martedì 14 maggio 2013

La dura scuola del comunismo


Inedito di Aleksandr Isaevič Solženicyn

Era uscito allora un romanzo intitolato Avanti, tempo!, e perfino il Piano Quinquennale si dispiegava, tra rulli di tamburo, in Quattro Anni. E all’Istituto pedagogico inculcavano ai futuri insegnanti che la letteratura sovietica – e quindi anche loro – non dovevano rimanere indietro rispetto alle esigenze del Periodo della Ricostruzione.

Neanche a farlo apposta, nel mese in cui Nastja stava per dare le sue prime lezioni in classe, l’Associazione russa degli Scrittori proletari aveva adottato e resa pubblica una risoluzione: riguardava il modo di rappresentare i personaggi in letteratura e lanciava un appello ai «lavoratori d’assalto» dei cantieri a farsi essi stessi scrittori, affinché l’arte riflettesse in tempo reale le esigenze della classe operaia. E prese corpo anche una nuova concezione: la letteratura veramente rappresentativa dei tempi nuovi è quella che passa per il giornale murale o il manifesto di propaganda e assolutamente non quella dei romanzi.
Beh, un po’ troppo precipitoso, no?, c’era da restare senza fiato; come sarebbe «non quella dei romanzi»? e i romanzi che fine facevano? [...]
Ad Anastasija Dmitrievna vennero assegnati cinque gruppi di quinta, di dodicenni, con l’incarico di insegnante principale nella quinta A.
La sua prima lezione! Ma era la prima anche per gli scolari, che si erano appena lasciati alle spalle le classi iniziali per entrare al secondo livello: erano ormai «grandi» e ne potevano andar fieri! Quel primo settembre fu una radiosa giornata di sole.

Uno dei genitori aveva portato in classe dei fiori. Anche Anastasija Dmitrievna si era messa un vestito chiaro di seta grezza, le ragazze avevano degli abitini bianchi e anche molti dei ragazzi la camicia bianca delle feste. E questi musetti, questi occhi raggianti le davano la carica: finalmente, finalmente il suo sogno si era realizzato e poteva procedere per la stessa via di Marija Feofanovna… (E, di più, poteva adoperarsi affinché in questi tempi di imperante volgarità, quei ragazzi, crescendo, diventassero degli uomini di nobili sentimenti, non come quelli d’oggi). Si riprometteva, con molte, molte lezioni, di trasfondere nelle loro teste tutto ciò che lei stessa aveva preservato della grande e munifica letteratura russa!

E invece no!, nessuna possibilità, almeno adesso, di avviarsi in quella direzione: il programma di studio era rigidamente definito; in quattro parole: «Le gru rombanti / Davanti agli scavi…» e ad ogni momento ti poteva capitare un ispettore mandato dalle autorità scolastiche della provincia a controllare lo svolgimento delle lezioni. Bisognava cominciare dalla Turksib – allora in via di completamento, e far imparare a memoria come i treni s’erano messi a percorrere il deserto «… avanti e indietro, a spaventare / Uomini e armenti, / E a non farli andare / Per le lor vie carovaniere».

Poi, da programma, si doveva continuare con Magnitogorsk, quindi il cantiere della grande diga sul Dnepr’ e, appunto, il poema di Bezymenskij, dove si metteva in ridicolo un professore candidato al suicidio, in quanto esponente delle classi «uscenti» e superate. E ancora il poema sul ragazzetto indiano che ha sentito parlare di Lenin, la guida luminosa di tutti gli oppressi del mondo, e che va a piedi dall’India a Mosca per vederlo. [...]
Il programma del secondo anno contemplava il «nocciolo duro» della letteratura sovietica: La disfatta, Pietre da levigare (sulla collettivizzazione), Cemento (spaventoso, perché vi si proponevano a bambini di tredici anni impressionanti scene di possesso sessuale).

Tuttavia, ad esempio, nel Torrente di ferro venivano restituite con notevole laconicità ed efficacia le azioni delle masse nel loro insieme; e c’era forse mai stato qualcosa di simile nella letteratura russa? E ne La settimana il personaggio di Robejko suscitava simpatia quando, sforzando la voce minata dalla tubercolosi, esortava i contadini ad abbattere un boschetto appartenente al monastero, per potere col legname così ottenuto alimentare la locomotiva che avrebbe trasportato le sementi sui campi. (Solo un dubbio: l’anno precedente avevano dunque loro confiscato per l’ammasso tutte le riserve di sementi?).

E ogni giorno quelle quaranta paia di occhi infantili che fissavano Anastasija Dmitrievna, come avrebbe potuto non sostenere la loro fede? Sì, ragazzi, perdite e sacrifici sono inevitabili. Del resto tutta la nostra letteratura ha sempre esortato allo spirito di sacrificio. Qua e là, certo, si verificano atti di sabotaggio, ma l’inaudito slancio industriale in atto porterà a una felicità altrettanto inaudita. Quando crescerete ne potrete godere anche voi.

Ogni episodio, anche il più negativo, dovete considerarlo allo stesso modo del poeta che ne ha tanto giustamente colto la prospettiva. «Non è da meno al tempo che viviamo / E ci è compagno sulla via stessa, / Colui che in ogni dettaglio sa vedere / Della Rivoluzione Mondiale la promessa».
Quindi avevano soppresso anche i nuovi manuali adottati, riconoscendoli erronei e superati dalla realtà. Cominciarono a stamparne del tipo «a fogli volanti», vale a dire testi non rilegati su temi di stretta attualità e validi soltanto nel semestre in corso, che diventavano inutilizzabili già l’anno successivo. Gor’kij pubblicò su un giornale l’articolo «Agli umanisti», dove smascherava i suddetti e li esecrava, articolo che fu immediatamente inserito nel manuale a fogli volanti successivo: «È perfettamente naturale che il potere operaio e contadino schiacci i propri nemici come pidocchi!».

Spavento, sconcerto, senso di soffocamento: come proporre una cosa del genere ai bambini? E a che pro?
Ma Gor’kij era un grande scrittore, un classico russo anche lui conosciuto a livello mondiale, e come puoi pensare col tuo piccolo intelletto di poterti mettere a discutere con una simile autorità? E poi lui stesso scrive qualche riga più in là degli ignavi e dei benestanti: «Che cosa vuole dunque questa classe di degenerati?… unicamente una vita sazia, senza senso, sfrenata e irresponsabile». E ti viene in mente: «Alla larga dalla gente che si compiace delle proprie vacue chiacchiere e non fa nulla…». E non esortava forse Cechov a vigilare ogni giorno, armati di un piccolo martello, sulla nostra coscienza assopita? [...]
Poi arrivò un trimestre in cui non furono distribuiti fogli volanti per il manuale e neppure programmi obbligatori. L’inattesa vacanza di direttive sprofondò nello sconcerto le autorità scolastiche cittadine: significava un cambiamento di linea? E in attesa di chiarimenti ognuno venne autorizzato a insegnare quel che voleva, beninteso sotto la propria responsabilità.

La loro direttrice didattica nonché preposta all’educazione civica si mise a spiegare alle quinte, seste e settime dei passi scelti dal Capitale. Ma allora anche Anastasija Dmitrievna poteva scegliere a suo piacimento qualcosa tra i classici russi? Ma come scegliere la cosa giusta, per non sbagliare? Dostoevskij, no, non si poteva e poi per loro era ancora presto. Neanche Leskov, però, impossibile. Lo stesso per Aleksej Tolstoj – le tragedie La morte del Terribile e Lo zar Fëdor.

E anche di Puškin non tutto, naturalmente. Così come di Lermontov. (E quando i bambini le avevano chiesto di Esenin, aveva cambiato discorso e non aveva risposto, era severamente proibito).
D’altra parte, lei stessa non era più abituata a tanta libertà. Non riusciva più a esprimere i sentimenti di un tempo. L’incrollabile unitarietà e levigata coerenza della letteratura russa ora le appariva come screpolata da tutto ciò che lei stessa aveva letto, conosciuto e imparato a vedere in quegli ultimi anni. Ormai aveva paura a parlare di un autore o di un libro senza darne la caratterizzazione dal punto di vista classista. Compulsava dunque il Kogan e ci trovava «per quali aspetti quest’opera poteva considerarsi cooperante».

Ma al tempo stesso apparivano nuovi numeri delle riviste letterarie sovietiche e i giornali tributavano lodi a questa o quella nuova opera. E lei si sentiva stringere il cuore: non aveva davvero il diritto di far restare indietro degli adolescenti, era in quel mondo che essi avrebbero dovuto vivere e quindi bisognava aiutarli a entrarci.

lunedì 13 maggio 2013

Francesco e il diavolo


Lo cita in continuazione. Lo combatte senza risparmio. Non lo ritiene affatto un mito, ma una persona reale, il più insidioso nemico della Chiesa

di Sandro Magister

Nella predicazione di papa Francesco c'è un soggetto che ritorna con sorprendente frequenza: il diavolo.

È una frequenza pari a quella con cui lo stesso soggetto ricorre nel Nuovo Testamento. Ma nonostante questo, la sorpresa resta. Se non altro perché con i suoi continui richiami al diavolo papa Jorge Mario Bergoglio si distacca dalla predicazione corrente nella Chiesa, che su di lui tace oppure lo riduce a metafora.

Anzi, è tanto diffusa la minimizzazione del diavolo, che essa proietta la sua ombra sulle stesse parole del papa. L'opinione pubblica sia cattolica che laica ha registrato finora con noncuranza questo suo insistere sul diavolo, o al più con indulgente curiosità.

Invece una cosa è certa. Per papa Bergoglio il diavolo non è un mito, ma una persona reale. In una delle sue omelie mattutine nella cappella della Domus Sanctae Marthae, ha detto che non solo c'è un odio del mondo verso Gesù e la Chiesa, ma che dietro a questo spirito del mondo c'è "il principe di questo mondo":

"Con la sua morte e resurrezione Gesù ci ha riscattati dal potere del mondo, dal potere del diavolo, dal potere del principe di questo mondo. L’origine dell’odio è questa: siamo salvati e quel principe del mondo, che non vuole che siamo salvati, ci odia e fa nascere la persecuzione che dai primi tempi di Gesù continua fino a oggi".

Al diavolo bisogna reagire – dice il papa – come ha fatto Gesù, che "ha risposto con la parola di Dio. Con il principe di questo mondo non si può dialogare. Il dialogo è necessario fra noi, è necessario per la pace, è un atteggiamento che dobbiamo avere tra noi per sentirci, per capirci. E deve mantenersi sempre. Il dialogo nasce dalla carità, dall’amore. Ma con quel principe non si può dialogare; si può soltanto rispondere con la parola di Dio che ci difende".

Francesco parla del diavolo mostrando di avere chiarissimi in testa i suoi fondamenti biblici e teologici.

E proprio per rinfrescare la mente su tali fondamenti, è intervenuto su "L'Osservatore Romano" del 4 maggio il teologo Inos Biffi, con un articolo che ripercorre la presenza e il ruolo del diavolo nell'Antico e nel Nuovo Testamento, sia in ciò che è rivelato e palese, sia in ciò che ancora appartiene a un "panorama nascosto" e in definitiva alle "inaccessibili vie" di Dio.

L'articolo è riprodotto qui di seguito e si conclude con una critica all'ideologia corrente che "banalizza" la persona del diavolo.

L'ideologia contro la quale Bergoglio vuole richiamare tutti alla realtà.

***

COME LE SCRITTURE PARLANO DEL DEMONIO

di Inos Biffi

Dopo che è apparso l’uomo, opera del sesto giorno della creazione, si avverte la presenza di qualcosa di misterioso e di inquietante, quella del serpente. Quello che intraprende presso i progenitori e che si ripromette di ottenere da loro stupisce e sconcerta: si propone di insinuare in essi il sospetto nei confronti di Dio, di persuaderli cioè che i divieti da lui posti provengono da una sua gelosia, da un suo timore di essere equiparato da loro. Il serpente incarna, proprio all’inizio del mondo e della sua storia, la presenza di un essere invidioso: "Per invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo" (Sapienza, 2, 24).

Nel Nuovo Testamento si torna spesso su quel serpente. Gesù vi si riferisce dichiarando che il diavolo è "omicida fin da principio"; in lui "non c’è verità"; "quando dice il falso, dice ciò che è suo, perché è menzognero e padre della menzogna" (Giovanni, 8, 44). E ancora Gesù lo definisce "Principe di questo mondo" (Giovanni, 12, 31; 16, 11).

Paolo afferma che "con la sua astuzia il serpente sedusse Eva" (2 Corinzi, 11, 3): e accenna a chi si perde "dietro a Satana" (1 Timoteo, 5, 14). Lo stesso apostolo parla del vivere mondano con cui si segue "il principe delle potenze dell’aria, quello spirito che opera negli uomini ribelli" (Efesini, 2, 2); fa menzione delle "insidie del diavolo" e della nostra battaglia "contro i principati e le potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male" (Efesini, 6, 12).

La prima lettera di Pietro nomina il "nemico", "il diavolo", o l’"accusatore", che "come un leone ruggente va in giro cercando chi divorare" (5, 8). E nelle lettere di Giovanni è ricordato "l’anticristo" che deve venire (1 Giovanni, 2, 18); il "bugiardo" che nega che Gesù è il Cristo; l’"anticristo" che "nega il Padre e il Figlio" (2, 22). Nell’Apocalisse è scritto: "Scoppiò una grande guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme ai suoi angeli, ma non prevalse e non vi fu posto per loro in cielo. E il grande drago, il serpente antico, colui che è chiamato diavolo e il Satana e che seduce tutta la terra abitata, fu precipitato sulla terra e con lui anche i suoi angeli" (12, 7-9).

Tra questi testi e l’esegesi di Gesù sul diavolo, omicida e menzognero dal principio, l’accordo è perfetto: si tratta di un essere ostile a Dio, del quale mira a sconvolgere la Parola, e insieme ostile all’uomo che si propone di sedurre e di indurre a ribellarsi al disegno divino. È il maligno. In particolare, l’accordo esegetico riguarda colui al quale il diavolo riserva la sua avversione, cioè Gesù Cristo.

Sono poste così in antitesi due regalità: quella di Gesù e quella del principe di questo mondo. Il demonio non può tollerare Gesù Cristo e in tutti i modi cerca di intralciare l’eterno piano divino concepito su di lui. Così nel deserto.

Ma Gesù si proclama vincitore di questo principe: "Viene – dichiara – il principe del mondo; egli contro di me non può nulla" (Giovanni, 14, 30); precisamente, è al sopraggiungere dell’ora di Gesù, quella del suo innalzamento sulla croce e alla destra del Padre, che quel principe viene abbattuto: "Adesso è il giudizio di questo mondo; adesso il principe di questo mondo sarà gettato giù". Con l’effusione dello Spirito dal Signore glorificato quel principe trova la sua condanna (Giovanni, 16, 11). Specialmente Paolo rimarca la signoria del Risorto: in lui il Padre "ci ha liberati dal potere delle tenebre" (Colossesi, 1, 13) e "ha privato della loro forza i principati e le potenze", e "ne ha fatto pubblico spettacolo, trionfando su di loro in Cristo" (2, 15).

Il cristiano è divenuto partecipe della signoria di Gesù sul demonio: "da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo. Con lui ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli, in Cristo Gesù" (Efesini, 2, 5-6).

Pur definitivamente vinto dal Signore, il demonio tenta ancora di insidiare e di far cadere l’uomo redento. Per questo occorre essere vigilanti. Pietro parlava del suo ruggito e della sua non spenta volontà di nuocere; Paolo esorta ad afferrare lo scudo della fede, con cui spegnere le "frecce infocate del maligno" (Efesini, 6, 16). E Gesù stesso aveva insegnato a pregare chiedendo al Padre di liberarci dal maligno (Matteo, 5, 13).

Le molteplici esegesi sul serpente che appare alle origini ci inducono ad alcune considerazioni.

La prima è sulla “storia” consumata e decisa prima della creazione dell’uomo, e consistita nello scoppio di "grande guerra nel cielo" (Apocalisse, 12, 7), ossia in un consenso o in una ribellione avvenuti nel mondo angelico: un consenso o una ribellione non generici ma mirati al concreto ed eterno progetto divino, che è personalmente Gesù Cristo.

L’orgogliosa insofferenza degli angeli ribelli ha come oggetto Gesù, il "primeggiante su tutte le cose", e quindi primeggiante anche su di loro. Si capisce, allora, come mai la vita di Gesù sia intralciata dalla presenza e dalle macchinazioni del diavolo; e all’opposto – dall’annunzio della sua nascita fino all’ascensione – sia accompagnata, servita e consolata dalla presenza degli angeli, che gioiscono di lui, e con lui sono vincitori del grande drago e dei suoi satelliti, scacciati dal cielo e precipitati, come affermava l’Apocalisse. Gesù stesso affermava d’aver visto "Satana cadere dal cielo come una folgore" (Luca, 10, 18) e parlava del "fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli" (Matteo, 25, 41).

Abbiamo parlato di storia che precede quella visibile dell’uomo: quel che noi conosciamo è quanto affiora come da un panorama nascosto, che ci oltrepassa e ci sfugge e che adesso possiamo solo presumere e intuire.

La seconda considerazione riguarda il potere impressionante di Satana: esso è così forte e tenace che soltanto la forza del Figlio di Dio lo può piegare e sgominare; anzi, la forza del Figlio di Dio confitto alla croce, e quindi in una condizione di un’estrema debolezza umana, che paradossalmente diviene senza fatica potenza assoluta. Il diavolo riesce a coinvolgere tutto e tutti, ma di fronte a Gesù risulta affatto soccombente. Il Crocifisso risorto ricrea un’umanità vincitrice, sottratta all’influsso perverso del maligno. All’attrattiva del dominio subentra l’attrattiva di Cristo, che dichiara: "Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me" (Giovanni, 12, 32). Solo condividendo il vigore di Gesù morto e glorioso noi riusciamo a opporci alla lusinga del serpente delle origini.

Potrebbe tuttavia rimanere una domanda: senza dubbio la caduta dell’angelo e dell’uomo dipende unicamente dalla libera volontà della creatura; non solo: il perdono dell’uomo era incluso nell’amore misericordioso del Padre, che predestinava il Figlio Gesù redentore; ma perché l’ordine concreto scelto da Dio include quella caduta e quindi la realtà del peccato? A questo non siamo in grado di rispondere: appartiene al "pensiero del Signore", ai suoi "insondabili giudizi" e alle sue "inaccessibili vie" (Romani, 11, 32-34).

Una terza considerazione è per manifestare la sorpresa di fronte all’assenza nella predicazione e nella catechesi della verità relativa al demonio. Per non dire di quei teologi, che, per un verso, applaudono che finalmente il Vaticano II abbia dichiarato la Scrittura "anima della sacra teologia" (Dei Verbum, 24) e, per l’altro, non esitano – se non a deciderne l’inesistenza (come fanno per gli angeli) – comunque a trascurare come marginale un dato chiarissimo e largamente attestato nella stessa Scrittura, com’è quello relativo al demonio, ritenendolo la personificazione di un’oscura e primordiale idea di male, ormai demitizzabile e inaccettabile.

Una simile concezione è un capolavoro di ideologia e soprattutto equivale a banalizzare la stessa opera di Cristo e la sua redenzione.

Ecco perché ci sembrano tutt’altro che secondari i richiami al demonio, che riscontriamo nei discorsi di papa Francesco.

L’Italia che crede ancora alla vita


di Giuseppe Brienza

Secondo le stime delle forze dell’ordine stamattina a Roma hanno partecipato oltre 30mila persone alla “III Marcia nazionale per la vita” (www.marciaperlavita.it/), promossa dall’associazionismo pro-life italiano ed internazionale che manifesta, come ha sottolineato il portavoce della Marcia, il giornalista del “Foglio” e de “il Timone” Francesco Agnoli “per riaffermare l’indisponibilità della vita umana innocente e lottare contro l’ingiusta legge 194”.

La Marcia è partita stamane alle 10.00 dal centro di Roma, “davanti all’antico simbolo di martirio dei cristiani che è il Colosseo”, ha affermato nel discorso d’apertura una delle promotrici della Marcia, la responsabile dell’Associazione “Famiglia Domani” Virginia Coda Nunziante, “per dire chiaramente il nostro NO all’aborto legalizzato”. I manifestanti hanno quindi raggiunto Castel sant’Angelo e poi Piazza S. Pietro, guidati da numerosi leaders dell’associazionismo cattolico ma non solo e, soprattutto, da importanti rappresentanti della Chiesa come il Prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, card. Raymond Leo Burke.

Presenti alla manifestazione anche numerosi parlamentari, tra cui Maurizio Sacconi, Giorgia Meloni, Maurizio Gasparri e Carlo Giovanardi. Sempre nel suo discorso d’apertura Virginia Coda Nunziante ha ricordato come “la lotta a favore della vita è anche a difesa dell’intera società, sottoposta a un’enorme e spaventosa crisi valoriale”.

La Marcia come nelle altre edizioni è stata preceduta da una giornata di studio tenutasi ieri, 11 maggio, presso l’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum” di Roma, nel corso della quale sono stati anche assegnati riconoscimenti a diversi esponenti del mondo pro life, come il fondatore e direttore della rivista “Notizie Pro Vita” (http://www.prolifenews.it/) Toni Brandi e la presidente della “March for Life” di Washington Jeanne Monahan. Fra le relazioni di particolare interesse va menzionata quella di monsignor Giampaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste e direttore dell’Osservatorio “cardinale Van Thuan”, che ha richiamato la necessità di collocare il tema della difesa della vita, dal concepimento alla morte naturale, “pienamente all’interno della Dottrina sociale della Chiesa, come del resto ha fatto il Magistero a cominciare dall’enciclica Evangelium vitae”.

Così facendo, ha aggiunto infatti Crepaldi, si pone il diritto alla vita “all’interno del rapporto della Chiesa con il mondo. Perché in questo consiste il ruolo pubblico della fede cattolica”. Il tema della difesa della vita, ha spiegato l’arcivescovo concludendo il suo intervento al convegno di studio, ci dice anzitutto che “esiste una natura e, in particolare, una natura umana. Non ci sono altre motivazioni valide per chiedere il rispetto del diritto alla vita”.

La vergogna della scienza che vuole l’aborto libero


È sacrosanto marciare contro la legge 194. Però serve di più: è un infanticidio e chi lo istiga deve essere denunciato

di Giuliano Ferrara

Voglio denunciare per istigazione a delinquere (articolo 414 codice penale) due ricercatori italiani che lavorano a Melbourne. Odio i reati di opinione, a meno che siano reati di tipo omicidario.
Detesto le persecuzioni giudiziarie di chi dica quel che pensa, a meno che il pensiero espettorato a mezzo bocca o a mezzo stampa non sia il riflesso del pensiero dominante, nichilista, nella forma più cinica e moralmente sordida. Il reato istigato è l'infanticidio (articolo 578 codice penale, nel testo modificato dalla legge 5 agosto 1981, numero 442).

Sulla morte dei bambini non nati o appena nati, morte procurata per ideologia, si può marciare, chiedere moratorie, digiunare, presentare liste alle elezioni politiche, invocare referendum, proporre nuove norme di diritto in Italia e nel mondo, fare tante altre commendevoli cose e prendersi le sassate del tempo, ma non si può tacere. E, forse, bisogna procedere in giudizio. Specie ora che la linea rossa del rispetto della vita altrui, già violata ampiamente dalla sordità morale in materia di aborto, è riclassificata nel pensiero eugenetico più radicale e moderno, quello che ancora non si porta tra la gente perbene, ma tra poco sarà una moda prêt-à-porter. Nel nome della differenza di genere, della libertà procreativa, del diritto a un bimbo sano e bello e della equiparazione logica dell'aborto prima della nascita con l'infanticidio dopo la nascita.

Alberto Giubilini e Francesca Minerva, in un recente articolo scientifico del Journal of medical ethics, sostengono, in quello che definiscono un «articolo accademico», la seguente tesi: abbiamo stabilito che per ragioni varie, dalle cattive condizioni economiche e psicologiche della gestante e della sua famiglia alla eventuale disabilità potenziale o effettiva del feto, è moralmente giustificabile annientare un non ancora nato; il corollario della tesi è che anche i neonati condividono la statuto di non persona, in senso razionale e volitivo, e quindi, sulla base delle stesse identiche ragioni, ciò che è possibile per i non nati, l'aborto, è possibile e moralmente giustificato anche per neonati, abortion after birth.

Questi ricercatori non sono isolati nel loro pensiero omicidario detto «utilitaristico», fanno parte di una Università e di un centro diretto da un filosofo o eticista che si chiama Peter Singer, uno che è generalmente stimato come una voce importante nel nostro panorama culturale, uno che chissà come, chissà quando, magari potrebbe vedersi rifilato un Nobel. Il principio da cui partono questi medici che tolgono la vita o istigano a togliere la vita, il che è moralmente lo stesso e giuridicamente è un sostegno a comportamenti annichilatori aggravato dalla competenza della fonte e dal suo rilievo sociale (lo scienziato), è lo stesso da cui mi è capitato di partire nella mia lotta contro l'aborto seriale, di massa, eugenetico e selettivo.
Polemizzando con il senatore Luigi Manconi, dissi una volta che nel caso dell'aborto di massa oggi legittimato si tratta in realtà di infanticidio, perché lo statuto di persona umana del feto, dal momento del concepimento e poi nella crescita intrauterina, è dimostrato dalla ricerca empirica sui cromosomi e poi, in modo spettacolare e insostenibile, dalla capacità di fotografarlo in pancia addirittura con mezzi tridimensionali. Fui oggetto di una dura reprimenda per il paragone.

Ora questa equiparazione, che per me ovviamente valeva in quanto dissuasiva dell'aborto, è usata a mani basse, con le tutele della ricerca scientifica, ma nel senso opposto. Se c'è equiparazione, niente vieta che, in relazione non soltanto a eventuali disabilità, ma anche alle altre ragioni sociali e psicologiche «soppressive» di una discendenza generata nell'amore o comunque nell'atto sessuale, si proceda liberamente all'eliminazione della vita. Non quella nascente, quella nata o neonatale.

Brava gente orante e sincera ha sfilato per le vie di Roma contro la manipolazione indifferente della vita umana. Ciascuno ha le sue idee, le sue sensibilità, ci sono gli individui, le famiglie, le donne cariche di speranza e di libertà, i maschi che capiscono il carattere maschio e arrogante del fenomeno della indifferenza all'aborto, c'è la chiesa cattolica, ci sono i movimenti pro life. La mia è una sensibilità del tutto laica, del tutto razionale, moralmente giustificata dal rigetto della casistica più infame dai tempi in cui Pascal la denunciava nel Seicento come obbrobrio della cristianità ovvero dell'umanità nelle sue lettere dette le Provinciali.

Bisogna tornare non tanto a indignarsi, a scandalizzarsi, a ribellarsi, ma ad agire in modo coerente e congruo contro l'istupidimento criminale del pensiero e della prassi umana moderne e post-moderne. Bisogna ribadire che nessuna donna deve essere penalmente perseguita per un aborto, e nessun medico, ma al di là dell'obiezione di coscienza e del foro interiore, esiste in termini espliciti e pubblici, in punto di diritto, un dovere di intervento, chiamatelo umanitario se volete, che porta inevitabilmente a battersi con ogni mezzo lecito contro la peste del XXI secolo: l'offesa concettuale e pratica alla vita degli altri, ai deboli, ai poveri dei poveri, ai senza potere.

Ha senso considerarsi esseri razionali e animali politici e non capire che, comunque giustificato, l'infanticidio, variante postmodernista dell'aborto di massa, è un delitto contro la nostra comune natura umana?

venerdì 10 maggio 2013

La Settimana Social(ista) dei cattolici


di Tommaso Scandroglio

Dal 12 al 15 settembre prossimo si terrà a Torino la 47° edizione delle Settimane sociali dei cattolici, che avrà il seguente titolo: La famiglia speranza e futuro per la società italiana. Il 30 aprile scorso Mons. Arrigo Miglio, arcivescovo di Cagliari e presidente del Comitato scientifico delle Settimane, ha illustrato l’evento in una conferenza stampa. Alcune affermazioni del prelato destano se non stupore di certo curiosità. Mons. Miglio ad esempio ha messo l’accento sul fatto che il nemico numero uno della famiglia è la mancanza di lavoro: “È l’aspetto più evidente e quello che più ci sta a cuore”. Un’affermazione coraggiosa che è in contrasto con lo stesso documento introduttivo delle Settimane sociali da lui stesso sottoscritto e che pone l’interesse anche su altri fattori.

Quindi il posto di lavoro che non c’è risulta essere la patologia che più minaccia, secondo l’arcivescovo cagliaritano, la vita delle famiglie. Non le separazioni e i divorzi: un terzo dei matrimoni è andato a gambe all’aria nel 2010 secondo l’Istat. Non le convivenze: il 33% delle coppie che si sposa prima convive. Non l’aborto, la fecondazione artificiale, il rifiuto della vita tramite contraccezione usata dai coniugi, l’attentato ai principi non negoziabili da parte del governo che prima o poi approverà pacs e/o “matrimoni” gay. Niente di tutto questo: la mancanza di lavoro «è un fattore determinante distruggente per la famiglia». D’altronde per Mons. Miglio se «un pilastro del bene comune è il lavoro, altrettanto lo è la famiglia». Quindi il lavoro non è al servizio della famiglia, ma matrimonio e professione hanno ugual peso.
Si badi bene: non vogliamo certo dire che il lavoro non sia aspetto assai rilevante per la sussistenza delle famiglie, ma di certo vi sono valori ben più importanti per mamma, papà e figli.

Questi valori sono presenti nel documento introduttivo delle Settimane sociali - e sono propri della tradizione della Chiesa - ma accanto ad essi pare che abbiano un peso specifico maggiore altri di diversa natura, figli dell’età contemporanea: «Siamo chiamati - si legge nel testo - a prenderci cura e ad avvalerci delle istituzioni del vivere sociale, nei diversi ambiti: libertà di educazione, fisco giusto, educazione al lavoro e allo sviluppo, prendersi cura delle fragilità dentro la famiglia e nella società per un welfare che sia veramente tale, abitare il tempo e lo spazio trasformando la città». C’è posto per tutti nell’Arca del Comitato organizzatore delle Settimane, pure l’urbanistica, «la dipendenza da smartphone e da internet» e «la custodia del creato per una solidarietà intergenerazionale». Ovviamente si parla anche di «convivenze non di indole affettivo-sessuale», le quali potrebbero beneficiare di alcuni diritti previsti dalle nostre leggi civili.

Che cosa stona in questo documento di venticinque pagine? Il fatto che Dio è il grande assente. Attenzione: Dio in riferimento alla famiglia viene citato più volte, così come la Sacra Scrittura e il Magistero, ma unicamente in veste di Creatore e non di Salvatore. Ci spieghiamo meglio: tra tutte le soluzioni che il documento elenca per risolvere la crisi della famiglia, mai viene citata la fede. Un’assenza assordante dato che siamo nell’Anno della Fede. Forse il motivo è un frainteso ecumenismo irenista: “Non si vogliono fornire risposte o dare disposizioni - si tiene a precisare - ma stimolare una riflessione aperta, a partire dagli elementi fondamentali della famiglia e dai valori fatti propri dalla stessa Costituzione italiana”.

Figuriamoci se la Chiesa Cattolica è così superba da voler fornire risposte ai problemi, meglio tenere un profilo basso e ancor meglio chiedere alla Costituzione di darci una mano. Insomma la sensazione è che si tiri in ballo la Bibbia e Dio quasi fosse un riferimento obbligato - siamo o non siamo cattolici? - ma in realtà la vera soluzione che mette d’accordo tutti è la Costituzione. E all’articolo 1 di questa si legge che la nostra Repubblica è fondata sul lavoro. Mettere al centro il lavoro - come “aspetto che più ci sta a cuore” - è proprio di una visione marxista dell’uomo: il lavoro libera la famiglia dal suo reale male morale, cioè la mancanza di quattrini. Il Salvatore non è più Cristo, ma il sindacato o l’imprenditore che assume. Dottrina socialista della Chiesa Cattolica dunque?

Quindi, ciò che più sorprende è l’assoluta mancanza di un riferimento trascendente come via di salvezza e redenzione per l’istituto della famiglia che oggi è così tanto vilipeso e ignorato. Tutto appiattito sull’immanente, sull’hegeliano “sociale” appunto. Ma non è che la famiglia è messa così male proprio perché non si crede più?

Ci impongono di dimostrare l’evidenza


di Silvio Brachetta

È molto acuto il parlamentare europeo Luca Volontè che, in una lettera indirizzata al movimento francese per la difesa della famiglia naturale (Manif pour tous), cita lo scrittore britannico Gilbert Keith Chesterton (1874-1936): «Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Noi ci ritroveremo a difendere non solo le incredibili virtù e l’incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile, questo immenso, impossibile universo che ci fissa in volto […]». L’on. Volontè scrive a proposito delle critiche al riconoscimento del matrimonio omosessuale, approvato in via definitiva dal governo socialista francese, da parte di ampi settori del popolo di Francia (cattolici e non cattolici).
In passato la persecuzione aveva una radice puramente etica o religiosa e il malgoverno vessava il prossimo per il trionfo del vizio sulla virtù: tu hai una mandria e io te la rubo, tu non sacrifichi a Cesare e io ti ammazzo, tu hai un podere e io ti massacro di tasse e gabelle.
Oggi la vessazione del perseguitante sul perseguitato si arricchisce di un elemento insolito e specifico dei regimi a fondazione ideologica: il perseguitato deve dimostrare dinnanzi all’opinione pubblica di essere moralmente dalla parte della ragione. Deve cioè dimostrare, come dice Chesterton, che «due più due fa quattro» e che «le foglie sono verdi in estate».
Io, Stato, t’impongo di pagare le tasse per la metà dei tuoi guadagni. Oltre al danno che ti faccio, dimostrami che sbaglio. E via a dimostrare l’ovvio e cioè che l’imposta al 50% non si chiama tassazione ma usura. Io, Stato, liberalizzo l’aborto e il divorzio. Oltre al danno che ti faccio, dimostrami che sbaglio. E via a dimostrare che la società occidentale sta svanendo per infertilità fisica e razionale. Io, Stato, cambio il significato delle parole e ridefinisco il matrimonio per legge. Qui, però, la dimostrazione è più semplice, perché non siamo più nell’ambito etico, ma nella logica elementare.
Insomma, credo non sbagli l’on. Luca Volontè a scrivere che «siamo di fronte alla barbarie». E, anzi, specifica che «questa barbarie moderna» - ovvero il «progresso» - è «semplicemente un ritorno ai giorni più oscuri e decadenti dell’intera storia».

Il Card. Giovanni Battista Re a Trieste

giovedì 9 maggio 2013

Passaggio ad un “cristianesimo di scelta”



Riportiamo un articolo di Jean Madiran, noto scrittore e giornalista francese, uscito sul quotidiano “Présent” il 19 aprile 2013 (traduzione della redazione di CR).

La grande foto del Cardinale Vingt-Trois campeggia in copertina a quasi tutta pagina. È pur vero che su “La Croix” lui è di casa. E’ martedì (16 aprile). Gli sono state dedicate anche le pagine 2 e 3 con un ulteriore foto, un po’ meno grande, con una didascalia che riassume il suo pensiero: «siamo passati da un cristianesimo sociologico ad un cristianesimo di scelta».

Bisognerebbe allora sopprimere il battesimo per i bambini, che sono incapaci di compiere questa scelta? O piuttosto credere che il battesimo non sia più il sacramento per mezzo del quale noi diventiamo cristiani: che ci fa diventare figli di Dio, membri della Chiesa ed eredi del Paradiso?

Il Cardinale non sembra rimpiangere il passaggio da un cristianesimo ad un altro, al contrario. Eccolo nel suo contesto: «Noi siamo passati da un cristianesimo sociologico ad un cristianesimo di scelta. Questa mi sembra essere la trasformazione più importante, alla quale noi siamo inegualmente preparati. È certo che su questo punto bisognerà aiutare i cattolici ad evolvere…» L’espressione «cristianesimo sociologico» è evidentemente peggiorativa. Vuole arbitrariamente caricaturizzare il cristianesimo basato sulla pietà filiale, sul catechismo per bambini, sulla scuola cristiana, sulla vita liturgica. Quanto al «cristianesimo di scelta» esso non sembra essere una grande novità, anzi è sempre esistito fin dal principio; a questo proposito Gesù metteva in guardia gli apostoli dicendo: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gn. 15, 16) «Chi non accoglie il Regno di Dio come un bambino non vi entrerà» (Lc. 18, 17).

Quattro o cinque anni fa noi avevamo posto questa obiezione al Direttore ecclesiastico di “La Croix”, Michel Kubler che non cessava, anche lui (o lui per primo?), di militare in favore di un “cambiamento”, per «il cambiamento – diceva – da una Fede ereditata ad una Fede scelta». Il Padre Michel Kubler se ne è andato senza avere mai risposto, ma nella diocesi di Parigi la sua religione è rimasta.

Il “cristianesimo di scelta” ha un suo proprio empirismo disorganizzatore: «La nostra esperienza ecclesiale francese veicola una visione incosciente di una coincidenza fra la Chiesa e la società, fra la Chiesa ed il potere. Coincidenza che non è più rivendicata in maniera simmetrica, da dopo la Rivoluzione francese». Siamo noi che sottolineiamo la parola «coincidenza» perché non è la parola giusta. Al suo posto bisognerebbe inserire la parola “gerarchia”. Gerarchia naturale fra la politica e la morale. Gerarchia sovrannaturale fra il potere (politico) della società e la parola di Gesù ed i sacramenti che Egli ha dato alla sua Chiesa. Non si riesce a capire come la dottrina di Cristo-Re possa trovare spazio in questa ambigua dichiarazione del Cardinale. Dottrina abbandonata? Abbandonata da chi? In ogni caso non a partire dalla Rivoluzione Francese, semmai dopo (molto dopo) questa Rivoluzione.

La dichiarazione del Cardinale si chiude con questo ammonimento: «Il progetto per la Chiesa del XXI secolo non può essere quello di ricostituire la Chiesa del XIX Secolo». La Chiesa del XIX secolo non merita questo disprezzo. Era la Chiesa che inviava i missionari francesi nel mondo intero, mentre la Chiesa del XXI secolo avrebbe piuttosto bisogno di riceverne. Quello che conta, quello di cui noi abbiamo bisogno, non è quello che da un secolo all’altro cambia nella Chiesa, bensì quello che attraverso i secoli non è mai cambiato e non cambierà mai, malgrado tutti i tentativi di volerci far evolvere verso un altro cristianesimo.

mercoledì 8 maggio 2013

La colonizzazione della natura umana


Relazione introduttiva al Convegno di presentazione del Quarto Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa. Roma.

di S. E. Mons. Giampaolo Crepaldi

Ci ritroviamo per la presentazione dell’annuale Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo che l’Osservatorio Cardinale Van Thuân ha curato insieme ad altri cinque Istituti di ricerca internazionali. Rispetto all’edizione dell’anno scorso, presentata nell’aula Paolo VI dell’Università Lateranense, si è aggiunta alla squadra l’Area di ricerca in Dottrina sociale della Chiesa della Pontificia Università Lateranense. Era stato lo stesso Magnifico Rettore della Lateranense, S. E. Mons. Enrico Dal Covolo, a caldeggiare l’anno scorso questa collaborazione.

Vorrei ringraziare il Presidente del Movimento Cristiano Lavoratori, Carlo Costalli, per la collaborazione tra l’MCL e il nostro Osservatorio, di cui questo incontro di oggi è solo un elemento, anche se tra i più significativi. Grazie ad Andrea Tornielli, un giornalista attento alle cose del nostro Osservatorio. Un ringraziamento particolare all’Onorevole Eugenia Roccella, della quale è noto l’impegno a livello politico e legislativo a difesa della dignità della persona nelle tante situazioni drammatiche, ormai purtroppo frequenti, in cui essa è minacciata dall’ “ideologia del desiderio”

Come sapete, il Rapporto non analizza un singolo tema, ma fa una rassegna dei fatti e delle tendenze più significative nell’anno di riferimento - per questo Quarto Rapporto si tratta del 2011 - nei cinque continenti. Esso analizza anche la scena internazionale e l’attività della Santa Sede, nonché il Magistero del Santo Padre. Pur costruendo un affresco complesso e pur toccando varie tematiche nel campo della giustizia e della pace, il Rapporto si concentra su una tendenza che caratterizza l’anno in esame. Non fa solo una rassegna o una cronaca, ma tenta un discernimento, segnalando il fenomeno più importante, nel bene e nel male. Potremmo dire che indica una emergenza. Ebbene, questo Quarto Rapporto ha individuato questa emergenza nella “Colonizzazione della natura umana”, il cui processo viene documentato ampiamente con fatti e nomi.

Nel 2011, anno di riferimento del Rapporto, il caso che a livello mondiale ha fatto più scalpore è stato quello dell’Argentina. Il Rapporto lo documenta nel dettaglio in quanto uno dei Centri di ricerca che hanno collaborato con l’Osservatorio per la stesura del Rapporto è il CIES di Buenos Aires. Nel giro di un solo anno - il 2011 appunto - quel grande Paese di tradizione cattolica ha avuto una legge sulla procreazione artificiale che ha denaturalizzato la procreazione, una legge sul riconoscimento sulla “identità di genere” che ha denaturalizzato la famiglia e una modifica del Codice civile per permettere l’”utero in affitto” che ha denaturalizzato la genitorialità e la filiazione. Nel giro di un solo anno è stata rivoluzionata la base dell’intera società argentina, è stata messa da parte la nozione di “natura umana” ed è stata violentemente posta in angolo l’ispirazione della fede cattolica per la costruzione della società. Nel mio recente incontro con il Santo Padre papa Francesco, per la visita ad limina, gli ho portato una copia del Rapporto dicendogli appunto che esso si occupa molto dell’Argentina. Era molto interessato.

Perché abbiamo chiamato questo processo con il termine di “colonizzazione” - colonizzazione della natura umana - ? Perché l’ideologia che provoca questa colonizzazione è occidentale. E’ espressione di una cultura nichilista che intende ormai superare completamente il concetto di natura umana. Ed infatti è proprio qui, in Europa, che il congedo dalla natura umana sta ottenendo i risultati più inquietanti. L’Europa che diffondeva il cristianesimo e, con esso, la tutela della natura umana creata da Dio, ora esporta il superamento della natura umana verso una identità da costruirsi liberamente: maschio o femmina, madre o padre, moglie o marito… non si è, si diventa.
Non intendo ora entrare nel merito di questo argomento centrale del Rapporto, su cui interverranno il dottor Tornielli e l’onorevole Roccella. Vorrei piuttosto dedicarmi ad affrontare una premessa.

Perché la Chiesa, perché la Dottrina sociale della Chiesa, perché il nostro Osservatorio … si occupano di queste cose? Perché si interessano di sessualità e procreazione, di famiglia e genitorialità, di omosessualità e di eterosessualità, di coppie di fatto e di matrimonio? E’ a questa domanda che vorrei rispondere. Si tratta infatti della domanda principale, dalla cui risposta dipende il senso stesso di questo Rapporto e di questo incontro di oggi. Parlando di queste cose siamo noi al nostro posto? Facciamo ciò che dobbiamo fare o invadiamo campi altrui - fossero anche i campi della libertà individuale e della laicità delle leggi?

Il 22 dicembre 2008 Benedetto XVI parlò di ideologia del gender nel Discorso alla curia romana per la presentazione degli auguri natalizi.: «Poiché la fede nel Creatore è una parte essenziale del Credo cristiano, la Chiesa non può e non deve limitarsi a trasmettere ai suoi fedeli soltanto il messaggio della salvezza. Essa ha una responsabilità per il creato e deve far valere questa responsabilità anche in pubblico. E facendolo deve difendere non solo la terra, l’acqua e l’aria come doni della creazione appartenenti a tutti. Deve proteggere anche l’uomo contro la distruzione di se stesso. È necessario che ci sia qualcosa come una ecologia dell’uomo, intesa nel senso giusto. Non è una metafisica superata, se la Chiesa parla della natura dell’essere umano come uomo e donna e chiede che quest’ordine della creazione venga rispettato»).
Quando la Dottrina sociale della Chiesa e il nostro Osservatorio se ne interessano, lo fanno per fedeltà al proprio mandato.

Facciamo però un passo in avanti nel nostro ragionamento. In una società cristiana in cui la fede fosse ampiamente, anche se non completamente, diffusa il riferimento al Creatore troverebbe accoglienza. Ma la nostra società non è più così ormai da molto tempo. I non credenti o i “diversamente credenti”, come con espressione curiosa spesso si dice, non accetterebbero un discorso fondato sul Creatore. Benedetto XVI, però, e papa Francesco nei suoi interventi sulla “custodia del creato”, non parlano solo della fede nel Creatore, ma anche dell’”ordine” e del “linguaggio” del creato, e questo può essere appreso anche dal non credente. Quello che chiamiamo natura – e soprattutto quello che chiamiamo natura umana - è un discorso rivolto a noi, è una lingua, in quanto esprime un ordine tendente ad un fine.

Certo, se la natura è vista solo come un insieme di fenomeni materiali guidati dal caso o dalle necessità allora rimane muta nei nostri confronti: non ci dice nulla su di noi e sulla nostra vita. Essere maschio o femmina allora non è una parola che ci precede ma un nostro desiderio. Se nella nostra struttura sessuata non c’è un messaggio che ci dice come vivere da persone umane, allora la genitalità diventa un fatto esclusivamente tecnico. Si contesta la Chiesa di ridurre il maschio e la femmina all’aspetto genitale, mentre è proprio spogliando la identità sessuata della capacità di darci un codice di vita che si riduce l’uomo e la donna alla genitalità come pura tecnica vissuta al di fuori di qualsiasi identità, ossia al di fuori dello stesso essere uomo o donna. C’è un immenso lavoro culturale da fare per educare a questo senso della natura e della natura umana e spiace dover riconoscere che dentro la Chiesa e tra le comunità cristiane stesse l’importanza di questo punto è spesso trascurata.

Questo discorso sulla natura umana è un discorso laico, nel senso di una ragione restituita a se stessa. Spesso la ragione si perde per via. Allora è compito della fede intervenire. La fede nel Creatore aiuta la ragione a guardare meglio la natura. Ma essa lo fa con i propri strumenti, come ragione. La fede spesso aiuta la laicità ad essere tale. Viceversa: man mano che si perde la fede nel Creatore, anche la capacità della ragione di leggere la natura umana come una lingua che esprime un senso si allenta e perfino muore. Quando questo avviene, la ragione perde i lumi della ragione e non riconosce più nemmeno le proprie evidenze.

Tornando alla domanda iniziale, si può allora dire che la Chiesa ha un duplice compito rispetto al creato: riferirlo al Creatore e sostenere la ragione a vedere la natura, e la natura umana in particolare, come un messaggio circa cosa significhi essere persona umana. Per questo motivo il compito della Chiesa è un compito pubblico e non di una sétta di adepti che cercano una rassicurazione psicologica. Il riferimento al creato e alla natura umana conferisce alla Chiesa un diritto di cittadinanza a trattare di queste questioni in pubblico.

martedì 7 maggio 2013

“Fu Giulio il vero artefice del Concordato del 1984”


A Vatican Insider l’amico cardinale Silvestrini “Con quel documento l’Italia non era più un paese confessionale, ma si garantivano spazi e diritti alla Chiesa"

di Giacomo Galeazzi

"E' stato un grande statista, non si capisce la storia d'Italia del Novecento senza il ruolo fondamentale di Giulio Andreotti". A rendere omaggio al politico-simbolo della Dc è l'amico di una vita, il cardinale Achille Silvestrini, ex ministro vaticano degli Esteri e prefetto delle Chiese orientali, che per mezzo secolo è stato il più fedele referente Oltretevere del sette volte presidente del Consiglio. Un amico, un consigliere, un interlocutore, quasi una persona di famiglia. "Il mio primo pensiero oggi è stato per la carissima moglie Livia, che è stata sempre il suo angelo custode", afferma il diplomatico di lungo corso della Santa Sede.

Eminenza, chi è stato davvero Giulio Andreotti?

"Un eccellente esponente del cattolicesimo politico italiano. Un vero servitore dello Stato e un fedele figlio della Chiesa. Da quando era il braccio destro di De Gasperi e fino all'epilogo della Guerra Fredda, Andreotti ha elaborato e attuato una coerente strategia politica fondata sul senso dello Stato e la fedeltà ai valori cristiani. Mai in Vaticano sono venute meno la stima e la fiducia nei suoi confronti. E' stato l'uomo che avuto il coraggio e la forza, a cavallo tra i turbolenti anni '70 e '80, di condurre in porto il nuovo Concordato tra Stato italiano e Vaticano, il documento che ha sostituito quello del 1929, e che ha ridefinito il quadro dei rapporti tra le due sponde del Tevere".

Qual è il suo merito maggiore?

"Durante la Guerra fredda è stata determinante la sua vasta rete di contatti internazionali. Sullo scacchiere e negli annali resterà sopratutto quello che ha costruito nella storia tra Italia e Santa Sede. Ma fu molto importante anche la funzione discreta e competente svolta negli anni della ostpolitik come cerniera tra Oriente e Occidente. Conosceva personalmente tutti da Kissinger ai capi di governo dell'Europa comunista". 

Lei, come contatto-chiave nella città leonina dei governi italiani che si sono succeduti nel secondo dopoguerra, conosceva Andreotti dal 1953. Quando cominciò la vostra frequentazione?

"Nell'ultima parte del pontificato di Pio XII. Andreotti era collaboratore di De Gasperi e spesso interloquiva in Vaticano per conto del presidente del Consiglio. Io prestavo servizio in Segreteria di Stato. Da allora ci siamo sempre sentiti con regolarità e con crescente familiarità. Il suo capolavoro fu appunto la revisione del concordato, firmata il 18 febbraio del 1984. Fu decisivo il lavoro di quasi otto anni voluto tenacemente da Andreotti".

Nel post-sessantotto della legge sul divorzio e sull'aborto, il vecchio concordato appariva superato, ammuffito. Come intervenne Andreotti?

"Ha adeguato l'intesa ai tempi mutati senza stravolgerne lo spirito. Se nella forma e nel preambolo del protocollo, cadeva ogni riferimento all'Italia come Stato confessionale cattolico, nei diversi paragrafi del testo si garantiva spazi e diritti alla Chiesa e si apriva la strada al successivo accordo per il finanziamento al clero, attraverso l'otto per mille dell'Irpef. Mi vengono alla mente tanti ricordi personali che desidero tenere per me. Con il concordato del 1984, entrava in scena anche un nuovo protagonista, l'episcopato italiano, con il quale da allora lo Stato avrebbe dovuto trattare. E' merito di Andreotti aver voltato pagina. L'assoluta fiducia della Santa Sede nei suoi confronti trovò palese espressione nel pubblico abbraccio di Giovanni Paolo II durante la beatificazione di Padre Pio, quando Andreotti viveva il periodo più buio per le vicende giudiziarie poi terminate a suo favore. E, come lui stesso disse, trovò grande conforto in quel segno di vicinanza e apprezzamento del Pontefice".

Cronache dello scontro/incontro fra Islam ed Europa


Intervista al regista di “11 settembre 1683”, Renzo Martinelli

di Giuseppe Brienza

L’11 aprile è uscito nelle sale italiane “11 settembre 1683”, il film di Renzo Martinelli (Porzûs, Il mercante di pietre, Carnera) che ricostruisce la battaglia svoltasi quell’anno davanti a Vienna con la sconfitta delle forze turco-musulmane, in grande superiorità numerica, ad opera di quelle polacco-asburgico-italiane incaricate di difendere la cristianità europea. Molte sono le sequenze spettacolari che costellano il film, il quale rievoca meritoriamente un evento storico poco conosciuto ma significativo per la vicenda della civiltà occidentale.

La resistenza all’assedio di Vienna riuscì soprattutto grazie all’azione di mobilitazione del frate cappuccino Marco D’Aviano (1631-1699), al secolo Carlo Domenico Cristofori che, battagliero animatore della difesa dell’Europa cristiana seppe, nello stesso tempo, essere conciliante e rispettoso verso l’avversario. Gli islamici, invece, rappresentati dal gran visir Karà Mustafà, appaiono nel film fanaticamente orientati a perseguire a tutti i costi la vittoria finale che li avrebbe portati fino a Roma.

Quali problematiche ed incomprensioni ha dovuto affrontare per aver trattato un tema così scottante come quello del rapporto fra Islam ed Occidente. Il suo lavoro è stato criticato.

Il film mi sembra invece molto equilibrato.

Eppure altri settori della cultura cattolica hanno accolto entusiasticamente “11 settembre 1683”, per esempio lo scrittore Rino Cammilleri che, sul numero di aprile del “mensile di informazione e formazione apologetica”, "Il Timone"l’ha definito «film veramente epico, con una ricostruzione storica impeccabile».

Felice della risposta positiva da parte del mondo cattolico.

E da parte Islamica ha avuto qualche reazione o commento?

Nessuna.

Come nasce il suo interesse per padre Marco d’Aviano, il francescano cui il Papa fece ricorso nel 1683 per mettere d’accordo i principi cristiani ed affidare la difesa della capitale dell’Impero, Vienna, ad un condottiero non d’ascendenze nobiliari ma semplice montanaro come il polacco Jan Sobieskì?

L’idea è nata, dodici anni fa. Eravamo nella valle del Vajont e avevamo organizzato una insolita anteprima. Avevamo programmato di proiettare il film “ Vajont” direttamente sulla pancia della diga. Piccolo particolare: il giorno precedente la proiezione pioveva a dirotto. Io e il mio organizzatore generale, Roberto Andreucci, eravamo sotto una tenda militare e guardavamo costernati il nubifragio. Un tizio, che ancora non conoscevo, mi si era avvicinato. “ come va dott. Martinelli?” aveva chiesto. “ Non va…”avevo risposto. "Non c’è problema…” aveva replicato lui seraficamente. “Abbiamo pregato Padre Marco D’Aviano. domani spiove…”.
L’uomo si chiama Diotisalvi Perin. Grande devoto di Padre Marco D’Aviano. Incuriosito, avevo telefonato ad un mio amico storico. Era arrivato un fax: Marco D’Aviano, il difensore della cristianità alla battaglia di Vienna, il grande sacerdote cristiano che aveva salvato l’Europa dall’assalto delle truppe mussulmane, il taumaturgo che raccoglieva folle di venti, trentamila fedeli nelle piazze dove predicava. Ma, soprattutto, era arrivata una frase che aveva immediatamente acceso la mia curiosità di regista: un altro Undici Settembre. Il primo. Trecento anni fa….
Ecco. L’idea di “11 Settembre 1683” è nata quella notte. Nella valle del Vajont. Insieme alla voglia di rappresentare un mondo cristiano terribilmente simile a quello di oggi: stanco, rassegnato, diviso. Trecentomila musulmani contro settantamila cristiani.

Una curiosità, come mai ad un certo punto Marco D’Aviano predicando la difesa dell’Europa cristiana inizia a parlare in tedesco senza doppiaggio?

E’ accertato che padre Marco alternava italiano e tedesco nelle sue prediche.

venerdì 3 maggio 2013

Shanghai, diocesi forte e tribolata


Funerali di Stato per il vescovo Jin Luxian e arresti domiciliari per il suo successore Ma Daqin. Il primo onorato dal regime, il secondo accusato di ribellione alla patria. Con la Cina come agirà il nuovo papa? 

di Sandro Magister

La morte del vescovo di Shanghai Aloysius Jin Luxian (nella foto) ha riportato in primo piano il dramma della Chiesa cattolica in Cina e gli interrogativi sulla linea che adotterà il nuovo papa.
Jin era gesuita come Jorge Mario Bergoglio. È morto a 97 anni ed è stato grande protagonista della rinascita della diocesi di Shanghai dopo che il maoismo ne aveva fatto tabula rasa.

Ma solo nel 2005 si era riconciliato con Roma. A Shanghai era stato insediato come vescovo nel 1985 per volontà del partito comunista e senza l'approvazione del papa, al posto del suo eroico predecessore Ignazio Gong Pinmei, mandato in esilio dopo 33 anni di carcere e fatto cardinale da Giovanni Paolo II.
Anche Jin aveva passato molti anni in prigione e nei campi di rieducazione. Dove fu utilizzato come traduttore a servizio dello Stato, grazie alla sua padronanza delle lingue straniere.
Da giovane gesuita, infatti, Jin aveva studiato a Parigi e a Roma, aveva viaggiato in Germania e in Inghilterra. Anche per questo, uscito dal carcere, le autorità cinesi puntarono su di lui per farne un leader autorevole della Chiesa "patriottica" da esse creata in contrapposizione con Roma. E lui acconsentì.

Oggi la diocesi di Shanghai conta circa 150 mila cattolici, un centinaio di sacerdoti, numerose suore, 37 parrocchie, 140 chiese, una tipografia, una mensa per i poveri, una casa per anziani e altri servizi. Sorgono sul suo territorio il santuario mariano di Sheshan, meta di pellegrinaggi nazionali, e il principale seminario della Cina, dal quale sono usciti personalità come Giuseppe Zen Zekiun, poi divenuto vescovo di Hong Kong e cardinale, e Savio Hon Taifai, l'attuale segretario della congregazione "de Propaganda Fide".
Per ottenere tutto questo Jin si è destreggiato per decenni tra l'obbedienza alle autorità comuniste e la fedeltà alla Chiesa. I cattolici "sotterranei" non gli hanno perdonato questa doppiezza. Che invece è sempre stata additata come esemplare dai sostenitori di un compromesso col regime, un compromesso del tipo della "Ostpolitik" vaticana del dopoguerra con l'impero sovietico.

Nel 2005, quando Jin si riconciliò con Roma professando la sua obbedienza al papa, accettò un ridimensionamento del suo ruolo. La Santa Sede riconobbe come ordinario di Shanghai il vescovo "sotterraneo", non riconosciuto dal regime, Giuseppe Fan Zhongliang, anche lui gesuita, e retrocesse Jin al ruolo di ausiliare.
Essendo però entrambi molto anziani e malati, la Santa Sede assegnò loro anche un coadiutore con diritto di successione, il vescovo Giuseppe Xing Wenzhi, ordinato con l'accordo congiunto di Roma e Pechino.
Erano gli anni di un apparente disgelo. Le autorità cinesi avevano cessato di insediare dei vescovi privi del riconoscimento di Roma. E a sua volta la Santa Sede aveva moltiplicato gli sforzi per riportare all'unità le due comunità cattoliche cinesi, quella ufficiale e quella sotterranea. La "magna carta" di questa stagione fu la lettera del 2007 di Benedetto XVI ai cattolici della Cina.

Ma poi tutto è di nuovo precipitato. Oggi la situazione della Chiesa cattolica in Cina è bloccata da tre "pietre d'inciampo" che il prefetto della congregazione vaticana per l'evangelizzazione dei popoli, il cardinale Fernando Filoni, ha così descritto in un rapporto pubblicato sulla rivista "Tripod" del Holy Spirit Study Center di Hong Kong:

1. L’VIII Assemblea nazionale dei rappresentanti cattolici, organizzata dalle autorità di Pechino nel 2010, ha acuito il controllo dello Stato sulla Chiesa. In seguito c’è stato un accanimento verso il clero cosiddetto 'clandestino' perché aderisse all’Associazione patriottica, un’istituzione preposta al controllo della Chiesa in Cina al fine di renderla indipendente dalla cattolicità e dal papa. In pari tempo, la medesima Associazione ha accresciuto il proprio controllo anche sulla comunità cosiddetta 'ufficiale', cioè sui propri vescovi, clero, luoghi di culto, finanze, seminari.

2. Il controllo rigoroso sulle nomine dei vescovi ha portato alla scelta di candidati spesso discutibili, quando non moralmente e pastoralmente inaccettabili, sebbene graditi alle autorità politiche.

3. Le consacrazioni episcopali, sia legittime sia illegittime, sono state forzate attraverso l’intromissione nei riti di vescovi illegittimi, creando drammatiche crisi di coscienza, sia nei vescovi consacrati, sia nei vescovi consacranti. […] Alcuni vescovi e sacerdoti sono segregati o privati della propria libertà, come recentemente è avvenuto nel caso del vescovo Ma Daqin di Shanghai. […] Il controllo sulle persone e sulle istituzioni si è acuito e si ricorre sempre più facilmente a sessioni d’indottrinamento e a pressioni".
L'epicentro di questo riacutizzarsi della crisi tra Roma e Pechino è stata proprio la diocesi di Shanghai.

Nel 2012, inspiegabilmente, il vescovo coadiutore di Shanghai si è dimesso. Al suo posto la diocesi ha scelto un nuovo coadiutore con diritto di successione nella persona di Taddeo Ma Daqin, ordinato vescovo il 7 luglio sia col mandato del papa che con l'approvazione del governo.
Ma all'atto dell'ordinazione, Ma Daqin ha dichiarato di non voler più aderire all'Associazione patriottica, di cui faceva parte, ritenendola incompatibile col suo ministero di vescovo, secondo le indicazioni della lettera di Benedetto XVI del 2007. E per questo è stato immediatamente punito. Le autorità lo hanno confinato e isolato nel seminario di Sheshan e la sedicente conferenza episcopale cinese istituita dal regime gli ha revocato il titolo di vescovo coadiutore di Shanghai.

Ma Daqin ha resistito impavido. La Santa Sede ne ha preso fermamente le difese. Monsignor Hon, il segretario "de Propaganda Fide", ha dichiarato che "nessuna conferenza episcopale, in nessuna parte al mondo, ha il potere di cancellare il mandato pontificio. Tanto più in questo caso, in cui la 'conferenza' non è riconosciuta. Per questo rimane fermo per noi che Ma Daqin è il vescovo di Shanghai".

E dopo la morte di Jin lo sarebbe a tutti gli effetti, in quanto suo successore designato. Ma le autorità cinesi nemmeno gli hanno concesso di partecipare al funerale, lo scorso 29 aprile. Pare che nell'occasione lo abbiano trasferito in isolamento a Pechino.
Come papa Francesco si muoverà su questo terreno minato?
Confermerà la linea di fermezza adottata negli ultimi anni dalle autorità vaticane? Oppure aderirà a una linea più disposta al compromesso, come quella impersonata da Jin?

Uno dei più decisi sostenitori della linea della fermezza è il cardinale Zen. Mentre tra i fautori del compromesso c'era il cardinale Ivan Dias, predecessore del cardinale Filoni come prefetto della congregazione per l'evangelizzazione dei popoli.
Oggi in Vaticano – in congregazione come nella segreteria di Stato – prevale la linea di Zen, sia pure senza le punte battagliere tipiche di questo cardinale.
Ma anche la linea del compromesso continua ad avere i suoi fautori, prevalentemente all'esterno ma con addentellati dentro la curia.
Il cardinale Zen, in un polemico scritto pubblicato un anno fa su "Asia News", ha chiamato per nome due di questi suoi avversari, criticandoli duramente.

Il suo primo bersaglio è stato la Comunità di Sant'Egidio.
E il secondo Gianni Valente, lo specialista della Cina per "30 Giorni", una prestigiosa rivista internazionale dell'orbita di Comunione e Liberazione, che ha cessato le sue pubblicazioni la scorsa estate.
Zen accusò entrambi di voler ripristinare con la Cina la "fallimentare" diplomazia dell'Ostpolitik. Quando invece "il vero bene per la Chiesa in Cina non è di continuare a mercanteggiare con organismi non solo estranei ma chiaramente ostili alla Chiesa, ma di mobilitare vescovi e fedeli a disfarsi di questi".

Un aspetto curioso di questa polemica è che la Comunità di Sant'Egidio godeva di benevolenza e di ascolto da parte di Benedetto XVI e del suo segretario Georg Gänswein.
Mentre Gianni Valente – che oggi lavora all'agenzia "Fides" della congregazione per l'evangelizzazione di popoli – è amico da anni di Jorge Mario Bergoglio, assieme a sua moglie Stefania Falasca, anch'essa ex redattrice di "30 Giorni".
Un'amicizia così forte che Bergoglio telefonò loro la sera stessa della sua elezione a papa.