazzi vede il “magistero per i poveri” del vescovo pugliese in parallelo con quello di Papa Bergoglio, con dichiarazioni tipo: «Sento vicini don Tonino Bello, che fu criticato per questi atteggiamenti, e Francesco. Il Papa sta rivalutando questo atteggiamento di servizio e solidarietà» (cit. in Don Tonino Bello nel ricordo di monsignor Luigi Bettazzi, in “Zenit”, 18 Aprile 2013). E la Caritas Italiana gli viene dietro considerando “Don Tonino” uno dei maggiori Personaggi del XX secolo, perché una sua biografia è stata inserita nella collana omonima realizzata dalla stessa Caritas per la San Paolo (il profilo è uscito per i tipi dell’editrice dei paolini giusto l’anno scorso).

© Formiche

mercoledì 24 aprile 2013

Hadjadj: Non chiamateci fascisti, integralisti, omofobi. Noi siamo, semplicemente, dei “meravigliati”


di Fabrice Hadjadj

Per gentile concessione dell’autore traduciamo un inedito del filosofo Fabrice Hadjadj, apparso sul sito printempsfrancais.fr e intitolato ”Meravigliatevi! Per un manifesto dei meravigliati”.

Non siamo degli indignati. Ciò che ci anima è un sentimento più primitivo, più positivo, più accogliente: si tratta di quella passione che Cartesio considera la prima e la più fondamentale di tutte: l’ammirazione. Essa è prima perché la si sperimenta di fronte alle cose che ci precedono, che ci sorprendono, che non abbiamo pianificato noi: i gigli dei campi, gli uccelli del cielo, i volti, tutte le primavere… Prima di soddisfarci dell’opera delle nostre mani e della vittoria dei nostri princìpi, ammiriamo questo dato naturale.
Questa è la colorazione affettiva che tentiamo di fare entrare nelle nostre azioni. Esse non sono motivate da uno stato d’animo triste o di rivendicazione. Non sono imbevute di amarezza. Non vorrebbero essere altro che rendimenti di grazie. Perché, a partire da questa ammirazione primigenia, esse devono fiorire in gratitudine verso la vita ricevuta, verso la nostra origine terrestre e carnale: il fatto che non ci siamo fatti da soli, ma che siamo nati, da un uomo e da una donna, secondo un ordine che sfuggiva a essi stessi.

Lungi dall’essere degli spiritualisti o dei moralizzatori, riconosciamo quella che Nietzsche chiamava «la grande ragione del corpo» e anche «lo spirito che opera dalla vita in giù». Sì, noi siamo meravigliati dall’ordinazione reciproca dei sessi, dal genio della genitalità. Certo, questa organizzazione stupefacente è come il naso in mezzo al nostro volto: tendiamo a non vederlo. Ci inorgogliamo di avere costruito una torcia, e dimentichiamo lo splendore del sole; idolatriamo la magia delle nostre macchine, e disprezziamo la meraviglia della nostra carne. Questa meraviglia la nascondiamo sotto le parole «biologico», «determinismo», «animalità», e assumiamo un’aria di superiorità, vantando le libere prodezze della nostra fabbrica. E tuttavia, che cosa c’è di più stupefacente di questa unione degli esseri più differenti, l’uomo e la donna? E cosa c’è di più sorprendente del loro abbraccio, chiuso sul suo proprio godimento, e che tuttavia si strappa, secondo natura, per permettere l’avvento di un altro, di un’altra differenza ancora: la futura piccola peste, il già disturbante, colui che chiamiamo «il bambino»? Jules Supervielle esprime con una precisione più che scientifica che la riduzione biologistica ci nasconde: «Ed era necessario che un lusso d’innocenza/ concludesse il furore dei nostri sensi?».

Perciò le nostre manifestazioni non sono quelle di una corporazione, ma quelle dei nostri corpi. Non partono da uno scopo politico o partitico, ma da un riconoscimento antropologico. Non cercano di prendere il potere, ma di rendere una testimonianza culturale a un dato di natura, in uno slancio di gratitudine. In greco «natura» si dice «fisis», parola che viene dal verbo «fuein», che significa «apparire» o. più precisamente, «manifestarsi». La natura non è anzitutto una riserva di energie, né una miniera di materiali manipolabili secondo la nostra volontà, ma una manifestazione di forme organizzate, spesso splendide al nostro sguardo.
Certo, la natura è anche ferita, disordinata: c’è la sofferenza, c’è la morte, c’è l’ingiustizia. Ma queste rovine ci fanno orrore proprio perché abbiamo anzitutto intravisto la sua generosità zampillante: se non avessimo percepito la bontà delle sue forme, non saremmo scandalizzati da ciò che la sfigura… Le nostre manifestazioni non hanno dunque altro motivo che di attestare lo splendore di questa manifestazione primigenia. Non riguardano il rapporto di forze. Si fondano su un’esigenza di ospitalità verso questa presenza reale, fisica, iniziale (non segare il ramo su cui siamo seduti, non pretendere di far sbocciare il fiore forzando il bocciolo). Ed è a causa di questo che le nostre manifestazioni dureranno fintanto che ci saranno peni e vulve, e la loro ordinazione reciproca anzitutto involontaria, e la loro fecondità che mette in discussione la nostra avarizia.

Ma è esattamente questa esigenza di ospitalità, questa relazione di meraviglia e di gratitudine verso la nostra origine, diciamo pure questo rapporto di debolezza, che risultano insopportabili a coloro che concepiscono tutto in termini di rapporti di forza. Vorrebbero che noi non fossimo altro che una fazione. Preferirebbero che mettessimo le bombe. Questa violenza gli risulterebbe meno violenta della nostra manifestazione elementare, quella della semplice presenza fisica di un uomo e di una donna, e di un bambino di cui essi sono anche il padre e la madre… Se non si trattasse che della nostra opinione, se non fosse altro che la nostra arroganza, potrebbero farci tacere. Ma come far tacere la presenza silenziosa del corpo sessuato?

Che ci sia permesso – dopo il richiamo di ciò che siamo per essenza: dei meravigliati – di insistere su cinque conseguenze importanti per noi come per gli altri. Perché non siamo al riparo dall’ingratitudine, e a forza di non essere riconosciuti nel nostro meravigliarci, l’indignazione può finire per offuscare questo fondamentale meravigliarsi, e rischiamo di cadere sia nello scoraggiamento, sia in una violenza illegittima.

1. Alcuni ci accusano di essere dei «fascisti», procedimento linguistico molto riduttivo, che permette di designare un nemico senza ascoltarlo, e che si richiama precisamente ai procedimenti del fascismo storico. Altri ci tacciano semplicemente di essere dei «reazionari», come se il fatto di reagire fosse in sé un male, e non un segno di vitalità, e come se la retorica del «progresso», che è stata tanto utile al Terrore e al totalitarismo, non fosse ormai esaurita. Altri diranno che facciamo quello che facciamo perché siamo dei «cattolici», o degli «ebrei integralisti», o dei «fondamentalisti musulmani»…

Ma no, siamo soltanto dei francesi, e più semplicemente ncora sia degli uomini e delle donne, molto lontani da qualsiasi puritanesimo e da qualsiasi fondamentalismo, ci incantano le natiche e non ci repelle l’ammirazione della congiunzione improbabile del «pisello» e della «passerina» e del pancione che ne deriva. Con maggiore precisione ci si potrebbe collocare fra i fautori di un’ecologia integrale. Ma questo genere di classificazione viene rifuggita per timore di dover riconoscere le contraddizioni dei numerosi movimenti ecologisti odierni, ma anche perché non c’è niente, in fondo, che ci si può rimproverare, ovvero il rimprovero può colpirci soltanto colpendo anche il dato rappresentato dalla carne. Se siamo fascisti, bisognerebbe concludere che la natura stessa è fascista, e che è necessario eliminarla, cosa che presenta un certo numero di inconvenienti.

2. Molti non comprendono perché manifestiamo contro una riforma del codice civile che soddisfa gli interessi di qualcuno mentre non lede i nostri (non si parla, comunque, degli interessi del bambino). Effettivamente, ecco qualcosa che lascia senza parola gli utilitaristi di ogni sponda: non manifestiamo per il trionfo dei nostri interessi particolari. Cerchiamo soltanto di testimoniare ciò che è anteriore a ogni interesse, cioè il dono della nascita.

3. È esattamente ciò che arriva a nascondere lo slogan dell’«uguaglianza» che ci viene servito in tutte le salse, senza riflettere su ciò che questo termine significa, sulle minacce di livellamento che comporta, ovvero su quelle di «riduzione» che ha sempre contenuto. C’è un’evidente e naturale diseguaglianza fra la coppia formata da un uomo e una donna e quella di due uomini o di due donne.

Per rendere uguali le condizioni, è necessario ricorrere all’artificio, e passare dalla nascita alla fabbricazione, dal “born” al “made”… Dietro la pretesa legalizzazione giuridica, c’è dunque un assoggettamento tecnocratico, e il progetto di produrre persone non come persone, dunque, ma come prodotti, in base ai nostri capricci, secondo la legge della domanda e dell’offerta, in conformità ai desideri fomentati dalla pubblicità: «Un bambino à la carte, la vostra piccola cosa, l’accessorio della vostra autorealizzazione, il terzo compensatorio delle vostre frustrazioni; infine, per una modica somma, il barboncino umano!».

4. Ecco perché non siamo «omofobi». Siamo meravigliati dai gays veramente gai, dai «folli» senza gabbia, dai saggi dell’inversione. L’amore della differenza sessuale, così fondamentale, con quello della differenza generazionale (genitori/figli), ci insegna ad accogliere tutte le differenze secondarie. Se io, uomo, amo le donne, così estranee al mio sesso, come potrei non avere simpatia, se non amicizia, per gli omosessuali, che mi sono, in definitiva, molto meno estranei?

D’altra parte ce ne sono sempre stati, che non avevano paura di affermare la loro differenza, di assumere una certa eccentricità, un lavoro ai margini. Allo stesso modo, noi crediamo che ciò che è veramente «omofobo» è lo pseudo-«matrimonio gay». Siamo di fronte a un tentativo di imborghesimento, di normalizzazione dell’omofilia, di annientamento della sua scortesia sotto il codice civile. Che bel dono questo «matrimonio» che non è altro che un arrangiamento patrimoniale o un divorzio rinviato! Purché gli omosessuali rientrino nei ranghi, e che siano sterilizzati soprattutto nella fecondità che è loro propria.

Perché, chi ignora la loro fecondità artistica, politica e, letteraria, nella compassione? Gli antichi Greci la intendevano così: liberi dai doveri familiari, potevano consacrarsi maggiormente al servizio della Polis. Sapevano che i loro amori avevano qualcosa di contro-natura, ma non per questo disprezzavano la natura (di là, molto spesso, l’amore per la loro madre – vedi Proust o Barthes), e vi trovavano risorse per l’arte.

5. Come potremmo, meravigliati come siamo, lanciarci in azioni violente, denigratorie, esclusive? Una volta di più: non cerchiamo una vittoria politica. Non siamo nemmeno sicuri che ci sia veramente qualcosa da salvare in questo matrimonio privatizzato, che non ha più nulla di repubblicano da parecchio tempo. Ed è per questo che, malgrado la sconfitta legislativa (ma quando vediamo la trappola mediatica e partitica nella quale si trovano i nostri legislatori, ci domandiamo se davvero dobbiamo occuparci di questo), noi continueremo a manifestare: senza armi, senza odio, persino senza slogan, ma con la nostra piccola epifania di creature di carne, ossa e spirito.

(traduzione di Rodolfo Casadei)

© Tempi

martedì 23 aprile 2013

Partito Omosessualista Clericale


di Riccardo Cascioli

Riconosciamo le unioni delle persone dello stesso sesso, ma non chiamiamole matrimonio. L’ultimo a sostenere questa bizzarra posizione è stato l’arcivescovo Piero Marini, delegato pontificio per i Congressi Eucaristici, in una intervista rilasciata al quotidiano La Naciòn il 20 aprile a margine del Congresso Eucaristico in Costa Rica.
Rispondendo a una domanda sulla laicità dello Stato, monsignor Marini - che è stato per molti anni cerimoniere di papa Giovanni Paolo II - ha detto testualmente: «E’ necessario riconoscere le unioni delle persone dello stesso sesso, perché ci sono molte coppie che soffrono perché non vedono riconosciuti i loro diritti civili; quello che non si può riconoscere è che questa coppia sia un matrimonio».

L’uscita di monsignor Marini è sconcertante, ma non è affatto sorprendente. Perché prima di Marini altri eminenti ecclesiastici si sono fatti portavoce di questa posizione, a dimostrazione che nella Chiesa sta prendendo piede una preoccupante cultura omosessualista. Il che non significa che chi sposa queste posizioni abbia necessariamente tendenze omosessuali, semplicemente manifesta una sudditanza al pensiero oggi dominante e cerca di trovare un compromesso tra questo e la dottrina della Chiesa.

Del resto si ricorderà che all’inizio di febbraio era stato monsignor Vincenzo Paglia a esporre la stessa teoria nella sua prima, infelice, uscita da presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia. E’ davvero curioso - per non dire altro - che di fronte all’attacco globale contro la famiglia cui stiamo assistendo, che arriva da potentissime lobby internazionali, il presidente del Pontificio Consiglio si senta in dovere di esordire spezzando una lancia per il riconoscimento delle unioni gay. Unioni che notoriamente sono il cavallo di Troia per distruggere la famiglia fondata sul matrimonio.
Pensare che quel Pontificio Consiglio per la Famiglia era stato voluto da Giovanni Paolo II proprio per fare fronte in quella che lui stesso aveva definito la battaglia decisiva del Terzo millennio; e aveva messo a dirigerlo il cardinale colombiano Alfonso Lopez Trujillo, sulla cui dedizione alla causa non ci potevano essere dubbi.

Ma né l’uscita di monsignor Marini né tantomeno quella di monsignor Paglia sono casuali o estemporanee. Questa infatti è ormai diventata la posizione ufficiale della Chiesa italiana, e lo dimostra l’editoriale pubblicato da Avvenire lo scorso 13 aprile a commento delle inaudite parole del presidente della Corte Costituzionale Franco Gallo, che invitava il Parlamento al riconoscimento delle unioni gay.
Nell’occasione il professor Francesco D’Agostino, presidente dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani ed editorialista di punta del quotidiano della Conferenza Episcopale, cercava di minimizzare le parole di Gallo affermando che in effetti non aveva richiesto la parificazione delle unioni gay al matrimonio, ma semplicemente di garantire i diritti civili delle stesse.

E D’Agostino aggiungeva che la cosa andava sicuramente bene a patto di riconoscere tutte le convivenze: «Esistono infatti molteplici forme di convivenza espressive di bisogni umani autentici, - affermava D’Agostino - a volte accompagnate anche da rilevanti interessi economici: in questo novero possono farsi rientrare le convivenze tra fratelli, tra genitori e figli, quelle comunitarie (ad esempio a ispirazione religiosa), quelle attivate da e tra studenti universitari negli anni (non brevi) necessari a conseguire una laurea, quelle tra lavoratori immigrati, eventualmente in attesa di un ricongiungimento familiare... tutte queste forme di convivenza hanno una loro legittimità proprio perché si basano su istanze sociali e non sulla pretesa di possedere una valenza para-coniugale».
E poi concludeva: «Se il legislatore ritiene che alcune convivenze siano socialmente meritevoli di tutela patrimoniale (in specie per la possibilità che un convivente possa trovarsi senza sua colpa in una situazione di difficoltà economica) intervenga pure, anche con urgenza, ma lo faccia per tutti i conviventi e non solo per quei conviventi che danno rilievo sessuale alla loro unione».

E’ lo stesso concetto che sta dietro al disegno di legge sui “contratti di solidarietà” proposto da alcuni parlamentari cattolici, evidentemente fuorviati da qualche monsignore. Questo approccio, in realtà, fa acqua da tutte le parti.

Anzitutto, hanno mai visto D’Agostino e Paglia manifestazioni o petizioni di studenti, fratelli, lavoratori immigrati per vedersi riconosciuto il diritto non si sa bene a quale scambio patrimoniale? No, semplicemente perché per situazioni di questo genere ci sono già abbondanti strumenti di diritto privato, come del resto La Nuova BQ aveva già dettagliato a suo tempo. Casomai sono le famiglie, soprattutto quelle con figli, ad avere bisogno dell’intervento del legislatore.
Curiosamente anche il professor D’Agostino ne era consapevole almeno fino al 13 marzo scorso. In quella data, infatti, intervistato dal sito Aleteia, a una domanda sulle tutele patrimoniali per le coppie gay rispondeva: «I membri di una coppia gay hanno già a disposizione diversi strumenti di tutela: possono nominarsi reciprocamente eredi testamentari, istituire polizze sulla vita a favore del partner, intestare contratti di affitto ad entrambi. Molte situazioni della vita quotidiana sono risolte dal diritto comune». Chissà perché nel giro di qualche settimana dice qualcosa di diverso. Comunque quello che vale per i gay vale per chiunque altro.

Però ve li vedete due o tre studenti universitari intestarsi reciprocamente le polizze sulla vita o due immigrati in attesa di ricongiungimento familiare nominarsi eredi testamentari, cosa che peraltro potrebbero già fare adesso senza bisogno di una legge ad hoc?
Allora a cosa dovrebbero servire i “contratti di solidarietà” o come altro li vogliamo chiamare? Cerchiamo di non essere ipocriti, i “contratti di solidarietà” servono semplicemente a mascherare il primo passo verso il pieno riconoscimento delle unioni gay.

C’è poi un secondo punto su cui D’Agostino equivoca. Commentando le parole del presidente della Corte Costituzionale, egli infatti si appoggia all’articolo 2 della Costituzione che «parla genericamente di tutela di formazioni sociali nelle quali si svolga la personalità dell’uomo» per affermare che «tra queste è ben possibile far rientrare le convivenze».
Spiacente, ma non era questa l’intenzione di chi ha scritto e discusso quell’articolo, e non soltanto perché allora le convivenze non andassero di moda. Il professor D’Agostino, ma anche monsignor Paglia e monsignor Marini farebbero bene ad andarsi a rileggere la relazione di Giorgio La Pira della I Sottocommissione della Costituente in cui spiega i “principii relativi ai rapporti civili”, tenendo presente che la formulazione dell’articolo 2 si deve proprio a La Pira.

Ebbene, per chi ha scritto la Costituzione le “formazioni sociali” hanno anzitutto il loro fondamento nei diritti naturali della persona e sono tutti quei corpi intermedi che tutelano la persona dall’invadenza dello Stato: comunità familiare, di lavoro, religiosa, e così via.
La preoccupazione evidente era allora quella di evitare un nuovo totalitarismo, per questo si blindavano le formazioni sociali a tutela della persona. Tutto il contrario di quello che si vuole fare oggi riconoscendo le unioni gay: distruggere la famiglia per costruire un rapporto individuo-Stato. Ed avviarsi così a una nuova forma di totalitarismo.

E’ la famiglia la prima formazione sociale che intende l’articolo 2 della Costituzione, e non si può riconoscere giuridicamente una qualsiasi convivenza senza elevarla - esplicitamente o implicitamente - al rango di comunità familiare. Smentendo così clamorosamente il punto di partenza da cui partono D’Agostino e co., ovvero che sia possibile riconoscere le convivenze senza intaccare il valore della famiglia fondata sul matrimonio.
Vale a dire: chi sta portando i cattolici su questa strada si sta assumendo una responsabilità gravissima.

lunedì 22 aprile 2013

Vuoi leggere un solo autore? Che sia l'universale Plotino


Il filosofo ha conciliato la fine del pensiero antico e l'inizio di quello cristiano. Ecco perché nel gioco di chi salvare dall'oblio potrebbe vincere proprio lui...

di Marcello Veneziani

Questo articolo non commenta alcuna novità editoriale, anniversario o tema e autore di cui si discute, ma risponde alla secca domanda di una ragazza che mi chiede in una mail: se dovesse indicare un solo autore, quale filosofo consiglierebbe di leggere? Le rispondo da queste colonne, prima irritato dall'insopportabile domanda troppo semplificatrice, poi disorientato fra troppi nomi che si affollano, infine deciso come se dovessi eleggere un Presidente della repubblica platonica: Plotino.

E dico perché. La civiltà egizia, la civiltà greca, la civiltà romana. La fine del pensiero antico e l'inizio del pensiero cristiano. Quel crocevia si concentra in un punto, in un pensiero, in una biografia. Plotino, appunto.
Nato in Egitto, a Lycopolis Magna, sulle sponde del Nilo, vissuto ad Alessandria dove vide gli ultimi bagliori della civiltà egizia e della cultura alessandrina, cercatore di tracce della sapienza d'Oriente, formatosi idealmente alla Scuola d'Atene di Platone e di Aristotele, venuto a Roma a mille anni dalla sua fondazione, nei giorni in cui i Goti distruggevano la scuola platonica ateniese e in cui l'impero cominciava la parabola del suo tramonto, Plotino è l'erede di quei tre mondi e il crocevia del pensiero mediterraneo. Dopo di lui verrà Sant'Agostino, e la Patristica.

Nel suo tempo cresce la Gnosi e si diffonde il Manicheismo. A lui si deve il platonismo a Roma, con una scuola aperta anche ai politici e alle donne. A lui si deve il grande sogno della città governata dai filosofi, Platonopoli, che sarebbe sorta a due passi da Napoli. A lui si deve il primo, grande pensiero che supera il dualismo con la teoria dell'emanazione e la nostalgia del Ritorno: l'Uno emana il mondo, come i raggi del sole, e le anime avvertono il conato di tornare alle origini. Emanazione e Ritorno sono il respiro del mondo, l'Uno espira e dà fiato al mondo, il mondo inspira e torna all'Uno. A lui si deve la prima grande filosofia della bellezza che dal corpo scorre verso l'anima e dall'anima risale a Dio. La bellezza come gloria del mondo cantata dalla Luce, prefigurazione del Bello in sé.

Il pensiero di Plotino è un viaggio dalle bellezze al Bello, dagli amori all'Amore, dall'uno all'Uno. La vicenda del singolo si compie e si risolve nell'Uno. In Plotino si riconcilia il conflitto doloroso tra Omero e Platone, ossia tra Poesia e Filosofia. Sorge il Pensiero poetante, dove il rigore della teoria si sposa alla bellezza delle immagini. Logos e Mistica. Il Sole è nel suo pensiero la metafora della Luce, rivelazione dell'Essere. Il sole degli Egizi, Ra; il sole dei Greci, Apollo; il sole di Roma, Sol invictus. Come il sole, la vita di Plotino sorse a Oriente e tramontò a Occidente. Il pensiero mediterraneo si riconosce in colui che ricucì le sue sponde. Ma si avverte nel suo pensiero mistico anche traccia dei sacri testi d'Oriente, Upanishad e Vedanta.

Eppure Plotino è considerato un epigono, un tramite, un minore. Anche se il suo pensiero fecondò la dottrina cristiana e il pensiero arabo, soffiò nel platonismo medioevale e nell'alchimia, poi nell'Umanesimo e nel Rinascimento, l'idealismo e il romanticismo, da Marsilio Ficino a Schelling, fino a raggiungere nel '900 personalità differenti di ambiti differenti come Jung e Florenskij, Hillmann e Hadot, Eliade. Pure Leopardi s'innamorò di lui e a lui dedicò un dialogo, uno dei suoi pochi scritti in difesa della vita, quando Plotino riesce a dissuadere il suo allievo Porfirio, che sarà poi il suo biografo, dal desiderio di suicidarsi.

Per tutte queste ragioni, nel duemila, che consideravo anno decisivo, escatologico, dedicai un libro a Plotino. M'innamorai del suo pensiero già al liceo, lo coltivai poi dagli anni dell'università, studiando filosofia e infine pensai di salutare il passaggio di millennio con lui, il pensatore del Passaggio d'Epoca, testimone della fine del mondo antico e dei primi bagliori del cristianesimo. Ricordo quel libro come un rapimento, un'ebbrezza lucida, forse un'insolazione. Fu scritto nel mese che Plotino dedicava a Platone, in occasione del suo Natalizio, tra maggio e giugno. Benché pensato per anni e maturato attraverso vari appunti e letture, fu scritto di getto, in ventotto giorni, da una luna piena a una luna piena, con una gioia di scrivere e una facilità di scrittura, quasi che fosse già tutto dentro di me, solo da trascrivere, o se preferite un'accezione meno oracolare, da sbobinare.

Nella follia di quei giorni di beata solitudine, mi attenni a un ritmo, a un numero di pagine e a un ordito di parole che evocavano le Enneadi, i suoi 54 trattati divisi in nove opere. Quando lo terminai ero solo in casa al mare e la porta si aprì, da sola. E lo aggiunsi in appendice al libro: «Mentre scrivo queste terminali parole la porta di casa si spalanca da sola. Sarà il vento». Sarà stato il frutto di una distrazione e di un maestrale, o di un solipsista invasato. Ma in quel momento non lo pensavo, e sarei bugiardo se dicessi che ora invece lo penso (lasciateci le piccole follie).

Lo scrissi in forma di autobiografia, in prima persona, riferendomi agli ultimi anni vissuti da Plotino nella campagna di Minturno, dove morì. Era un bilancio della sua vita e del suo pensiero, attraverso i luoghi e i temi che li avevano scanditi. Gli impliciti modelli di scrittura erano Zarathustra di Nietzsche e Adriano della Yourcenar. Ma uno Zarathustra che non scende nel mondo ma risale alla sua solitudine e un Adriano che non si cura della grandezza storica ma della luce del pensiero. Dietro l'apparenza di una fictio, tutti i dettagli storici e teorici combaciavano con la realtà e così i nomi e i luoghi citati. Alcuni episodi, come l'amore per Gemina, erano invece amorose illazioni. Plotino aveva ritrosia a parlare e a scrivere di sé. Plotino si vergognava di avere un corpo, fermò il suo allievo Amerio che voleva farlo ritrarre dal pittore Carterio, aveva perfino pudore di mangiare in presenza d'altri.

Perciò immaginai di aver scritto un'autobiografia, Vita natural durante, che Plotino aveva poi annegato nel fiume del tempo, inabissandolo nelle acque del fiume Lyris. Quel fiume Liri, oggi noto come Garigliano, si ricongiungeva in una geografia poetica al fiume Nilo delle sue origini, ai fiumi Illisso e Celari di Socrate e dei suoi allievi e dei suoi dialoghi platonici, ai fiumi della sua maturità, il Tigri e l'Eufrate, crinali d'Oriente e Occidente, e infine al Tevere alle cui sponde rimase per oltre un ventennio. Il libro finisce nei fondali del fiume e si perde ogni sua traccia; e dunque quel che i lettori avevano letto in realtà non esisteva.

E così accadde davvero, perché quel libro uscì nelle librerie in un giorno assai speciale, l'11 settembre del 2001, e scomparve schiacciato da un Evento senza precedenti. I libri passano, naturalmente, ma Plotino resta. Il suo pensiero al tramonto delle civiltà è il Canto del Cigno del pensiero antico ed esprime la Nostalgia dell'Essere. Perciò se mi si chiede di indicare con uno sforzo estremo un solo Autore che racconti l'avventura del pensiero e l'eredità dei classici, benché di ardua lettura, io indico ancora oggi, come facevo da ragazzo, quel Plotino d'Egitto che seppe raccogliere l'anima del platonismo, ripensarla, rianimarla e trasmetterla viva a noi posteri. Plotino o la bellezza divina del Ritorno.